Causa dell’infiltrazione all’ospedale Madre Teresa di Calcutta di Monselice

Le infiltrazioni registrate all’ospedale “Madre Teresa di Calcutta” di Monselice non sarebbero state provocate direttamente dalla pioggia, ma dal cedimento di una grossa condotta idrica sottoposta a un collaudo con acqua immessa a una pressione molto più elevata del normale. Il problema avrebbe interessato soprattutto il Pronto soccorso, dove l’acqua avrebbe invaso due ambulatori e una stanza dell’area “verde”.

L’Usl 17 aveva confermato la presenza di «alcune perdite di lievi proporzioni», spiegando che a cedere erano state alcune tubature destinate ai lavaendoscopi. L’apparecchiatura di Endoscopia era stata installata solamente da pochi giorni e i tecnici stavano effettuando test di pressione per verificarne il funzionamento e la tenuta.

Che cosa è successo al Pronto soccorso

«Piove dentro il Pronto soccorso e alcune stanze sono finite abbondantemente sott’acqua»: la segnalazione arriva anonima da un utente dell’ospedale “Madre Teresa”, scandalizzato da quanto ha visto succedere all’interno dell’ospedale durante le ore di intensa pioggia fra mercoledì e ieri.

E a quanto pare la segnalazione è tutt’altro che infondata. In concomitanza con le intense precipitazioni degli ultimi due giorni, in Pronto soccorso si è registrato effettivamente qualche problema.

Il meteo però, secondo la spiegazione che ha dato l’Usl 17 interpellata sulla segnalazione giunta al mattino, non sarebbe la causa delle perdite: tra la notte e la mattinata di ieri, infatti, una grossa condotta idrica avrebbe ceduto in seguito al collaudo: per valutarne la tenuta è stata immessa acqua a pressione molto più elevata del normale e sono così “venuti a galla” i punti deboli, da rinforzare per evitare futuri guai.

Fin qui l’informazione dell’Usl. Sembra però, e qui torniamo alle voci non ufficiali, che le perdite nella zona del Pronto soccorso siano state imponenti, al punto da aver inondato due ambulatori, arrivando persino a danneggiare anche alcune strumentazioni.

In una stanza, all’interno dell’area “verde” del Pronto soccorso, sarebbe caduta così tanta acqua che il locale è stato chiuso per l’intera giornata di ieri. Il cedimento sarebbe avvenuto in assenza di pazienti e in ogni caso non ha compromesso l’attività della struttura d’emergenza dell’Usl 17.

Infiltrazione d’acqua nel Pronto soccorso

Le altre zone interessate dalle perdite

Altre perdite si sarebbero verificate nell’area radiologica e negli spogliatoi del personale, dove sarebbero state poste delle bacinelle a raccogliere il gocciolio. In settimana, invece, alcuni problemi agli scarichi avevano fatto registrare fuoriuscite di acqua nel bagno del pubblico.

Interpellata, l’Usl conferma che effettivamente l’ospedale è stato teatro «di alcune perdite di lievi proporzioni»: a cedere sarebbero state alcune tubature destinate ai lavaendoscopi.

L’apparecchiatura di Endoscopia è stata installata solamente da pochi giorni (prima era in funzione all’ospedale di Monselice) e in queste ultime ore i tecnici erano impegnati in alcuni test di pressione.

La spiegazione tecnica dell’Usl

Il cedimento della condotta sarebbe emerso durante una verifica tecnica finalizzata a controllare la resistenza dell’impianto. Per valutare la tenuta è stata immessa acqua a pressione molto più elevata del normale, facendo emergere i punti deboli della rete.

Secondo la spiegazione fornita dall’Usl 17, tali punti avrebbero dovuto essere rinforzati proprio per evitare problemi futuri. Le infiltrazioni, quindi, sarebbero state collegate alla fase di collaudo dell’impianto e non a un semplice ingresso di acqua piovana dalla copertura dell’edificio.

