Secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, il peccato è «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna». È un atto umano che richiede il concorso della libertà e che si manifesta in atti esterni, in parole o in atti interni.
La distinzione fondamentale è tra peccato mortale e peccato veniale: il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo e comporta la perdita della grazia santificante, mentre il peccato veniale lascia sussistere la carità, anche se la ferisce e la indebolisce.
Che cos’è il peccato
Il peccato è una «parola, un atto o un desiderio contrario alla legge eterna». Si tratta di un atto umano cattivo, perché si oppone alla legge eterna di Dio, che è la prima e suprema regola morale, fondamento di tutte le altre.
Più in generale, si può dire che peccato è ogni atto umano che si oppone alla norma morale, cioè alla retta ragione illuminata dalla fede. Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità e la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni.
Il peccato è un atto umano, che richiede il concorso della libertà, e si manifesta in atti esterni, in parole o in atti interni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana.
Si tratta, pertanto, di una presa di posizione negativa rispetto a Dio e, per contrasto, di un amore disordinato verso noi stessi. Perciò si dice anche che il peccato è essenzialmente aversio a Deo et conversio ad creaturas.
La aversio può non essere odio esplicito o avversione, ma soltanto un allontanamento da Dio, derivante dall’aver anteposto un bene apparente o finito al bene supremo (conversio). Sant’Agostino lo descrive come «l’amore di sé che arriva fino al disprezzo di Dio».
Il peccato è un’offesa a Dio: «Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto». Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori.
Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare «come Dio», conoscendo e determinando il bene e il male. «Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all’obbedienza di Gesù che realizza la salvezza».
Il peccato è l’unico male in senso stretto. Gli altri mali, per esempio una malattia, in se stessi, non allontanano da Dio, pur essendo sicuramente privazione di un bene.
La distinzione tra peccato mortale e peccato veniale
I peccati si possono dividere in mortali o gravi e veniali o lievi, a seconda che l’uomo perda totalmente la grazia di Dio o no. La distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, già adombrata nella Scrittura, si è imposta nella Tradizione della Chiesa.
«C’è infatti un peccato che conduce alla morte […] ma c’è il peccato che non conduce alla morte». Il primo genere di peccato è detto mortale; il secondo genere di peccato è detto veniale.
| Peccato mortale | Peccato veniale |
|---|---|
| Distrugge la carità nel cuore dell’uomo. | Lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca. |
| Comporta una violazione grave della Legge di Dio. | Riguarda una materia leggera oppure una materia grave senza piena consapevolezza o senza totale consenso. |
| Distoglie l’uomo da Dio, suo fine ultimo e sua beatitudine. | Non rompe l’alleanza con Dio. |
| Priva della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. | Indebolisce la carità e ostacola il progresso nell’esercizio delle virtù. |
| Richiede il pentimento e, normalmente, il sacramento della Riconciliazione. | È umanamente riparabile con la grazia di Dio. |
Il peccato mortale e il peccato veniale si possono paragonare, rispettivamente, alla morte e alla malattia dell’anima. Il peccato mortale rompe la piena amicizia col Signore e pone chi lo compie fuori dalla grazia di Dio; il peccato veniale non rompe, ma indebolisce soltanto la comunione con Dio.
Le tre condizioni del peccato mortale
«È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso». Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano contemporaneamente tre condizioni:
- la materia grave;
- la piena consapevolezza o piena avvertenza;
- il deliberato consenso.
«Con tutta la Tradizione della Chiesa noi chiamiamo peccato mortale questo atto, per il quale un uomo, con libertà e consapevolezza, rifiuta Dio, la sua legge, l’alleanza di amore che Dio gli propone, preferendo volgersi a se stesso, a qualche realtà creata e finita, a qualcosa di contrario al volere divino».
La materia grave
La materia grave significa che l’atto è per se stesso incompatibile con la carità e pertanto anche con le esigenze inevitabili delle virtù morali e teologali.
La materia grave è precisata dai Dieci Comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
La materia grave si ha quando l’atto compiuto in pensieri, parole, opere o omissioni riguarda una trasgressione di uno dei Dieci Comandamenti o di una legge della Chiesa in merito a un oggetto e/o secondo una modalità che la Chiesa ha sempre giudicato come grave.
La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta a un estraneo.
La materia grave può riguardare sia l’amore verso Dio sia l’amore verso il prossimo. Il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia e lo spergiuro, quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio e l’adulterio.
Secondo la tradizione catechistica, esistono anche peccati che «gridano verso il cielo», ovvero peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio:
- l’omicidio volontario;
- il peccato impuro contro l’ordine della natura;
- l’oppressione dei poveri;
- la frode della mercede agli operai.
