Chi me lo fa fare? Parolin e il significato del lavoro tra diplomazia, fede e stanchezza

“Chi me lo fa fare?” è una domanda che nasce dalla distanza tra il lavoro presentato come strumento di realizzazione e l’esperienza concreta di chi si sente sovraccarico, precario e privo di certezze. Il libro di Andrea Colamedici e Maura Gancitano analizza proprio questa frattura, mostrando come il lavoro sia diventato una dimensione totalizzante dell’identità, della moralità e della vita quotidiana.

Il titolo può però rimandare anche a un’altra figura e a un altro contesto: il cardinale Pietro Parolin, chiamato a presiedere il conclave e indicato tra i papabili. I due temi non coincidono, ma il nome “Parolin” e l’espressione “Chi me lo fa fare?” appartengono a due contenuti distinti: da una parte la critica del lavorismo contemporaneo, dall’altra il ruolo diplomatico e istituzionale del cardinale veneto.

“Chi me lo fa fare?”: il lavoro come promessa tradita

In una società che ci vuole sempre più efficienti, creativi e proattivi, l'altro lato della medaglia è il sovraccarico, la depressione, la frustrazione e la stanchezza. Amiamo il lavoro, ce ne sentiamo oppressi, ma per noi è tutto. O sta iniziando a diventare privo di senso?

Efficienti, dinamici, creativi. Ma anche: sovraccarichi, avviliti, depressi. Stanchissimi. Pieni di lavoro. Divisi fra call, impegni familiari e pubbliche relazioni, la luce blu degli smartphone che ci illumina il viso, la notte.

Oppressi dal lavoro ma anche del lavoro innamorati, rapiti, vittime di una sindrome di Stoccolma aziendale. Perché oggi il lavoro è tutto e tutto è lavoro. Eppure, mai come oggi, la sensazione è che questo lavoro non basti.

Mai come oggi, in un mondo post-pandemico che continua a cantare le magnifiche sorti del neoliberismo, lavorare è sembrato altrettanto privo di senso. Una domanda spettrale, allora, ha cominciato ad aggirarsi fra noi: ma chi me lo fa fare?

Chi me lo fa fare di continuare a credere che il lavoro dei sogni arriverà e non mi sembrerà nemmeno più di lavorare? Chi me lo fa fare di continuare a pensare che se mi impegno, prima o poi ce la farò? Chi me lo fa fare di ritenere che non esista un’alternativa?

Il libro di Andrea Colamedici e Maura Gancitano

Andrea Colamedici e Maura Gancitano sono filosofi, scrittori e divulgatori, ideatori di Tlon, scuola di filosofia, casa editrice, libreria-teatro e agenzia di eventi. Insieme al libro, in omaggio un manifesto con una delle frasi scelte dagli autori!

Attraverso esplorazioni storiche e accurate ricognizioni del presente, Maura Gancitano e Andrea Colamedici ci spingono a riflettere sulle origini e gli sviluppi di un concetto, quello di lavoro, sfaccettato e controverso, mettendone in luce i legami con ciò che abbiamo di più sacro, come la religione o la moralità.

Ma ci invitano anche a ribaltare la prospettiva sulle retoriche del privilegio o del merito. E soprattutto ci spingono a immaginare: una soluzione, un mondo in cui sia possibile cambiare.

Ma chi me lo fa fare? diventa allora un atto d’amore verso la nostra finitezza e umanità, verso la nostra stanchezza e la nostra voglia di resistere. Una coraggiosa presa di coscienza per capire finalmente che il lavoro - per quello che oggi l’abbiamo fatto diventare - è una trappola, una a cui dobbiamo a tutti i costi sottrarci.

Ma magari a passo di danza.

Dal lavoro che “vale la pena” al lavoro che consuma

Quando mi sono trasferita a Torino per cominciare lo stage che avrebbe sancito il mio debutto ufficiale nel mondo del lavoro mi sono cercata una casa da affittare. Sapevo che sarei rimasta per 6 mesi, ma non avevo certezze sul potenziale rinnovo del contratto o sulla mia possibile permanenza ulteriore in quell’ufficio o in quella città.

