Catechesi sull’Ultima Cena nel Vangelo di Matteo

L’Ultima Cena nel Vangelo di Matteo è la cena pasquale nella quale Gesù, consapevole della sua morte imminente, dona ai discepoli il pane come suo corpo e il vino come suo sangue dell’alleanza, anticipando la Croce, il perdono dei peccati e il compimento del regno del Padre.

Gesù e i Suoi apostoli erano a Gerusalemme per celebrare la Pasqua. Il popolo ebraico celebrava la Pasqua ogni anno. Li aiutava a ricordare che, molti anni prima, le loro famiglie erano schiave in Egitto e Dio le aveva aiutate a fuggire. Esodo 12:27.

La Pasqua e il contesto dell’Ultima Cena

L’Ultima Cena è quella che Gesù visse con gli apostoli durante la pasqua ebraica precedente la sua morte. Si tenne nel Cenacolo, nella zona del Monte Sion a Gerusalemme. L’episodio è raccontato dai quattro vangeli canonici, ma mentre per i tre sinottici (Matteo, Marco e Luca) si trattava di una cena pasquale, per Giovanni sembra non essere così.

La vita del popolo era segnata dall’avvicinarsi della Pasqua, ossia del memoriale della liberazione di Israele dall’Egitto. Questa liberazione, sperimentata nel passato e attesa di nuovo nel presente e per il futuro, tornava viva nelle celebrazioni familiari della Pasqua.

Non si trattava di una cena qualunque. Era la cena di Pasqua. Così la vede Luca, così la vedono Marco e Matteo. Gesù, dal momento che vede arrivare la sua morte, deve darne un’interpretazione. E proprio la cena pasquale gliene offrì l’occasione.

Proprio essa era infatti punteggiata fin dai tempi antichi di segni, allusioni e interpretazioni. C’erano le erbe amare, i pani azzimi, l’agnello e il calice della benedizione. Essa attualizzava l’uscita dall’Egitto e sperava nel Messia.

Un antico detto interpretativo aramaico a proposito dei pani azzimi recitava: Ecco, questo è il pane della tribolazione, che i nostri padri dovettero mangiare quando uscirono dall’Egitto.

La preparazione della cena

Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”».

I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.

Secondo quanto dicono i Vangeli sinottici, il giovedì mattino i discepoli si presentarono a Gesù e gli chiesero in quale luogo egli volesse celebrare la Pasqua ebraica. Gesù mandò due discepoli in città dicendo loro che avrebbero incontrato lungo la via un uomo con una brocca d’acqua, diretto verso la casa del proprio padrone.

I due avrebbero dovuto seguirlo e chiedere al padrone di casa se era possibile per Gesù celebrare la Pasqua nella sua dimora. Il segno dato ai due apostoli era abbastanza singolare, essendo infatti l’ufficio di attingere l’acqua riservato ordinariamente alle donne.

Stare alla stessa tavola

Il racconto dell’istituzione dell’eucaristia inizia proprio così: «Si mise a tavola coi dodici» (Mt 26,20). Vogliamo perciò sottolineare alcuni aspetti culturali e antropologici dell’esperienza del mangiare insieme.

Infatti, la dimensione sacramentale della cena del Signore non ci deve far perdere di vista la base umana, così semplice ma fondamentale, che si trova anche nell’ultima cena di Gesù. Il cibo ha condizionato lo sviluppo dell’umanità.

Il cibo è poi una forma di linguaggio preverbale che unisce, e permette di comunicare valori anche senza parlare. Si pensi a cosa significhi il preparare il cibo per un’altra persona: può davvero significare un atto di amore.

Questa comunicazione preverbale è talmente forte, che riguarda anche il rapporto con Dio: ecco perché il cibo, allo stato naturale o preparato, è stato dall’inizio offerto alla divinità.

Il cibo e il mangiare mettono però in luce anche il peccato dell’uomo, come anche il suo egoismo e la sua fragilità. Anche per questa ragione Gesù - per insegnarci la condivisione - ha dato il cibo a chi aveva fame.

Mangiare insieme i pasti, dunque, è elemento che dice la bellezza dello stare insieme, ma che svela anche la nostra umanità. Tutti e due questi elementi sono presenti nella cena di Gesù.

Chissà con quanto amore sarà stata preparata, quanto amore viene condiviso durante quella cena, ma quanto odio, e quanta fragilità, emergono in quella cena.

