La collaborazione alla stesura dei testi dei Vangeli

La stesura dei Vangeli è il risultato di un processo nel quale hanno collaborato Gesù, gli apostoli, la comunità apostolica, gli evangelisti e, secondo la fede cristiana, lo Spirito Santo. Gesù ha predicato e si è scelto e formato dei discepoli; dopo la Pasqua, gli apostoli hanno annunciato oralmente la sua risurrezione e la sua dignità messianica; in seguito, la predicazione è stata fissata in forme letterarie e raccolta nei quattro Vangeli.

La Chiesa afferma senza esitazioni che i quattro vangeli canonici “trasmettono fedelmente quello che Gesù Figlio di Dio, vivendo tra gli uomini, fece e insegnò” (Concilio Vaticano II, Costituzione Dogmatica Dei Verbum,n. 19). Questi quattro vangeli “hanno origine apostolica. Infatti quello che gli Apostoli predicarono per mandato di Cristo, poi, sotto la ispirazione dello Spirito Santo, loro stessi e gli uomini apostolici ce li trasmisero per iscritto, come fondamento della fede” (ibidem, n. 18).

Il nucleo dell’annuncio evangelico

Sorto nell'alveo della tradizione religiosa ebrea, il cristianesimo ha in Gesù di Nazaret il suo fondatore. Le sue opere ed i suoi insegnamenti, diffusi dai suoi testimoni e discepoli, sia a partire da quanto essi videro ed udirono, sia con la comprensione sempre più profonda delle esperienze vissute con lui, in modo particolare quella della sua morte e resurrezione, costituiscono il nucleo dell'annuncio cristiano o «Vangelo».

Tale messaggio proclama il definitivo compimento della rivelazione che Dio aveva fatto di sé al popolo di Israele, come Creatore dell'universo e Signore della storia, compimento realizzato con l'incarnazione del Figlio di Dio e l'invio al mondo dello Spirito Santo. I rapporti fra Dio, il mondo e l'uomo delineati nelle Scritture di Israele, acquistano una nuova luce dalla dottrina di Gesù e su Gesù, la cui Incarnazione viene messa in stretto rapporto con il senso e la verità dell'intera creazione.

Il problema dell'accesso storico alla vita umana di Gesù e alle sue opere rappresenta, inoltre, un tema classico dei rapporti fra fede e scienza. Le fonti di base per lo studio di tale accesso sono i Vangeli , documenti che raccolgono la predicazione orale degli apostoli, messa per iscritto da alcuni di essi o dai loro discepoli.

Anche quando ci si accosta con categorie storico-scientifiche alla figura di Gesù di Nazaret, non va dimenticata la simultanea presenza di due elementi inseparabili, quello dell'evento e quello del mistero. Il primo è legato alla concretezza storica, geografica, religiosa e culturale della sua umanità; il secondo alla confessione dell'origine divina di Gesù, come Figlio di Dio consustanziale al Padre, e alla fede cui questa confessione fa appello.

I quattro Vangeli e le loro caratteristiche

I Vangeli sono giunti fino a noi sotto forma di quattro brevi documenti redatti in lingua greca, attribuiti dalla tradizione cristiana a quattro autori, due dei quali, Matteo e Giovanni, appartenevano al «gruppo dei dodici», gli apostoli scelti nominalmente da Gesù (cfr. Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,13-16) e altri due, Marco e Luca, erano conosciuti come discepoli di un altro apostolo, Pietro, e di Paolo di Tarso.

Pur nella diversità dello stile, tre dei quattro (Mt, Mc e Lc) , detti «sinottici», riportano una narrazione quasi parallela (gr. synoptikós , dal verbo synoráo, «vedo nell'insieme, abbraccio con lo sguardo»), mentre il quarto (Gv) sviluppa narrazioni in parte originali, soffermandosi più a lungo degli altri sui discorsi di Gesù e sulla teologia che vi soggiace.

I quattro documenti dedicano un'attenzione assolutamente centrale alla narrazione dei fatti della passione e morte di Gesù a Gerusalemme, della quale possono in un certo senso considerarsi una "grande e graduale preparazione". Tutti terminano riportando le narrazioni relative alla sua resurrezione la domenica di Pasqua e alle apparizioni del risorto che la seguirono.

I Vangeli hanno la forma di un annuncio (gr. kerygma) di gioia e di salvezza (gr. euanghélion, cioè «buona novella»), trasmettendo un contenuto di ricco valore morale, qualificabile come «annuncio del Regno di Dio e della sua giustizia», centrato sugli insegnamenti e l'esempio di Gesù, di cui affermano la divinità, l'origine dal seno di Dio-Padre e l'invio nel mondo come redentore e salvatore dell'uomo.