Non avevo mai visto un contratto d’affitto o visitato un appartamento, accompagnata da un agente immobiliare. Non sapevo che domande fare, non sapevo se era normale che mi chiedessero tre mesi di caparra e non sapevo chi doveva pagare l’idraulico nel caso fosse esploso un tubo.

E la cosa divertente (e molto rivelatoria) è che non lo sapevano nemmeno i miei genitori. Mi ero fatta aiutare dal mio fidanzato dell’epoca, che a Torino abitava da qualche anno perché si era trasferito per studiare al Politecnico e che, al contrario di me che avevo frequentato i miei 5 anni d’università a Milano da pendolare, continuando ad abitare a casa mia a Piacenza, aveva un’esperienza un po’ più solida di cosa succedeva nel mondo “vero”.

Che lo spaesamento dei miei genitori di fronte a quell’aspetto pratico e fondamentale della quotidianità di molti fosse così marcato mi era sembrato strambo anche ai tempi, ma ci è voluto del tempo per capire davvero il perché.

Il lavoro dei miei genitori - che era stato “certo” e “fisso” sin da subito e da un’età precoce, per gli standard attuali - occupava da sempre una fetta importante delle loro giornate, ma produceva anche dei benefici tangibili.

Lavoravano, ma pareva ne valesse la pena. Lavoravano, ma esistevano delle certezze materiali di cui tutti quanti potevamo godere, ricompensandoli dell’indubbia fatica che per anni han fatto pure loro.

Mia madre, dopo un paio di mesi dall’inizio del mio stage, giudicava con manifesto scandalo la mia scarsa propensione al risparmio. Nell’universo in cui era abituata a muoversi lei, infatti, c’erano di certo dei sacrifici e delle decisioni da prendere, ma non c’erano affitti da pagare, futuri più incerti della media e bilanci stabilmente in passivo.

Se lavori riuscirai a mantenerti. Se lavori riceverai in cambio il necessario per fronteggiare i tuoi bisogni e gestire oculatamente anche il tuo futuro.

Il fatto che non si rendesse conto che, con un rimborso spese di 500€ mensili - o, più tardi, con uno stipendio da neoassunta di 1.100€ -, il risparmio fosse un lusso è un altro tassello del problema.

Ero di sicuro io che non sapevo farmi valere o che non lavoravo abbastanza, ero io che non sapevo convertire l’istruzione che avevano profumatamente pagato in un impiego degno del mio blasonato ateneo.

E il fatto che la mia azienda avesse un nome importante - uno di quelli che funzionano all’interno di un “ah, sì… siamo molto contenti, mia figlia lavora da…” - tendeva un po’ ad accrescere le dimensioni del paradosso, almeno dal mio punto di vista.

Merito, prestazione e disparità strutturale

Quel che ho scoperto io, specialmente da dipendente, è che non esiste più alcun premio per il delfino che salta meglio e più spesso nel cerchio.

Anzi, la piscina sta diventando sempre più piccola, gli allenamenti sono sempre più estenuanti e, al massimo, se ce la fai ti tocca una sardina, anche se il valore che con le tue competenze stai contribuendo a creare per la tua azienda corrisponde a una carriola piena di bei salmoni grassi.

Per concludere questa confusa parentesi autobiografico-didascalica, direi che i miei genitori hanno conosciuto (per loro e mia fortuna, dato che anch’io ho avuto la possibilità di avvalermi delle risorse di famiglia da loro create e/o ereditate) l’era lavorativa del ne vale la pena.

Noi, con ogni evidenza, stiamo gestendo maldestramente l’epoca del Ma chi me lo fa fare?, che non a caso è anche il titolo (azzeccatissimo) del saggio di Andrea Colamedici e Maura Gancitano.

Ho preso in mano questo libro con la certezza di arrabbiarmi e, devo dire, è in parte accaduto. Ma non tanto per l’inevitabile rispecchiamento in parecchie delle trappole mappate e identificate… il problema è sentirsi ancora inermi e molto piccoli.

Al di là del valore moral-identitario che attribuiamo al lavoro, quello che davvero mi prosciuga di ogni fiducia è l’irraggiungibilità “media” di traguardi che dovrebbero essere (e che per qualche generazione sono stati) ovvi, scontati e basilari.