Mangiare come segno del limite umano

Mangiare del cibo, non l’abbiamo ancora detto, è infatti segno in primo luogo di una vera e propria fragilità antropologica: è un bisogno che dice umanità e debolezza.

Mangiare è prima di tutto ricevere la vita da fuori di sé, cioè riconoscersi non autosufficienti. In altre parole: riconoscere il proprio limite. Mangiare insieme ad altri è confessare davanti ad altri questa condizione di creatura.

Se è vero quanto abbiamo detto sopra, forse si può arrivare a dire che mangiare, in fondo, significa accettare la propria umanità, e quindi accettare di non essere perfetti.

Mangiare insieme: comunione e fragilità

Forse la fragilità più grande nello stare insieme a tavola è data dal fatto che chi mangia insieme ad altri è egli stesso toccato dal limite.

Ricordiamo cioè quella cena che veniva celebrata a Corinto, per la quale Paolo lamentava che «ciascuno, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto» da solo.

Che situazione imbarazzante per dei cristiani: per lui sarebbe meglio mettere fine a questa farsa! In breve: converrebbe che ciascuno mangiasse a casa propria e poi si recasse alla celebrazione eucaristica.

Ecco perché anche in quell’ultima cena di Gesù emerge, alla fine, quello che doveva covare da tempo. Secondo la più antica attestazione della cena del Signore, essa ebbe luogo «nella notte in cui veniva tradito».

Il tradimento nel cuore della comunione

Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”.

Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.

Gesù aveva capito quello che stava per accadere, e l’aveva anche sottolineato riferendosi alla prossimità di chi l’avrebbe consegnato: non uno, cioè, “esterno”, ma uno che mangiava abitualmente con lui, prendendo in modo amicale il cibo dallo stesso piatto.

L’Apostolo non dice nulla del suo carattere pasquale, esce totalmente dal contesto della situazione in cui quella cena viene consumata, tranne che per un elemento: il fatto che ebbe luogo in quella notte in cui fu consegnato.

L’abuso più scandaloso nella comunità di Corinto avveniva durante la memoria dell’ultima cena di Cristo: e proprio durante questa cena Gesù veniva ferito da un suo discepolo.

Giuda e il rischio del tradimento

Sia Marco che Matteo inquadrano il racconto dell’Ultima Cena tra il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro. Gesù dona se stesso mentre Giuda concorda per trenta monete d’argento la consegna di Gesù e cerca il momento propizio per consegnarlo.

Proprio «uno dei dodici», uno di coloro che lo avevano seguito in Galilea e ai quali aveva spiegato le parabole, trama alle spalle del maestro.

Matteo vuole ricordarci che a volte il tradimento viene tramato anche all’interno della Chiesa. Anche nella comunità dei credenti - ma potremmo dire in ciascuno di noi - si insinua il traditore.

La conoscenza e la sequela di Gesù non sono automaticamente garanzie di salvezza. Matteo sa che di fronte a questa situazione il vero pericolo è che il discepolo venga meno, che la luce si spenga, che la comunità perda quella significatività che per grazia le è stata donata.

Il pane spezzato: «Questo è il mio corpo»

Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”.

Durante la cena Gesù prende il pane, recita sopra di esso l’abituale preghiera di ringraziamento, lo spezza e lo porge ai Dodici. Questo è ancora il rito abituale.

È la preghiera che si recita a tavola prima del pasto principale, dopo che sono stati mangiati gli antipasti e dopo che il padrone di casa ha ricordato l’uscita dall’Egitto.

Marco non racconta naturalmente nulla a proposito degli antipasti, della liturgia pasquale e degli altri elementi della cena. La tradizione da lui seguita presuppone che tutto ciò sia noto e ovvio.

Egli e la sua tradizione raccontano solo ciò che è particolare e unico in quest’unica cena pasquale. E di ciò fa adesso parte il fatto che Gesù interpreta il pane spezzato che egli porge ai commensali, con le parole: Questo è il mio corpo.

Il significato biblico del corpo

Il termine “corpo” non dobbiamo qui intenderlo nel senso occidentale di elemento contrapposto all’anima. “Corpo” indica la persona, tutto l’essere umano.

Gesù intende dire: «Questo pane sono io stesso. Questo io sono con la mia storia e con la mia vita. La mia vita sarà spezzata come questo pane. Io lo do a voi, affinché abbiate parte ad esso».