Zona dell’ospedaleProblema segnalato
Pronto soccorsoAcqua in due ambulatori e in una stanza dell’area “verde”
Area radiologicaPerdite e gocciolamento
Spogliatoi del personalePerdite raccolte con bacinelle
Bagno del pubblicoFuoriuscite d’acqua legate a problemi agli scarichi
Area di EndoscopiaCedimento di tubature destinate ai lavaendoscopi durante i test di pressione

Disagi e conseguenze sull’attività sanitaria

In una stanza dell’area “verde” l’acqua caduta sarebbe stata così abbondante da rendere necessaria la chiusura del locale per l’intera giornata. Alcune strumentazioni avrebbero inoltre subito danni a causa dell’acqua.

Nonostante le perdite, il cedimento sarebbe avvenuto in assenza di pazienti e non avrebbe compromesso l’attività della struttura d’emergenza dell’Usl 17.

Le conseguenze riportate riguardavano quindi alcuni locali e alcune apparecchiature, senza una sospensione complessiva dell’operatività del Pronto soccorso.

Le infiltrazioni nella hall e all’ingresso

La stessa Usl, in fatto di perdite e infiltrazioni, segnala come invece nella grande hall e all’ingresso del “Madre Teresa” siano state sistemate tutte le guarnizioni e le tombinature che, nei primi giorni di vita della struttura (compreso il giorno dell'inaugurazione), in presenza di piogge avevano fatto entrare più di qualche goccia d’acqua.

Questi interventi riguardavano quindi problemi distinti rispetto al cedimento delle tubature dell’area di Endoscopia. Le guarnizioni e le tombinature della hall e dell’ingresso erano state sistemate dopo le infiltrazioni osservate nei primi giorni di vita dell’ospedale.

Perché l’ospedale porta il nome di Madre Teresa

Matteo Buda, ortopedico presso l’Ospedale Madre Teresa di Calcutta di Monselice (Padova), lavora in una struttura che porta il nome della religiosa fondatrice della Congregazione delle Missionarie della Carità.

Il nome dell’ospedale richiama una figura storica legata all’assistenza agli ultimi, ai malati e alle persone abbandonate. Il 5 settembre 1997, moriva a 87 anni Madre Teresa di Calcutta, la suora dei poveri fondatrice della Congregazione delle Missionarie della carità, proclamata santa da Papa Francesco il 4 settembre 2016.

La piccola grande suora che divenne icona del cattolicesimo si chiamava Anjeza Gonxha ("Bocciolo di fiore") Bojaxhiu. Il suo percorso con la fede iniziò lontano dall’India, e precisamente dai Balcani, dove ancora ragazzina già si prodigava per i poveri.

Un percorso cominciato dal Santuario della Madonna Nera di Letnice (vicino a Skopje, in Macedonia) nel quale, a soli 12 anni, Anjeza sentì la sua chiamata. E che fu rafforzato dall’eccezionale tempra della madre Drane.

Dall’Albania all’India

Sulla scia dei racconti di missionari gesuiti nel Bengala, che da piccola la incantavano, Anjeza completò il suo il noviziato presso le suore lauretane a Darjeeling, ai piedi dell’Himalaya, dove imparò inglese e bengali e si impratichì come infermiera.

Per il nome da consacrata scelse di ispirarsi alla mistica francese Teresa di Lisieux, santa umile per eccellenza. Soprannominata "Mamma Loke" da amici e parenti, Madre Tersa era una donna altruista e molto devota: "Bisogna fare il bene senza mettersi in mostra, con la stessa naturalezza di quando si lancia un sasso nel mare", ripeteva.

Aveva anche vedute moderne in rapporto ai suoi tempi e al suo ambiente: per i tre figli volle infatti un'istruzione superiore alla media, e di pari livello tra il maschio e le due femmine. Alla morte del marito Kole, facoltoso imprenditore, i conti della famiglia finirono in rosso e Drane organizzò in casa un piccolo laboratorio di cucito e ricamo.

Vi lavorò in seguito anche la figlia Aga, ex annunciatrice di Radio Tirana fatta licenziare dal regime comunista albanese di Enver Hoxha per le sue parentele scomode: il fratello Lazar, rifugiato illegale nell’Italia "capitalista", e la sorella minore Anjeza (la futura Teresa), esule dall’Albania a 18 anni per farsi suora e dunque - per il governo - "spia del Vaticano".

