Quando il catechista o il parroco negano la Comunione: preparazione, diritto canonico e casi concreti

Un bambino battezzato non può essere ammesso alla Santa Comunione se non possiede una sufficiente conoscenza e un’adeguata preparazione al sacramento. La cerimonia della prima Comunione, invece, non è indispensabile in quanto celebrazione ufficiale: ciò che conta è che siano state verificate la preparazione, la capacità di comprendere secondo l’età e la disposizione a ricevere con fede e devozione il Corpo del Signore.

Il Codice di diritto canonico stabilisce che ogni battezzato, purché non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla sacra Comunione, ma precisa anche che per i fanciulli sono necessarie una sufficiente conoscenza e un’accurata preparazione. Spetta innanzitutto ai genitori e al parroco provvedere alla formazione dei bambini che hanno raggiunto l’uso di ragione e vigilare affinché non si accostino alla Comunione coloro che non sono sufficientemente disposti.

Che cosa prevede il diritto canonico

Dal momento che lo Spirito Santo attraverso San Paolo ha detto che prima di accostarsi alla Sacra Mensa ognuno deve saper discernere il corpo e il sangue del Signore (cfr. 1 Cor 11,27), la Chiesa prepara i suoi figli a questo grande evento attraverso la catechesi. Pertanto nessuno può essere ammesso alla Santa Comunione se non sa di che cosa si tratti o, peggio ancora, se non è battezzato.

Per questo la Chiesa nella sua disciplina nel codice di diritto canonico dispone quanto segue: “Can. 912 - Ogni battezzato, il quale non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla sacra comunione. Can. 913 - § 1. Per poter amministrare la santissima Eucarestia ai fanciulli, si richiede che essi posseggano una sufficiente conoscenza e una accurata preparazione, così da percepire, secondo la loro capacità, il mistero di Cristo ed essere in grado di assumere con fede e devozione il Corpo del Signore.

§ 2. Tuttavia ai fanciulli che si trovino in pericolo di morte la santissima Eucarestia può essere amministrata se possono distinguere il Corpo di Cristo dal cibo comune e ricevere con riverenza la comunione. Can. 914 - È dovere innanzitutto dei genitori e di coloro che ne hanno le veci, come pure del parroco, provvedere affinché i fanciulli che hanno raggiunto l’uso di ragione siano debitamente preparati e quanto prima, premessa la confessione sacramentale, alimentati di questo divino cibo; spetta anche al parroco vigilare che non si accostino alla sacra Sinassi fanciulli che non hanno raggiunto l’uso di ragione o avrà giudicati non sufficientemente disposti”.

NormaContenuto
Can. 912Ogni battezzato, se non ne ha la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla sacra comunione.
Can. 913Per i fanciulli sono necessarie una sufficiente conoscenza e un’accurata preparazione.
Can. 914Genitori e parroco devono provvedere alla preparazione dei bambini e vigilare sulla loro disposizione.

La cerimonia della prima comunione è importante perché dispone l’animo alla grandezza dell’evento. Ma, a rigore, non è indispensabile. La cosa più importante è quanto dice il Codice di diritto canonico e cioè che abbiano “una sufficiente conoscenza e una accurata preparazione”.

Se la cerimonia nella sua ufficialità non è assolutamente indispensabile, rimane il fatto però che spetta al parroco verificare la debita preparazione. Penso a San Giovanni Bosco. Dopo essersi preparato col catechismo alla prima Comunione, arrivato il giorno, la mamma non lo portò alla Messa dove i ragazzi venivano comunicati per la prima volta, ma al mattino presto insieme con gli adulti perché potesse fare la Santa Comunione nel massimo raccoglimento.

Il catechismo è obbligatorio per ricevere la Comunione?

La partecipazione al catechismo per alcuni anni è dunque indispensabile per essere introdotti al sacramento dell’eucaristia. Ma è indispensabile anche per essere iniziati all’insieme della vita cristiana, compresa la partecipazione alla vita della comunità.