Questa azione simbolica di Gesù è quindi una profezia della sua morte. Gesù annuncia nel segno del pane spezzato la propria morte.

Nello stesso tempo però tale azione simbolica è qualcosa di più di una semplice profezia della sua morte. Gesù fa infatti partecipare i Dodici alla propria esistenza, alla sua vita, che ora viene data alla morte.

Gesù dona se stesso

Nella notte in cui fu tradito - riferiscono i vangeli - Gesù prese il pane e, dopo aver pronunciato su di esso la preghiera di benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Questo è il mio corpo».

Nell’ultima cena, però, Gesù non intende solo annunciare ai suoi discepoli che la sua fine è vicina e che egli è ormai incamminato verso la croce. Piuttosto, ha la chiara intenzione di affidare alla Chiesa un nuovo rito con il quale perpetuerà la sua presenza.

Un rito attraverso il quale egli donerà alla sua Chiesa, non semplicemente «qualcosa», ma «se stesso». Nell’eucaristia il Signore Gesù non ci dona qualcosa di distinto da sé, ma proprio se stesso.

L’eucaristia è il più grande dono della misericordia di Dio che si vuole consegnare all’uomo per renderlo come sé. Per questo - tra lo stupore di tutto il creato - Dio continua a trasformare il pane e il vino perché possano essere segno e sacramento del suo amore.

Il calice: «Questo è il mio sangue dell’alleanza»

Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati”.

Gesù poi versò del vino in una coppa. Benedisse il vino e disse agli apostoli di berlo. Gesù disse loro di pensare al Suo sangue mentre bevevano il vino.

Chiese loro di ricordare che Egli avrebbe sofferto e sanguinato e sarebbe morto per il dolore e i peccati di tutte le persone, in modo che noi potessimo pentirci ed essere perdonati.

Gesù fa diventare anche il porgere e il bere il calice della benedizione un’azione simbolica. Infatti dopo che egli ha pronunciato la preghiera di benedizione sopra di esso, lo interpreta nel modo seguente: Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, che è versato per molti.

Il sangue dell’alleanza

Gesù allude di nuovo alla sua morte imminente. Interpreta il calice con il vino rosso come il suo sangue, che sarà presto versato. «Versare il sangue» significa «uccidere». Gesù sarà ucciso.

Ma neppure qui egli si ferma alla profezia della sua morte. Il testo non parla semplicemente del sangue di Gesù, ma del suo sangue dell’alleanza.

E «sangue dell’alleanza» allude all’evento di Es 24,4-11 dove viene raccontato l’atto della fondazione d’Israele. Mosè erige ai piedi del Sinai un altare e dodici stele, asperge l’altare con sangue sacrificale, quindi legge alle dodici tribù il libro dell’alleanza, asperge alla fine anche il popolo col sangue e dice: Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole.

Poi Mosè e gli anziani d’Israele possono mangiare con Dio stesso sul monte. Per la successiva comprensione di Es 24,8 d’importanza decisiva è il fatto che qui sono collegati fra di loro tre motivi: il pasto in comune, l’alleanza di Dio con Israele e il sangue con cui l’alleanza viene conclusa.

Il perdono dei peccati

Alla luce di questo retroterra le parole pronunciate da Gesù sul calice di benedizione in Mc 14,24 possono solo significare: la sua vita sarà data alla morte.

Il suo sangue, che allora sarà versato, non è però un sangue versato inutilmente e senza senso, ma è «sangue dell’alleanza», cioè esso rinnova e porta a compimento l’alleanza conclusa da Dio con Israele al Sinai.

Questo rinnovamento escatologico dell’alleanza, che è nello stesso tempo una nuova creazione e una nuova fondazione d’Israele, avviene per mezzo del sangue di Gesù, che libera Israele dalla sua colpa ed espia per esso.

Gesù interpreta la propria morte violenta come morte per Israele, come dedizione espiatrice della sua vita per la vita del popolo di Dio.

«Per molti»: Israele e tutti i popoli

Con i «molti», di cui parlano le parole pronunciate sul calice in Marco, può essere indicato anzitutto solo Israele. Gesù interpreta la propria morte violenta come morte per Israele, come dedizione espiatrice della sua vita per la vita del popolo di Dio.