Era l'inizio di una nuova vita, che però madre e sorella potevano seguire solo da lontano: infatti, le due donne vivevano blindate in Albania, sotto l'occhio vigile della dittatura.

Per 45 anni il regime avrebbe rintuzzato ogni sforzo diplomatico compiuto dalla celebre Teresa per farle estradare ("Non sono in grado di affrontare un viaggio all'estero", la motivazione ufficiale) o almeno poterle riabbracciare.

La “chiamata nella chiamata” a Calcutta

Teresa era diventata direttrice di un collegio cattolico a Entally, nei pressi di Calcutta (oggi Kolkata), ma il ruolo le stava stretto: al di là delle mura dell'edificio il suo sguardo indugiava sugli slum, le baraccopoli con bimbi nudi e sporchi, lebbrosi, storpi e moribondi agonizzanti sui marciapiedi.

Poi una notte, in viaggio verso Darjeeling per gli esercizi spirituali, ebbe la "chiamata nella chiamata": a quei reietti ignorati da tutti avrebbe dedicato la sua vita.

Nel 1948 la firma di Pio XII la autorizzava a vivere fuori dal convento, e lei subito rimpiazzò il nero abito lauretano con un sari di cotone bianco bordato d’azzurro, la semplice veste delle donne indiane.

Un'infarinatura di medicina presso un ospedale, ed eccola avventurarsi nell'inferno dello slum di Motijhil.

Madre Teresa tra i poveri di Calcutta

I primi strumenti di lavoro furono acqua e sapone per lavare bambini, vecchi piagati e donne sofferenti; ma anche la mano tesa con cui andava in giro mendicando cibo e medicine per loro.

Dopo pochi giorni Teresa aprì una scuola improvvisata sotto un albero, scrivendo lettere e numeri per terra con un bastoncino.

La prova più impegnativa, però, furono le strade. Il primo rifiuto umano che tolse dal marciapiede - avrebbe ricordato anni dopo - fu una donna malata e lasciata in un angolo a morire: "Giaceva a terra, mangiata per metà da topi e formiche: l'odore del suo corpo era così forte che stavo per vomitare. La portai su un carretto all'ospedale: non volevano accettarla, se la tennero solo perché mi rifiutai di andarmene finché non l'avessero ricoverata".

La nascita delle Missionarie della Carità

Sottoposta a una corvée giornaliera fisicamente ed emotivamente durissima, ogni tanto la giovane suora ripensava alla vita sicura del suo convento, ma tirava dritto.

Arrivarono i primi volontari, poi qualche piccolo gesto di attenzione da parte della municipalità. L'inizio di tutto fu un budget di 5 rupie.

Tanto che, nel 1950, con un decreto della Santa Sede nasceva la Congregazione delle Missionarie della Carità: con un contorno di sole 12 consorelle e di uno stile di vita sobriamente francescano, nasceva così ufficialmente anche "Madre" Teresa.

In seguito oboli e donazioni avrebbero toccato cifre a 9 zeri, mentre la piccola albanese rivelava carisma e talento da vero manager umanitario.

In quegli anni Madre Teresa fece costruire Casa Kalighat per i morenti (o Nirmal Hriday, Casa dei "Puri di cuore") che offriva ai malati incurabili rifiutati dagli ospedali un posto dove morire con dignità secondo i riti della propria fede.

Le suore allestirono l'istituto nella casa del diavolo, ovvero un ex ostello di pellegrini della nera e crudele dea induista Kalì, messo a disposizione dal Comune e subito imbiancato per cancellare dalle pareti sporcizia e sangue.

Ospizio, non ospedale

Un equivoco fondamentale è la convinzione che Madre Teresa gestisca ospedali. Le Missionarie della Carità, l'ordine da lei fondato, non gestiscono ospedali, ma case per i moribondi, mense, dispensari, orfanotrofi e centri per i senzatetto, i disabili e le vittime di disastri.

La distinzione è fondamentale. Gli ospedali si concentrano sui trattamenti curativi, mentre gli ospizi offrono conforto e dignità ai morenti.