Pertanto, indipendentemente dalla cerimonia della prima comunione, se i ragazzi non sono andati al catechismo e non si è verificata la debita preparazione, pur andando a Messa, non possono fare la Santa Comunione. È necessaria la verifica da parte del parroco.

La frequenza agli incontri, tuttavia, non dovrebbe essere considerata soltanto come un conteggio automatico delle presenze. Il punto centrale resta la preparazione effettiva del bambino, valutata secondo la sua capacità e la sua situazione concreta. La semplice presenza fisica al catechismo non esaurisce il significato della formazione cristiana, così come un’assenza non dimostra da sola l’assenza di ogni preparazione.

Tanto più che previa alla prima Comunione, c’è la confessione. Anche i ragazzi dell’elementari, e soprattutto degli ultimi anni, hanno i loro peccati e necessitano di essere purificati. La disciplina della Chiesa stabilisce infatti che “è dovere innanzitutto dei genitori e di coloro che ne hanno la veci, come pure del parroco, provvedere affinché i fanciulli che hanno raggiunto l’uso di ragione siano debitamente preparati e quanto prima, premessa la confessione sacramentale, alimentati di questo divino cibo” (Can 914).

In genere la prima confessione si fa un anno o anche più anni prima della prima Comunione. Nei ragazzi la confessione ha anche carattere pedagogico. Devono iniziarsi ad una confessione regolare e frequente, perché solo così si vive bene la vita cristiana.

Il caso di Brignano: una bambina esclusa per le assenze

A Brignano il curato, in accordo con il parroco, invia una lettera di “non idoneità al sacramento” per una bambina di 11 anni, l’unica su 60. E la madre la manda in un’altra parrocchia della stessa diocesi.

Troppo assente e quindi non idonea. La mamma della piccola Margot, 11 anni, non credeva ai suoi occhi quando ha ricevuto una lettera del curato di Brignano Gera d’Adda, don Marco Bosio, sottoscritta anche dai catechisti, in cui si spiegava che sua figlia non era ritenuta idonea a ricevere il sacramento della comunione, perchè troppo assente a catechismo.

Bocciata in vista della comunione, anche perchè i genitori non hanno seguito con la figlia il percorso spirituale previsto dalla parrocchia, con una serie di incontri. Lei, Valeria Ardigò, mamma di Margot Imeri e moglie dell’assessore allo Sport di Brignano Antonio Imeri (Lega Nord), non ha accettato in alcun modo quella che ritiene una discriminazione, e ha denunciato l’accaduto sulle pagine del Giornale di Treviglio.

Ma soprattutto ha chiesto “asilo” in una parrocchia della stessa diocesi di Cremona, di cui Brignano fa parte. “Senza alcun problema hanno dato la comunione a Margot il 13 maggio, a Casaletto di Sopra (nel Cremasco) - spiega Valeria Ardigò -. E’ stata la soluzione migliore, il modo migliore di uscire da una vicenda che ritengo davvero negativa, che dimostra come a volte la chiesa sia chiusa e non aperta alle famiglie”.

Le comunioni per tutti i bambini di prima media di Brignano saranno date il 6 giugno. Ma quando mamma Valeria ha saputo che sua figlia non avrebbe potuto ricevere il sacramento ha masticato amaro, pensando ai problemi avuti nell’ultimo anno: “Con la nonna molto malata mia figlia si è assentata 11 volte su 18 appuntamenti per stare vicino proprio alla nonna.

Io e mio marito, inoltre, avevamo seguito tutto il percorso per la comunione del primo figlio. In questo caso abbiamo evitato, diverse volte, proprio perchè c’erano diversi problemi in casa e abbiamo dovuto badare alla famiglia. Dire “no” ad una sola bambina su sessanta è assurdo, così come assurdo che i bimbi avviati alla comunione debbano firmare la presenza in parrocchia ogni domenica.

Alla fine la vicenda si è conclusa bene: il parroco di Casaletto di Sopra ha ascoltato noi, nostra figlia, e non ha avuto dubbi a impartire la comunione”.

