Nella Chiesa cattolica gli eventi mistici non vengono “canonizzati” in quanto tali: il discernimento riguarda piuttosto la santità della persona che li vive, la natura dei fenomeni eventualmente associati alla sua esperienza spirituale e la loro conformità alla fede, alla morale e all’insegnamento ecclesiale. La canonizzazione è la dichiarazione ufficiale della santità di una persona defunta da parte della Chiesa.
La canonizzazione afferma che quella persona si trova con certezza in Paradiso, può essere assunta come esempio di vita evangelica e può essere oggetto di culto e preghiere per ottenere, per sua intercessione, grazie da Dio. I fenomeni straordinari, invece, non sono condizioni indispensabili per riconoscere la santità di un fedele: possono esserne segni, ma la vera meta della vita mistica è sempre la comunione con Dio.
Mistica, fenomeni straordinari e santità
Sia attraverso la riflessione teologica, sia con la predicazione e la catechesi, la Chiesa riconosce da secoli che al cuore della vita mistica sta la consapevolezza dell’intima unione d’amore con Dio. La mistica si caratterizza dunque come un’esperienza che supera la mera conoscenza razionale non per merito di chi la vive, bensì per un dono spirituale, che può manifestarsi in diversi modi, anche con fenomeni addirittura opposti, come visioni luminose o fitte oscurità, afflizioni o estasi.
Per sé, tuttavia, questi eventi eccezionali restano secondari e non essenziali rispetto alla mistica e alla santità stessa: possono esserne segni, in quanto carismi singolari, ma la vera meta è e resta sempre la comunione con Dio, il quale è «interior intimo meo et superior summo meo» (Sant’Agostino, Confessioni, III, 6, 11). Quest’evento di grazia si manifesta nei frutti che produce, secondo la parola del Signore: «Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo» (Lc 6,43-44).
La mistica non coincide più con la realtà dei fenomeni mistici, ma con l’unione profonda che si instaura tra Dio e l’uomo. Si tratta del raggiungimento di un ragguardevole livello del cammino battesimale, risultato di una comunione sempre più intensa con Dio-Trinità. I mistici sono cristiani che pervengono alla maturità della dimensione teologale, che è frutto di una capacità di conversione sempre più elevata ed evidente.
In questo contesto e secondo questa visione, l’evento soprannaturale è un “accidente” e non il cuore della vita mistica. Ci sono molti santi che non hanno sperimentato fenomeni mistici ed altri in cui se ne sono manifestati in abbondanza: ciò dipende dal loro significato nella vita e nel cammino di chi li sperimenta, dal progetto che Dio nutre e manifesta nei confronti dell’uomo.
La concezione cattolica della vita mistica
In tempi recenti la teologia ha operato un recupero dell’esperienza mistica e della nozione di mistica, riportandole nell’ambito dello sviluppo ordinario della vita cristiana, conseguentemente “sganciandola” dalla presenza di doni straordinari riservati a pochi individui e riferendola ai doni della grazia divina e dello Spirito Santo concessi ad ogni cristiano.
Questa visione è espressa con chiarezza nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che, per quanto riguarda la mistica, così insegna: Il progresso spirituale tende all’unione sempre più intima con Cristo. Questa unione si chiama “mistica” perché partecipa al mistero di Cristo mediante i sacramenti -‘santi misteri’- e, in Lui, al mistero della Santissima Trinità. Dio ci chiama tutti a questa intima unione con Lui, anche se soltanto ad alcuni sono concesse grazie speciali e segni straordinari di questa vita mistica, allo scopo di rendere manifesto il dono gratuito fatto a tutti.
La mistica cristiana è il raggiungimento della maturità nel vissuto battesimale da parte del credente in forza della grazia divina. L’esperienza mistica inizia il suo percorso di vita teologale con il battesimo, si sviluppa mediante i sacramenti della cresima e quello dell’eucarestia e i doni dello Spirito che la portano ad una sempre più intima unione con il Signore e le permettono di pervenire ad una conoscenza affettiva profonda e viva della presenza e dei misteri divini, essa avviene sempre nella fede e nella comunione ecclesiale.
Ne consegue che l’unione mistica con Dio è espressione di un cammino di conversione e santificazione che matura in una comunione intima e profonda con Dio nell’esercizio della fede, speranza e carità. Il mistico si dedica alla pratica della vita teologale. Egli è radicato nell’oggettività cristiana ed è alimentato da essa.
Quanto egli sperimenta non è slegato dalla realtà del cristianesimo perché è pienamente inserito nell’economia e nell’oggettività cristiana e mai ne rappresenta il superamento. Il suo linguaggio è sempre quello della fede anche se può avere caratteristiche diverse da quello del dogma, della predicazione o della teologia in genere.