La trasmissione materiale dei testi

È noto che non possediamo il manoscritto originale dei vangeli, come di nessuna altra opera letteraria dell’antichità. Gli scritti si trasmettevano attraverso copie manoscritte su papiro e successivamente su pergamena. I vangeli e i primi scritti cristiani seguono questo tipo di trasmissione.

Il materiale utilizzato nei primi secoli dell’era cristiana fu il papiro, e dal III secolo si iniziò a utilizzare la pergamena, più resistente e durevole. Solo dal XIV sec. si utilizzò la carta.

La datazione dei codici più antichi contenenti l'intero testo (codici Sinaitico e Vaticano ) li fa risalire al IV secolo, ma esistono papiri risalenti al II secolo (papiro di Chester Beatty) e frammenti databili fra la fine del I e l'inizio del II secolo.

Il Nuovo Testamento lascia intendere che alcune lettere di San Paolo sono state copiate e si trasmettono in corpo unico di scritti (cfr. 2 Pi. 3, 15-16) e la stessa cosa avviene per i vangeli: le testimonianze di san Giustino, Sant’Ireneo, Origene, indicano che i Vangeli canonici furono copiati subito e circolavano insieme.

I manoscritti dei vangeli che conserviamo, dopo un studio attento di ciò che chiamiamo “critica testuale”, ci mostrano che, in paragone alla maggioranza delle opere antiche, l’affidabilità del testo che abbiamo è molto elevata.

In primo luogo per l’alto numero di manoscritti che abbiamo. Dell’Iliade, per es., abbiamo meno di 700 manoscritti, mentre di altre opere, come gli Annali di Tacito, ne abbiamo pochi, e dei primi 6 libri solo uno. Del Nuovo Testamento invece possediamo 5.400 manoscritti greci, senza contare le innumerevoli copie antiche in altre lingue e le citazioni del testo in opere di scrittori dei primi secoli.

Inoltre esiste il problema della distanza tra la data della composizione del libro e la datazione del manoscritto più antico. Se per moltissime opere classiche è di quasi dieci secoli, il manoscritto più antico del nuovo testamento (il papiro di Rylands) è posteriore alla composizione del vangelo di S. Giovanni di 30 o 40 anni; del terzo secolo abbiamo papiri (Bodmer e Chester Beatty) che mostrano come i vangeli canonici già raccolti si trasmettevano in codici; dal IV secolo le testimonianze scritte non si contano più.

Nel comparare la moltitudine dei manoscritti, si scoprono errori, interpretazioni, ecc. La critica testuale dei vangeli e dei manoscritti antichi esamina le varianti significative, cercando di scoprirne l’origine - a volte un copista cerca di armonizzare il testo di un vangelo con quello di un altro, un altro cerca di spiegare ciò che gli sembra un’espressione incoerente, ecc. - e stabilire in questo modo quale poteva essere il testo originario.

Gli specialisti concordano nell’affermare che i vangeli sono i testi che meglio conosciamo tra quelli antichi. Basano questa convinzione sull’evidenza di quanto detto sopra e anche sul fatto che la comunità che trasmette i testi è una comunità critica, persone che basano la propria vita in ciò che viene affermato nei testi e che, ovviamente, non impegnerebbero la loro vita su idee fantasiose o fatti non verificati.

La questione dell’autenticità storica

Sebbene la cristianità si sia sempre preoccupata del valore storico dei Vangeli, come una delle sue manifestazioni di attenzione alla storia, la critica alla loro autenticità storica può considerarsi un problema tipicamente moderno. Fino a poco più di due secoli fa, e cioè prima dell'illuminismo, la cristianità aveva sempre unanimemente e pacificamente ritenuto che i quattro Vangeli ci informassero fedelmente sulla vita di Gesù.

Come risulta dalle più antiche testimonianze, due preoccupazioni animavano i Padri della Chiesa: dimostrare il collegamento di ogni Vangelo con un singolo autore ("personalizzare l'autore") e che questi autori erano informati e sinceri ("accreditare l'autore").

Benché nel periodo patristico non si nutra alcun dubbio sulla veridicità storica dei Vangeli, esistono alcuni interessanti esempi di atteggiamento critico. Così l'apologista Taziano (II sec.), partendo dalle divergenze fra un evangelista e l'altro, scrive verso l'anno 150 il Diatessaron , quattro vangeli fusi in uno solo per dimostrarne la piena concordia e ricavarne una storia unitaria della vita di Gesù.

