Essere “cittadini degni del Vangelo” significa vivere in modo coerente con la buona notizia di Gesù Cristo, lasciando che il Vangelo assuma la forma concreta dello stile di vita, delle relazioni, del lavoro, delle responsabilità sociali e delle scelte quotidiane.
Paolo esprime questo invito nella Lettera ai Filippesi: “Soltanto, conducetevi in modo degno del vangelo di Cristo …” (Filippesi 1:27). L’esortazione indica che l’unica cosa necessaria è vivere in modo degno del Vangelo che professiamo. In altri termini, significa che questo è un requisito non negoziabile.
Il significato di “vivere in modo degno del Vangelo”
Che cosa implica dunque l’esortazione di Paolo: “Soltanto, il vostro stile di vita sia degno [axiós] del vangelo di Cristo”? Nelle versioni inglesi del Nuovo Testamento, la parola greca axiós viene solitamente tradotta con “degno”. Tuttavia, il suo significato è espresso anche in altre traduzioni quando viene tradotto “in sintonia con” (Matteo 3:8; Atti 26:20).
Come molte altre parole, anche la parola greca axiós ha un’origine figurata. Significa propriamente “porre sull’altro piatto della bilancia”, “portare in equilibrio”, e quindi “equivalente”. L’idea di base è che una vita degna del vangelo di Cristo esprime sotto forma di stile di vita ciò che il vangelo insegna sotto forma di messaggio.
Da un lato, ecco il Vangelo. E dall’altra parte, ecco la vostra vita. L’esortazione di Paolo è questa: vivete in modo che la vostra vita “abbia lo stesso peso” del Vangelo! Vivete in modo che la vostra vita sia “conforme” al Vangelo, che “corrisponda” al Vangelo.
Questo è ciò che significa vivere una “vita cristiana equilibrata”. Il Vangelo è il messaggio della buona notizia di Gesù Cristo e la nostra vita deve incarnare questa buona notizia. In altre parole, il Vangelo è “la potenza di Dio per la salvezza” (Romani 1:16), e noi dobbiamo vivere in un modo che manifesti la potenza della salvezza!
La cittadinanza cristiana e la metafora della città
Ma “degno” non è l’unica parola usata da Paolo per descrivere questo tipo di cittadinanza. Quando scrive “il vostro stile di vita sia degno del Vangelo”, usa il verbo greco politeuomai. Esso deriva da una parola che indica una città e, più precisamente, da una parola che indica la comunità politica (la polis).
Letteralmente significa “vivere da cittadino” o “vivere da persona civile”. Il verbo usato per “comportatevi” può essere tradotto con “conducetevi” o “camminate”, come in Colossesi (“camminate in modo degno del Signore” - 1:10).
Tuttavia, l’apostolo allude a uno stile di vita vero e proprio e, di fatto, usa un linguaggio che richiama le implicazioni riguardanti i requisiti propri di un cittadino romano. Filippi, infatti, era una colonia romana e la sua vita civile era strutturata secondo la legge romana e lo stile di vita romano.
I cittadini di Filippi erano cittadini romani a tutti gli effetti. Ecco perché i magistrati locali si erano allarmati tanto quando avevano scoperto che l’uomo a cui avevano strappato le vesti e che avevano picchiato con le verghe senza un regolare processo e poi gettato in prigione era in realtà un cittadino romano.
Paolo potrebbe semplicemente aver detto in Filippesi 1:27: “Seppure cittadini di Filippi, vivete la vostra vita in modo da riflettere il Vangelo”. Ma quasi certamente c’è dell’altro.
Paolo stava ricordando loro: “La nostra cittadinanza è nei cieli” (Filippesi 3:20). Filippi si trovava in Macedonia, non in Italia. Tuttavia, un filippese viveva lì come un cittadino romano, secondo la legge romana, seguendo i modelli di vita della capitale.
Il messaggio di Paolo, quindi, era che, mentre i suoi fratelli cristiani vivevano a Filippi, la loro vera cittadinanza era celeste; la loro famiglia di credenti era una colonia del cielo qui sulla terra.
Poiché questo era vero, non dovevano vivere secondo il modello di vita di una qualsiasi città terrena, ma secondo il modello di vita della città celeste, la nuova Gerusalemme. In breve, la vita cristiana deve essere una versione del “paradiso in terra”.
Non potrebbe esserci privilegio più grande e standard più alto! Per questo motivo, l’invito non potrebbe essere più esigente: niente di meno che un invito totale.
Una cittadinanza celeste vissuta nella città degli uomini
La cittadinanza celeste non allontana il cristiano dalla storia, dalla società o dalle responsabilità civiche. Al contrario, lo rende più consapevole del modo in cui abita il mondo e delle persone con cui condivide la vita.
Per il cammino di singoli e gruppi, un confronto continuo fra il richiamo ad un'integrale fedeltà evangelica e l'invito ad un dialogo cordiale con la città degli uomini.
La grazia di Dio in Cristo ci fornisce una nuova identità, una identità celeste, e ne consegue che è questa, e non la nostra identità naturale, a determinare tutto ciò che facciamo.
La nostra identità, la nostra cittadinanza, è celeste. Come dice Paolo altrove, la nostra vita è “nascosta con Cristo in Dio” (Colossesi 3:3) e, quando Cristo apparirà, la nostra trasformazione finale a sua somiglianza renderà chiara la nostra vera identità (Filippesi 3:20, 21; Colossesi 3:4; I Giovanni 3:1, 2).
Non c’è nulla di più logico e convincente, dunque, che vivere in questo mondo come cittadini di un altro mondo? Come Daniele nell’Antico Testamento, siamo chiamati a vivere secondo lo stile di vita della Gerusalemme celeste (in alto), anche quando viviamo nella Babilonia terrena (in basso), a cui in realtà non apparteniamo.