La mistica cristiana suppone sempre l’alterità di Dio con il quale, in accordo alla rivelazione cristiana, l’uomo è chiamato ad intessere un rapporto di profonda e totalizzante comunione senza rinunciare alla mediazione della fede.
Che cosa sono i fenomeni mistici
Essi possono essere definiti come “quegli esiti paranormali, preternaturali o soprannaturali che accompagnano l’esperienza mistica e costituiscono una modificazione degli stati di coscienza - vengono per l’appunto definiti «stati mistici di coscienza […] in cui si ha una visione nelle profondità delle verità, non sondate dall’intelletto discorsivo» (W. James, Le varie forme dell’esperienza religiosa, Brescia 1998, 327-328).”
La teologia tradizionale ha individuato le seguenti caratteristiche di un’esperienza mistica che vanno a sottolineare la straordinarietà di questo genere di vissuto cristiano: la percezione di Dio immediata o in certo modo immediata, la certa convinzione dell’oggettività di quanto viene sperimentato, la gratuità dell’esperienza, la passività o attività ricettiva che caratterizza l’atteggiamento del mistico.
La presenza intima del Dio trascendente consiste nella comunicazione di Sé e dei suoi misteri in una nuova modalità rispetto a quella ordinaria data nella vita di fede. Al mistico Dio si rivela in modo gratuito e improvviso, senza che questi abbia preparato o immaginato tale esperienza.
Egli vive un’esperienza della presenza di Dio progressivamente più profonda, sino ad arrivare ad una comunione intima con Lui. Tutto ciò gli consente maggiore costanza, determinazione e perfezione nella pratica delle virtù.
Un’altra caratteristica dell’esperienza mistica, sottolineata dalla teologia tradizionale e dalla filosofia del linguaggio, è l’ineffabilità, perché l’uomo comunica con il Trascendente assoluto e le sue facoltà si trovano nell’impossibilità di descrivere questo vissuto mediante concetti, tanto da indurlo ad esprimersi attraverso un linguaggio simbolico e paradossale.
Solo per simboli è possibile esprimere quanto il mistico ha vissuto a contatto con il mistero divino, che, comunque, resta sempre ineffabile. I fenomeni mistici possono quindi accompagnare l’esperienza spirituale, ma non ne costituiscono automaticamente la prova e non sostituiscono l’esame complessivo della vita della persona.
Il criterio decisivo: la conformità alla volontà di Dio
Di conseguenza, i fenomeni straordinari che possono connotare l’esperienza mistica non sono condizioni indispensabili per riconoscere la santità di un fedele: se presenti, essi ne fortificano le virtù non come privilegi individuali, ma in quanto ordinati all’edificazione di tutta la Chiesa, corpo mistico di Cristo.
Ciò che più conta e che maggiormente si deve sottolineare nell’esame dei candidati alla santità è la loro piena e costante conformità alla volontà di Dio, rivelata nelle Scritture e nella vivente Tradizione apostolica.
Quasi compendiandone la prassi, così afferma Santa Teresa d’Avila: «È chiaro che la somma perfezione non sta nelle dolcezze interiori, nei grandi rapimenti, nelle visioni e nello spirito di profezia, bensì nella perfetta conformità del nostro volere con quello di Dio, in modo da volere, e fermamente, quanto conosciamo essere di sua volontà, accettando con la medesima allegrezza tanto il dolce quanto l’amaro, come Egli vuole».
A queste parole corrisponde l’esperienza di San Giovanni della Croce, secondo il quale l’esercizio delle virtù è il germoglio dell’appassionata disponibilità per Dio, sicché la sua volontà e la nostra diventano «una sola volontà in un consenso pronto e libero», fino alla trasformazione dell’amante nell’Amato.
Il discernimento dei fenomeni mistici
Con impegno costante, il Magistero, la teologia e gli autori spirituali hanno inoltre fornito criteri per distinguere fenomeni spirituali autentici, che possono accadere in un clima di orazione e sincera ricerca di Dio, da manifestazioni che possono essere ingannevoli.
Per non cadere nell’illusione superstiziosa, occorre valutare con prudenza simili eventi, attraverso un discernimento umile e conforme all’insegnamento della Chiesa. Il problema è quello di individuare di quale natura siano gli eventi eccezionali che l’uomo sperimenta, poiché potrebbero essere frutto di patologie o addirittura di origine diabolica: occorre molta prudenza nel valutarli.
Generalmente essi sono da considerarsi autentici se ben integrati nel cammino di conversione e sono il frutto di un itinerario di santificazione. L’umiltà e la riservatezza del mistico, la sua totale adesione al Vangelo, alla dottrina della Chiesa e al Magistero depongono certamente bene.