Quando Madre Teresa aprì il suo primo ospizio nel 1952, le moderne cure palliative non esistevano ancora. Il primo hospice moderno (che include le cure palliative) fu fondato solo nel 1967 dall'infermiera britannica Cicely Saunders.

Il termine stesso di "cure palliative" è stato coniato solo nel 1974, e la Scala analgesica a tre fasi dell’OMS che ha standardizzato la gestione del dolore, è stato introdotto solo nel 1986, 34 anni dopo che Madre Teresa aveva iniziato il suo lavoro.

L'ex madre superiora delle Missionarie della Carità, suor Mary Prema Pierick, chiarisce la questione dicendo: "La Madre non ha mai avuto ospedali; abbiamo case per coloro che non sono accettati in ospedale. L'attenzione delle suore e dei volontari si concentra sull'alimentazione e sulla fasciatura, perché molti arrivano con ferite.

La sua missione non è mai stata quella di curare le malattie, ma di assicurare agli abbandonati e ai morenti dignità, amore e conforto nei loro ultimi momenti. Valutare il suo lavoro con gli standard odierni è un anacronismo.

Le condizioni sociali e sanitarie di Calcutta

L'opera di Madre Teresa deve essere compresa nel contesto dell'India post-indipendenza, che stava subendo gli effetti devastanti della divisione civile, del collasso economico e della povertà diffusa.

Calcutta stava affrontando un grave declino economico, con la chiusura di importanti industrie, che aveva provocato una disoccupazione di massa e la mancanza di case. Molti dei moribondi da lui assistiti erano già stati allontanati dagli ospedali.

L'affermazione di Hitchens secondo cui le strutture di Madre Teresa erano antigieniche e simili a una prigione ignora il contesto storico dell'India post-indipendenza.

Calcutta, soprattutto negli anni '70 e '80, ha dovuto affrontare gravi difficoltà economiche, esacerbate dalla spartizione del 1947, che ha lasciato milioni di sfollati.

Come ha osservato la corrispondente estera Mary Anne Weaver, la città aveva uno degli standard di vita urbani più bassi al mondo, con oltre il 70% della popolazione che viveva in povertà.

Le famiglie sopravvivevano con appena 34 dollari al mese, mentre 200.000 mendicanti si contendevano lo spazio sui marciapiedi accanto a 20.000 risciò trainati a mano.

Gli ospedali della regione spesso rifiutavano di ricoverare gli indigenti, lasciandoli senza un posto dove andare. Le case di Madre Teresa offrivano un'alternativa: un luogo dove le persone potevano ricevere cibo, riparo e dignità.

Il fatto che non fossero istituzioni mediche moderne è irrilevante; non sono mai state pensate per esserlo.

La controversia sugli antidolorifici

Un'accusa comune è che Madre Teresa abbia deliberatamente negato gli antidolorifici ai moribondi per farli soffrire.

Questa affermazione è nata dalla presentazione da parte di Hitchens di un articolo del dottor Robin Fox apparso su The Lancet, in cui si notava la mancanza di antidolorifici forti nelle loro case.

Tuttavia, Fox ha anche elogiato le Missionarie della Carità per la loro politica di porte aperte, l'igiene e le cure compassionevoli. Ha riconosciuto che in passato molti pazienti venivano respinti dagli ospedali.

Fox non ha affermato che il sollievo dal dolore è stato deliberatamente negato, ma che non erano disponibili forti analgesici.

Le ragioni erano sistemiche. Il governo indiano aveva gradualmente inasprito le leggi sull'oppio dopo l'indipendenza (1947), limitando l'oppio per uso generale e quasi medico.

In seguito alla Conferenza sull'oppio di tutte le Indie del 1949, tra il 1948 e il 1951 vi fu una rapida soppressione dell'oppio in base alla legge sulle droghe pericolose (1930) e alla legge sulle droghe e i cosmetici (1940).

Nel 1959, la vendita dell'oppio fu completamente vietata, tranne che per scopi scientifici o medici. Successivamente, il Narcotic Drugs and Psychotropic Substances Act (1985) ha limitato fortemente l'uso degli oppiacei, anche per scopi medici.