Perciò dobbiamo “cantare i canti del Signore in terra straniera” (Salmo 137:4). Non si tratta di legalismo, perché “i suoi comandamenti non sono gravosi” (I Giovanni 5:3).
La vita cristiana non è una tecnica, ma una trasformazione
“Vivere in modo degno del vangelo di Cristo” non è una questione di tecniche. Comporta lo sviluppo del carattere cristiano. Si tratta di chi e cosa diventiamo in Cristo.
È un processo lento, impegnativo e faticoso. L’opzione più facile e veloce sembra essere quella di imparare a combinare la propria vita e a fare le cose con successo. Ma vivere degnamente è molto più una questione di vivere la vita del mondo celeste mentre si è ancora su questa terra, significa diventare qualcuno che sa cosa significa “glorificare Dio e goderlo per sempre”.
Gesù ci dice che essere legati a Lui, il mite e l’umile, porta benessere, non malessere, e riposo, non inquietudine, alle nostre anime (Matteo 11:28-30).
Una vita “degna del Vangelo” è umile, centrata su Gesù, ricca di amore e servizio. Attraverso insegnamenti pratici e riflessioni teologiche, questo libro ci invita a:
- Conoscere Cristo più profondamente;
- Riflettere il Suo carattere nelle relazioni e nel quotidiano;
- Vivere ogni giorno come parte del nostro cammino di trasformazione spirituale.
Il Vangelo come messaggio e come forma di vita
La buona notizia (Euanghelion, latinizzato in evangelium, da cui “Vangelo”).
Dai vangeli si evince una predicazione di Gesù volta non a stabilire una ortodossia, bensì un cambiamento di mentalità. Non predica delle regole, ma una conversione, un’apertura agli altri, soprattutto ai più deboli.
Gesù capovolge il significato di Messia asserendo più volte nei vangeli che non è venuto a comandare ma a servire. Quindi Cristo significa non più un potere dominante ma una posizione di servizio verso i deboli e gli oppressi.
Ho scoperto che meno sono interessato a vite future e a poteri sovrumani più il messaggio di Gesù di Nazareth appare avvincente.
Il Vangelo non è soltanto un insieme di contenuti da conoscere, ma una forma nuova di esistenza. Per Paolo Vangelo intende sempre sia il contenuto - che è Gesù Cristo - sia l'atto dell'annuncio, la proclamazione.
“Comunione all'Evangelo” è anche questo, ma c'è indubbiamente dell'altro: quando in una comunità viene proclamato il Vangelo, il Vangelo accolto crea una comunione di esistenza fra coloro che lo accolgono e il Vangelo stesso.
Solo in secondo luogo la comunità che ha accolto il Vangelo e che è entrata in comunione con esso diventa a sua volta proclamatrice del Vangelo con la vita e con le parole.
Il ringraziamento di Paolo si fonda essenzialmente sul fatto che i cristiani di Filippi sono in comunione col Vangelo perché l'hanno accolto nella fede e a loro volta ne sono diventati i proclamatori e i testimoni, continuando l'opera di evangelizzazione che ogni cristiano deve attuare.
La Lettera ai Filippesi e il canto della gioia
L’Epistola ai Filippesi fu scritta circa trent’anni dopo l’Ascensione, circa dieci anni dopo la prima predicazione del Vangelo da parte di San Paolo a Filippi. Il cristianesimo era ancora giovane, in tutta la freschezza della sua prima giovinezza.
Il vangelo balenò su questa scena di confusione morale come, ciò che è in verità, una rivelazione dal cielo. Ha portato davanti agli occhi degli uomini una vita e una Persona.
Il mondo vide per la prima volta una vita perfetta; non un semplice ideale, ma una vera vita che era stata realmente vissuta sulla terra; una vita che sta a sé stante, separata da tutte le altre vite; unico nella sua solitaria maestà, nella sua bellezza ultraterrena, nella sua assoluta purezza, nel suo totale altruismo.
Il mondo vide per la prima volta la bellezza del completo sacrificio di sé. E questa vita non era semplicemente una cosa passata e passata. Era ancora vivo, vive ancora nella Chiesa.
La vita di Cristo vissuta nei suoi santi. Essi lo sentivano: “Non io, ma Cristo vive in me”. Potevano raccontare agli altri le benedette realtà della loro esperienza spirituale.
E in quell’opera, in mezzo a tutte le sue difficoltà, ansietà e pericoli, trovò una gioia profonda e viva, una gioia tra le lacrime; “Addolorato”, diceva di sé, “eppure sempre gioioso”.
La gioia, sentiva e insegnava, era il privilegio e il dovere di un cristiano, che sapeva di essere redento con il prezioso sangue di Cristo, che lo Spirito Santo lo stava santificando, che Dio Padre lo aveva scelto per essere suo.
Paolo pregava per i Filippesi con gioia. È importante notare come il primo riferimento di Paolo ai propri sentimenti o al proprio stato d’animo in questa lettera sia la gioia - nonostante scrivesse dalla prigione e con una probabile esecuzione davanti a sé.
“Questa è la grande lettera canora di Paolo. Fu proprio a Filippi che lui e Sila cantarono in prigione verso la mezzanotte. Ora si trova di nuovo in catene, questa volta a Roma.”
È una rivelazione gloriosa di come una vita in comunione con Cristo trionfi sopra ogni circostanza avversa. Il trionfo, inoltre, non ha niente a che vedere con l’indifferenza stoica.
Si tratta, piuttosto, di riconoscere che le condizioni apparentemente avverse diventano alleate dell’anima e ministre della vittoria, sotto il dominio del Signore.
La comunità di Filippi: una cittadinanza concreta
La Chiesa di Filippi fu fondata da Paolo circa undici anni prima della stesura di questa lettera durante il suo secondo viaggio missionario (Atti 16:11-40). È la prima chiesa ad essere fondata nel continente europeo.