Uno su mille magari ce la farà anche, ma siamo collettivamente cementati in una situazione di disparità strutturale che nessuno stipendio realistico può scalfire.

L’inaccessibilità degli elementi indispensabili a garantire a una vita “normale” e dignitosa ai tanti - invece che ai pochissimi - è quello che mi fa davvero imbestialire, anche perché quel che ne riceviamo in cambio è un’ansia da prestazione esasperata, l’imputazione al singolo - e alle sue capacità mai sufficienti - di una deformazione diventata sistemica.

Impegnati, anche tu potrai trasformarti nell’eccezione! Guarda qua, il salto al gradino successivo è possibile, basta volerlo davvero!

Il workism e la trasformazione del lavoro in fede

Il libro si apre con una lunga disamina sull’idea di lavoro come mezzo di nobilitazione, come mezzo che permette al singolo di diventare più libero.

I due autori si prodigano nella descrizione di una lunga tesi che costringe il lettore a riflettere sul malsano rapporto che abbiamo con i nostri impieghi, i quali, molto spesso, non ci portano a essere autonomi, ma a renderci schiavi di un’ideologia che, con la perdita delle fede, è stata sostituita dal workism, cioè una sorta di religione che vede la produzione e la fatica messa al di sopra di tutti i valori.

Lo sforzo sostituisce l’identità e diventa lo scopo di vita del singolo. L’impiego si trasforma in qualcosa che permette la realizzazione personale e nient’altro, un semplice mezzo che serve per differenziare chi ce la fa da chi, per sfortune o per mancanza di competenze, non ci riesce.

Gli autori scrivono: “Il workism, il lavorismo di cui sopra, è quello strano spettacolo in cui assistiamo a persone apparentemente felici che dedicano molte più ore al lavoro rispetto a quelle per le quali erano state assunte. Il lavoro si trasforma, in questi casi sempre più diffusi, in una fede religiosa, perché promette identità, trascendenza e comunità.”

Perché ci piace così tanto lasciare che sia il nostro lavoro a definirci? Perché è diventato cool esibire agende fittissime? Perché preferiamo dichiararci esausti piuttosto che rischiare di farci dare dei fannulloni?

Perché è così complicato (se non proprio disdicevole) abitare serenamente il tempo “improduttivo”? Che cosa diamine dobbiamo dimostrare?

Perché è proprio nel lavoro che abbiamo riposto le nostre speranze di affermazione e prestigio? Trova la tua vocazione… e lavorerai sempre?

Il controllo nei luoghi di lavoro

Ma chi me lo fa fare? decide di indagare anche sui luoghi di lavoro e in che modo essi influenzano le persone e le loro azioni.

Andrea Colamedici e Maura Gancitano paragonano idee come l’open space a un Panopticon 2.0, cioè quello strumento di controllo ideato da Jeremy Bentham, il quale propose di inserire al centro di una prigione una torre che permettesse di sorvegliare tutti i carcerati, così, anche se non ci fosse stato un custode nel panopticon, i detenuti si sarebbero limitati con la paura di essere puniti.

Nel caso dell’open space, la possibilità che ci possa essere il capo che circoli nelle stanze, o di un collega che possa controllare il corretto comportamento nelle ore d’impiego, porta l’individuo a vivere con malessere e stress le ore di fatica, in quanto costantemente controllato.

I due autori cercano di evidenziare al lettore tutte le illusioni che fanno parte del nostro rapporto con il lavoro, mostrando come è diventato un fattore totalizzante nelle nostre vite.

In che modo, da soli, abbiamo deciso di farci possedere, in che modo abbiamo scelto che lo “sfinimento” potesse essere un valore e non qualcosa da cui sfuggire.

Oltre la domanda: immaginare un altro rapporto con il lavoro

Che senso ha continuare a raccontarci il lavoro come leva di riscatto e progresso, come strumento aspirazionale che ci permetterà di realizzare i nostri sogni e di raggiungere benessere e sicurezze, quando ci confrontiamo invece con una realtà che del lavoro ci restituisce solo la sfiancante sensazione di essere ostaggi (più o meno consapevoli o consenzienti) di forze che non controlliamo e che rendono il “campo da gioco” così iniquo e impari?