È sempre positivo riscontrare questi atteggiamenti virtuosi perché permettono il manifestarsi di Dio e alla creatura umana di non vivere vana esaltazione o protagonismo. Le virtù del mistico rappresentano un’importante verifica circa la bontà dei segni straordinari.
Inoltre, la secolare esperienza della storia della mistica, costituita dalla spiritualità di tanti fratelli e sorelle riconosciuti universalmente mistici, ha determinato una casistica varia e precisa, che permette un sereno orientamento nella valutazione di questi fatti non comuni nella vita dei credenti.
Equilibrio nelle cause di canonizzazione
È importante perciò avere equilibrio: come non bisogna promuovere le Cause di Canonizzazione solo in presenza di fenomeni eccezionali, così va posta attenzione a non penalizzarle se gli stessi fenomeni connotano la vita dei Servi di Dio.
Al centro del discernimento circa un fedele sta l’ascolto della sua fama di santità e l’esame circa la sua perfetta virtù, come espressioni di comunione ecclesiale e intima unione con Dio.
Il Papa domanda perciò “equilibrio”: “Come non bisogna promuovere le Cause di Canonizzazione solo in presenza di fenomeni eccezionali, così va posta attenzione a non penalizzarle se gli stessi fenomeni connotano la vita dei Servi di Dio”.
“Al centro del discernimento circa un fedele sta l’ascolto della sua fama di santità e l’esame circa la sua perfetta virtù, come espressioni di comunione ecclesiale e intima unione con Dio”, conclude Leone XIV.
Le principali forme dei fenomeni mistici
La serie dei fenomeni che ne accompagnano rimanda a esperienze di levitazione, di bilocazione, di chiaroveggenza, di telepatia e conseguente telecinesi, di sopravvivenza di norma unicamente legata al cibo eucaristico, di vistosa riduzione del sonno e, infine, di incorruttibilità cadaverica, in merito alla quale va ricordato come tale fenomeno presenti una complessa casistica e, a volte, sembri irreversibile mentre altre volte risulti transitorio.
A proposito delle transverberazioni non va dimenticato l’analogo fenomeno della sostituzione dei cuori, che rese tra l’altro celebre s. Caterina da Siena e che costituisce la “figura” più eccelsa di cosa comporti il legame con Cristo e l’assimilazione a lui.
Non minore interesse suscita il fenomeno della stimmatizzazione interna, parallelo a quello della stimmatizzazione corporea come comunemente si presenta nei santi. Classico il caso di s. Chiara da Montefalco.
Anche a questo proposito, la traccia addirittura fisiologica della Passione di Cristo dovrebbe persuaderci di quale coinvolgimento possa essere segnata la meditazione, non puramente intellettuale dunque, ma vissuta della Passione del Signore.
| Fenomeno | Descrizione nel vissuto mistico |
|---|---|
| Visioni | Esperienze che possono presentarsi come visioni luminose o come fitte oscurità. |
| Estasi | Esperienze straordinarie associate a un’intensa comunione spirituale. |
| Afflizioni | Forme di esperienza mistica segnate dalla sofferenza interiore o fisica. |
| Levitazione e bilocazione | Fenomeni straordinari riferiti nella casistica della mistica cristiana. |
| Stigmatizzazione | Manifestazione corporea o interna collegata alla partecipazione alla Passione di Cristo. |
| Transverberazione | Esperienza associata all’intensità dell’amore per Dio e al legame con Cristo. |
| Incorruttibilità cadaverica | Fenomeno dalla casistica complessa, talvolta irreversibile e talvolta transitorio. |
Fenomeni mistici e trasformazione della persona
Questi fenomeni rivelano le potenzialità della natura umana (e perciò li vediamo comuni a tutte le tradizioni spirituali e sapienziali) e, nel caso specifico dell’esperienza cristiana, rimandano alla capacità obbedienziale della creatura, in quanto sotto l’influsso della grazia vengono sviluppate inclinazioni e attitudini insite nella persona plasmata da Dio, e che rimarrebbero sepolte se non intervenisse una forza dall’alto.
Si tratta quindi di “energie” ridestate e riversate a un tempo negli esseri umani. In altri termini, i fenomeni mistici indicano in quale misura l’azione gratuita di Dio sia in grado di sviluppare delle attitudini e delle inclinazioni insite nell’uomo da lui creato.
Possiamo affermare di conseguenza che nei mistici il soprannaturale si fa “naturale” (secondo la legge dell’Incarnazione) e il naturale è assunto nel “soprannaturale” (secondo la legge della divinizzazione).
Ed è simile sovrapponibilità tra il dato teologale e l’inveramento esistenziale a illuminarci sulla natura e il significato dei fenomeni in ambito cristiano. Nei mistici e nelle mistiche si rende manifesta una progressiva spiritualizzazione della persona, il cui centro di gravità si sposta dalla dimensione “grossolana” (“carnale”, “psichica”), a quella “sottile” (“pneumatica”).