Chiesa parrocchiale e celebrazione della Comunione

Sul Giornale di Treviglio c’è anche un accenno di scontro tra la parrocchia di Brignano Gera d’Adda e quella di Casaletto, con il curato don Bosio che dichiara: “Un colpo basso impartire la comunione senza dirci nulla. Da sei anni a questa parte abbiamo visto Margot sporadicamente, e anche i genitori sono stati assenti”.

E ci si divide sulle interpretazioni del diritto canonico: “Ogni battezzato - secondo la mamma di Margot - ha diritto alla comunione”. Ma il curato ribadisce che serve una “sufficiente conoscenza e un’adeguata preparazione al sacramento”.

Assenze, motivi familiari e valutazione della preparazione

Il caso di Margot mostra la difficoltà di stabilire se il numero delle assenze possa essere sufficiente, da solo, a negare la Comunione. Nella vicenda la famiglia ha spiegato che le assenze erano legate alla grave malattia della nonna e a problemi familiari, mentre la parrocchia ha sottolineato la frequenza sporadica della bambina e l’assenza dei genitori dal percorso previsto.

Il diritto canonico richiede una sufficiente conoscenza e un’accurata preparazione, non una soglia numerica universale di presenze. La valutazione deve quindi riguardare la preparazione al sacramento e la disposizione del bambino, tenendo conto anche del ruolo dei genitori e del parroco.

Il caso di Villa Cortese: la bambina con disabilità

“Il parroco si rifiuta di fare la Comunione a mia figlia”. Succede a Villa Cortese, Comune di 6mila abitanti della provincia di Milano. A parlare è Cristina Marchese, mamma di Sara, una bambina di quasi 10 anni affetta da una disabilità al 100% che spiega anche il motivo per cui il prete ha deciso di negare alla piccola il sacramento: “Don Maurizio Toia, parroco di Villa Cortese, nega alla mia meravigliosa creatura la possibilità di fare la Comunione quest’anno, insieme ai suoi compagni di classe, solo perché non ha seguito il catechismo”.

Questa storia inizia nel 2019: “Due anni fa sono andata a parlare con una delle suore della Parrocchia e le ho spiegato la situazione - racconta Cristina - Sara ha una disabilità totale, dipende completamente da un’altra persona, non parla.

Ho fatto quindi presente che non avrebbe potuto seguire il catechismo. Mia figlia va a scuola, dove è ben integrata, ma lì è seguita da una maestra di sostegno e da un’educatrice. Durante le ore di catechismo, invece, non sarebbe stata affiancata da nessuno”.

Il tempo passa: le condizioni di salute della bambina peggiorano e nel 2020 arriva il Covid. La famiglia è tutta concentrata sulla piccola Sara: “In quel periodo non ho più avuto tempo di contattare la Parrocchia.

Siamo una grande famiglia, molto unita. Oltre a me, mio marito e Sara, ci sono altri tre figli. Francesco, che è quasi maggiorenne, Noemi di 16 anni e Matteo di 5 anni. Oggi Sara, fortunatamente, è stabile, ma non sono stati momenti facili. Negli ultimi due anni le nostre energie sono state rivolte tutte a lei”.

A metà febbraio, a tre mesi dal giorno delle Comunioni, che a Villa Cortese si terranno il 1 maggio, Cristina decide di tornare in parrocchia per avere conferma del fatto che anche sua figlia potrà partecipare alle celebrazioni.

“È stata una doccia fredda - spiega la donna - Il parroco mi ha infatti detto che mia figlia non potrà fare la Comunione quest’anno. Mi sono impuntata, ho provato a spiegargli che è importante che Sara riceva il sacramento insieme ai suoi compagni di classe, ma non c’è stato niente da fare, il don non ha voluto sentire ragioni e sostiene che Sara potrà fare la Comunione non prima dell’anno prossimo”.

A lasciare perplessi sono le spiegazioni addotte dal prete, visto che da qui al prossimo anno le condizioni di Sara non saranno cambiate: “Prima mi ha fatto presente che Sara non ha partecipato al catechismo, non capendo che il nostro non è un capriccio, ma un’esigenza seria e giustificata.