La morfina e analoghi antidolorifici scarseggiavano, persino negli ospedali. I medici che hanno risposto alla critica di Fox su The Lancet hanno notato che in India le possibilità di alleviare il dolore sono limitate a causa della mancanza di medici e infermieri formati in cure palliative, delle restrizioni governative sulla distribuzione degli oppioidi e delle poche alternative disponibili per la gestione del dolore.

Lungi dall'essere sadici, Madre Teresa e le sue suore hanno fatto ciò che potevano con le risorse a loro disposizione. L'uso di antidolorifici più deboli, come il paracetamolo, smentisce l'idea che la sofferenza fosse intenzionalmente prolungata.

Le accuse sulla qualità dell’assistenza

Ricercatori, medici e giornalisti hanno messo in discussione il modo di prendersi cura dei malati, i suoi contatti politici e, soprattutto, la gestione sospetta delle enormi somme di denaro che ha ricevuto con le donazioni.

A scalfirne il mito però ci aveva pensato Christopher Hitchens. Nel suo libro “La posizione della missionaria”, uscito nel 1995, e nel documentario Hell's Angel, il giornalista britannico criticava aspramente l’operato di Madre Teresa sostenendo che la futura santa non fosse tanto un’amica dei poveri quanto della povertà: “Lodava la povertà, la malattia e la sofferenza come doni dall'alto, e diceva alle persone di accettare questi doni con gioia”.

Nel giugno del 2001, Hitchens fu chiamato da padre David O’Connor dell’Arcidiocesi di Washington a rendere la sua testimonianza nella causa di beatificazione di Madre Teresa.

Nel suo intervento, Hitchens disse: “La sua celebre clinica di Calcutta in realtà non era che un ospizio primitivo, un posto dove la gente andava a morire, un luogo dove le cure mediche erano poche, quando non addirittura inesistenti”.

Hitchens non fu il solo a denunciare la scarsa qualità delle cure che Maria Teresa dispensava ai malati in India. Anche le riviste mediche The Lancet e British Medical Jornual segnalarono le cattive condizioni di vita dei pazienti.

Al momento della sua morte, la missionaria aveva aperto 517 missioni per accogliere i poveri ed i malati in più di 100 paesi. Le missioni però sono state descritte come "case per moribondi" da parte di medici che le hanno visitate.

La sofferenza redentiva e le interpretazioni controverse

Hitchens cita spesso una frase attribuita a Madre Teresa: "Penso che sia molto bello per i poveri accettare la loro sorte, condividerla con la passione di Cristo". Questo, sostiene, dimostra che la donna glorificava la sofferenza.

Tuttavia, la teologia cattolica sulla sofferenza è spesso fraintesa. Il concetto di sofferenza redentiva sostiene che il dolore, se associato alla sofferenza di Cristo, può avere un valore spirituale.

Tuttavia, questo non significa che la sofferenza debba essere cercata o inflitta. Le Missionarie della Carità dedicano la loro vita ad alleviare la sofferenza, offrendo cibo, alloggio e cure agli abbandonati.

Se Madre Teresa credeva che la sofferenza dovesse essere sopportata senza sollievo, perché somministrava antidolorifici nelle loro case?

Suor Mary Prema Peierick ha chiarito ulteriormente la questione: "La Madre non ha mai voluto che una persona soffrisse per il gusto di soffrire. Al contrario, la Madre faceva tutto il possibile per alleviare le loro sofferenze".

L'idea che ella abbia impedito di alleviare il dolore per intensificare la sofferenza è una distorsione delle sue convinzioni e del suo lavoro.

Le donazioni e i rapporti con personaggi controversi

Oltre al Nobel per la pace del 1979, Madre Teresa ricevette innumerevoli premi e donazioni (anche da loschi affaristi). Tuttavia, utilizzava sempre il denaro per i più poveri.

Lo scrittore indiano Aroup Chatterjee avanzava dubbi sul reale impatto delle opere di Madre Teresa. Chatterjee nel suo libro “Mother Teresa: The Final Verdict” criticava la sua visione religiosa molto dogmatica e le sue dichiarazioni di carattere politico.