In sostanza, si verifica una sinergia tra la grazia di Dio e la crescita delle facoltà umane in conseguenza alla realizzazione di un cammino di conversione che raggiunge un livello elevatissimo.
A. Gentili parla di “spiritualizzazione” delle capacità umane, cioè dell’elevazione delle potenzialità dell’uomo che vengono sviluppate e valorizzate dalla grazia divina, che affina ed amplia le capacità umane, progressivamente sempre più in grado di percepire e rivelare la dimensione del soprannaturale.
La dimensione ecclesiale, sacramentale e missionaria
Giova ricordare che il cammino dei mistici avviene in un contesto ecclesiale, una comunità che essi arricchiscono con le loro intuizioni e la loro esperienza, laddove si sono già nutriti alla fonte della Parola e dei Sacramenti.
La vita sacramentale ha un grande valore per loro, che in essa trovano un ineludibile punto di riferimento. La dimensione mistica si caratterizza, inoltre, per il suo carattere pratico-operativo, cioè dal suo produrre effetti concreti sul piano ascetico e missionario.
Chi vive questa fase del vissuto spirituale non resta sul monte a pregare, ma contribuisce in modo significativo al miglioramento dell’ambiente sociale in cui vive, anche attraverso la propria significativa nell’ascesi.
I fenomeni straordinari fanno da sfondo a queste peculiarità, evidenziando la ricchezza della vita interiore, non costituendone il fondamento.
La mistica cristiana non è evasione, ma missione. La mistica, nella tradizione biblica, non è mai un’esperienza solitaria o privata, ma un incontro con Dio che diventa parola e responsabilità.
La capacità di tessere relazioni adulte è uno degli esiti dell’esperienza mistica, poiché l’accoglienza del totalmente Altro nella propria vita, si traduce nell’accoglienza degli altri.
Esempi di fenomeni integrati nella vita spirituale
In molti mistici, ad esempio, l’attrazione verso il culto eucaristico diviene così totalizzante e rilevante da provocare una serie di fenomeni che determinano un cambiamento nella struttura psicofisica che conferisce sempre più spazio a questa tensione verso il Sacramento, nonché una sempre migliore comprensione di misteri divini che, progressivamente si svelano per l’edificazione dell’intera realtà ecclesiale.
In molti personaggi della storia della spiritualità della Chiesa l’amore verso il Crocifisso diventa così grande, che sfocia nella condivisione degli eventi della Passione. La stimmatizzazione in S. Francesco, ad esempio, non rappresenta una manifestazione avulsa rispetto al suo vissuto: essa è la risultante di una carità verso il Cristo sofferente che raggiunge la piena maturità.
Si verifica, dunque, una sorta di assimilazione al Signore, che, a sua volta, si manifesta in un modo nuovo e con modalità che alterano e sconvolgono l’ordinaria dimensione psicosomatica dell’uomo.
La contemplazione svolge un ruolo molto importante perché conduce l’uomo ad immergersi nei divini misteri, coinvolgendolo al punto di riviverli nella sua persona e nella sua personale esperienza di fede.
Soprattutto in ambito femminile, ad esempio, l’amore verso Gesù Cristo raggiunge un trasporto così elevato da generare la dimensione sponsale della vita mistica. L’intensità dell’unione con il Signore perviene ad uno stato così elevato che solo la metafora matrimoniale può rappresentarlo.
Il rapporto tra fenomeni mistici e miracoli
Se, durante la vita della persona sono avvenuti episodi inspiegabili che possano essere ritenuti "miracoli", questi verranno verificati e segnalati, sebbene non siano considerati fondamentali.
La fase successiva è la Dichiarazione di beatificazione, per arrivare alla quale deve essere riconosciuto un miracolo attribuito all’intercessione del venerabile. Qualcuno deve aver pregato la persona e questa deve aver "risposto" venendo in soccorso con un evento inspiegabile e "prodigioso": questo viene ritenuto dalla Chiesa segno inequivocabile che la persona è in Paradiso e di là può e vuole soccorrere i vivi.
La cautela in questa fase è ancora maggiore. Perché un miracolo venga preso in considerazione dalla Congregazione dei Santi occorre una Inchiesta Diocesana, approfondita con lo stesso iter indicato sopra, che andrà consegnata alla Congregazione dei Santi.
Il miracolo richiesto per la beatificazione non coincide con l’autenticazione di un fenomeno mistico. Esso riguarda un evento attribuito all’intercessione del candidato e viene esaminato secondo una procedura distinta, mentre i fenomeni mistici sono valutati nel quadro complessivo della vita, della fama di santità e delle virtù.