Già nel III secolo, Origene (ca. 185-254) affronta il problema ermeneutico dell'interpretazione biblica e sviluppa (non senza eccessi) il metodo della lettura allegorica iniziato nell'ebraismo da Filone di Alessandria ( 20 a .C. -50): per Origene la Scrittura non è stata redatta per raccontarci le storie dell'antichità, ma per nostra istruzione salvifica, e così possiamo comprendere la perenne attualità di ciò che leggiamo.

Anche s. Agostino (354-430) si trova a dover risolvere il problema delle discordanze evangeliche. Nella sua opera De consensu evangelistarum (400), accanto alla soluzione "concordista", egli insiste ripetutamente che nei Vangeli bisogna cercare non le parole strettamente vere e proprie di Gesù (ipsissima verba Christi ), ma il senso globale delle sue sentenze.

Un altro grande principio formulato da Agostino è quello dell'intenzione teologica dell'evangelista: non bisogna cercare nei Vangeli altra cosa se non ciò che vuol dire colui che parla, cioè la sua intenzione; quindi si deve sempre tener presente il modo di parlare (genus locutionum) (cfr. De consensu evangelistarum, 27-29: PL 34, 1090-1092), criterio questo che si avvicina a quello dei «generi letterari» della esegesi contemporanea.

Anche se contrassegnato da intuizioni così preziose, l'atteggiamento dei Padri e dei teologi del medioevo nei confronti dei Vangeli è quello di una fiducia semplice e spontanea che non li fa sospettare nemmeno della possibilità che i materiali trasmessi siano stati selezionati, raggruppati, orientati prima di essere raccolti nella loro redazione finale.

In definitiva, in questo lungo periodo di circa diciotto secoli manca una critica vera e propria, stabilita come principio di ricerca ed applicata con metodologia scientifica.

Dall’illuminismo alla ricerca sul Gesù storico

L'inizio della questione sul Gesù storico risale al periodo dell'illuminismo ed esattamente al 1778, anno della pubblicazione dell'ultimo estratto di un ampio manoscritto di ben quattromila pagine dal titolo Lo scopo di Gesù e quello dei suoi discepoli .

L'autore, Hermann Samuel Reimarus (1694-1768), un deista tedesco, accanito promotore di una religione naturale e filosofica, era morto dieci anni prima senza avere il coraggio di pubblicarlo; l'editore, il filosofo razionalista G.E. Lessing (1729-1781), lo aveva dato alle stampe anonimo.

In effetti vi si sosteneva una tesi rivoluzionaria: il progetto di Gesù deve essere distinto dall'obiettivo dei suoi discepoli. Gesù non avrebbe quindi mai pensato di fondare una nuova religione, non aveva fatto miracoli, non aveva parlato della sua morte né tanto meno della sua resurrezione.

Egli era un rivoluzionario giudeo che, come tanti altri sovversivi della sua epoca, Giuda il Galileo, Teuda, Bar Kochba, aveva predicato l'avvento di un regno terreno e si prefiggeva la liberazione dei suoi connazionali contro la dominazione romana. Un messia politico, dunque.

Del tutto differente sarebbe invece stato il "piano" dei discepoli. Trovatisi di fronte ad un fallimento non potevano ora rassegnarsi a tornare in Galilea alle loro precedenti occupazioni. Escogitano dunque una frode, rubando il cadavere del maestro ed inventando la storia della sua resurrezione e del suo ritorno glorioso, in modo da poter raccogliere adepti e consensi per una nuova religione.

Nella sua interpretazione della vicenda di Gesù, Reimarus è fortemente condizionato dai suoi a-priori filosofici di indole razionalistica, ma non svolge un lavoro di vera critica letteraria. Tuttavia egli sarà il primo ad introdurre nei Vangeli la distinzione critica tra ciò che Gesù ha insegnato e ciò che ci hanno predicato gli apostoli, cioè fra il "vero" Gesù ed il Cristo rappresentatoci dai Vangeli.

Ma è con David Friedrich Strauss (1808-1874), autore di una Vita di Gesù (1835), che assistiamo al primo tentativo di una moderna critica ai Vangeli. Riprendendo il processo dialettico di Hegel, egli sostiene che la categoria adeguata per accostarsi alla vita di Gesù non è né quella dogmatica del soprannaturale (tesi), né quella delle spiegazioni naturali (antitesi), quanto piuttosto quella del mito (sintesi).