Poi mi ha detto che non ha mai visto la nostra famiglia in chiesa e che non sa nulla su nostra figlia. Allora gli ho proposto di svolgere alcuni incontri da qui al giorno della cerimonia, in modo tale da conoscerci meglio, ma lui ha rifiutato”.

Contattato da Ilfattoquotidiano.it, don Maurizio Toia liquida la faccenda in pochi secondi: “La bambina farà la Comunione quando è giusto farla. Non sono fatti da mettere in piazza questi. Se la signora ha bisogno, venga da me a parlare”.

Cristina, seppur amareggiata, non si arrende: “Se il parroco non farà fare a mia figlia la Comunione quest’anno, assieme ai suoi compagni, andrò da un’altra parte. È un peccato, perché a risentirne sarà soltanto la piccola Sara.

Circondata dall’affetto dei suoi compagni di classe si sarebbe sentita al sicuro durante la cerimonia. Ma non insisterò oltre, visti i continui dinieghi di don Maurizio. Cambierò parrocchia”.

Disabilità e accesso al sacramento

La questione della disabilità si collega direttamente alla richiesta canonica di una preparazione adeguata alla capacità del bambino. La norma non stabilisce che la comprensione debba essere identica a quella di un coetaneo senza disabilità, ma parla di una percezione del mistero di Cristo “secondo la loro capacità”.

Il caso di Sara evidenzia inoltre l’importanza di predisporre percorsi personalizzati quando la partecipazione ordinaria al catechismo non è possibile. La mancanza di un sostegno durante gli incontri non equivale necessariamente all’impossibilità della bambina di essere preparata al sacramento.

Il caso di Venezia: un ragazzo autistico ritenuto non idoneo

VENEZIA - Ammesso alle lezioni di catechismo, ma non a ricevere la Comunione. A poche settimane dalla cerimonia, un ragazzo autistico è stato ritenuto dal parroco non idoneo. Il sacerdote di una chiesa della provincia di Venezia ha detto che il giovane non è in grado di capirne il significato.

La madre del ragazzino, sconcertata, si è rivolta a un'altra parrocchia vicina, e lì il sacerdote ha acconsentito a dare il sacramento al ragazzo, che parteciperà alla Comunione con altri catechisti a fine aprile.

Ha frequentato con i suoi coetanei le lezioni di catechismo, ma a poche settimane dalla cerimonia della comunione un ragazzino autistico è stato ritenuto dal parroco non idoneo a ricevere il sacramento. Secondo il sacerdote il bambino non sarebbe in grado di capirne il significato.

Il fatto è avvenuto in una parrocchia della provincia di Venezia. La madre del ragazzino, sconcertata, si è rivolta ad un’altra parrocchia vicina, e qui il sacerdote ha acconsentito a dare il sacramento al ragazzo, che parteciperà alla comunione con altri catechisti a fine aprile.

Il parroco che ha negato il sacramento avrebbe minimizzato l’episodio, non fornendo tuttavia - secondo la madre del bimbo - spiegazioni esaustive.

La posizione degli adulti e la prima Comunione senza cerimonia

Diverso è il caso delle persone adulte. Non di rado se ne trovano alcune che, che pur avendo ricevuto il battesimo, non hanno avuto la minima istruzione cristiana, ma poi si sono convertite. Per costoro in genere si fa una preparazione personalizzata e al momento opportuno si fa la prima Comunione senza alcuna ufficialità.

Tuttavia anche la loro prima Comunione va preceduta dalla confessione sacramentale per evitare sacrilegi. Rimane eternamente valido quanto ha detto lo Spirito Santo per bocca di San Paolo: “Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore.

Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 1,27-29).

In conclusione, fare la prima Comunione senza ufficialità o senza cerimonie esteriori non è sinonimo di mancanza di preparazione o di verifica da parte di chi amministra i sacramenti. Sicché i ragazzi che non hanno seguito il catechismo non possono fare la Comunione, anche se vanno a Messa. È necessaria la verifica da parte del parroco. Soprattutto non possono farla senza la previa confessione sacramentale.

Un battezzato che non ha fatto il catechismo può comunicarsi?