Questo riferimento a Israele dovrebbe risultare chiaro già semplicemente dal fatto che Gesù porge il calice della benedizione ai Dodici, ai rappresentanti da lui eletti del popolo delle dodici tribù.

Tuttavia non dobbiamo limitarci a questa affermazione, perché il discorso dei «molti» deriva da Is 52,13-53,12, il cosiddetto quarto canto del servo di YHWH. Il servo di Dio soffre in rappresentanza vicaria «per i molti».

E in tale canto, in cui «i molti» rappresentano un motivo guida, questi sono chiaramente i popoli pagani. Marco perciò, quando riportò la tradizione dell’ultima Cena a lui precedente, dovette pensare oltre che a Israele anche ai popoli.

La salvezza, che si diffonde in Israele, deve diventare la salvezza per tutto il mondo. Perciò i molti possono essere anzitutto Israele e attraverso di lui poi anche i popoli.

Possiamo pertanto dire: nel corso del rituale della cena pasquale Gesù interpreta, secondo Marco, il pane spezzato e il vino rosso nel senso della sua morte imminente.

E porgendo il pane e il vino al gruppo dei Dodici lo fa partecipare, e con esso fa partecipare Israele, alla forza della sua morte. Tale morte è infatti contemporaneamente interpretata come espiazione per l’Israele divenuto colpevole e come rinnovamento dell’alleanza del Sinai.

La preghiera di benedizione e di ringraziamento

Le tradizioni neotestamentarie dell’istituzione dell’Eucaristia, indicando la preghiera che introduce i gesti e le parole di Gesù sul pane e sul vino, usano due verbi paralleli e complementari.

Paolo e Luca parlano di eucaristia/ringraziamento: «prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro». Marco e Matteo, invece, sottolineano l’aspetto di eulogia/benedizione: «prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro».

Ambedue i termini greci eucaristeìn e eulogeìn rimandano alla berakha ebraica, cioè alla grande preghiera di ringraziamento e di benedizione della tradizione d’Israele che inaugurava i grandi conviti.

La berakha, infatti, è anzitutto ringraziamento e lode che sale a Dio per il dono ricevuto: nell’Ultima Cena di Gesù, si tratta del pane - lavorato dal frumento che Dio fa germogliare e crescere dalla terra - e del vino prodotto dal frutto maturato sulle viti.

Questa preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza verso Dio, ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce.

Il ringraziare, lodare Dio diventa così benedizione, e l’offerta donata a Dio ritorna all’uomo benedetta dall’Onnipotente.

Il ringraziamento prima della prova

La prima cosa da osservare è che prima di andare incontro alla morte Gesù pronuncia la benedizione (Mt 26,26). Si dice anche, in altri contesti, che egli «fa eucaristia», ossia «ringrazia».

Il che non è per nulla scontato, se si considera che il contesto nel quale avviene l’ultima cena è un contesto ostile. Si tratta di una di quelle situazioni nelle quali a noi, con buona probabilità, non sarebbe venuto in mente di ringraziare.

Perciò abbiamo sempre qualcosa da imparare dall’esempio di Gesù che, andando incontro alla propria passione, benedice e rende grazie.

Nel sacrificio di Gesù il rendimento di grazie appare, piuttosto, come l’elemento primo e fondamentale: è presente all’inizio e definisce l’orientamento di tutto l’evento.

È questo anche il senso delle nostre eucaristie: noi - che viviamo talvolta nella disperazione e nella fatica - ci inseriamo nel ringraziamento di Gesù perché siamo certi che con la forza di questo cibo spirituale anche noi, un giorno, vinceremo la morte ed entreremo nella vita.

L’Eucaristia come anticipazione della Croce

Con il dono del pane e del vino che offre nell’Ultima Cena, Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione realizzando ciò che aveva detto nel discorso del Buon Pastore: «Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso».

Egli quindi offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri.

La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo. Ancora una volta nella preghiera, iniziata secondo le forme rituali della tradizione biblica, Gesù mostra la sua identità e la determinazione a compiere fino in fondo la sua missione di amore totale, di offerta in obbedienza alla volontà del Padre.

Affidandoci il memoriale della sua Pasqua, il Signore Gesù ha voluto dirci che anche nella passione egli non è stato vittima inconsapevole degli eventi, ma ne è stato, al contrario, il vero attore.