Così si formò la Chiesa di Filippi: la venditrice di porpora di Tiatira, la schiava greca, il carceriere probabilmente romano, con le famiglie della prima e dell’ultima.
Osserviamo già alcuni dei risultati benedetti del cristianesimo: la famiglia cristiana, l’ospitalità cristiana, l’uguaglianza religiosa delle donne e degli schiavi.
“Non c’è né Giudeo né Greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” Galati 3:28.
La Chiesa di Filippi era una comunità nella quale la fede prendeva forma attraverso l’accoglienza, il servizio, la perseveranza e la condivisione. I Filippesi furono chiamati a soffrire tribolazioni, ma le loro sofferenze e la loro “profonda povertà” non frenarono quella liberalità che era caratteristica della Chiesa di Filippi.
San Paolo menziona le loro afflizioni più di una volta e afferma che fu loro dato, fu loro privilegio, non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui.
San Paolo non li aveva lasciati a lungo, era ancora a Tessalonica, quando “mandarono più volte alle sue necessità”. Filippi era l’unica Chiesa da cui il grande apostolo era disposto ad accettare aiuto; è una testimonianza lampante del loro zelo e del loro amore.
La comunione come dimensione della vita degna del Vangelo
Paolo indirizza questa lettera a tre gruppi: a tutti i santi in Cristo Gesù, cioè tutti i cristiani a Filippi; ai vescovi, coinvolti nella leadership; e ai diaconi, coloro che ricoprono posizioni di servizio riconosciute.
La comunità cristiana non è una somma di individui isolati. È una comunione di persone che ricevono il Vangelo, lo vivono insieme e si sostengono nel cammino.
La preghiera cristiana è prima di tutto una preghiera continua: “Pregando sempre con gioia per voi”. Poi, Paolo prega per i cristiani di Filippi con gioia, portandoli nel cuore.
La preghiera cristiana è un portare con gioia i fratelli nel proprio cuore ed è un fare continuamente ricordo di loro.
Si rafforza, così, e si consuma nella preghiera la comunione che nasce dal Battesimo e si fonda sulla vita del Cristo in tutti noi.
Paolo, dunque, dice “È giusto che io pensi questo di tutti voi” come conclusione di quello che ha detto prima, ma con un’ulteriore motivazione: “perché vi porto nel cuore”.
Ed egli porta nel cuore i cristiani di Filippi, perché sono partecipi della stessa grazia che è stata a lui concessa.
Nei cristiani non c’è un ringraziamento a Dio per il proprio dono di salvezza che sia diverso da quello che innalzano per il dono di salvezza degli altri credenti.
Essi si portano a vicenda nel cuore davanti al Signore, lodandolo per la misericordia che tutti li ha avvolti.
La crescita nella grazia e la maturità cristiana
Paolo ha davanti a sé la comunità di Filippi e ringrazia il Signore per la comunione di essa con il Vangelo: è questa che qui viene definita “opera buona”.
Quest’opera buona, cioè la vita di fede della comunità cristiana, è azione di Dio, è grazia. Se i cristiani di Filippi sono così, se sono in comunione al Vangelo, questo è conseguenza del fatto che si è compiuta in loro l’iniziativa di Dio.
La vita di grazia, la vita di fede, la vita di comunione con Dio e col Vangelo è opera di Dio, non dell’uomo. È dono di Dio, gratuito.
Dio agisce nel credente e nella comunità non una volta sola, all’inizio, ma continua ad agire fino a portare a compimento, a maturazione, a perfezione l’opera che ha iniziato nel momento in cui è stato annunciato e accolto il Vangelo.
Nell’esistenza fedele dei cristiani si verifica una crescita, un perfezionamento che si deve attuare lungo tutto l’arco dell’esistenza. L’esistenza del credente non è un rimanere sempre allo stesso livello, ma è un crescere nella comunione con Dio.
Dobbiamo raggiungere la dimensione consumata e perfetta dell’esistenza di fede, ma questo è possibile e si attua nel credente solo per opera e per grazia di Dio.
Amore, conoscenza e discernimento
Paolo prega che l’amore dei Filippesi abbondi sempre di più in conoscenza e in ogni discernimento, affinché discernano le cose eccellenti e possano essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo.
L’amore che Paolo vuole abbondi nei Filippesi non è un “amore cieco”. È un amore che ha conoscenza e ogni discernimento, un amore che può discernere le cose eccellenti.
Paolo conosceva i pericoli di un amore senza discernimento. Riprese la chiesa di Corinto, la quale sembrava gloriarsi nel proprio “amore” e nella propria “apertura”, che però mancavano di ogni senso di conoscenza e discernimento.
Quando approviamo e riceviamo le cose eccellenti, diventiamo puri, con riferimento alla giustizia interiore, e senza macchia, con riferimento alla giustizia esteriore e visibile.
Vogliamo che Dio ci renda sia puri che senza macchia.
Il nostro diventare puri e senza macchia, in realtà, fa parte dell’opera che Dio compie dentro di noi e avviene mentre veniamo riempiti di frutti di giustizia.
Dimorare in Gesù produrrà sempre il suo frutto (Giovanni 15:4-6). E mentre dimoriamo in Lui, riceviamo la vita e i nutrienti di cui abbiamo bisogno per portare frutto in maniera naturale alla gloria e lode di Dio.
Il carattere cristiano nelle relazioni
Una vita degna del Vangelo riflette il carattere del Signore Gesù Cristo. Essa non si misura soltanto nelle dichiarazioni pubbliche della fede, ma nel modo in cui una persona tratta gli altri, affronta i conflitti, esercita il potere, svolge il lavoro e si prende cura dei più fragili.