Non era questo l’unico motivo di controversia per lo scrittore: anche la gestione opaca delle generose donazioni finite in conti segreti suscitava sospetti.

Donazioni tra l’altro provenienti anche da personaggi alquanto discutibili, come l’ex dittatore di Haiti, Jean-Claude Duvalier, o Charles Keating, condannato per truffa, che utilizzò parte dei proventi fraudolenti per finanziare la congregazione religiosa delle Missionarie della carità.

La notorietà di Madre Teresa era comunque ancora agli inizi, e del resto in quegli anni l’opera delle consorelle rimase confinata ai bassifondi di Calcutta.

Di lì a poco sarebbe nata anche una struttura per i bambini abbandonati e il grande lebbrosario Shanti Nagar (che vuol dire "Città della pace").

A donare il terreno fu il governo, mentre i primi lotti li pagò indirettamente uno sponsor d'eccezione, papa Paolo VI, che in visita a Bombay ammirò stupefatto l'opera di Madre Teresa e al momento di partire le lasciò in dono la lussuosa cabriolet fornitagli per i suoi spostamenti.

La frugale suora commentò: "Chissà quanta benzina consuma!, e in quattro e quattr'otto la vettura era all'asta, il ricavato investito nella nuova struttura assistenziale.

La crescita internazionale della congregazione

Presto, però, la religiosa poté contare a sorpresa su un potente alleato mediatico: il documentario Qualcosa di bello per Dio che il giornalista britannico Malcom Muggeridge girò nel 1969 sull'attività delle missionarie.

Giudicato a priori inutilizzabile, perché ripreso in pessime condizioni di luce, il materiale si rivelò in sede di montaggio sorprendentemente nitido; per alcuni membri della troupe il merito fu di un nuovo tipo di pellicola della Kodak, ma Muggeridge, più tardi convertitosi al cattolicesimo, parlò apertamente di miracolo.

Il filmato fece il giro del mondo e la fama della missionaria lievitò di pari passo. Fu così che, con l'assenso papale a espandersi fuori dall'India, iniziò una crescita che i decenni successivi non avrebbero fatto che confermare.

Le iniziali 12 missionarie della Carità diventarono migliaia, e dal tronco originario della congregazione spuntarono un ramo maschile, uno contemplativo e due organizzazioni di collaboratori laici.

L'impegno poi si spalmò pian piano su quattro continenti con orfanotrofi, strutture di assistenza ai malati di Aids, ospizi e centri per senzatetto, profughi, alluvionati.

La sua opera raggiunse anche territori molto lontani dall’India. Nel cuore di Vilnius (Lituania), in via Šv. Stepono 35, le Missionarie della Carità gestiscono una modesta ma essenziale mensa per i poveri.

Tre volte alla settimana, le porte si aprono per accogliere i senzatetto e gli affamati, offrendo loro non solo un pasto, ma anche un momento di dignità.

Gli interventi nelle emergenze internazionali

Un potente moltiplicatore di possibilità fu certamente la fama: il ruolo di star della carità portava infatti a Madre Teresa strette di mano con i potenti della Terra, lauree honoris causa e riconoscimenti a pioggia, ma anche aiuti e donazioni utili alla causa.

Giovanni Paolo II la ammirava, Reagan la premiò alla Casa Bianca, la "principessa triste" Lady Diana andò a lavorare da lei come volontaria, l'Onu le aprì le porte.

I viaggi non si limitavano agli incontri con i vip: nel 1982, durante l'assedio di Beirut, in Libano, costrinse israeliani e palestinesi a un cessate-il-fuoco che salvò la vita ai piccoli pazienti di un ospedale in prima linea.

E, ancora, prestò la sua opera dopo lo scoppio della centrale nucleare di Chernobyl, nell'Etiopia affamata dalla carestia e tra i terremotati dell'Armenia.

Il suo stile non mancò di suscitare polemiche ma nel perseguire la sua missione la fragile suorina rivelò una tempra d'acciaio.

Il Nobel per la pace e la visibilità pubblica

Nel 1979, a consacrarne la statura internazionale era già arrivata l’epocale consegna del Nobel: tra frac e abiti di gala, lei si era presentata come al solito, con sandali e sari di cotone, sfidando le temperature polari di Oslo.