La canonizzazione: significato e conseguenze
La canonizzazione è la dichiarazione ufficiale della santità di una persona defunta da parte della Chiesa. Emettendo questa dichiarazione, la Chiesa afferma che quella persona si trova con certezza in Paradiso, può essere assunta come esempio di vita evangelica e può essere oggetto di culto e preghiere per ottenere, per sua intercessione, grazie da Dio.
Il culto è limitato (per esempio alla diocesi di appartenenza) per la persona dichiarata beata, mentre è universale per il santo. La decisione finale sull'opportunità di procedere alla canonizzazione è in ogni caso riservata al Papa.
La canonizzazione non è la proclamazione di un particolare fenomeno mistico, né la certificazione che ogni esperienza riferita dal candidato abbia origine soprannaturale. È il riconoscimento ecclesiale della santità della persona e della sua idoneità a essere proposta come esempio e intercessore per tutta la Chiesa.
Beatificazione e canonizzazione
Atto con cui il Sommo Pontefice, capo della Chiesa cattolica, permette che un servo di Dio sia venerato pubblicamente come beato, in luoghi (città, diocesi, regione o anche un ordine religioso) e modi determinati caso per caso.
Si distingue dalla canonizzazione in quanto è la concessione di un culto facoltativo e limitato ad alcuni luoghi o gruppi di fedeli, mentre la canonizzazione prescrive un culto esteso a tutta Chiesa; per questo nella b. non viene esercitata l’infallibilità pontificia.
Il processo di b., che salvo particolare dispensa non può iniziare prima di 5 anni dalla morte del servo di Dio, mira a dimostrare il grado eroico delle virtù da lui praticate (per i martiri basta la certezza del martirio), nonché l’autenticità dei miracoli operati per sua intercessione.
Dopo l’ammissione delle virtù eroiche, il pontefice emette il decreto per cui il servo di Dio può essere chiamato venerabile. Dopo la prova dei miracoli, il pontefice ordina la pubblicazione del decreto «del Tuto», cioè della sicurezza a procedere, che permette il culto.
Le fasi della causa di canonizzazione
Il processo che porta la Chiesa a dichiarare un uomo o donna santo richiede grande attenzione e responsabilità, perché la decisione che ne deriva influenza molte persone: il santo o la santa verrà infatti proposto alla venerazione di tutti i fedeli in tutto il mondo e indicato come esempio da seguire.
Il processo di canonizzazione ha una durata variabile di parecchi anni, ma può arrivare a secoli. Segue due procedure, a seconda che il defunto da canonizzare sia morto di morte naturale o sia stato ucciso come martire.
Per il Martire la procedura è in qualche modo semplificata, perché tenderà ad accertare soprattutto se si sia trattato di vero martirio, ossia di morte inflitta in esplicito odio alla Fede e alla Chiesa, e dal martire liberamente e serenamente accettata e sopportata in testimonianza di fedeltà e di amore alla fede e alla Chiesa.
Invece, se la persona per la quale si chiede il processo di canonizzazione è morta di morte naturale: il processo di canonizzazione ha origine dalle persone che hanno vissuto con il potenziale santo o santa, che ne conoscono l'operato e lo stile di vita: la comunità della parrocchia, la congregazione religiosa, la comunità in cui ha lavorato, eccetera.
- Richiesta degli attori. Questi, detti Attori, incaricano una persona che ritengono adeguata a presentare richiesta al vescovo di riferimento perché apra l'Inchiesta Diocesana su una possibile beatificazione.
- Nomina del postulatore. Chi presenta la domanda viene detto Postulatore della Causa. Se la Santa Sede lo ritiene affidabile, diviene la persona di riferimento per la Congregazione per le cause dei santi, cioè l'organismo della Santa sede che si occupa dei processi di beatificazione.
- Attesa e autorizzazione. L'inchiesta non può iniziare se non sono trascorsi almeno 5 anni dalla morte della persona, a meno che il Papa in persona non voglia autorizzare una eccezione.
- Nihil obstat. La Congregazione per le Cause dei Santi valuta la richiesta del vescovo e risponde con un nihil obstat (niente si oppone), autorizzandolo a procedere.
- Servo di Dio. Da questo punto in poi il potenziale santo o santa viene detto "Servo (o serva) di Dio".
- Inchiesta diocesana. Si procede intervistando quante più persone possibili, valutando documenti e testimonianze per capire se, tra quanti lo hanno conosciuto, ci sia una cosiddetta fama di santità.
- Raccolta del materiale. Ne deriva una raccolta di documenti che viene inviata a Roma.
- Positio. La Congregazione per le Cause dei Santi controlla che la raccolta del materiale sia avvenuta in modo corretto, quindi nomina un Relatore della Causa che guiderà l'organizzazione del materiale nella Positio super virtutibus del Servo di Dio.