Per Strauss il mito non è altro che il rivestimento storico delle idee religiose dei primi cristiani, operato da una giovane comunità entusiasta del suo fondatore, e poi tragicamente sconvolta dalla sua morte. Quindi, tutto l'elemento soprannaturale presente nei Vangeli non è invenzione consapevole e deliberata dei primi discepoli (Reimarus), ma elaborazione collettiva e inconsapevole della comunità, dunque leggenda popolare.

Nei confronti del dato storico, Strauss si mostra scettico e minimalista: non è importante sapere ciò che Gesù è stato storicamente: ciò che è per noi rilevante è solo il suo messaggio spirituale di riconciliazione fra l'umano e il divino. La strada per il pensiero di Bultmann è qui già tracciata.

Tre anni dopo l'opera di Strauss, C.H. Weisse e C.G. Wilke scoprirono alla base del contenuto dei Vangeli l'esistenza di "due fonti documentali", Marco e i Loghia, cioè i «detti di Gesù». La maggior parte del materiale evangelico sarebbe un'esposizione ed uno sviluppo di queste due fonti primitive.

Si ridimensionava così lo scetticismo straussiano e prendeva corpo nella seconda metà del XIX secolo una corrente teologica, detta «teologia liberale», che si proponeva di conciliare la fede con la ragione impegnandosi a fondo nella cosiddetta «ricerca sulla vita di Gesù» (Leben-Jesu Forschung).

Essa si proponeva di "liberare" l'immagine di Gesù dalle incrostazioni dogmatiche, formatesi già all'epoca della prima comunità cristiana e continuate nei tempi successivi, per «ritornare all'uomo Gesù di Nazaret», ricostruendone l'esatta biografia storica e perfino delinearne l'itinerario psicologico.

Di qui una lunga serie di ritratti di Gesù, da quello del dolce sognatore della Galilea (Renan) a quello romantico del perfetto archetipo dell'ideale morale dell'umanità (Schleiermacher).

Tale ricerca ottimistica fu però subito smantellata da Kähler, Wrede e Schweitzer. In una nota conferenza del 1892, M . Kähler (1835-1912) enuncerà in maniera netta ed esplicita la distinzione fra il Gesù della storia ed il Cristo della Bibbia, rifiutando il primo, cioè quel Gesù dei puri e semplici fatti del passato che la teologia liberale pretendeva ricostruire scientificamente, ed accettando solo il Cristo della predicazione apostolica, l'unico ad avere un reale significato per la fede.

I Vangeli non sarebbero fonti per ricostruire una biografia storica di Gesù, ma «una professione di fede nella messianicità del crocifisso».

W. Wrede negherà al Vangelo di Marco il ruolo di una fonte primaria, ma vorrà riconoscervi i tratti di una elaborazione della comunità: in esso sarebbe stata introdotta la prospettiva del «segreto messianico di Gesù», cioè il comando dato agli apostoli di non rivelare la sua vera identità, giustificando così il fatto che la sua fama sarebbe esplosa dopo la sua morte.

Il "colpo di grazia" sarebbe arrivato da A. Schweitzer (1875-1965) con l'opera Storia della ricerca della vita di Gesù (1906) nella quale, partendo da Reimarus, mostra con acutezza inesorabile che tutte queste vite, dietro la pretesa di essere ricavate dai Vangeli, erano di fatto rappresentazioni di comodo.

Ogni epoca, ogni teologia, ogni autore vestivano Gesù con i loro panni: i razionalisti descrivevano Gesù come il gentleman ideale dell'età vittoriana, i socialisti come il primo grande riformatore sociale, gli idealisti come la quintessenza dell'umanità.

La lettura tradizionale e le sue difficoltà

Più o meno fino al Concilio Vaticano II l'insegnamento cattolico leggeva i Vangeli in maniera molto semplice. Dava per buono il dato tradizionale: gli autori dei Vangeli hanno messo per iscritto la predicazione di Gesù; due di essi, Matteo e Giovanni, apostoli di Gesù, lo hanno fatto servendosi della propria personale memoria; gli altri due, Marco, discepolo di Pietro, e Luca, discepolo di Paolo, attingendo, più o meno direttamente, ai ricordi di un apostolo.

I quattro evangelisti sono molto semplicemente gli autori umani dei Vangeli. Ora, viene da chiedersi: se gli autori sono testimoni, come va considerato il fatto che esistono tra i Vangeli somiglianze e divergenze di natura molto diversa e difficili da classificare?

Ad esempio, tutti gli evangelisti parlano della scoperta della tomba vuota il mattino di Pasqua, ma alla tomba di Cristo ci sono due Angeli (come dicono Luca e Giovanni) o uno solo (come dicono Matteo e Marco)? Chi ha ragione? È possibile che qualche Vangelo sbagli?