E tuttavia raggiante: gran cosa per i suoi poveri l’assegno da 1 milione di dollari legato al premio, a cui si aggiungevano i 7 mila del banchetto in suo onore che aveva subito fatto annullare.

Quando infine arrivò l’effigie sui francobolli, eccezionale per un personaggio ancora vivente e privo di ruoli politici, Madre Teresa era ormai una presenza stabile nell’Olimpo laico del mondo moderno.

Una crisi tanto più sorprendente se si considera che questa esile religiosa sempre vestita in sari (il tradizionale abito indiano) ha incarnato come pochi altri i valori e lo spirito più autentici della fede cristiana, dedicando tutta la sua esistenza ai "più poveri tra i poveri", come diceva lei, ai quali ha destinato tutti i premi e i finanziamenti ricevuti compreso il Nobel per la pace ricevuto nel 1979.

La crisi religiosa e le lettere private

Sorprendentemente, proprio in quel periodo cominciò anche la sua crisi religiosa, che l'accompagnò fino alla morte.

Le lettere ai suoi confessori, pubblicate nel 2007, mostrano infatti che per quasi mezzo secolo l'instancabile suora sperimentò una "dolorosa notte" dell'anima.

Nel libro “Sii la mia luce”, pubblicato nel 2007, vengono raccolte 60 lettere di Madre Teresa, nelle quali la prossima santa della chiesa cattolica esprimeva dei forti dubbi sulla sua fede.

Nello scambio epistolare con i suoi confessori si possono leggere queste parole: “C’è un’oscurità terribile in me, come se ogni cosa fosse morta. Ed è stato più o meno così da quando ho cominciato il mio lavoro”.

E ancora: “Mormoro le preghiere della Comunità e mi sforzo per trarre da ogni parola la dolcezza che essa deve regalare, ma la mia preghiera di unione non esiste più, io non prego più”.

I tormenti spirituali della missionaria non sono durati solo pochi mesi bensì la metà della sua vita. Era tale il dolore che provava che arrivò a definire Cristo “l’Assente, colui che sempre tace”.

Sebbene alcuni esperti abbiano paragonato “Sii la mia luce” ai grandi libri di altri mistici del passato come Sant’Agostino o Santa Teresa di Lisieux, Madre Teresa aveva chiesto di distruggere quelle lettere temendo forse che la loro pubblicazione avrebbe provocato uno scandalo.

La beatificazione e la canonizzazione

Il paradiso cattolico, però, è ben altra cosa: quando nel 1997 l'anziana suora spirò, papa Wojtyla forzò i tempi ecclesiali e a soli due anni dalla morte (anziché i 5 canonici) fece aprire il processo di beatificazione.

Non essendo Teresa una martire della fede, serviva però, a norma di legge, un miracolo. Che arrivò, ma dalla parte sbagliata: la prova vivente, l'indiana Monica Besra, era infatti induista.

Povera e gravata dal verdetto clinico di un cancro all'addome, nel 1998 Monica lasciò un costoso ospedale per affidarsi alle cure gratuite di una casa delle Missionarie della Carità, dove pregò strofinandosi sul corpo un'immaginetta di Madre Teresa.

Il giorno dopo il male era scomparso, e subito i medici curanti si divisero: per alcuni la guarigione era un mistero clinico, per altri l'effetto di regolari terapie contro quello che - dissero - magari non era neanche un tumore, ma solo una cisti tubercolare.

Il Vaticano accettò l'inspiegabilità della guarigione, elevando nel 2003 Madre Teresa "agli onori degli altari", secondo la formula di rito.

L'iter ufficiale verso l'aureola, aperto nel 2005, si concluse il 4 settembre 2016, con la canonizzazione.

Il primo ospedale intitolato a Santa Madre Teresa

La denominazione dell’ospedale di Monselice si inserisce in una più ampia memoria internazionale legata alla religiosa.

La diocesi di Miao, nello stato di Arunachal Pradesh, in India nord orientale, ha inaugurato il primo ospedale intitolato a Santa Madre Teresa di Calcutta: come appreso da Fides, nella cerimonia di ieri 8 settembre 2016.