- Esame delle virtù. La Positio è quindi un dossier dove si esprime con criterio la "dimostrazione ragionata" (Informatio) delle presunte virtù eroiche, usando le Testimonianze e Documenti raccolti nell'Inchiesta Diocesana (Summarium).
- Giudizio dei teologi e dei vescovi. Si organizza una commissione di 9 teologi, detta Congresso dei Teologi, per l'esame della Positio del postulatore e delle Animadversiones dell'avvocato del diavolo. Se questi danno parere favorevole si ha una riunione di Cardinali e Vescovi della Congregazione dei Santi.
- Decreto sull’eroicità delle virtù. Terminata la riunione, il Papa autorizza la lettura del Decreto ufficiale sull' eroicità delle virtù del Servo di Dio. Questi d'ora in poi viene chiamato "venerabile".
- Miracolo per la beatificazione. Per arrivare alla Dichiarazione di beatificazione deve essere riconosciuto un miracolo attribuito all’intercessione del venerabile.
Il ruolo della fama di santità e delle virtù
Al centro del discernimento circa un fedele sta l’ascolto della sua fama di santità e l’esame circa la sua perfetta virtù, come espressioni di comunione ecclesiale e intima unione con Dio.
Da questo punto di vista, la presenza di fenomeni straordinari non può sostituire l’esame della vita concreta. La causa deve verificare la coerenza della persona, la sua adesione al Vangelo, la fedeltà alla Chiesa, la qualità delle sue virtù e l’effettiva ricezione ecclesiale della sua testimonianza.
Questo non vuol dire che tutti i santi siano stati perfetti dalla nascita: al contrario, ci sono santi che in una prima fase della loro vita possono essere stati grandi peccatori o addirittura infedeli o nemici della Fede (esempio: Saulo / San Paolo); ma allora si andrà a vedere se a questa prima fase (eventualmente anche lunga) ha fatto seguito una completa, radicale, definitiva conversione.
L’evoluzione storica della canonizzazione
I-V secolo: martiri e confessori
Nei primi cinque secoli di vita delle comunità cristiane, non si parla propriamente di santi, ma più di martiri: la venerazione dei defunti si focalizza soprattutto su quelle persone che, pur di non rinnegare il Signore e il suo messaggio rivelatore, preferirono immolare la propria vita come testimonianza di fede.
Ovviamente non esistevano questioni formali da assolvere per venerare un martire: il martirio era un fatto di dominio pubblico, confermato dalle autorità romane competenti che poi eseguivano la pena capitale.
Nascono in questo periodo i martirologi, ovvero cataloghi e raccolte dove venivano inseriti i fedeli secondo nome, giorno della condanna a morte e luogo di sepoltura, probabilmente per onorarli nel sepolcro il giorno della loro morte.
Un cambio radicale si ha nel periodo della fine delle persecuzioni, prima con la pace costantiniana (313) poi con l’editto di Tessalonica. Questa situazione socio-politica porta ad aggiungere al culto dei martiri, quello dei confessori, ovvero fedeli che avevano subito gravi violenze durante il periodo delle persecuzioni ma erano riuscite a sfuggire la morte, oppure persone che si erano conformate a Cristo per la propria vita terrena, con penitenze fuori dal normale, vita ascetica e scelte di vita simili.
VI-XI secolo: la canonizzazione vescovile
È col progressivo crollo dell’Impero romano d’Occidente e i sempre più frequenti contatti con le varie popolazioni barbariche che si avvia un cambiamento di rilievo, sempre più accentuato con l’inizio del Medio Evo: vede la luce una forma embrionale di processo di canonizzazione, operato dai vescovi che autorizzano la venerazione dopo una sommaria inchiesta e la redazione della Vita del santo, ovvero una sorta di biografia agiografica contenente i suoi miracoli.
Si parla in questo periodo di "canonizzazione vescovile". È fino al X secolo che la liceità del culto era determinata dall'approvazione del vescovo: la canonizzazione vescovile risponde allo stimolo della vox populi.
È poi nel 993 che per la prima volta il prestigio del caso viene legato al sinodo romano. La figura del santo comincia a delinearsi in maniera più indipendente e a differenziarsi da quella dei martiri e dei confessori dei primi secoli.
Una prima forma di processo di canonizzazione si fissa in età carolingia, ma forse addirittura merovingia: requisiti fondamentali erano il miracolo o il martirio, la stesura della Vita, la presentazione all’autorità ecclesiastica competente e la successiva approvazione.
XII-XVI secolo: la riserva pontificia
Se Urbano II cominciò un processo di accentramento della questione, inserendo altri requisiti per la canonizzazione come le prove testimoniali, fu papa Alessandro III, nel XII secolo, che rivendicò a sé il potere di riconoscere una persona come santo al fine di mantenere una uniformità di culto in tutta la Cristianità, inserendo definitivamente i processi di canonizzazione nelle causae maiores Ecclesiae.