È la domanda che anche in Ma chi me lo fa fare? rimane comprensibilmente aperta. E credo sia la domanda fondamentale attorno alla quale dovremmo aggregarci, magari dopo aver chiarito meglio - come può aiutarci a fare questo saggio - il percorso che ci ha portati a formularla.

Ma chi me lo fa fare?, anche se pieno di domande e di dubbi, non si perde in soli interrogativi, ma cerca, pure con delle semplici soluzioni, di passare dalla teoria alla pratica, indicando, senza vergogna, il re nudo che tutti vedono, ma di cui nessuno parla.

“Abbiamo bisogno di un risveglio collettivo del desiderio, un reincantamento del mondo: perché c’è il potenziale per rendersi conto che il lavoro non è solo l’industria, non è soltanto l’atto di produrre, trasformare, ma è anche l’arte di ricreare la vita, di rigenerarla.”

Trascinando i piedi mentre ci rimettiamo davanti al computer e, almeno nelle nostre più sovversive fantasie, erigiamo barricate impilando schiscette ancora piene… perché sai, la call s’è un po’ allungata, non ho fatto in tempo a pranzare. Progetto bellissimo, però.

Pietro Parolin: il cardinale al centro del conclave

Il conclave che si apre il 7 maggio sarà presieduto dal cardinale Pietro Parolin. Spetterebbe in teoria al Decano del collegio cardinalizio, che è Giovanni Battista Re, o al Sottodecano, Leonardo Sandri: entrambi hanno più di 80 anni e non potranno entrare in conclave, come previsto dalla norma che esclude i cardinali ultraottantenni dal voto.

Toccherà quindi a Parolin assumere la presidenza dell’assemblea, per effetto di una scelta del 2018 di papa Francesco. Il suo ruolo sarà centrale.

A nome del collegio, Parolin rivolgerà al nuovo papa eletto le due domande rituali: se accetta l’elezione e quale nome intende assumere.

È una scena diventata familiare anche grazie al film Conclave, uscito da poco, dove il personaggio che presiede l’assemblea elettiva è il punto di osservazione di tutto ciò che accade nella Cappella Sistina, sede delle votazioni.

Se avesse ragione chi lo dà favorito tra i papabili, Parolin in teoria si troverebbe in una situazione poco agevole, visto che dovrebbe non solo fare le domande ma anche rispondere: nella pratica però sarebbe un altro cardinale a fargliele.

Questo ruolo di “gestore” del conclave non è in ogni caso l’unico motivo per cui il suo nome è molto citato in questi giorni.

La carriera diplomatica di Parolin

Per oltre dieci anni Parolin è stato il Segretario di Stato, la carica che in Vaticano è paragonabile a quella di un primo ministro con una estesa delega agli Esteri.

Da responsabile della diplomazia, ha gestito dossier molto complessi, conosce a fondo le logiche della curia vaticana e ne ha condiviso le trasformazioni negli anni di Francesco.

Lo ha fatto con uno stile molto riservato, che è inevitabile avere in un ruolo come il suo.

A differenza del papa argentino, però, Parolin non ha mai avuto una parrocchia, perché ha passato l’intera carriera nella diplomazia.

Pietro Parolin è nato nel 1955 a Schiavon, un piccolo paese in provincia di Vicenza. La madre era maestra elementare e il padre, morto quando lui era adolescente, aveva un negozio di ferramenta.

Ha sempre raccontato quel lutto come un momento decisivo per la sua vocazione. Dopo il seminario a Vicenza ha studiato diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana ed è poi entrato nell’Accademia ecclesiastica, la scuola diplomatica del Vaticano.

Parla correntemente inglese, francese e spagnolo. Le sue prime sedi di lavoro nella diplomazia vaticana sono state Nigeria e Messico, dove si è occupato delle relazioni tra Stato e Chiesa.

Nei primi anni ha seguito, tra le altre cose, le trattative per il riconoscimento legale della Chiesa cattolica in Vietnam.