La piena consapevolezza
La piena consapevolezza, o avvertenza dell’intelletto, consiste nel sapere che l’azione che si compie è peccaminosa, ovvero contraria alla legge di Dio.
La piena consapevolezza si riferisce alla conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, cioè della sua opposizione alla Legge di Dio. Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso.
Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.
L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo.
Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.
Il deliberato consenso
Il deliberato, o perfetto, consenso della volontà indica che si vuole apertamente un’azione che si sa essere contraria alla legge di Dio.
Il pieno consenso significa un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. Si può dire che per compiere un peccato mortale bisogna proprio volerlo.
Questo non significa che per esserci peccato mortale sia necessario voler offendere direttamente Dio: basta che si voglia compiere qualcosa che è gravemente contraria alla sua divina volontà.
La consapevolezza e il libero consenso possono essere attenuati dagli impulsi della sensibilità e dalle passioni, così come dalle pressioni esterne o dalle turbe patologiche.
La necessità della simultaneità
Le tre condizioni si devono verificare contemporaneamente. Se manca una delle tre, il peccato può essere veniale.
Questo avviene, per esempio, quando la materia non è grave, anche se c’è piena avvertenza e perfetto consenso; oppure quando non c’è piena avvertenza o perfetto consenso, pur trattandosi di materia grave.
Logicamente, se non c’è avvertenza né consenso, mancano i requisiti perché si possa parlare di azione peccaminosa, in quanto non sarebbe un atto propriamente umano.
Quando si commette un peccato veniale
Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso.
Il peccato veniale, che si differenzia essenzialmente dal peccato mortale, si commette quando si ha materia leggera, oppure anche grave, ma senza piena consapevolezza o totale consenso.
In concreto, si commette peccato veniale quando:
- si compiono azioni cattive, ma con parvità di materia;
- si compiono azioni lecite, ma in maniera non corretta secondo l’ordine morale;
- si compiono azioni che hanno materia grave, con insufficiente avvertenza della mente;
- si compiono azioni che hanno materia grave, ma senza pieno consenso della volontà.
La parvità di materia indica che il male compiuto non corrompe il bene nella sua interezza. Tuttavia, il fatto che una materia sia lieve non significa che l’atto sia moralmente irrilevante.
Il peccato veniale non consiste soltanto in una materia meno grave. Può riguardare anche una materia grave quando manca la piena consapevolezza o quando non vi è un consenso pienamente libero e deliberato.
La diversa gravità delle singole scelte è dunque uno dei criteri, ma non l’unico: un altro criterio di differenza sono la diversa consapevolezza e volontarietà che noi mettiamo nelle azioni.
Gli effetti del peccato mortale
Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore.
Il peccato mortale «ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno».
Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. La nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili.
Nel perdere l’unione vitale con Cristo a causa del peccato mortale, si perde anche l’unione col suo Corpo mistico, la Chiesa. Si continua a far parte della Chiesa, ma come membro malato, privo di salute, che fa male a tutto il corpo.
Si provoca anche un danno alla società umana, perché non si è più luce e fermento, anche quando questo passasse inosservato. Col peccato mortale si perdono i meriti acquisiti, che però si possono riacquistare attraverso il sacramento della Penitenza.
Si perde anche la capacità di acquisirne altri nuovi; l’uomo resta soggetto alla schiavitù del demonio; diminuisce il desiderio naturale di fare il bene e si provoca un disordine nelle potenze e negli affetti.
Il peccato mortale spezza la piena amicizia col Signore e pone chi lo compie fuori dalla grazia di Dio. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.
Gli effetti del peccato veniale
«Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali».
Il peccato veniale non rompe l’alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio e non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna.
Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca. Si rimane in stato di grazia, ma in modo più debole e fragile, come accade in un rapporto di amicizia che, pur non rompendosi, si raffredda nei confronti dell’amico.
Il peccato veniale deliberato e rimasto senza pentimento dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non ci oppone alla volontà e all’amicizia divine e non rompe l’Alleanza con Dio.
Il peccato veniale deliberato, anche se non ci separa totalmente da Dio, è una mancanza penosa che raffredda l’amicizia con Lui. Si deve avere «orrore del peccato veniale deliberato».
Per una persona che vuole amare veramente Dio non ha senso consentire a piccoli tradimenti solo perché non sono peccato mortale; questo può portare alla tiepidezza.
«L’uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quando resta nel corpo. Tuttavia non devi dar poco peso a questi peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri!»
Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce riempiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. La ripetizione dei peccati veniali può formare abitudini viziose e predisporre a colpe più gravi.
Il perdono dei peccati
È vero anche che Dio, nella sua infinita misericordia, concede agli uomini la possibilità di pentirsi e correggere i propri comportamenti. Il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribilmente il perdono dei nostri peccati.
Tanto i peccati mortali quanto quelli veniali possono essere perdonati tramite il sacramento della Riconciliazione o Penitenza. «Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia».
Il fine e l’effetto di questo Sacramento sono dunque la riconciliazione con Dio. Coloro che ricevono il Sacramento della Penitenza con cuore contrito e in una disposizione religiosa conseguono la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito.
Il Sacramento della Riconciliazione con Dio opera un’autentica risurrezione spirituale, restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l’amicizia di Dio.
Il perdono del peccato mortale
I peccati mortali possono essere perdonati esclusivamente se confessati con vero spirito di penitenza e tramite il Battesimo o l’Assoluzione sacramentale, cioè il Sacramento della Riconciliazione.
Il peccato mortale viene perdonato in via ordinaria mediante i Sacramenti del Battesimo e della Penitenza o Riconciliazione. Il Battesimo si riceve una sola volta all’inizio della vita cristiana; la Penitenza si riceve dopo il Battesimo, almeno ogni volta che si è commesso un peccato grave.
Ogni fedele è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi almeno una volta all’anno. Devono essere confessati tutti i peccati mortali di cui si ha consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza.
Tacere consapevolmente qualche peccato è come non sottoporre nulla alla divina bontà.
Il peccato mortale e la Comunione eucaristica
Quando si è commesso un peccato mortale, e finché si rimane fuori dallo «stato di grazia», non avendolo riacquistato con la confessione sacramentale, non si deve ricevere la Comunione.
Non è possibile volere, allo stesso tempo, stare unito e separato da Cristo: si commetterebbe un sacrilegio.
«Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale».
La Chiesa concede al fedele di ricevere la Comunione Eucaristica anche prima della confessione sacramentale quando astenersi dal riceverla equivarrebbe, per lo stato di vita del fedele in questione, a far capire alla comunità di aver commesso un peccato mortale, purché vi sia il proposito di confessarsi al più presto.
Il perdono del peccato veniale
Dio ci perdona i peccati veniali nella Confessione e anche, fuori da questo Sacramento, quando facciamo un atto di contrizione o una penitenza, addolorati per non aver corrisposto all’infinito amore che Dio ha per noi.
Per alcuni peccati veniali basta partecipare con la giusta disposizione alla Santa Messa ed essi vengono rimessi durante la celebrazione Eucaristica, quando la grazia sacramentale e la grazia santificante discendono sui fedeli.
Anche farsi il segno della Croce o recitare consapevolmente il Padre Nostro può essere sufficiente per guarire le ferite che un peccato veniale apre nella nostra anima.
Tuttavia, il modo migliore per mondarsi dai peccati è accostarsi alla Confessione e al Sacramento della penitenza che ne consegue, perché solo un Sacramento fa sì che la grazia dello Spirito Santo discenda su chi ha peccato, guarendolo e conformandolo come Figlio di Dio.
La bestemmia contro lo Spirito Santo
«Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata». La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo.
Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. Il peccato contro lo Spirito Santo non indica un limite posto alla misericordia divina, ma il deliberato rifiuto di accoglierla attraverso il pentimento.
Il peccato e la libertà personale
Il peccato è un atto personale. La responsabilità morale dipende dalla materia dell’atto, dalla consapevolezza della sua gravità e dalla libertà del consenso.
La libertà non è eliminata dalla fragilità umana, ma la fragilità può attenuare la responsabilità. Nella valutazione concreta occorre considerare il temperamento, i momenti di stanchezza o di nervosismo, il trascinamento dell’abitudine, le passioni, le pressioni esterne e le turbe patologiche.
Una volta si imparava a catechismo che per un peccato mortale ci vogliono «materia grave, piena avvertenza e deliberata volontà». Quindi la diversa gravità delle singole scelte è uno dei criteri, ma non l’unico.
Un altro criterio di differenza sono la diversa consapevolezza e volontarietà che noi mettiamo nelle azioni, perché ci sono sempre di mezzo i limiti oggettivi della nostra condizione di figli di Adamo peccatore, segnata dalla fragilità e dalla debolezza di fronte al male.