Fino a poco tempo fa si è sempre cercato di mostrare il sostanziale accordo tra i Vangeli: si è tentato di concordare le varie versioni tra loro, armonizzando i dati dei quattro Vangeli, e mostrando che le differenze non implicano errori.

Un principio dogmatico sta alla base di questa lettura: se i Vangeli sono parola di Dio, cioè se Dio ne è l'autore, allora essi non possono essere sbagliati, e tutte le diversità possono essere spiegate e ricondotte a un'unica versione storica dei fatti.

Questo approccio è stato criticato da diversi studiosi protestanti già dal XVIII secolo, inizialmente in maniera molto "artigianale", poi via via in maniera sempre più scientifica. Tra gli studiosi cattolici il problema è stato praticamente rifiutato fino all'inizio del nostro secolo.

Negli anni prima del Vaticano II, invece, lo si è studiato appassionatamente, e la Dei Verbum, il documento del Concilio sulla Sacra Scrittura, ne recepisce le istanze principali.

I Vangeli sinottici e la parentela letteraria

Anzitutto una constatazione. I primi tre Vangeli, Matteo, Marco e Luca, sono molto simili tra di loro, mentre Giovanni è molto diverso. lo stile dei primi 3 vangeli è in genere molto immediato, quello di Giovanni sembra più artificiale; Giovanni riporta pochi episodi, molto sviluppati, gli altri Vangeli tantissimi episodi, spesso appena abbozzati; in particolare, Giovanni non riporta l'istituzione dell'Eucaristia.

Fin dall'antichità cristiana si è preso atto di tale situazione. Notando che i primi tre Vangeli potrebbero essere letti simultaneamente con un colpo d'occhio, è stato usato per essi il termine di vangeli sinottici, da syn-opsis, che in greco significa visione insieme.

Distribuzione del materiale

La similitudine dei sinottici non è perfetta, e non tutti riportano esattamente gli stessi episodi. Ci sono elementi degni di nota.

Esiste anzitutto materiale comune ai tre sinottici; esso costituisce un piccolo vangelo in miniatura: comprende tutti gli elementi importanti ed essenziali dell'annuncio cristiano. Spesso vi si trovano elementi linguistici ed espressivi tipici dell'ebraico.

Il rimanente materiale comprende elementi accessori, ed è presente in maniera diversificata nei vangeli: il materiale comune ai soli Matteo e Luca consiste in discorsi pronunciati da Gesù, non in racconti di fatti; altro materiale è comune a Matteo e a Marco; Infine, ognuno dei tre sinottici ha materiale che gli è proprio.

Concordanze tra i sinottici

C'è similitudine anzitutto nella disposizione degli episodi. Moltissimi di essi corrono paralleli nei tre vangeli.

C'è una schema comune: inizio con Giovanni il battezzatore e predicazione di Gesù in Galilea; viaggio a Gerusalemme; ministero in Gerusalemme; morte e risurrezione. Inoltre in ognuna di queste sezioni la sequenza degli episodi è a sua volta parallela.

Molti episodi sono raccontati in maniera molto simile, a volte quasi identica. Persino le espressioni verbali sono spesso identiche.

  • Ci sono concordanze di espressioni inaspettate: certe notazioni, certe parentesi, capitano esattamente allo stesso punto del racconto, anche se a volte sembrano stridere con il contesto della narrazione.
  • Vari racconti presentano la stessa struttura a livello di elementi narrativi, anche se il fatto narrato è diverso.
  • Ad es., molti miracoli sono raccontati in maniera praticamente uguale.
  • Le citazioni dell'Antico Testamento sono spesso uguali tra loro, ma diverse dalle traduzioni greche antiche dell'A.T. ebraico.
  • A volte, le parole sono identiche nei diversi vangeli, ma hanno cambiato posto, senso, situazione, funzione.

Discordanze e differenze di stile

Oltre ai parallelismi, bisogna notare che vi sono scostamenti dal parallelismo. Essi sono altrettanto significativi: qualche evangelista omette, in sequenze narrative parallele, particolari episodi; ci sono inversioni dell'ordine degli episodi o delle parole; si riscontrano parole che sono rarissime nell'uso globale del greco, ma che nei sinottici ricorrono parallelamente più volte.

Luca a volte ha uno stile da greco classico, a volte usa un greco scadentissimo. Le espressioni di Marco sembrano più primitive di quelle degli altri due. Matteo infarcisce spesso episodi paralleli con citazioni dell'Antico Testamento.