Nel 2009 è stato nominato nunzio apostolico - si chiamano così gli ambasciatori dello Stato del Vaticano all’estero - in Venezuela, in una fase particolarmente difficile nei rapporti tra la Chiesa e il governo di ispirazione marxista di Hugo Chávez.

Per sintetizzare quanto fatto in Venezuela ha usato una volta l’espressione “neutralità positiva”, per definire un atteggiamento che rifiuta l’opposizione frontale e cerca spazi di dialogo anche dove sembrano non esserci.

È un’impostazione che richiama la cosiddetta “Ostpolitik” (“politica orientale”) vaticana, l’approccio diplomatico messo a punto dal cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato durante il pontificato di Giovanni Paolo II, con cui la Chiesa cercò di mantenere una presenza nei paesi dell’Est anche sotto i regimi comunisti.

Il ruolo di Parolin durante il pontificato di Francesco

Nel 2013, pochi mesi dopo l’elezione di Francesco, Parolin fu nominato Segretario di Stato.

L’anno successivo ebbe un suo primo personale successo gestendo i negoziati segreti, e passati inosservati fino alla fine, che dopo più di cinquant’anni portarono al ripristino delle relazioni bilaterali tra le delegazioni di Cuba e Stati Uniti.

Il quotidiano britannico Guardian all’epoca descrisse quell’operazione come il «più grande successo per la diplomazia del Vaticano da almeno 30 anni».

Anni dopo Parolin chiarì il principio che, almeno secondo lui, è alla base di quel risultato e in generale dell’azione diplomatica vaticana: «La diplomazia della Chiesa cattolica è una diplomazia di pace. Non ha interessi di potere: né politico, né economico, né ideologico.

Per questo può rappresentare con maggiore libertà agli uni le ragioni degli altri e denunciare a ciascuno i rischi che una visione autoreferenziale può comportare per tutti».

L’accordo tra Vaticano e Cina

Più rilevante, ma anche molto controversa, è stata la gestione dei rapporti con la Cina, che dopo anni di trattative sotto papa Francesco ha portato a un accordo firmato nel 2018, poi rinnovato altre tre volte.

I contenuti sono formalmente segreti, ma si sa che riguardano soprattutto il processo di nomina dei vescovi in Cina: fino a quel momento era il regime cinese a sceglierli senza il consenso del Vaticano, mentre con l’accordo la nomina è diventata almeno formalmente concordata.

Tra il 2018 e il 2024 sono stati designati in questo modo undici vescovi: sei nei primi due anni, tre a gennaio del 2023, uno a giugno del 2024 e uno ad agosto del 2024.

In almeno due casi la Cina ha violato l’accordo nominando unilateralmente un vescovo.

L’agenzia AsiaNews ha raccontato che questa procedura si è ripetuta anche nei giorni scorsi, quando il governo cinese ha nominato due vescovi in modo decisamente irrituale vista l’assenza di un papa: sono tutti atteggiamenti interpretati come un segnale di quanto il governo cinese voglia mantenere e mostrare una grande indipendenza in quest’ambito.

Papa Francesco ha voluto fortemente questo accordo, considerandolo in ogni caso un passo avanti per garantire l’unità della Chiesa cinese, che è sottoposta a grandi pressioni politiche.

Ma l’intesa è stata anche fortemente criticata all’interno della Chiesa, e con essa Parolin che ne è stato l’artefice.

Il cardinale emerito di Hong Kong, Joseph Zen, lo ha accusato di “svendere” i cattolici al controllo del Partito comunista cinese.

«Ero tra coloro che applaudivano la decisione di Francesco di nominare Parolin Segretario di Stato», ha scritto Zen nel 2018. «Ma ora penso che si preoccupi meno della Chiesa che del successo diplomatico».

Sull’intesa Parolin ha detto che «ogni passo, anche piccolo, è meglio di uno scontro frontale».

E di recente ha spiegato che la Chiesa ha chiesto alla Cina «che i cattolici possano essere cattolici»: in Cina i cattolici sono stati perseguitati per decenni (e in parte lo sono ancora).

La guerra in Ucraina e la linea diplomatica

Tra i dossier più sensibili gestiti da Parolin in questi ultimi anni c’è anche la guerra in Ucraina, rispetto alla quale la posizione del Vaticano è stata oggetto di critiche e interpretazioni contrastanti.