L’aver effettuato la cerimonia della prima comunione è condizione necessaria perché una persona possa avere accesso all’Eucarestia? Se uno è battezzato, ma non ha seguito il catechismo e non ha fatto prima Comunione e Cresima, potrà partecipare in seguito alla Messa facendo la comunione?

La risposta distingue tra la cerimonia esteriore e la preparazione sostanziale. La prima Comunione non è indispensabile come evento pubblico, ma il battezzato deve avere ricevuto una formazione sufficiente, deve essere in grado di comprendere il significato del sacramento secondo la propria capacità e deve essere stato preparato anche alla confessione sacramentale.

Perciò, se una persona non ha seguito il percorso ordinario, la soluzione non consiste necessariamente nell’escluderla in modo definitivo, ma nel verificare la situazione e predisporre, quando possibile, una preparazione personalizzata. Il parroco conserva il compito di accertare la debita preparazione prima di ammettere alla Comunione.

Il catechismo nella tradizione cristiana

Il catechismo nella tradizione cristiana occidentale è l’introduzione teorica e pratica alla fede cristiana. Il termine, che deriva dal latino, significa «istruzione religiosa». La maggior parte dei battezzati giunge a farne esperienza negli anni di preparazione alla prima comunione, alla cresima e al matrimonio.

La parola stessa, infatti, deriva dal greco e significa “istruzione orale”. Il catechismo nasce dalla necessità di un insegnamento più approfondito della fede, accanto alla testimonianza di una vita secondo il Vangelo.

Una volta la prima catechesi avveniva in casa, soprattutto con la mamma che insegnava ai figli le preghiere, l’amore a Gesù, gli insegnamenti fondamentali del Vangelo come l’amore a Dio e al prossimo. Oggi non si trova nessuno che dia una mano, i catechisti, me compresa, non sono preparati, vengono reclutati di corsa e il parroco è disorganizzato.

Le difficoltà dei catechisti e delle famiglie

Qualche anno fa, essendo a casa, diedi la mia disponibilità al parroco a dare una mano dove c’era bisogno. Lui mi mise a fare la catechista, attività che prima di allora non avevo mai fatto.

La nostra parrocchia è molto grossa e l’anno che ho iniziato c’erano più di 90 bambini (solo di seconda elementare) da gestire. Con mille difficoltà, insieme alle altre catechiste siamo riusciti a portarli alla Cresima, e ora qualcuno segue il percorso del dopo Cresima.

L’anno scorso, con l’inizio del catechismo delle seconde elementari, sono stata scelta per fare la referente del gruppo. Ho quindi la responsabilità della gestione di 75 bambini e dei loro catechisti.

La mia formazione è di tipo scientifico, non ho mai insegnato. Negli anni passati ho un po’ imparato, usando i sussidi proposti dagli altri gruppi e soprattutto grazie all’esperienza di altri catechisti.

L’anno scorso è stato pesante: purtroppo il gruppo catechisti è molto diverso da quello precedente, e mi ritrovo da sola a gestire la parte “nozionistica” e organizzativa. Inoltre ho ricominciato a lavorare, un lavoro che doveva essere part-time e in poco tempo mi ha riempito le giornate.

Nella nostra parrocchia c’è l’abitudine di coinvolgere gli adolescenti di 15 anni a fare i catechisti, affiancando gli adulti. L’idea è buona, ma sono molto giovani e quindi vanno seguiti per certi versi anche più dei bambini.

I catechisti in generale, sia adulti che giovani, me compresa, non sono preparati; il parroco (per un limite suo di carattere) è molto disorganizzato e il reclutamento dei catechisti è fatto di corsa, con l’acqua alla gola, prendendo chi trova all’ultimo.

Il risultato è che si propongono adulti che spesso vogliono un tornaconto, ragazzi demotivati e spinti dalla voglia di tentare ma non convinti. L’anno scorso, essendo la responsabile, ho tentato di arginare questa cosa: spiegare a un adulto che fare il catechismo è un aiuto gratuito, che si dovrebbe dare senza condizioni, è stato immensamente difficile.

