La pala della Natività collocata nel primo altare a destra della chiesa del Santissimo Redentore è un’opera di Francesco Da Ponte detto Bassano il Giovane, realizzata a olio su tela tra il 1584 e il 1590. Il dipinto misura 690 x 360 cm e inaugura il percorso iconografico dedicato alle principali scene della vita di Cristo, sviluppato attraverso le sei cappelle laterali della chiesa.
L’opera è firmata dall’autore su una pietra sotto la culla del Bambino Gesù: Franciscus a Ponte Bassa. s. Fac. Il ciclo coinvolge anche opere di Tintoretto e Paolo Veronese, creando un itinerario artistico e religioso incentrato sulla vita di Cristo.

Dati essenziali dell’opera
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Autore | Francesco Da Ponte detto Bassano il Giovane |
| Secolo | XVI° |
| Chiesa | Chiesa del Santissimo Redentore |
| Collocazione | Primo altare a destra, nella mappa n° 4 |
| Misure | 690 x 360 cm |
| Tecnica | Olio su tela |
| Firma | Franciscus a Ponte Bassa. s. Fac. |
| Datazione | 1584-1590 |
La Natività nel percorso iconografico della chiesa
Parte dal primo altare a destra il percorso iconografico che rivisita le principali scene della vita di Cristo, che, snodandosi attraverso le sei cappelle laterali della chiesa, coinvolge l’opera di Tintoretto, Paolo Veronese e Francesco Bassano.
La posizione della pala rende la Natività il punto di avvio dell’itinerario dedicato alla vita di Cristo. Il dipinto introduce quindi il visitatore alla sequenza delle principali scene evangeliche rappresentate nelle cappelle laterali.
La firma dell’artista
L’opera è firmata dall’autore su una pietra sotto la culla del Bambino Gesù: Franciscus a Ponte Bassa. s. Fac. La firma è inserita direttamente nella scena della Natività e si trova in prossimità della culla, elemento centrale della rappresentazione.
La chiesa del Santissimo Redentore
La chiesa del Santissimo Redentore è un luogo di culto cattolico della città di Milano, situato in via Giovanni Pierluigi da Palestrina, nei pressi di corso Buenos Aires, nel Municipio 3, sede dell'omonima parrocchia del decanato Venezia della zona pastorale I dell'arcidiocesi di Milano.
Storia dell’edificio
Nel luogo in cui sorge attualmente la chiesa del Redentore esisteva, nella seconda metà del XVI secolo, una cappella, luogo sussidiario di culto della parrocchia di San Babila; a partire dal 1609, secondo la volontà espressa dall'arcivescovo Carlo Borromeo quando era in vita, iniziò l'edificazione di una cappella dedicata alla Madonna di Loreto, che venne terminata nel 1616, anno della sua dedicazione, e adornata di una statua della dedicataria.
Alla fine del XIX secolo, con la costruzione del quartiere nella zona circostante alla cappella, si decise di costruire un più grande luogo di culto; il progetto venne affidato all'ingegnere Luigi Macchi e la prima pietra venne posata nel 1898, dando il via alla costruzione dell'edificio, che terminò nel 1900, anno giubilare della Redenzione, motivo per cui la chiesa, consacrata il 2 giugno dall'arcivescovo di Milano cardinale Andrea Carlo Ferrari, venne dedicata a Gesù Redentore.
Sebbene la struttura fosse terminata, gli arredi vennero installati soltanto negli anni successivi: il campanile venne completato solo nel 1901 e dotato di un concerto di campane nel 1902; l'altare maggiore venne installato nel 1903, mentre l'apparato decorativo ad affresco venne iniziato nel 1924 a partire dall'abside e le vetrate solo a partire dal 1929.
Durante la seconda guerra mondiale, la chiesa venne gravemente danneggiata dai bombardamenti aerei del 1943; negli anni successivi vennero intrapresi importanti lavori di ripristino e di restauro.
Architettura e arte
L'esterno della chiesa del Santissimo Redentore è caratterizzato dalla facciata, che dà su via Giovanni Pierluigi da Palestrina ed è preceduta da un sagrato. Il prospetto è a salienti, con paramento murario in mattoncini rossi ed elementi decorativi in pietra bianca; in corrispondenza di ciascuna delle tre navate interne, si apre un portale leggermente strombato, sormontato da una lunetta musiva (sul portale centrale: Gesù Pantocratore; sul portale di destra: Segni del sacramento dell'Ordine; sul portale di sinistra: Agnus Dei) e da un rosone circolare.