La predicazione di Gesù è volta non a stabilire una ortodossia, bensì un cambiamento di mentalità. Non predica delle regole, ma una conversione, un’apertura agli altri, soprattutto ai più deboli.
Quindi Cristo significa non più un potere dominante ma una posizione di servizio verso i deboli e gli oppressi.
Vivete in modo che la vostra vita sia “conforme” al Vangelo, che “corrisponda” al Vangelo. Questo significa che l’identità cristiana deve essere riconoscibile nelle relazioni e nel quotidiano.
Una vita “degna del Vangelo” è umile, centrata su Gesù, ricca di amore e servizio.
Servizio e responsabilità: il contrario del dominio
Gesù capovolge il significato di Messia asserendo più volte nei vangeli che non è venuto a comandare ma a servire.
Ben diverso è assumere il ruolo di servo addetto alle mansioni più umili: molti potenti farebbero fatica ad accettarlo. Eppure proprio questo potrebbe essere lo scopo di una bellissima provocazione che usa una parola ambigua per indicare una condizione ancor più marginale.
Il bambino a servizio, il lavoro minorile nei panni di uno sguattero; o, ancora peggio, il bambino schiavo, preda di una guerra recente o figlio di schiavi; e allora il verbo “accogliere” sarebbe dirompente: trattarlo non come mano d’opera “a perdere”, ma come un figlio: farsi carico della sua crescita.
Una cittadinanza degna del Vangelo riconosce che il valore di una persona non dipende dal suo potere, dalla sua ricchezza, dalla sua posizione sociale o dalla sua utilità.
L’uguaglianza religiosa delle donne e degli schiavi appartiene già alla prima esperienza della Chiesa di Filippi. La fede cristiana modifica le relazioni perché introduce una fraternità concreta.
Fraternità, diritto e convivenza civile
La crescente conflittualità e violazione dei diritti che segna la convivenza umana a vari livelli, sollecita la ricerca di nuovi “modi” di relazione, che attendono una adeguata espressione anche nel campo giuridico, nei diversi settori del Diritto Pubblico, Privato e Penale, per assicurare una più efficace tutela della persona e dei suoi diritti inviolabili, la comunione tra le persone, i gruppi sociali e i popoli.
Questa prospettiva pone una domanda decisiva: quale spazio può avere la fraternità nella vita pubblica, nel diritto, nell’economia, nelle relazioni familiari e nella gestione dei conflitti?
“I principi di libertà e di uguaglianza”, tradotti nel piano giuridico, hanno rafforzato i diritti individuali, ma non sono sufficienti per assicurare la pacifica coesistenza delle comunità locali, nazionali e internazionale.
Manca infatti la fraternità, il terzo elemento del noto trinomio, rimasta disattesa.
La fraternità può diventare un criterio di applicazione delle norme giuridiche, una prospettiva per la conciliazione, un orientamento per il rapporto tra cittadini e amministrazione e una forma di responsabilità nei confronti dei più deboli.
La responsabilità civica e la cura della casa comune
L’enciclica sociale Laudato si’ affronta numerose questioni legate alla relazione della persona con l’ambiente in cui vive. Nel sottolineare la correlazione di tutte le cose tra loro, Papa Francesco apre vasti orizzonti.
Si può leggere la Laudato si’ come si guardano le prime tele di Brueghel, con le loro folle di personaggi; però in questo caso non sono soltanto i popoli e il mondo rurale a comparire davanti ai nostri occhi: ma sono la città, la strada, e anche la montagna e il mare.
È una umanità reale, felice e infelice, spesso ribelle verso la creazione, una umanità povera e a volte felice allo stesso tempo.
Papa Francesco mette in evidenza le cause etiche e spirituali che spiegano il degrado dell’ambiente. Si riferisce alla “cura della casa comune”.
Se prima “casa comune” ci faceva pensare alla pace e all’uguaglianza nella società, ora Papa Francesco ci invita ad ampliare questo concetto, fino ad abbracciare il mondo intero in chiave ecologica.
La Laudato si’ condanna l’ignoranza della povertà da parte dell’economia e anche le diseguaglianze flagranti; chiede che i mercati siano permeabili alle questioni sociali, denuncia la corruzione e la concorrenza nociva, invita il settore finanziario a mettersi al servizio dell’economia e del bene comune, e deplora l’usura e l’idolatria del denaro.
È necessario ri-orientare il mondo. Papa Francesco invita a “un nuovo stile di vita” che sia conforme a “una ecologia integrale”.
Come enciclica sociale, la Laudato si’ è un testo ricco, che postula anche una riforma della società attraverso soluzioni concrete ancora da identificare e rendere operative.
Coltivare e custodire: una responsabilità umana
“Il mondo proviene da una decisione”, “vi è una scelta libera espressa nella parola creatrice” e “l’essere umano è chiamato a rispettare il creato con le sue leggi interne”: nessuna creatura è priva di valore in sé stessa.
“È importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a ‘coltivare e custodire’ il giardino del mondo.”
Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura.
L’uomo e la natura, in qualche modo, si custodiscono a vicenda.
La Bibbia non dà adito a un antropocentrismo dispotico che non si interessi alle altre creature. C’è un messaggio in tutto ciò che è: “La natura è piena di parole d’amore”.
Le cose hanno un valore in sé stesse. “Non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali ‘risorse’ sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in sé stesse”.
L’amore dell’uomo per la creazione si manifesta anche nelle piccole cose.
Così, un’anima votata a Cristo porta la sua attenzione, senza differenza, tanto alle cose grandi quanto alle più piccole.
Lavoro, partecipazione e santificazione della vita quotidiana
La vita degna del Vangelo non si realizza soltanto nei momenti liturgici o nelle attività esplicitamente religiose. Essa comprende il lavoro, la partecipazione sociale, la cura delle cose, la responsabilità familiare e l’impegno per il bene comune.