Mi è costato magoni e inimicizie. I ragazzi in questo sono più liberi, ma d’altro canto la loro giovane età li porta a essere irresponsabili, e se non hanno la famiglia che li spinge, il loro impegno è del tutto incostante per cui non si riesce a fare affidamento su di loro.

Stiamo per iniziare il nuovo anno e sono molto preoccupata: alcuni ragazzi ci hanno abbandonato, i bambini sono sempre 75, non si trova nessuno che dia una mano gratuitamente, sapendo che sarà comunque faticoso.

Le famiglie dei bambini pretendono un servizio e si arrabbiano pure se non glielo si offre. Una volta la prima educazione avveniva in casa, soprattutto con la mamma che insegnava ai figli le preghiere e l’amore a Gesù. Oggi non si trova nessuno che dia una mano, i catechisti, me compresa, non sono preparati, vengono reclutati di corsa e il parroco è disorganizzato.

Il problema della frequenza alla Messa

Si era provato di tutto per coinvolgere le famiglie, ma il calo di frequenza alla Messa è stato costante. Con il mio gruppo di bambini se su 75 ne arrivano a Messa 10 sono già contenta; la media è di 4 o 5.

Il resto? A casa a dormire, a fare shopping o in montagna o a fare le mille altre cose più importanti. Che senso ha fare un catechismo del genere? Che senso ha essere creativi?

Alle famiglie interessa solo il bollino di presenza, e la Comunione alla fine. Non vogliono essere coinvolte e sono pure infastidite se si chiede qualcosa una volta di troppo.

Forse legare il catechismo solo ai sacramenti è diventato fuorviante, l’ha trasformato in un semplice obbligo da assolvere, un “bollino” da ottenere, come lo chiami tu, per conseguire alla fine il “premio” della prima Comunione, dove magari conta più la bella cerimonia e la festa al ristorante che il significato di questo incontro con Gesù.

Il superamento del modello basato soltanto sulla cerimonia

Sono convinta che il catechismo com’è strutturato sia obsoleto: dai sussidi che si trovano in libreria (possibile che il catechismo Cei sia lo stesso identico che avevo io più di 30 anni fa?) ai catechisti, che in molte parrocchie sono signore pensionate, lontanissime dalla cultura dei bambini di oggi, alla gestione pratica e alla strutturazione degli incontri.

La fede è sempre più una questione di scelta e scelta maturata; credo che la Chiesa dovrebbe fare a sua volta una scelta coraggiosa: si parla tanto di tornare alla fede delle origini, degli apostoli e dei primi cristiani.

E allora, perché non facciamo come loro? Sacramenti solo agli adulti, dopo anni di percorso di formazione serio. Oppure sacramenti dati alla maniera ortodossa: tutti insieme e subito ai neonati e poi forme alternative di formazione.

Così evitiamo l’inutile sforzo di creare “classi” di catechismo, ricerca di catechisti più o meno volenterosi ed evitiamo di vedere le scene di prime Comunioni caotiche in cui l’unica cosa importante è vincere il banco in prima fila per vedere meglio il proprio figlio.

Io spero di non trascurare troppo la mia famiglia e di riuscire a coordinare il mio gruppo. Sento comunque la responsabilità di questo servizio e non mi tiro indietro, anche se il morale non è alto e la voglia di mollare è tanta.

Come rendere il catechismo più significativo

Ci sono anzitutto nuove sfide. Per esempio, il fatto che le classiche lezioni di gruppo non funzionano più perché nessuno ha più tempo nel pomeriggio. La gente ha un ritmo diverso di vita.

Inoltre i social media e la tecnologia sono sempre più importanti. Lo notiamo anche nel campo della catechesi e vogliamo servircene.

Si sente ormai comunemente dire che la nuova idea che abbiamo del catechismo si allontana sempre più dal modo di concepire la catechesi sacramentale finalizzata a un determinato giorno, quello della prima comunione. Piuttosto occorre riflettere su come proporre un catechismo significativo che accompagni concretamente in maniera significativa tutta la vita.

Anzitutto occorre sottolineare che il catechismo riguarda tutti noi. Quando, nelle nostre comunità pastorali, prepariamo alla prima comunione, dovremmo sempre domandarci anche noi adulti: cosa significa nella mia vita l’eucaristia, che significato ha per me il sacramento?