Tutte queste osservazioni sui vangeli sinottici ci portano a rifiutare la spiegazione tradizionale, semplicistica, degli evangelisti come semplici autori dei vangeli. Essa non permette di spiegare la qualità e la quantità di congruenze e incongruenze che si sono trovate.

Dobbiamo quindi necessariamente concludere che i vangeli non sono indipendenti tra loro dal punto di vista letterario. In altre parole, non può essere vero che ogni evangelista ha scritto il suo vangelo attingendo esclusivamente ai suoi ricordi personali.

Dobbiamo dunque ammettere che tra i sinottici c'è una parentela letteraria. Di che genere? Si sono copiati a vicenda? Hanno attinto a una fonte comune? Hanno messo per iscritto la stessa predicazione?

Le componenti della formazione dei Vangeli

Tre componenti sono certamente intervenute nel processo della nascita dei sinottici:

  • esisteva una tradizione orale comune: nello scrivere, gli evangelisti avevano in mente spesso la stessa predicazione dello stesso apostolo o comunque nella stessa comunità;
  • c'è interdipendenza letteraria tra i vangeli: essi "si conoscono" gli uni gli altri, ovvero gli evangelisti hanno scritto il loro vangelo tenendo presente gli altri;
  • dovevano esistere fonti letterarie alle quali gli evangelisti hanno attinto: versioni precedenti dei vangeli, o comunque altri scritti; ovviamente a noi questo materiale documentario non è arrivato.

La nascita dei Vangeli è il processo che ha portato alla redazione dei quattro Vangeli. Si tratta di una complessa evoluzione, che gli studiosi del Nuovo Testamento hanno cercato di analizzare, fino a produrre teorie che più o meno spiegano i vari elementi di somiglianza e differenza che si trovano tra i quattro libri.

Dalla predicazione di Gesù ai testi evangelici

Vediamo dunque qual è stato il processo che ha generato i vangeli di cui siamo oggi in possesso, e che i cristiani venerano come Parola di Dio. Per delineare tale processo sono stati necessari anni di ricerca di molti studiosi, tentativi parziali o sbagliati.

Quello che presentiamo è attualmente quello che rende meglio conto di tutti gli elementi che l'analisi dei sinottici evidenzia. È un'ipotesi, anche se molto probabile. Ci dà un'idea di come devono essere andate le cose.

La predicazione di Gesù

Gesù ha predicato, e si è scelto e formato dei discepoli. Essi hanno ascoltato per tre anni la sua parola, una parola che doveva avere canoni di ripetitività: predicando nei villaggi, nelle sinagoghe, Gesù si trovava di fronte un uditorio sempre diverso, al quale proponeva lo stesso identico messaggio; ciò vale sicuramente se consideriamo archi di tempo limitati.

Insegnamenti diversi possono essere stati forniti in fasi diverse del suo ministero. Inoltre, Gesù ha dedicato una parte del suo ministero pubblico alla formazione più specifica del gruppo ristretto dei dodici, evitando di proposito le folle.

Questo carattere di ripetitività è in linea con il modo di insegnare del tempo. I rabbini usavano ripetere molte volte le loro lezioni, perché si imprimessero nella memoria dei discepoli (la tradizione ebraica è strapiena di sentenze del tipo: "Rabbi Moshe disse che Rabbi Joshua disse che Rabbi Avrom disse che le parole di Dio al Sinai significano. ").

L'esigenza di insegnare a memoria nasce dal fatto che la scrittura era impraticabile in condizioni normali. Mentre tutti sapevano leggere, pochissimi sapevano scrivere, ed erano i cosiddetti scribi.

Si scriveva su tavolette (scomodo) o su fogli di papiro (costosissimi). In entrambi i casi scrivere era un procedimento estremamente laborioso, che non poteva essere usato nella vita quotidiana e nel rapporto maestro-discepoli.

La predicazione della Chiesa apostolica

Il gruppo degli apostoli, dopo la Pasqua di Gesù, ha iniziato ad annunciare a Gerusalemme la sua risurrezione e la sua dignità messianica. La primitiva comunità cristiana annuncia oralmente la buona notizia di Gesù messia.

È un annuncio dal contenuto essenziale: lo troviamo ripetutamente nelle "prediche" di Pietro e Paolo che sono riportate negli Atti degli Apostoli (vedi ad esempi Atti 10,37-43).

Tali prediche sono un autentico vangelo in miniatura, sullo stesso schema che ritroviamo nei vangeli sinottici: si parla del battesimo di Giovanni, poi qualche accenno alla predicazione di Gesù in Galilea e ai suoi miracoli, il viaggio a Gerusalemme, la condanna alla morte di croce e la resurrezione.