Inoltre, ai lati del portale maggiore, ciascuna entro una propria nicchia, si trovano le statue dei Quattro Evangelisti, realizzate nel 1913. In posizione arretrata, sulla sinistra, si trova la torre campanaria a pianta quadrata, sormontata da una cuspide conica.
All'interno della cella, che si apre su ciascuno dei quattro lati con una monofora a tutto sesto, si trova un concerto di 5 campane in Re♭3 realizzato dalla ditta Ottolina nel 1950 in sostituzione di quello originale, requisito nel 1942.
La struttura interna
L'interno della chiesa è a pianta a croce latina, con aula divisa in tre navate coperte con volta a crociera e divise da arcate a tutto sesto poggianti su pilastri polistili bicromi.
All'inizio della navata laterale di sinistra, si trova la cappella, già battistero, dedicata alla Madonna di Loreto, all'interno della quale è una statua lignea policroma del XVII secolo raffigurante la Madonna col Bambino.
La Natività tra presepe, Eucaristia e Passione
Nel ciclo della chiesa, la Natività costituisce l’apertura del percorso dedicato alla vita di Cristo. Il tema della nascita del Bambino Gesù si collega alla culla rappresentata nella pala e alla firma dell’artista, collocata su una pietra sotto di essa.
Il rapporto tra Natale e Passione viene espresso anche dalla tradizione francescana legata al presepio di Greccio. San Francesco sceglie di rappresentare la scena della natività attraverso l’Eucarestia.
Il Celano, il primo che scrive la vita del Poverello, racconta così l’episodio:
A questo proposito dobbiamo raccontare, richiamando devotamente alla memoria, quello che realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale di nostro Signore Gesù Cristo. C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne.
Circa quindici giorni prima della festa della Natività, il beato Francesco lo fece chiamare, come faceva spesso, e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio l’imminente festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato; come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».
Appena l’ebbe ascoltato, quell’uomo buono e fedele se ne andò sollecito e approntò, nel luogo designato, tutto secondo il disegno esposto dal santo.
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi.
Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello.
In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero.
La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.
Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. (1Cel, XXX, 84-85)
Greccio - Il borgo del presepe
Il significato della Natività nell’arte sacra
«”Io sono il pane della vita e la luce del mondo” , dice Gesù. E poiché nel Cantico Francesco chiama “sorella” la Morte, ecco che il momento estremo del Transito non è una scomparsa ma un autentico dies natalis, il suo vero Natale, la morte come rinascita.
Ecco perché abbiamo scelto questo titolo, ecco il significato profondo nell’ottocentenario della “morte corporale” del santo di Assisi».
La Natività può quindi essere letta come l’inizio di un itinerario che comprende l’intera vita di Cristo. La pala collocata nel primo altare a destra introduce il percorso attraverso la nascita, mentre le altre cappelle ne sviluppano le principali scene.
Il rapporto tra la Natività e la morte nella tradizione francescana
La morte: argomento da evitare? Michele Farina continua l’articolo passando attraverso una breve constatazione sulla posizione che occupa la morte nel nostro tempo: spesso rimossa, molte volte presenza/assenza negata ai bambini (troppo piccoli? Non capaci di portarne il peso? Non in grado di capirla?), quasi sempre detta attraverso circonlocuzioni talvolta troppo astruse… eppure presenza costante e martellante nei notiziari, esibita attraverso crude immagini nella cronaca nera, esasperata per solleticare curiosità e ottenere audience.
Ma il teatro, come nel mondo antico in cui nacque, serve proprio a rendere più umani i fatti della vita, a rendere un po’ più comprensibile ciò che è inafferrabile, a muovere verso la presa di coscienza e l’azione.
E così agisce questo spettacolo, sembra dire fra Marco, quando sottolinea che esso è stato visto anche da un pubblico di soli bambini, i quali non hanno avuto paura, persino nel momento della morte di Francesco.
Sul palco dico: “Così Francesco morì, nudo sulla nuda terra” . C’è questo momento di silenzio assoluto, direi il più difficile per me attore. E dopo qualche secondo mi giro verso il pubblico. C’è un cambio di luci improvviso, e comincio a narrare della nascita di Francesco.
Per cui si parla del papà, della mamma, della sua vita. C’è questo stacco, dopo un momento drammatico. Che è certamente drammatico, perché ogni morte lo è. Ma non tragico
In questa rappresentazione, quindi, si nasconde una via che con semplicità ci aiuta ancora una volta a entrare in contatto con le fragilità, con la fragilità per eccellenza che è la morte, per offrirci un altro punto di vista e accompagnarci nel nostro cammino quotidiano della vita.