L’opzione fondamentale
La dottrina dell’opzione fondamentale, che elimina la distinzione tradizionale tra peccati mortali e veniali, sostiene che la perdita della grazia santificante a causa del peccato mortale richiederebbe una opposizione radicale e totale a Dio, vale a dire un atto di opzione fondamentale contro di Lui.
Secondo questa impostazione, sarebbe quasi impossibile cadere in un peccato mortale nelle nostre scelte quotidiane e recuperare la grazia mediante una sincera penitenza. Questo perché la libertà non sarebbe idonea a determinare, nella sua capacità ordinaria di scelta, in modo così chiaro e decisivo, il segno della vita morale della persona.
Legata alla precedente dottrina è la proposta di una distinzione tripartita dei peccati, in veniali, gravi e mortali. Questi ultimi comporterebbero una decisione cosciente e irrevocabile di offendere Dio e sarebbero gli unici ad allontanare da Dio, chiudendo le porte della vita eterna.
La Chiesa ha indicato gli errori insiti in queste correnti di pensiero. Ci troviamo di fronte a dottrine sulla libertà in cui questa appare molto indebolita, in quanto si dimentica che in realtà chi decide è la persona, che può modificare le sue intenzioni più profonde e che di fatto può cambiare i suoi propositi, le sue aspirazioni, i suoi obiettivi e il suo intero progetto di vita mediante determinati atti particolari e quotidiani.
L’orientamento fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato da atti particolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l’aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore.
Dalla considerazione della sfera psicologica non si può passare alla costituzione di una categoria teologica, quale appunto l’opzione fondamentale, intendendola in modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione tradizionale di peccato mortale.
Resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo.
Altre classificazioni del peccato
Peccato attuale e peccato abituale
Si può distinguere tra il peccato attuale, che è l’atto stesso di peccare, e quello abituale, che è la macchia lasciata nell’anima dal peccato attuale, reato di pena e di colpa e, con il peccato mortale, la privazione della grazia.
Peccato personale e peccato originale
Il peccato personale si distingue da quello originale, che è quello con il quale tutti nasciamo a causa della disobbedienza di Adamo. Il peccato originale ferisce ognuno di noi, anche se non è stato commesso personalmente.
Lo si potrebbe paragonare a una malattia ereditata. Il peccato originale si cancella con il Battesimo, almeno col suo desiderio implicito, anche se rimane una certa debolezza che predispone a commettere i peccati personali.
Il peccato personale, dunque, si commette, mentre il peccato originale si contrae.
Peccati esterni e peccati interni
I peccati esterni sono quelli che si commettono con un’azione che può essere vista dall’esterno, come l’omicidio, il furto e la diffamazione.
I peccati interni, invece, rimangono all’interno dell’uomo, ossia nella sua volontà, senza manifestarsi in atti esterni, come l’ira, l’invidia e l’avarizia.
Ogni peccato, esterno o interno, trae origine da un atto interno della volontà: è questo l’atto propriamente morale. Gli atti puramente interiori possono essere peccato e anche grave.
Peccati carnali e spirituali
Si parla di peccati carnali o spirituali a seconda che si tenda in modo disordinato a un bene sensibile o a una realtà che si presenta sotto l’apparenza di bene, per esempio la lussuria, oppure a un bene spirituale, per esempio la superbia.
Di per sé, i secondi sono più gravi; tuttavia, i peccati carnali sono generalmente più veementi, perché l’oggetto che muove, una realtà sensibile, è più immediata.
Peccati di commissione e di omissione
Ogni peccato comporta il compimento di un atto volontario disordinato. Se questo si traduce in un’azione, si dice peccato di commissione; se invece l’atto volontario si traduce nell’omettere una cosa dovuta, si chiama di omissione.
La materia grave può quindi trovarsi non solo in ciò che si fa, ma anche in ciò che si omette volontariamente quando si aveva il dovere di agire.
La proliferazione del peccato
«Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male».
In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice. La perdita del senso del peccato è frutto del volontario oscuramento della coscienza che porta l’uomo, per la sua superbia, a negare che i peccati personali siano tali e persino a negare che esista il peccato.
Chiamiamo capitali quei peccati personali che inducono a commetterne altri, in quanto sono la loro radice. I peccati capitali sono:
- la superbia;
- l’avarizia;
- la lussuria;
- l’ira;
- la gola;
- l’invidia;
- la pigrizia o accidia.
La superbia è principio di ogni peccato ex parte aversionis, mentre l’avarizia è principio ex parte conversionis. I sette vizi capitali sono chiamati così perché generano altri peccati e altri vizi.
La cooperazione al peccato altrui
A volte non commettiamo direttamente il male, ma in qualche modo collaboriamo, con maggiore o minore responsabilità e colpa morale, all’azione cattiva di altri.
«Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri quando vi cooperiamo: prendendovi parte direttamente e volontariamente; comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli; non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo; proteggendo coloro che commettono il male».
I peccati personali danno luogo anche a situazioni sociali contrarie alla bontà divina, dette anche strutture di peccato. Esse sono manifestazioni ed effetti di peccati personali.
La tentazione e il consenso
La tentazione è l’incitamento al male. «La radice di tutti i peccati sta nel cuore dell’uomo», che però può essere attratto da falsi beni.
L’attrazione della tentazione non può essere mai tanto forte da obbligarci a peccare: «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla».
Se non sono cercate, e si utilizzano come occasione di impegno morale, le tentazioni possono avere valore positivo per la vita cristiana.
Le cause delle tentazioni
Le cause delle tentazioni possono ridursi a tre:
- il mondo;
- il demonio;
- la carne o concupiscenza.
Il «mondo» non è il mondo creato da Dio, perché in questo senso è buono, ma il mondo in quanto causa di sollecitazione alla conversio ad creaturas, dovuta al disordine del peccato, soprattutto in un ambiente materialista e pagano.
Il demonio istiga al peccato, ma non ha il potere di farci peccare. Le tentazioni del diavolo si respingono con l’orazione.
La «carne» o concupiscenza è un disordine delle forze dell’anima come risultato dei peccati, chiamato anche fomes peccati. Questa tentazione si vince con la mortificazione e la penitenza, con la decisione di non dialogare con essa e con la sincerità nella direzione spirituale.
Suggestione, compiacenza e consenso
Di fronte alla tentazione bisogna lottare per evitare il consenso, che presuppone l’adesione della volontà alla compiacenza, ancora non deliberata, che segue alla rappresentazione non volontaria del male che si ha nella suggestione.
La semplice suggestione non è ancora peccato, perché non dipende necessariamente dalla volontà. La compiacenza non deliberata non equivale ancora al consenso pieno. Il peccato nasce quando la volontà aderisce liberamente al male conosciuto come tale.
Per combattere le tentazioni è necessario essere molto sinceri con Dio, con se stessi e nella direzione spirituale. Altrimenti si corre il rischio di deformare la coscienza.
La sincerità è un grande mezzo per evitare i peccati e ottenere l’autentica umiltà: Dio Padre viene incontro a chi si riconosce peccatore col manifestare ciò che la superbia suggeriva di nascondere.
Le occasioni di peccato
Si devono fuggire le occasioni di peccato, vale a dire quelle circostanze che si presentano più o meno volontariamente e costituiscono una tentazione.
Bisogna evitare sempre le occasioni libere. Quando sono occasioni prossime, ossia se c’è pericolo immediato di cadere nella tentazione, o necessarie, cioè che non si possono eliminare, si deve fare tutto il possibile per allontanarsi dal pericolo.
In altre parole, occorre mettere i mezzi affinché tali occasioni da prossime diventino remote. Bisogna anche evitare, per quanto possibile, le occasioni remote, continue e libere, che corrodono la vita spirituale e predispongono al peccato grave.
La formazione della coscienza
Ogni battezzato è tenuto a formarsi una retta coscienza e un’adeguata conoscenza della dottrina cattolica, facendosi istruire, così da non incorrere in una qualche forma di ignoranza colpevole in quanto volontaria.
Non è moralmente ammissibile il volere deliberatamente ignorare la dottrina di Cristo e l’insegnamento perenne della Chiesa, nella erronea presunzione di poterne fare a meno, rischiando di perdere l’accesso alla Salvezza.
La coscienza cristiana non si forma cercando soltanto una misura esterna con cui classificare gli atti, ma riconoscendo la verità sul bene e sul male, educando la libertà e orientando la vita all’amore di Dio e del prossimo.
Per andare avanti nella vita ci vogliono invece un orizzonte a cui guardare, e, per chi crede, è l’amore di Dio; e una bussola da usare, ed è la sua Parola.
Il confine tra la morte e la vita si fa dunque visibile nell’amore verso i fratelli, come fioritura dell’amore di Dio che ci è stato donato: mortale è non amare.
Il peccato non è una violazione della legge, per la quale il codice decide la colpevolezza in base alla diversa gravità degli atti. Esso è sempre una porta chiusa in faccia all’amore.
La confessione è un momento di grazia nel cammino continuo della penitenza, nel quale chiediamo misericordia per il peccato che è in noi, con la volontà di convertirci e di camminare sulla via dell’amore.