Gli apostoli, dunque, raccontavano a voce gli episodi di cui erano stati testimoni durante la loro vita con Gesù e ripetevano, a chi non l'aveva conosciuto, le sue parole e i suoi insegnamenti.

Lentamente i ricordi e i racconti su Gesù assunsero una forma ben precisa, che si conservava nel processo seguente di trasmissione. I detti e i fatti di Gesù, ricordati e riproposti dalla predicazione apostolica, si sono fissati ben presto in una forma determinata.

Sono stati insegnati e ripetuti molte volte, spesso senza conteso e con collegamenti vari tra le unità elementari. Così anche i racconti degli avvenimenti principali della sua vita hanno presto preso forma e si sono tramandati in modo costante e fedele.

Bisogna notare questo: la comunità non crea il contenuto della predicazione, ma ne elabora la forma letteraria attraverso la quale trasmette il messaggio su Gesù.

L'annuncio cristiano antico, infatti, non era lasciato alla libera iniziativa dei singoli, ma strettamente controllato dalla comunità apostolica di Gerusalemme; aveva un rigido carattere di tradizione che passava fedelmente da persona a persona e si basava sulla testimonianza autorevole dei testimoni oculari.

La messa per iscritto della predicazione

Gli insegnamenti apostolici su Gesù non rimasero puro insegnamento orale, ma presto, anche se gradualmente, furono messi per iscritto.

Le esigenze delle prime comunità

Il motivo va cercato nelle tre esigenze delle prime comunità:

  • la celebrazione della liturgia: per celebrare occorrono testi da leggere;
  • la catechesi, la formazione dei credenti: i catechisti avevano bisogno di testi di riferimento sui quali basare il proprio insegnamento;
  • l'attività missionaria di annuncio ai non credenti, per la quale era necessario avere tra le mani perlomeno dei promemoria contenenti gli insegnamenti e le parole significative dette da Gesù.

Per svolgere queste fondamentali funzioni la comunità degli apostoli ha ricordato le parole di Gesù e ha raccontato gli episodi della sua vita.

Altri elementi determinanti per la nascita letteraria degli episodi evangelici sono i bisogni pratici delle comunità. Sono anch'essi essenzialmente tre:

  • la determinazione del comportamento pratico dei cristiani nell'incontro con culture e stili di vita diversi;
  • la difesa contro accuse, calunnie e fraintendimenti, a cui le comunità erano soggette, sia da parte ebraica che pagana;
  • il ricordo affettuoso e gratuito dell'"amico" Gesù.

Per rispondere a tali esigenze occorrevano racconti già elaborati o la composizione (non l'invenzione!) di nuovi racconti, attingendo alla memoria e alla testimonianza degli apostoli.

I primi testi scritti

Concretamente, i primi racconti a nascere come testi scritti furono i racconti della passione. Dovettero nascere presto anche raccolte di parabole, e anche collezioni di miracoli.

Capire come da questi testi iniziali, molto semplici e brevi, si sia arrivati ai vangeli odierni non è stato facile. Gli studiosi ancora discutono.

Tuttavia si può abbozzare una storia dei Vangeli, che tenga conto di tutti i dati che emergono dal confronto tra i Vangeli che abbiamo oggi tra le mani, e che tenga presente anche altri dati che il Nuovo Testamento ci fornisce.

Siamo portati a ipotizzare almeno quattro testi antecedenti ai vangeli, sui quali gli evangelisti si sono basati per redigere i vangeli canonici.

Il ruolo degli evangelisti

Gli scrittori cristiani antichi si interessarono di spiegare come gli evangelisti realizzarono questo lavoro. Sant’Ireneo, per esempio, dice: “Matteo pubblicò fra gli ebrei nella sua propria lingua una forma scritta di vangelo, mentre Pietro e Paolo in Roma annunciavano il vangelo e fondavano la Chiesa. Dopo la sua dipartita Marco, il discepolo e interprete di Pietro, ci trasmise anche per iscritto quello che era stato predicato da Pietro.

E Luca, compagno di Paolo, trasferì in un libro quello che aveva sentito predicare da lui. Infine Giovanni, il discepolo del Signore, lo stesso che aveva riposato sul suo petto (Gv 13, 23), pubblicò il vangelo mentre risiedeva in Efeso” (Contro le eresie, III,1, 1).