La buona novella può vivificare qualsiasi situazione umana. Il lavoro che ci attende è grande. È un mare senza sponde.
L’enciclica sviluppa alcuni temi e prospettive che il fondatore dell’Opus Dei non ha avuto l’opportunità di trattare, almeno con l’ampiezza, il percorso e le metodologie proprie di un documento attuale del magistero sociale.
Invece, evidentemente, altre questioni, come il lavoro, la partecipazione dell’uomo al potere di Dio o la missione di perfezionare la creazione sono molto presenti nell’insegnamento di Josemaría Escrivá.
L’importanza del dogma della creazione, per la vita morale e per quella spirituale; il valore del mondo; la consapevolezza della vicinanza di Dio in ogni momento; il rispetto delle realtà materiali; la cura delle cose, incluso quelle piccole.
L’amore dell’uomo per la creazione si manifesta anche nelle piccole cose. Non ci saranno d’ordinario gesta abbaglianti, ma non mancheranno le occasioni per dimostrare nelle cose piccole e normali il proprio amore a Cristo.
La persona come essere relazionale
La dignità cristiana non è individualismo. La persona si comprende attraverso le relazioni: con Dio, con gli altri, con la comunità, con la città e con il creato.
In primo piano viene la persona, ogni persona, unica, il cui volto, “riflesso della Trinità”, si scopre un po’ per volta.
La centralità della persona impedisce di considerare l’ambiente, l’economia, la tecnica e le istituzioni come realtà separate dalla dignità umana.
Inoltre, la tecnica stessa a volte conduce alla “imposizione di uno stile egemonico di vita”, senza una regolazione giusta, mentre non si riesce a trarre un insegnamento dalle lezioni della crisi finanziaria.
La stessa economia soffre del suo insediamento in teorie preoccupate soltanto per l’obiettivo della massificazione dei profitti a detrimento della persona e dell’ambiente.
“L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme”.
Una cittadinanza degna del Vangelo domanda quindi di verificare se le strutture sociali, economiche e politiche favoriscano oppure ostacolino la dignità della persona.
Il Vangelo nella città: testimonianza e credibilità
I cristiani di oggi sono stati spesso incoraggiati a ideare domande da porre ai non cristiani. Questo può forse stimolare una conversazione sul Vangelo.
Tuttavia, è raro che ci colpisca il netto contrasto con l’insegnamento del Nuovo Testamento. Simon Pietro suggerisce che si aspettava il contrario: credeva che la qualità della vita dei cristiani avrebbe fatto sì che fossero i non cristiani a porre le domande (I Pietro 3:15).
“Che cosa ti fa spiccare?”. “Cosa c’è in te? Perché dici queste cose e fai queste cose?”. “Dimmi perché credi in Dio”, “Chi è Gesù Cristo?”. “Posso essere perdonato?”, “Che cosa significa essere un cristiano?”.
Il Nuovo Testamento non fornisce praticamente alcun consiglio su come testimoniare Gesù Cristo. Eppure, chi può mettere in dubbio l’impatto della testimonianza della Chiesa primitiva?
Che cosa spiega questa differenza? Perché in Occidente abbiamo bisogno di escogitare tecniche per testimoniare Cristo?
Forse la risposta più semplice è che non abbiamo vissuto in modo degno del Vangelo di Cristo.
Abbiamo vissuto in modo troppo poco conforme allo stile di vita, all’atmosfera e all’accento del cielo, dove si trova Cristo.
La differenza riconoscibile di una vita evangelica
Questo è il tipo di cose di cui parla Paolo in Filippesi 1:27. I suoi amici cristiani potevano anche vivere nella colonia romana di Filippi, ma la loro vera cittadinanza era il regno di Dio; dovevano vivere secondo questo stile di vita, pensando al Sermone sul Monte.
E se lo facessero, le persone di Filippi si troverebbero a chiedersi: “Da dove vieni veramente? C’è qualcosa in te - non riesco a definirlo bene - ma è diverso. Non sei proprio di queste parti”.
Anche se vivevo lì, era evidente che in realtà “appartenevo” a un altro posto.
La vita cristiana deve essere una versione del “paradiso in terra”. Non potrebbe esserci privilegio più grande e standard più alto!
La testimonianza più convincente nasce da una vita nella quale il Vangelo è diventato visibile. Non si tratta di costruire un’immagine religiosa, ma di lasciar maturare una forma di esistenza che renda percepibili l’umiltà, la misericordia, la verità, il servizio e la speranza.
La gioia come segno della cittadinanza evangelica
La gioia occupa un posto centrale nella Lettera ai Filippesi. Paolo ringrazia Dio ogni volta che si ricorda dei cristiani di Filippi, pregando sempre con gioia per loro.
Paolo traboccava di gratitudine ogniqualvolta si ricordava di ciò che i Filippesi avevano fatto per lui. Era ovviamente grato ai Filippesi, ma molto di più a Dio, il quale gli aveva mostrato grande bontà attraverso di loro.
Si potrebbe dire che Paolo provava gioia ogni volta che pregava per i Filippesi. È importante notare come il primo riferimento di Paolo ai propri sentimenti o al proprio stato d’animo in questa lettera sia la gioia.
Paolo non parla di un avanzamento personale, perché a lui non interessa e dà per scontato che non importi nemmeno ai Filippesi. La passione che hanno in comune è proprio l’avanzamento dell’evangelo, che ha continuato, per l’appunto, ad avanzare.
La gioia cristiana non coincide con l’assenza di difficoltà. Paolo scrive dalla prigionia, ma la sua situazione non annulla la fecondità della sua missione.