Non ha evitato miracolosamente la morte, ma - svuotandosi - l’ha attraversata dall’interno, e così ha trasformato anche quel tragico evento di rifiuto in un supremo atto di amore e in sorgente di salvezza per tutti, ebrei e pagani.

L’Ultima Cena e il regno futuro

Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio.

In Marco Gesù conclude infine questa duplice interpretazione con uno sguardo sul futuro escatologico. D’ora in poi egli non berrà più vino, e meno che mai il vino della cena pasquale, perché lo uccideranno.

Egli non si limita però a profetizzare la sua morte, ma allude anche al grande banchetto del tempo finale, così come esso è descritto, per esempio, in Is 25,6-8.

Quando questo banchetto avrà luogo, la morte sarà annientata per sempre. Il velo di tristezza, che grava su tutti i popoli, sarà strappato via.

Il regno di Dio irromperà nella sua forma compiuta, in tutta la sua pienezza. Con questo sguardo gettato sul futuro escatologico Marco conclude l’ultima Cena di Gesù.

Per Matteo, il calice annuncia dunque la morte di Gesù, il sangue dell’alleanza, il perdono dei peccati e la speranza del banchetto definitivo nel regno del Padre.

La Cena come dono totale di Cristo

Nell’eucaristia Gesù dona «se stesso» e non semplicemente «qualcosa». Nell’eucaristia il Signore Gesù non ci dona qualcosa di distinto da sé, ma proprio se stesso.

Il concilio di Trento ha contribuito a precisare che nell’eucaristia Cristo ci dà se stesso con il suo corpo, il suo sangue, la sua anima, la sua divinità. Vale a dire se stesso nella pienezza della sua persona.

Non c’è nulla di sé che egli non ci doni nel sacramento dell’eucaristia. Chi ama, infatti, vorrebbe donare alla persona amata, non semplicemente qualcosa, ma addirittura se stesso.

La grandezza dell’Eucaristia - che supera ogni altra manifestazione al mondo - non consiste nelle nostre realizzazioni e nel nostro fare, ma in ciò che precede il nostro stesso fare.

Consiste nel fatto che, nella preghiera e nell’azione comunitaria, è Lui, il Signore, ad agire personalmente. È lui che fa di noi la sua Chiesa, convocandoci al banchetto nel quale condivide se stesso.

L’unità tra il pane, il calice e la comunione

Prima delle parole dell’istituzione vengono i gesti: quello dello spezzare il pane e quello dell’offrire il vino.

Chi spezza il pane e passa il calice è anzitutto il capofamiglia, che accoglie alla sua mensa i familiari, ma questi gesti sono anche quelli dell’ospitalità, dell’accoglienza alla comunione conviviale dello straniero, che non fa parte della casa.

Questi stessi gesti, nella cena con la quale Gesù si congeda dai suoi, acquistano una profondità del tutto nuova: Egli dà un segno visibile dell’accoglienza alla mensa in cui Dio si dona.

Gesù nel pane e nel vino offre e comunica Se stesso. L’accoglienza alla mensa diventa accoglienza del dono di Dio, e il pasto pasquale diventa il luogo nel quale la morte imminente di Cristo viene trasformata in dono di vita.

Il rapporto con Pietro: fede, caduta e conversione

Gesù disse ai Suoi discepoli che presto sarebbe morto. Pietro disse di essere disposto a morire per Gesù.

Ma Gesù sapeva che sarebbero arrivati tempi duri. Disse a Pietro che, prima che il gallo cantasse la mattina dopo, Pietro avrebbe detto tre volte che non conosceva Gesù.

Nel contesto della preghiera dell’Ultima Cena, Luca conserva un ulteriore elemento prezioso degli eventi: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli».

La preghiera di Gesù, quando si avvicina la prova anche per i suoi discepoli, sorregge la loro debolezza, la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il Mistero pasquale di morte e risurrezione, anticipato nell’offerta del pane e del vino.

L’Eucaristia è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato.

La preghiera è particolarmente per Pietro, perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede.

Il rinnegamento annunciato

Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai».

Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

Il contrasto tra la sicurezza dichiarata dai discepoli e la loro successiva fuga mostra la fragilità dell’uomo davanti alla passione di Gesù.

La fede cristiana non ignora questa fragilità, ma la colloca dentro la preghiera di Cristo, che sostiene i suoi discepoli anche quando essi non riescono ancora a comprendere la via della Croce.