Commenti molto simili si trovano in Papia di Hierapoli o Clemente di Alessandria (cfr Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, 3, 39,15; 6, 14, 5-7): i vangeli furono scritti da Apostoli (Matteo e Giovanni) o da discepoli degli Apostoli (Marco e Luca), però sempre raccogliendo la predicazione del vangelo svolta dagli Apostoli.

L’esegesi moderna, con uno studio molto dettagliato dei testi evangelici, ha spiegato questo processo di composizione. Il Signore Gesù non inviò i suoi discepoli a scrivere ma a predicare il vangelo.

Gli Apostoli e la comunità apostolica hanno fatto così, e, per facilitare il lavoro di evangelizzazione, posero parte di questo insegnamento per iscritto.

Alla fine, nel momento in cui gli apostoli e quelli della loro generazione cominciavano a sparire, “gli autori sacri scrissero i quattro vangeli raccogliendo alcune cose dalle molte che già si trasmettevano di parola o per iscritto, sintetizzando altre, o sviluppandole avendo cura della condizione delle Chiese” (Dei verbum, n. 19).

Pertanto, si può concludere che i quattro vangeli sono fedeli alla predicazione degli Apostoli su Gesù e che la predicazione degli Apostoli su Gesù è fedele a quello che fece e disse Gesù.

Questa è la strada che ci fa dire che i vangeli sono fedeli a Gesù. Di fatto, i nomi che gli antichi scritti cristiani danno a questi testi - “Ricordi degli Apostoli”, “Commentari, Parole sopra il Signore” (cfr San Giustino, Apologia, 1,66 ; Dialogo con Trifone, 100) - orientano verso questo significato.

La guida dello Spirito Santo

Questo lavoro letterario, che ha visto impegnate molte persone per diversi anni, non è stato solo frutto dell'attività umana: i credenti sono certi del fatto che gli apostoli e gli uomini della loro cerchia hanno collaborato con lo Spirito di Dio, e lo Spirito li ha guidati al ricordo e alla comprensione di quanto Gesù aveva fatto e detto, secondo la parola di Gesù: Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi.

Ma il Paraclito (=Consolatore), lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (Giovanni ).

La chiesa è certa che dopo la risurrezione di Gesù e il dono dello Spirito, gli apostoli hanno capito molto di più che durante il tempo in cui erano vissuti con lui. La loro predicazione è illuminata da questa nuova e più profonda comprensione.

Il loro insegnamento, quindi, non è un semplice resoconto di cronaca, ma offre anche l'interpretazione dei fatti, e per i credenti questa interpretazione è quella corretta perché guidata dallo Spirito Santo.

La collaborazione alla stesura dei testi evangelici

La formazione dei Vangeli può essere rappresentata come una successione di momenti collegati:

  1. Gesù ha annunciato il Regno di Dio, ha compiuto opere e ha formato i discepoli.
  2. I discepoli hanno ascoltato, ricordato e ripetuto le sue parole e i suoi insegnamenti.
  3. Dopo la Pasqua, gli apostoli hanno proclamato oralmente la morte e la risurrezione di Gesù, interpretandole alla luce della fede pasquale.
  4. La comunità apostolica ha conservato e trasmesso il contenuto dell'annuncio, elaborandone le forme letterarie.
  5. Le esigenze della liturgia, della catechesi, della missione e della vita comunitaria hanno favorito la messa per iscritto di racconti e insegnamenti.
  6. Gli evangelisti hanno raccolto materiali orali e scritti, li hanno selezionati, sintetizzati, ordinati e sviluppati secondo le condizioni delle Chiese.
  7. Lo Spirito Santo ha guidato gli apostoli e gli uomini della loro cerchia nel ricordo e nella comprensione di quanto Gesù aveva fatto e detto.

La collaborazione non significa quindi che tutti abbiano svolto lo stesso compito. Gesù è la fonte originaria della predicazione; gli apostoli sono i testimoni e i primi annunciatori; la comunità custodisce, ripete e trasmette; gli evangelisti compongono i testi; lo Spirito Santo guida il processo secondo la comprensione della fede cristiana.

Con gli scritti evangelici accediamo a quello che gli apostoli predicavano su Gesù Cristo. Gli scrittori evangelici non si limitano a riprodurre una serie di ricordi isolati, ma costruiscono narrazioni nelle quali i detti e i fatti di Gesù vengono raccolti, collegati e interpretati.

La presenza di somiglianze e differenze tra i Vangeli mostra contemporaneamente la continuità della tradizione e la pluralità delle redazioni. La parentela letteraria dei sinottici, la tradizione orale comune, le fonti scritte e l'interdipendenza tra i testi indicano un processo di composizione condiviso e progressivo.

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