Dio non ha sprecato il tempo che Paolo ha trascorso come prigioniero a Roma. Ugualmente, Dio non spreca mai il nostro tempo, sebbene possiamo sprecarlo noi non comprendendo lo scopo di Dio per le nostre vite in questo momento.
Perseveranza nelle difficoltà
Paolo vuole che i Filippesi sappiano che la benedizione e la potenza di Dio sono ancora con lui nonostante la prigionia. Non si trova al di fuori della volontà di Dio e l’opera del Signore continua ad andare avanti.
Le circostanze che hanno portato all’imprigionamento di Paolo e la sua attitudine nel mezzo di essa hanno fatto sì che fosse chiaro a tutti che non si trattava solamente di un prigioniero come tutti gli altri, bensì di un emissario di Gesù Cristo.
Da questo vediamo che Paolo è stato in grado di ministrare in maniera efficace e portare gloria a Dio anche in circostanze non esattamente ideali. Anzi, non ha avuto bisogno che tutto fosse facile e in ordine per portare frutto.
L’arresto di Paolo portò ai cristiani intorno a lui - coloro che non erano in catene - grande fiducia e franchezza.
- Videro la gioia di Paolo nel mezzo di una tale prova.
- Videro che Dio si prendeva cura di Paolo in tali circostanze.
- Videro che Dio poteva ancora usare Paolo, persino nelle sue catene.
La cittadinanza degna del Vangelo non dipende da condizioni ideali. Essa si manifesta anche quando la vita è segnata da limiti, prove, opposizioni, precarietà o sofferenza.
Il rapporto con chi annuncia il Vangelo
Paolo sapeva che alcuni predicavano solo per “superarlo” nel ministero e promuovere il proprio nome e la propria posizione al di sopra della sua.
Queste persone si rallegravano dell’imprigionamento di Paolo perché credevano che ciò li avvantaggiasse in quella che consideravano essere una gara per la predicazione del vangelo.
Paolo non era così critico o cinico da credere che per ogni buon predicatore ce ne fosse uno con motivazioni sbagliate. Sapeva che c’erano altri che predicavano di buon animo.
Coloro che predicano il vangelo con motivazioni sbagliate sono contaminati dalla contesa, che, sebbene permetta di adoperarsi per il servizio, viene comunque reso non puramente.
L’ambizione non è un aspetto necessariamente negativo; non c’è nulla di sbagliato nel voler essere il meglio di noi stessi per Dio. Tuttavia, l’ambizione egoistica si concentra più sul costruirsi un’immagine di successo, piuttosto che sullo sforzarsi per ottenere il vero successo agli occhi di Dio.
Paolo riesce a non fare della propria persona il centro della missione: “Comunque sia, o per pretesto o sinceramente, Cristo è annunziato; e di questo mi rallegro, anzi me ne rallegrerò anche per l’avvenire”.
La preghiera per una vita degna
Paolo prega che l’amore dei Filippesi abbondi sempre di più, che essi possano discernere le cose eccellenti, essere puri e senza macchia e venire riempiti di frutti di giustizia.
Questa preghiera mostra che la vita degna del Vangelo non nasce da uno sforzo isolato, ma da un processo di trasformazione sostenuto dalla grazia.
È un processo lento, impegnativo e faticoso. La grazia di Dio in Cristo ci fornisce una nuova identità, una identità celeste, e ne consegue che è questa, e non la nostra identità naturale, a determinare tutto ciò che facciamo.
Il credente è chiamato a collaborare con l’opera di Dio, senza trasformare la vita cristiana in un sistema di autosalvezza o in una ricerca di perfezione fondata sull’orgoglio.
La vita di fede, la vita di comunione con Dio e col Vangelo è opera di Dio, non dell’uomo. È dono di Dio, gratuito.
Questa convinzione non elimina la responsabilità personale. Al contrario, rende possibile una risposta libera, perseverante e riconoscente.
La Parola, la fede e la vita
La fede cristiana non è una “religione del Libro”. Il cristianesimo è la religione della “Parola” di Dio, di una parola cioè che non è “una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente”.
La rivelazione è presentata alla luce di Cristo, pienezza di tutta intera la rivelazione. In Cristo è il volto di Dio che finalmente si è manifestato agli uomini.
Il non credente ha bisogno di percepire che la fede non consiste in un insieme di verità disconnesse fra di loro, ma nell’incontro con il Dio vivo che si dona a noi nel Cristo.
La fede cristiana non si riduce quindi all’accettazione intellettuale di una dottrina. Essa comprende l’incontro, l’ascolto, la conversione, la comunione e l’incarnazione del Vangelo nella vita.
La catechesi è invitata a partire dal cuore della fede: in Cristo è il volto di Dio che finalmente si è manifestato agli uomini.
Il nucleo centrale della fede che deve essere annunziata è insieme cristologico, teologico ed antropologico.
In Cristo è rivelato il mistero dell’amore trinitario del Padre e del Figlio nello Spirito, ma è al contempo svelato il “mistero” dell’uomo, del suo fine e della sua salvezza.
Le parabole e la concretezza del messaggio evangelico
La parabola è sempre una similitudine, ma assai più sviluppata e sceneggiata al punto da raggiungere le proporzioni di un racconto, a illustrazione d’una verità religiosa o morale.
La parabola è la forma propriamente originale dell’insegnamento di Gesù e da essa appunto il popolo coglieva la differenza che separava detto insegnamento da quello degli scribi e dei farisei.
Quindi la parabola permetteva di ragionare con i poveri che normalmente, non sapendo leggere, avevano difficoltà ad accedere alle elaborazioni filosofiche.
Le parabole rendono il messaggio accessibile attraverso immagini tratte dalla vita reale. Esse mostrano che il Vangelo non vive in una regione astratta, ma dentro il lavoro, la campagna, le relazioni, il commercio, la famiglia e i conflitti sociali.