E ciò che compiamo deve avere a che fare con la nostra vita. Possiamo comprendere molto meglio la ragione per cui Gesù si è seduto a banchetto con i poveri e gli esclusi se anche noi apriamo le nostre comunità ai poveri dei nostri giorni.

Gesù ce ne ha dato l’esempio. Egli insegna per mezzo delle parabole, cioè racconta ai suoi ascoltatori delle storie tratte dalla vita concreta. Anche noi dobbiamo fare spazio al discorso sulla vita e da questo comune ascolto scoprire che Dio agisce nella nostra esistenza.

Metodi tradizionali, strumenti digitali e contenuti

Sicuramente c’è la classica lezione di gruppo che in alcuni luoghi funziona ancora. Grazie a Dio, le persone sono molto diverse. Ma notiamo anche che con l’utilizzo dei nuovi media possiamo suscitare nuovo interesse per i contenuti.

Più importante del metodo, tuttavia, è quanto cuore io ci metto. Se, come catechista, m’accorgo che questo non è il mio metodo, allora m’impegno con minor passione di quando c’è un metodo che mi è consono.

Bisogna ricordare che molti giovani catechisti sono cresciuti oggi con i media digitali. Li usano naturalmente molto meglio di coloro che fanno catechismo già da molti anni.

Fanno cioè quello che è più adatto a loro e io trovo ciò molto importante. Si tratta dell’incontro di persone e meno di metodi.

Nella preparazione alla prima comunione si tende sempre più a prendere le distanze dalle classiche lezioni di gruppo. Al loro posto ci sono delle iniziative della vita quotidiana in cui genitori e figli, per esempio, celebrano insieme i cosiddetti Weggottesdiente (itinerari liturgici) o realizzano laboratori (Workshops) in cui si lavora insieme.

Ci piace integrare nel catechismo anche lo smartphone. In questo modo i bambini possono, per esempio, creare cartoni animati in cui raccontano storie tratte dalla Bibbia.

Ciò si può fare bene nella preparazione alla prima comunione, e anche alla cresima. Si tratta soprattutto di imparare attraverso esperienze vissute.

I cresimandi, per esempio, fanno delle escursioni nelle palestre di roccia (Klettergärten) in cui verificare il tema della fiducia.

A mio parere, importanti non sono i metodi in sé a determinare la buona riuscita del catechismo. Più importante è che si faccia molta attenzione ai contenuti, che la sacra Scrittura sia di nuovo posta al centro e si badi a ciò che la Bibbia ci dice.

Decisivo è riconoscere dove la Bibbia ha una pertinenza per la propria vita. E qui c’è una diversità per i bambini della prima comunione rispetto ai cresimandi. I metodi aiutano a scoprire questa diversa pertinenza.

Le domande dei bambini - Perché si insegna catechismo ai bambini?

Il ruolo dei genitori nella preparazione

Il contenuto della fede è lo stesso. Vediamo la differenza con la preparazione alla mia prima comunione: io sono stato preparato dai miei genitori e dal nostro pastore d’anime.

Il pastore ha proposto un insegnamento relativamente classico. Ci ha detto ciò che bisognava imparare: il Padre nostro, il Credo e così via. Veniva effettivamente trasmesso molto sapere anche nei gruppi della prima comunione.

Oggi si tratta piuttosto di incontrarsi. Per esempio, i genitori che accompagnano i gruppi della prima comunione sono spesso persone che non hanno avuto per lungo tempo punti di contatto con la Chiesa.

Un tempo era diverso. Attraverso la prima comunione dei loro bambini improvvisamente sono indotti a riflettere di nuovo sulla loro fede.

Il contenuto della fede naturalmente da 2000 anni è il medesimo ma ha, penso, anche un altro impatto nella vita delle persone. Oggi anche i genitori sono coinvolti nel discorso riguardante la fede.

Ciò significa che il catechismo della prima comunione non è solamente un catechismo solo per i bambini, ma anche per i genitori.