La lavanda dei piedi e lo stile del servizio

Quando finirono di mangiare, Gesù riempì una ciotola d’acqua. Cominciò a lavare i piedi dei Suoi apostoli.

Quando fu il suo turno, Pietro chiese perché Gesù lo stesse facendo. Lavare i piedi era qualcosa che di solito facevano solo i servi.

Gesù disse che stava lavando loro i piedi per dare loro l’esempio. Voleva che si servissero e si amassero l’un l’altro come Lui li aveva amati.

Se lo avessero fatto, le persone avrebbero saputo che erano Suoi discepoli.

Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita.

Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

Il gesto della lavanda dei piedi è ricordato soltanto da Giovanni, ma illumina lo stile della Cena: prossimità, umiltà, kenosi, perdita di sé e servizio.

La vita cristiana è sempre supportata da uno stile, che vuole essere lo stile di Cristo: quello della prossimità, della kenosi, della perdita di sé.

Rimanere uniti a Cristo

Poi Gesù spiegò che Lui è come una vite e che i Suoi discepoli sono come tralci. Se un tralcio rimane legato alla vite, porta frutto.

Un tralcio che non è collegato alla vite muore e non può portare frutto. Gesù voleva che i Suoi discepoli rimanessero sempre vicini a Lui amandosi l’un l’altro e osservando i Suoi comandamenti.

Il dono dell’Ultima Cena non è separabile dalla comunione concreta tra i discepoli. Il pane spezzato e il calice condiviso chiedono una vita legata a Cristo e trasformata nell’amore fraterno.

«Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti». La comunione con Gesù si manifesta nell’obbedienza, nell’amore reciproco e nel servizio.

Lo Spirito Santo e la memoria delle parole di Gesù

Gesù sapeva che i Suoi apostoli avrebbero potuto essere preoccupati e spaventati. Promise che Dio avrebbe mandato loro lo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo li avrebbe confortati, istruiti e aiutati a ricordare ciò che Gesù aveva insegnato loro. Disse loro di non preoccuparsi e di non aver paura.

La memoria cristiana dell’Ultima Cena non è soltanto un ricordo psicologico del passato. È resa viva dall’azione dello Spirito Santo, che conduce i discepoli a comprendere il dono di Cristo e a viverne le conseguenze.

Dal Cenacolo al Getsemani

Dopo aver insegnato queste cose, Gesù e i Suoi apostoli cantarono un inno. Si incamminarono verso un giardino chiamato Getsemani.

Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. L’Ultima Cena conduce così direttamente alla passione.

L’istituzione dell’Eucaristia non elimina la Croce, ma la illumina. Il pane spezzato e il vino versato interpretano in anticipo ciò che accadrà a Gesù, mentre lo sguardo verso il regno mantiene aperta la speranza della risurrezione e del banchetto finale.

La prospettiva di Matteo

Siamo al capitolo 26 e incomincia la passione di Gesù. Se fino a questo momento Matteo, Marco e Luca avevano camminato su sentieri più o meno simili, adesso ognuno parte per la tangente, perché i vangeli non sono cronaca di avvenimenti, ma una lettura teologica.

L’evangelista carica ogni singola parola di tanti significati, secondo l’arte letteraria dell’epoca. Noi non faremo sempre parola per parola, ma vedremo comunque di comprendere il significato dello scritto di Matteo.

Quando Gesù ebbe terminato tutte queste parole, è l’ultima volta che l’evangelista adopera la formula con la quale ha concluso i grandi insegnamenti di Gesù.

Sono le parole identiche con cui terminavano i libri di Mosè. Mosè terminati tutti i suoi insegnamenti, dà disposizione per la sua morte, così Gesù, terminati i suoi insegnamenti, si fa carico delle conseguenze estreme, della sua morte, la morte più infamante.

Il Figlio dell’uomo consegnato

“Sapete che tra due giorni è Pasqua”. Era conosciuto, gli ebrei avevano un calendario e la Pasqua cadeva nel giorno 15 di Nisan che, secondo il calendario lunare, a volte capitava di marzo o di aprile.

Gesù dà una notizia abbastanza ovvia, tra due giorni è Pasqua, non è una novità, ma la novità è “e il Figlio dell’uomo” sarà consegnato per essere crocifisso.