Proprio per questa caratteristica la parabola resta valida finché resta l’ambiente socioculturale in cui è nata. Se l’ambiente cambia, la parabola va spiegata e quindi perde il suo valore.
La parabola resta tuttavia una forma di comunicazione che chiede un coinvolgimento personale. Non consegna soltanto una definizione, ma apre un percorso di interpretazione e di conversione.
Comprendere il Vangelo senza ridurlo a regole
Dai vangeli si evince una predicazione di Gesù volta non a stabilire una ortodossia, bensì un cambiamento di mentalità.
Non predica delle regole, ma una conversione, un’apertura agli altri, soprattutto ai più deboli.
La vita degna del Vangelo non è quindi la semplice osservanza esterna di norme. Essa nasce da un cuore rinnovato e diventa riconoscibile nelle decisioni.
Vivere “in modo degno del vangelo di Cristo” non è una questione di tecniche. Comporta lo sviluppo del carattere cristiano.
La vita cristiana deve essere una versione del “paradiso in terra”.
Questo invito è lontano dal legalismo, perché la grazia di Dio in Cristo fornisce una nuova identità e orienta l’esistenza dall’interno.
La conversione come nuovo modo di abitare il mondo
La Quaresima nella nostra tradizione cristiana non ha nulla di arcaico o di terrificante, ma al contrario evoca una particolare stagione della Chiesa in cui la comunità cristiana e i suoi fedeli si sentono particolarmente impegnati in un rinnovato cammino di fede da vivere in compagnia di Gesù.
Consapevoli di essere cristiani molto lontani dall’ideale di santità al quale siamo chiamati per il dono della fede e del battesimo, sappiamo che il cammino di fede è simultaneamente un cammino di conversione.
Questo cammino ci sollecita a morire al peccato e ai suoi compromessi e a risorgere alla vita nuova inaugurata dal Risorto che è fatta di “Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).
Si tratta di un’esperienza di grazia, che nell’ascolto della Parola e nella docilità allo Spirito Santo ci permette di riscoprire “il senso cristiano della vita”, la modalità giusta di comprendere la nostra libertà e il saper fare un uso responsabile di essa.
Il messaggio biblico ci invita a vivere il cammino di conversione e di fede all’insegna della fedeltà a Dio, che con il dono della fede e del battesimo ci ha reso partecipi della sua vita e si attende da noi una collaborazione perché il dono a noi fatto riesca fecondo per la nostra vita e per tutta la comunità umana.
La missione e la disponibilità al servizio
Tutti i battezzati sono “eletti” da Dio, chiamati per il battesimo a essere santi, quale “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato per proclamare le opere meravigliose di Lui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce”.
Quando una persona è consapevole di essere di fronte a Dio che la chiama a svolgere una missione nel suo nome, non può non essere assalita dalla paura, dallo sbigottimento, perché si sente indegna, incapace di svolgere quanto gli viene comandato.
La drammaticità dell’esperienza vocazionale è risolta non per opera dell’uomo, ma per l’intervento di Dio.
L’intervento positivo di Dio che ha trasformato un persecutore della Chiesa in un apostolo testimone della resurrezione di Gesù è indicato dallo stesso Paolo che dice: «Per grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia di Dio in me non è stata vana».
Il miglior modo per prepararsi alla missione è quello di iniziare un vero cammino di discepolato.
La missione non consiste nell’affermare se stessi, ma nel lasciarsi trasformare per diventare disponibili al servizio.
Il Vangelo e la cura dei più deboli
La predicazione di Gesù è un’apertura agli altri, soprattutto ai più deboli.
Quindi Cristo significa non più un potere dominante ma una posizione di servizio verso i deboli e gli oppressi.
La vita cristiana rende visibile questo orientamento quando protegge chi è fragile, accoglie chi è escluso, riconosce chi non conta e si fa carico della crescita di chi è affidato alla comunità.
Il verbo “accogliere” sarebbe dirompente: trattarlo non come mano d’opera “a perdere”, ma come un figlio: farsi carico della sua crescita.
Una cittadinanza degna del Vangelo non può convivere con l’indifferenza verso la miseria, la violenza, la discriminazione o lo sfruttamento.
La Laudato si’ denuncia gli egoismi che si adeguano a situazioni di flagrante miseria e richiama alla vera povertà.
L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme.
La responsabilità per le strutture sociali
La dimensione sociale della fede richiede di guardare non soltanto alle intenzioni individuali, ma anche agli effetti delle strutture economiche, politiche e culturali.
La Laudato si’ lamenta effettivamente la degradazione della qualità di vita nelle città e nelle zone rurali, per esempio, a causa di una cattiva gestione dei rifiuti.
Come enciclica sociale, la Laudato si’ è un testo ricco, che postula anche una riforma della società attraverso soluzioni concrete ancora da identificare e rendere operative.
La centralità del “principio di solidarietà” nel bene comune, del quale fa parte il clima, è legata specialmente all’agricoltura.
Il rifiuto della neutralità dell’oggetto tecnico ricorda che la tecnica tende a dominare. La tecnica stessa a volte conduce alla “imposizione di uno stile egemonico di vita”.
La cittadinanza evangelica chiede quindi un discernimento responsabile sull’uso della tecnica, del denaro, delle risorse e del potere.
La capacità dell’essere umano di trasformare la realtà deve svilupparsi sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio.
Un modo nuovo di intendere la libertà
La vita degna del Vangelo non è un’esistenza passiva. Essa coinvolge la libertà e la responsabilità.
Il Catechismo presenta la dignità della persona umana nella sua relazione con Dio, il fine e la pienezza della vita umana e il valore del comandamento per discernere il bene e il male.
La fede cristiana aiuta a comprendere la libertà non come arbitrio assoluto, ma come capacità di orientare la propria vita verso il bene.