Tale norma fu poi confermata da Gregorio IX nel 1234, e inserita successivamente nel Corpus Iuris Canonici. Nel XIV secolo, il Papa cominciò ad autorizzare il culto di alcuni santi solo in ambito locale prima che fosse completato il processo di canonizzazione.
Tale pratica è all'origine della procedura di beatificazione, in cui una persona è detta beata ed è possibile il suo culto solo in ambiti ristretti (singole diocesi o famiglie religiose).
XVII-XIX secolo: distinzione tra beatificazione e canonizzazione
Numerosi cambiamenti ci furono con gli interventi di Sisto V che creò la Congregazione dei riti e di Urbano VIII nella sua Coelestis Hierusalem Cives, che arricchì e articolò la procedura.
Nasce la distinzione netta tra beatificazione e canonizzazione, e la riserva papale viene ulteriormente rafforzata a garanzia con una norma di chiusura, con conseguente divieto di venerazione di defunti che non siano stati riconosciuti come santi.
Per la "canonizzazione formale" si richiedono due miracoli attribuiti al fedele dopo la morte e un decreto a procedere emanato dalla Congregazione, accompagnato da un giudizio consultivo del Concistoro.
La beatificazione viene successivamente modificata e più precisamente definita da Alessandro VII e Benedetto XIV.
XX secolo: riforme della procedura
Tutta la normativa, frutto di elaborazioni millenarie, rimase in vigore fino alla codificazione del 1917, nella quale fu inserita e rielaborata.
La procedura inserita nel codice viene disciplinata in maniera molto dettagliata e minuziosa, con un approccio "positivistico giuridico" che risulterà senza eguali.
Con l'introduzione presso la già veduta Congregazione dei Riti della Sezione storica e della Consulta medica, nasce un'autentica metodologia investigativa e valutativa che toglie ampio terreno al classico procedimento di natura giuridica.
L'eccessivo positivismo della prima codificazione, che aveva portato all'esclusione delle indagini sinodali e vescovili e allungato e complicato in maniera esponenziale le procedure, indusse Paolo VI a riformare la canonizzazione, separando una sezione apposita dalla Congregazione dei riti e semplificando il processo in due fasi, una istruttoria a livello locale, e una dibattimentale riservata all'ambiente romano, con una riconsiderazione in positivo del ruolo del Vescovo e delle decisioni sinodali.
Le riforme moderne della procedura
Con il motuproprio Sanctitas clarior (19 marzo 1969) Paolo VI sveltì notevolmente la procedura canonica per la b., stabilendo che le investigazioni necessarie sugli scritti, sulla vita ed eventualmente sul martirio del servo di Dio venissero fatte non più in due distinti processi (ordinario e apostolico), ma in un unico processo introdotto in una diocesi, per decisione dell’ordinario del luogo, dopo aver ottenuto il benestare della Santa Sede.
Giovanni Paolo II, con la Costituzione apostolica Divinus perfectionis Magister (25 gennaio 1983), coordinò la legislazione precedente e durante il suo pontificato incrementò notevolmente le b. e canonizzazioni, proclamando oltre 450 santi e quasi 1300 beati.
Un'ulteriore riforma di Giovanni Paolo II inclina il processo di canonizzazione a favore della teologia de-positivizzandolo consistentemente.
Nel 1587 venne istituita una figura, contrapposta al relatore, di Pubblico Ministero (chiamato popolarmente l'Avvocato del Diavolo) che in questa fase cerca soprattutto con grandissimo scrupolo le prove contro la santità del candidato: errori nella dottrina della Fede, disobbedienze alla Chiesa, comportamenti palesemente o occultamente peccaminosi o viziosi; questa figura è stata poi soppressa nel 1983 da parte di papa Giovanni Paolo II per snellire il processo di canonizzazione.
Il discernimento dei presunti fenomeni soprannaturali
Nel pensiero cattolico esiste quindi una ferma convinzione nella «libertà dello Spirito», che può manifestarsi nella storia in modi diversi, anche attraverso eventi soprannaturali come apparizioni o visioni.
Nella prassi ordinaria, lo studio di tali casi si conclude con un «nulla osta», che autorizza il culto pubblico senza pronunciarsi sull’origine soprannaturale del fenomeno.
Negli ultimi cinquant’anni, ha osservato il porporato, si sono registrati circa 3.500 casi di beatificazione e canonizzazione. Nello stesso periodo, tuttavia, sono state emesse solo 3 o 4 dichiarazioni di soprannaturalità, evidenziando la difficoltà di giungere a un riconoscimento ufficiale di questo tipo.