Il piccolo ospedale d 25 posti letto era in costruzione da quattro anni e “rappresenta una benedizione per gli abitanti del distretto: nella zona c’era estremo bisogno di un ospedale”, hanno detto i funzionari civili presenti all’inaugurazione.

Il Vescovo di Miao, il Salesiano George Pallipparambil, ha spiegato il motivo per cui dedicare l’ospedale a Santa Madre Teresa di Calcutta: “Questo istituto vuole ricordare che Madre Teresa e la misericordia vanno di pari passo.

Siamo molto orgogliosi di poter dire che Madre Teresa ha visitato la nostra diocesi. Dopo molte difficoltà, visitò l’Arunachal Pradesh nel 1993. La diocesi di Miao intende unirsi alla celebrazione della canonizzazione di Madre Teresa, onorandola con questo ospedale”.

Grazie al nosocomio, i tribali che vivono nel territorio dell’Arunachal Pradesh, non dovranno percorrere oltre 100 km e recarsi nel vicino stato di Assam quando hanno bisogno di cure.

Anche se in alcune parti l’ospedale è ancora da completare, l’istituto apre con una struttura di base adatta al trattamento di malattie come la tubercolosi, la malaria e l’ittero, che sono comuni in questa parte dell’India nord-orientale e che, pur curabili, tuttora sono causa di morte fra i tribali.

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La distinzione tra il nome dell’ospedale e l’opera originaria

Il nome “Madre Teresa” associato all’ospedale di Monselice non significa che la struttura appartenga alle Missionarie della Carità o che svolga la stessa funzione delle case per i morenti fondate a Calcutta.

Le Missionarie della Carità, l'ordine da lei fondato, non gestiscono ospedali, ma case per i moribondi, mense, dispensari, orfanotrofi e centri per i senzatetto, i disabili e le vittime di disastri.

Gli ospedali si concentrano sui trattamenti curativi, mentre gli ospizi offrono conforto e dignità ai morenti.

La differenza è quindi tra una struttura sanitaria ospedaliera, destinata alla diagnosi, alla cura e all’assistenza clinica, e le opere assistenziali nate dalla missione religiosa di Madre Teresa.

Le critiche e la valutazione storica del suo operato

Ma a dare il colpo definitivo alla figura di Madre Teresa ci hanno pensato tre ricercatori canadesi.

Serge Larivée, professor dell'Università di Montreal assieme a Geneviève Chénard e a Carole Sénéchal (psicologa dell'Università di Ottawa), in un saggio del 2013, rilevano come il pesante contributo dei media abbia favorito il mito di Madre Teresa, fornendo un'immagine esageratamente entusiastica e celebrativa della missionaria albanese.

Gli autori si interrogano anche sulla mancata considerazione, da parte del Vaticano, delle numerose critiche mosse al repentino processo di beatificazione che seguì la morte della religiosa.

Nel loro articolo, Serge Larivée e i suoi colleghi, dopo aver consultato quasi 300 documenti sulla vita e l'opera di Maria Teresa ne smontano il mito di altruismo e di generosità.

Ad esempio, “il modo piuttosto discutibile di prendersi cura dei malati, i suoi contatti politici e, soprattutto, la sua gestione sospetta delle enormi somme di denaro che ha ricevuto con le donazioni”.

La mancanza di igiene, il cibo inadeguato e l’assenza di antidolorifici non erano legata ad un problema di soldi - la Fondazione creata dalla religiosa ha raccolto centinaia di milioni di dollari - quanto piuttosto ad una particolare concezione della sofferenza e della morte di Maria Teresa.

"C'è qualcosa di bello nel vedere i poveri accettare il loro destino, vederli soffrire la passione di Cristo. Penso che il mondo tragga molto giovamento dalla sofferenza della povera gente", fu la sua risposta alle critiche.

Larivée comunque aggiunge: ‘Se la straordinaria immagine di Madre Teresa trasmessa nell'immaginario collettivo ha incoraggiato iniziative umanitarie che onestamente combattono la povertà, non possiamo che gioirne".

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