A marzo dello scorso anno fu accolta molto negativamente un’intervista di papa Francesco alla televisione svizzera in cui suggeriva l’idea che l’Ucraina potesse «avere il coraggio della bandiera bianca».

Parolin dovette poi spiegare che l’intento del Pontefice non era invocare la resa, ma sollecitare la ricerca di un negoziato: «L’appello del Papa è che si creino le condizioni per una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura.

In tal senso è ovvio che la creazione di tali condizioni non spetta solo ad una delle parti, bensì ad entrambe, e la prima condizione mi pare sia proprio quella di mettere fine all’aggressione».

Parole che al contrario, nel lessico della diplomazia vaticana, sembrarono una condanna piuttosto esplicita della Russia.

Le posizioni sui temi morali e le vicende interne al Vaticano

Parolin non è noto per la sua ricerca teologica, e sui temi di morale più discussi all’interno della Chiesa ha da sempre una linea prudente e diplomaticamente ortodossa.

Dopo la dichiarazione del dicastero per la Dottrina della fede che nel dicembre 2023 ha aperto alla possibilità di benedizioni per coppie dello stesso sesso, ha spiegato che si tratta di «un gesto pastorale, non un’approvazione morale né un sacramento».

In passato aveva definito «una sconfitta per l’umanità» l’esito del referendum irlandese del 2015 che legalizzava il matrimonio tra coppie omosessuali.

Negli ultimi anni la Segreteria di Stato è stata anche al centro di un caso che ha riguardato il cardinale Angelo Becciu, che è stato il vice di Parolin.

Becciu è stato processato e poi condannato per irregolarità nella compravendita di un immobile a Londra e nei giorni scorsi ha rinunciato a partecipare al conclave.

È una vicenda che non ha coinvolto direttamente Parolin, ma ha avuto effetti sul suo ufficio.

Nel 2021 papa Francesco trasferì la gestione degli investimenti finanziari e dei beni immobili di proprietà della Segreteria di Stato a un altro ufficio, quello dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), togliendo di fatto autonomia finanziaria all’ufficio guidato da Parolin.

Perché Parolin è considerato papabile

Il fatto che in questi giorni Parolin sia indicato come papabile si deve alla sua vicinanza a Bergoglio, sulle cui riforme ha detto che «non ci potrà essere una inversione di marcia».

Ma contano anche la sua esperienza da diplomatico e uno stile meno appariscente del papa di cui è stato collaboratore, doti che possono essere ritenute necessarie da quei cardinali che ritengono che il nuovo pontefice debba far metabolizzare il lavoro avviato dallo stesso Bergoglio più ancora che proseguirlo.

Ma anche che Parolin presieda il conclave è in pratica una scelta non scontata di papa Francesco: spetterebbe, vista l’età di Decano e Sottodecano, al cardinale più anziano per nomina appartenente all’Ordine dei vescovi titolari, che sono quelli di una delle sette diocesi suburbicarie, cioè intorno a Roma.

Nel 2018 e nel 2020 il papa nominò Parolin e altri 4 cardinali come membri dell’Ordine (i cardinali sono divisi in tre ordini: diaconi, presbiteri e vescovi) e in deroga decise che venivano equiparati ai vescovi titolari, che al momento sono 12 ma solo 3 elettori: Parolin, Louis Antonio Tagle e Robert Francis Prevost.

La carriera diplomatica e l’elezione al papato

Se si guarda alla statistica è piuttosto frequente che un papa arrivi dalla carriera diplomatica: è stato così per Paolo VI e Giovanni XXIII.

È invece raro che sia eletto un Segretario di Stato: l’ultima volta successe con Eugenio Pacelli, diventato Pio XII nel 1939, ma prima di lui bisogna risalire al cardinale Giulio Rospigliosi, divenuto Clemente IX nel 1667.

Probabilmente la cosa si deve anche al fatto che i Segretari di Stato vengono identificati con i papi da cui sono stati scelti. O al fatto che il loro potere gli ha attirato troppe inimicizie tra chi li dovrebbe eleggere.

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