Il cammino di conversione permette di riscoprire “il senso cristiano della vita”, la modalità giusta di comprendere la nostra libertà e il saper fare un uso responsabile di essa.
La responsabilità personale non è separata dalla responsabilità sociale. Ogni scelta incide sulle relazioni, sulla comunità e sull’ambiente umano e naturale.
La Chiesa come comunità visibile del Vangelo
La barca è metafora della Chiesa. Il verbo all’imperfetto ci invita a riconoscere che Gesù continua anche oggi a parlare alla folla attraverso la Chiesa, posta sotto la guida visibile di Pietro.
Quanto gli apostoli faranno nella vita della Chiesa annunciando la “Parola di Dio” non è altro che il prolungamento di quanto ha fatto Gesù nel corso della sua vita.
Egli continua a parlare oggi all’umanità con la luce e la forza del suo Spirito e attraverso i ministri del Vangelo, i missionari.
La Chiesa è chiamata a essere una comunità nella quale la cittadinanza del cielo diventa visibile nelle relazioni terrene.
La sua credibilità dipende dalla corrispondenza tra ciò che annuncia e il modo in cui vive.
La comunità cristiana diventa a sua volta proclamatrice del Vangelo con la vita e con le parole.
La formazione della coscienza cristiana
Per accedere a una conoscenza sistematica dei contenuti della fede, tutti possono trovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica un sussidio prezioso e indispensabile.
Esso costituisce uno dei frutti più importanti del Concilio Vaticano II. Il Catechismo offre una memoria permanente dei tanti modi in cui la Chiesa ha meditato sulla fede e prodotto progresso nella dottrina per dare certezza ai credenti nella loro vita di fede.
La suddivisione in quattro parti - il Credo, i Sacramenti, i Comandamenti, il Padre nostro -, provenendo dal catecumenato della Chiesa antica, preesiste al Catechismo, ma esso vi inserisce un elemento estremamente innovativo.
Ognuna delle parti è, infatti, preceduta da una sezione che la introduce, illustrandone i fondamenti.
La vita in Cristo nasce dalla figliolanza ricevuta nel Battesimo. La dignità della persona umana si comprende nella sua relazione con Dio.
La catechesi non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni, ma accompagnare la persona verso una fede capace di orientare le scelte, le relazioni e l’impegno nel mondo.
La preghiera come comunione e responsabilità
La preghiera cristiana è un portare con gioia i fratelli nel proprio cuore ed è un fare continuamente ricordo di loro.
La preghiera come dono, alleanza e comunione esprime il legame tra la fede e la vita.
Paolo si ricorda dei cristiani di Filippi in ogni sua preghiera e trasforma il ricordo in rendimento di grazie.
Questa impronta è molto importante, ma non è molto frequente nell’uso odierno della nostra preghiera.
La preghiera dei fedeli dovrebbe farci comprendere che la nostra preghiera dovrebbe assumere sempre meglio e sempre più profondamente nel cuore i fratelli, rendendoli partecipi della nostra esistenza.
Si rafforza, così, e si consuma nella preghiera la comunione che nasce dal Battesimo e si fonda sulla vita del Cristo in tutti noi.
Riflessioni personali sulla cittadinanza degna del Vangelo
Essere cittadini degni del Vangelo significa chiedersi se la propria vita abbia davvero lo stesso peso della fede professata.
Significa verificare se il Vangelo orienti il modo di parlare, di lavorare, di consumare, di esercitare l’autorità, di gestire i conflitti e di prendersi cura degli altri.
Significa accettare che la cittadinanza celeste non sia un pretesto per disinteressarsi della terra, ma una responsabilità più grande nei confronti della città degli uomini.
Significa vivere nel mondo senza lasciarsi determinare interamente dai suoi criteri di successo, potere e competizione.
Significa lasciarsi riconoscere non per l’aggressività delle proprie posizioni, ma per la qualità delle proprie relazioni.
Significa imparare a distinguere tra una fede proclamata e una fede incarnata.
Significa comprendere che il servizio non è una posizione subordinata priva di dignità, ma la forma con cui Gesù interpreta la propria missione.
Significa accogliere la responsabilità per la casa comune, perché nessuna creatura è priva di valore in sé stessa.
Significa vivere la santità nelle cose grandi e nelle cose piccole, senza attendere occasioni eccezionali per rendere visibile l’amore.
Significa infine riconoscere che la maturità cristiana non è autosufficienza, ma crescita nella comunione con Dio e con gli altri.
La speranza del compimento
Paolo è persuaso che colui che ha iniziato nei Filippesi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.
Quest’opera non verrà completata nel credente fino al giorno di Gesù Cristo, che nel contesto allude alla seconda venuta di Gesù e alla nostra resurrezione con Lui.
La speranza cristiana è la certezza del futuro di Dio. La certezza cioè che Dio inizia e porta irresistibilmente a termine l’opera che ha iniziato.
Dio non torna indietro, il cristiano lo sa.
Il credente non aspetta l’ultimo giorno con paura, terrore o angoscia; lo aspetta nella gioia e nella pace, sapendo che questo giorno altro non sarà che il perfezionamento dell’opera che Dio ha già iniziato in noi.
Nel futuro, davanti a noi, abbiamo soltanto un Dio che salva, abbiamo soltanto la misericordia, la grazia e la pace che Dio ci ha elargito in Gesù Cristo Signore.
La cittadinanza degna del Vangelo si vive dunque nel tempo presente, ma è orientata verso il compimento dell’opera di Dio.

La vera cittadinanza del cristiano è celeste, ma si esprime nella città degli uomini attraverso la fedeltà al Vangelo, la comunione, il servizio, la cura della creazione, la responsabilità civica e una gioia capace di resistere alle difficoltà.