Quando Gesù definisce se stesso come Figlio dell’uomo, dobbiamo intendere uomo con la Umaiuscola. Gesù si definisce così perché è l’uomo che ha ricevuto da Dio il suo Spirito, cioè la sua capacità di amare, realizzando pienamente la sua umanità.

Non è un super uomo, è l’uomo che era nel progetto creatore di Dio. Ogni uomo che riceve da parte del Padre lo Spirito e lo traduce in altrettanto amore, realizza pienamente la sua umanità.

La novità di Gesù è: “sarà consegnato per essere crocifisso”. La sua morte non è presentata come un incidente privo di significato, ma come il passaggio attraverso il quale il Figlio dell’uomo compie la missione ricevuta dal Padre.

La Cena come nuova fondazione del popolo di Dio

La sua ultima cena ha infatti l’intimità familiare tipica della cena pasquale. E tuttavia già la scelta dei partecipanti allude chiaramente ad Israele, al raduno e alla nuova creazione del popolo di Dio, cui Gesù ha dato inizio con il gruppo dei Dodici.

Qui non ci si può appellare al rituale abituale per andare contro la libertà di Gesù. Gesù non vuole precisamente celebrare la cena pasquale, come si era soliti fare, con la sua famiglia naturale, ma con la sua nuova famiglia.

La scelta dei Dodici richiama le dodici tribù d’Israele. Il gruppo riunito attorno a Gesù diventa il segno del popolo convocato e rinnovato dall’azione di Dio.

Gesù celebra la cena pasquale con il gruppo dei Dodici. Inoltre si riallaccia anche alla costituzione dei Dodici, perché Gesù celebra la cena pasquale con il gruppo dei Dodici.

Il nuovo tempio nel dono della vita

Gesù si era dato a riconoscere come il Messia d’Israele e come colui che aveva il compito di sottoporre anche il tempio al regno di Dio.

In tutto questo egli aveva davanti agli occhi il tempio escatologico, che sarebbe stato perfettamente santo e conforme a Dio.

Adesso, nelle parole di interpretazione pronunciate sul calice, egli fa della propria vita e della propria morte il luogo dell’espiazione per Israele e quindi anche per i popoli.

In questo modo il concetto del tempio viene reinterpretato e inserito in un nuovo campo di riferimento. Il suo centro più intimo non è più costituito dai molti sacrifici, ma dal sacrificio della propria vita fatto da Gesù, dal dono della sua vita.

Lui stesso è il nuovo e definitivo luogo dell’“espiazione”.

La Chiesa e il memoriale eucaristico

Per due volte nel cenacolo risuonano le parole: «Fate questo in memoria di me».

Con il dono di Sé Egli celebra la sua Pasqua, diventando il vero Agnello che porta a compimento tutto il culto antico.

Per questo san Paolo parlando ai cristiani di Corinto afferma: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa … con azzimi di sincerità e di verità».

Nell’Eucaristia la Chiesa risponde al comando di Gesù: «Fate questo in memoria di me»; ripete la preghiera di ringraziamento e di benedizione e, con essa, le parole della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue del Signore.

Le nostre Eucaristie sono un essere attirati in quel momento di preghiera, un unirci sempre di nuovo alla preghiera di Gesù.

Fin dall’inizio, la Chiesa ha compreso le parole di consacrazione come parte della preghiera fatta insieme a Gesù; come parte centrale della lode colma di gratitudine, attraverso la quale il frutto della terra e del lavoro dell’uomo ci viene nuovamente donato da Dio come corpo e sangue di Gesù, come auto-donazione di Dio stesso nell’amore accogliente del Figlio.

Una partecipazione che trasforma la vita

Partecipando all’Eucaristia, nutrendoci della Carne e del Sangue del Figlio di Dio, noi uniamo la nostra preghiera a quella dell’Agnello pasquale nella sua notte suprema, perché la nostra vita non vada perduta, nonostante la nostra debolezza e le nostre infedeltà, ma venga trasformata.

Partecipando all’Eucaristia, viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo.

La preghiera di Gesù, quando si avvicina la prova anche per i suoi discepoli, sorregge la loro debolezza. L’Eucaristia è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato.

Domandiamo che, uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli.

Ultima Cena di Gesù e apostoli

ULTIMA CENA - "Dal Vangelo secondo Matteo" (Mt 26,19-29)

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