Il discernimento rimane fondamentale, soprattutto per distinguere tali fenomeni da chi li sfrutta per lucrare o esercitare dominio sulle persone, casi «molto, molto preoccupanti», che possono portare ad «abusi».
Il riconoscimento di un fenomeno come possibile segno spirituale non comporta automaticamente l’obbligo di credere alla sua origine soprannaturale. La valutazione ecclesiale mantiene una distinzione tra la liceità del culto, la prudenza pastorale e l’affermazione definitiva sull’origine del fenomeno.
Il convegno sulla mistica e la santità del 2025
Giovedì 13 novembre 2025, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre ha ricevuto in Udienza i partecipanti al Convegno del Dicastero delle Cause dei Santi “La Mistica. I fenomeni mistici e la santità”.
Dopo i precedenti Convegni sui temi della “santità oggi”, della sua “dimensione comunitaria” e sul “martirio e offerta della vita”, quest’anno il Convegno del Dicastero delle Cause dei Santi analizza il tema “La mistica. I fenomeni mistici e la santità”.
I lavori si terranno nell’aula magna della Pontificia Università Urbaniana e si apriranno il pomeriggio di lunedì 10 novembre con il saluto di S.Em. Card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi.
Le relazioni del mercoledì affronteranno le tematiche su “Mistica cristiana ed altre religioni”: Teurgia ed estasi nel misticismo ebraico; Le vie dell’amore e della fusione con l’Assoluto in alcune pagine del sufismo islamico; La mistica devozionale dei poeti Alvar del Tamilnadu.
“Fenomeni mistici. Criteri di discernimento”; “Scienza e fenomeni mistici: approcci diversi e complementari”; “Il fascino della falsa mistica (misticismo): diverse forme, deviazioni, criteri di Discernimento”.
Leone XIV riceve i partecipanti al convegno del Dicastero per le Cause dei Santi all’Urbaniana dal titolo “La Mistica. I fenomeni mistici e la santità”. “Una dimensione tra le più belle dell’esperienza di fede”, afferma il Pontefice, che raccomanda tuttavia di attingere all’insegnamento della Chiesa nella valutazione, facendo attenzione che non siano "manifestazioni ingannevoli" e a non cadere in "illusioni superstiziose".
Le indicazioni di Leone XIV
Distinguere con “prudenza” i fenomeni spirituali autentici da “manifestazioni che possono essere ingannevoli”. Valutarli con discernimento “umile e conforme all’insegnamento della Chiesa” per “non cadere nell’illusione superstiziosa”.
“Equilibrio” nelle cause di canonizzazione, perché “i fenomeni straordinari che possono connotare l’esperienza mistica non sono condizioni indispensabili per riconoscere la santità di un fedele”.
“Sia attraverso la riflessione teologica, sia con la predicazione e la catechesi, la Chiesa riconosce da secoli che al cuore della vita mistica sta la consapevolezza dell’intima unione d’amore con Dio”, rammenta infatti il Pontefice.
“La mistica - aggiunge - si caratterizza come un’esperienza che supera la mera conoscenza razionale non per merito di chi la vive, bensì per un dono spirituale, che può manifestarsi in diversi modi, anche con fenomeni addirittura opposti, come visioni luminose o fitte oscurità, afflizioni o estasi”.
Tuttavia, chiarisce il Papa, questi eventi eccezionali restano di per sé “secondari e non essenziali” rispetto alla mistica e alla santità stessa; possono esserne “segni”, certo, in quanto “carismi singolari”, ma “la vera meta è e resta sempre la comunione con Dio”.
Dunque, rimarca Papa Leone, se presenti tali segni “ne fortificano le virtù non come privilegi individuali, ma in quanto ordinati all’edificazione di tutta la Chiesa”. In altre parole, ciò che più conta e che maggiormente si deve sottolineare nell’esame dei candidati alla santità è “la loro piena e costante conformità alla volontà di Dio”.
Imitare i Santi e coltivare così la vocazione che tutti ci accomuna come battezzati, membra vive dell’unico popolo di Dio.
Limiti e conseguenze del riconoscimento ecclesiale
I beati non possono essere costituiti patroni, né le loro reliquie essere esposte se non dove siano stati concessi Messa e ufficio speciali: anche in tal caso non si possono dedicare loro chiese e altari senza indulto della Santa Sede.
È permessa nell’immagine la ‘gloriola’ di raggi luminosi intorno al capo, non il nimbo o aureola.
La beatificazione concede un culto facoltativo e limitato ad alcuni luoghi o gruppi di fedeli, mentre la canonizzazione prescrive un culto esteso a tutta Chiesa.
La proclamazione di un santo propone quindi alla Chiesa universale una persona come modello di vita evangelica e come intercessore, senza trasformare i fenomeni mistici eventualmente associati alla sua vita in oggetto autonomo di venerazione o in criterio esclusivo della santità.

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