La formazione dei catechisti e il rinnovamento pastorale

Prima di tutto l’impreparazione dei catechisti stessi o addirittura la loro incapacità di comprendere il valore e il significato del loro compito. Poi c’è il problema di avere testi adeguati e aggiornati. Prima ancora c’è il venir meno del sostegno delle famiglie.

Che cosa fare, in concreto? Io non ho una soluzione. So che esistono molti documenti ecclesiali in merito, a partire dal documento base Il rinnovamento della catechesi, al più recente testo intitolato Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia.

In fondo, anche numerosi documenti del Magistero pontificio e della Conferenza episcopale italiana sono di fatto “catechistici”. Pensiamo all’Evangelii nuntiandi di Paolo VI, alla Catechesi tradendae di Giovanni Paolo II, alla Deus caritas est di Benedetto XVI e alla Evangelii gaudium di Francesco.

O ancora agli orientamenti pastorali della Cei, come Educare alla vita buona del Vangelo. Insomma, i documenti non mancano. Serve qualcosa di più e di diverso.

Concludo, cara Flavia, invitando te e tutti i catechisti a non mollare. Perché comunque, nonostante le fatiche e l’apparente fallimento, stai seminando la Parola nel cuore dei ragazzi.

Un seme che prima o poi porterà il suo frutto, magari in modo inaspettato. Magari solo perché tornerà alla mente il ricordo di una persona come te che credeva in quello che diceva e per la quale Cristo era veramente il centro della vita.

Quando la Comunione viene negata per motivi estranei alla preparazione

Comunione negata perché accompagnata da un cane. E' successo a Palermo nella chiesa Santa Cristina di Borgo Nuovo dove il sacerdote, durante l'eucarestia della messa di Capodanno, il 1° gennaio, si sarebbe opposto al sacramento perché la fedele sarebbe entrata all'interno di un luogo sacro con il suo cagnolino, una yorkshire di tre anni di nome Lulù.

A raccontare a PalermoToday quello che è successo nella parrocchia al civico 8 di largo Ippona è la donna, 52 anni, da anni residente a Borgo Nuovo. “Non volevo perdere il precetto religioso - spiega - e non avendo fatto in tempo a raggiungere la parrocchia che frequento di solito, ho pensato di assistere alla messa della chiesa Santa Cristina.

La mia Lulù è buonissima: non ha mai abbaiato, è stata accucciata accanto a me per tutto il tempo della celebrazione”.

E' però al momento dei sacramenti, quando si mette in fila per ricevere il corpo di Cristo, che sarebbe stata invitata dal parroco della chiesa ad allontanarsi con una motivazione che non ha gradito.

“Il diritto canonico prevede che a un fedele venga privata l'eucarestia solo in casi di peccato grave o di scomunica - puntualizza - e non perché in compagnia del proprio animale. Anche i cani sono creature di Dio. Forse certi preti se lo dimenticano”.

Il sacerdote avrebbe così invitato la donna a lasciare fuori dalla chiesa il cane, solo in quel caso avrebbe potuto darle l'eucarestia: “Ma io sono responsabile del mio cagnolino - precisa - e non avrei potuto lasciarlo legato a un palo, col rischio che qualcuno potesse rubarlo, o peggio affidarlo a uno sconosciuto col rischio che per difesa o prudenza lo mordesse.

E' un cane di piccola taglia, davvero buono. Ma ad ogni modo io ho mantenuto le regole che avrei dovuto rispettare in un luogo pubblico”.

Rispedisce però le accuse al mittente il parroco di Santa Cristina, padre Francesco Di Mariano. “E' vero - dice a PalermoToday - che ho chiesto di accompagnare il cane alla porta, ma non ho rifiutato la comunione.

Se avesse lasciato fuori il cane, avrei fatto la comunione: non è una presenza consona a un luogo di culto pubblico. Bisogna rispettare le opinioni di tutti, le istanze di ogni persona e nella mia chiesa gli animali non entrano.

Tempo fa una fedele ha avuto una crisi respiratoria per via di un'allergia al pelo del cane. Non posso rischiare”.

tags: #catechista #nega #comunione