Canonizzazione di Anselmo da Lucca: vita, culto e memoria del santo

Anselmo da Baggio, noto soprattutto come Anselmo da Lucca o Anselmo II di Lucca, fu vescovo di Lucca, legato pontificio in Lombardia e consigliere spirituale di Matilde di Canossa durante la lotta per le investiture. Morì a Mantova il 18 marzo 1086 e l’anno seguente fu canonizzato dal papa Vittore III.

Il santo patrono di Mantova viene ricordato il 18 marzo a Mantova, a Lucca, a San Miniato e nell'Ordine benedettino, ed è venerato anche in molti altri luoghi, benché talora confuso con sant'Anselmo d'Aosta. Il suo corpo è custodito e venerato nella cattedrale di Mantova.

Duomo di Mantova e sepolcro di Sant’Anselmo

Origine e nomi di Anselmo

Anselmo di Baggio, o Anselmo II di Lucca, nacque probabilmente a Milano verso il 1035. Apparteneva alla famiglia da Baggio, che aveva il capitanato della pieve di Cesano Boscone, ed era nipote di quell'Anselmo I che era stato vescovo di Lucca e poi papa con il nome di Alessandro II.

Anselmo di Baggio, città che gli diede i natali, fu amato e stimato vescovo di Lucca, da cui deriva il nome con cui più spesso ci si riferisce a lui, ma altrettanto importante fu la sua presenza nella città di Mantova, dove trascorse l’ultima parte della sua vita.

Ricevette la prima istruzione nella sua città, con ogni verosimiglianza nella attiva e frequentata scuola esistente presso la cattedrale ambrosiana. L'autore della prima biografia in prosa conferma di aver sentito dichiarare dallo stesso Anselmo che egli fin da giovane era «studiosus in scholasticis etiam legendis libris».

Probabilmente fu l'autorevole Anselmo I da Baggio colui che favorì l'ingresso del giovane omonimo nipote nel clero cardinale milanese, e certo ne curò l'educazione culturale in Milano e poi altrove. Gregorio VII riscontrò in lui «tantam divinarum litterarum scientiam et rationem discretionis».

L’elezione a vescovo di Lucca

Nell'ultimo mese della sua vita, Alessandro II fece in modo che l'episcopato di Lucca, che egli stesso aveva continuato a reggere fino allora, passasse nelle mani di suo nipote. In una data che si può collocare fra il 18 marzo e il 21 aprile 1073, con il favore del pontefice Anselmo fu dunque canonicamente eletto vescovo dal clero e dal popolo lucchesi.

Anselmo fu eletto vescovo di Lucca nel 1073, all'epoca della lotta per le investiture. Rifiutò inizialmente la nomina per non ricevere dall'imperatore Enrico IV le regalie connesse al suo ufficio, ma accettò poi l'elezione il 29 settembre 1074.

Subito dopo, Alessandro II inviò il neoeletto, insieme con il cardinale Mainardo vescovo di Santa Rufina e di Silva Candida, presso il re Enrico IV affinché fosse da costui investito del proprio ufficio. Ma, giunto alla corte, Anselmo rifiutò energicamente di ricevere l'investitura dal sovrano, evidentemente perché gli furono poste condizioni di carattere simoniaco.

Tornato in Italia, Anselmo trovò suo zio morto e si recò a Roma per chiedere consiglio al nuovo pontefice Gregorio VII, il quale lo ammonì di non ricevere l'investitura da Enrico finché questi non si fosse riconciliato con la Chiesa allontanando dalla corte i consiglieri che erano stati colpiti da scomunica.

Dopo che Enrico IV fu assolto dalla scomunica, nella seconda metà di aprile del 1074 Anselmo poté finalmente ricevere da lui l'investitura e quindi venne consacrato dal papa. La data della consacrazione va posta fra il 29 settembre 1074, quando Anselmo appare per l'ultima volta in un documento lucchese con la designazione di «vescovo eletto», e il 25 gennaio 1075, quando vi è per la prima volta indicato come vescovo.

La lotta per le investiture e la fedeltà a Gregorio VII

Quando, nel sinodo lateranense del 24-28 febbraio 1075, fu promulgato il decreto contro le investiture laiche, Anselmo fu molto turbato per lo scrupolo di avere ricevuto dal re l'investitura con l'anello e il pastorale, quasi che la successiva consacrazione episcopale ne fosse rimasta inficiata.

Per questo cruccio egli lasciò l'episcopato lucchese. Il 7 maggio dello stesso anno 1075 si trovava in Firenze insieme con Beatrice e Matilde di Tuscia. Si ritirò quindi a vita monastica nell'abbazia di Saint-Gilles alle bocche del Rodano, che poco tempo prima era stata riformata da Cluny.

Vi rimase poco, perché ebbe dal papa l'ordine di ritornare alla sua sede episcopale di Lucca, dove lo attesta presente un documento del 25 dicembre 1075. Per eliminare ogni suo scrupolo, Anselmo rinunziò nelle mani di Gregorio VII all'episcopato di cui aveva avuto dal re l'investitura e ne fu ex novo investito dal papa.

Da questo egli ottenne il consenso di continuare a portare l'abito monastico: in un documento del 21 dicembre 1075 Anselmo è infatti designato come «episcopus et monachus». Da allora in poi egli «monachi pariter et canonici vitam et ordinem conabatur explere».

Rimase sempre fedelissimo alla Sede Romana, tanto nella lotta che all’epoca si verificava tra papa Gregorio VII e l’antipapa Clemente III, eletto dall’imperatore, quanto nell’imporre la riforma dei costumi del clero nella sua diocesi.

La riforma del clero a Lucca

Grande fu il suo zelo pastorale nella diocesi di Lucca, specialmente nel promuovere la riforma dei costumi del clero e del popolo. Anselmo si batté nella sua diocesi per la riforma dei costumi del clero, conformemente ai principi della riforma ecclesiastica e alle disposizioni papali.

Il suo obiettivo principale era diffondere la pratica della vita comune nello spirito apostolico della povertà. Non si limitò a far applicare le disposizioni dei sinodi lateranensi del 1059 e del 1063, ma si rifece alla bolla di Stefano IX per i canonici di Lucca, nel tentativo di indurre tutti costoro all'osservanza della vita comune.

Fu così intransigente che arrivò a pretendere che i canonici di Lucca vivessero in comunità insieme al loro vescovo. Nonostante un certo dissenso e occasionali disobbedienze, arrivò a ordinare che i canonici di Lucca vivessero riuniti in comunità, assieme al vescovo.

La maggioranza del capitolo cattedrale fu pervicacemente restia a ogni riforma, mentre la vita canonicale fioriva presso molte chiese del contado e della città, specie presso San Donato e San Frediano. Fra i centri di vita monastica seguiti dalle cure del vescovo Anselmo si distingueva l'abbazia di Fucecchio, divenuta vallombrosana e retta da Pietro Igneo.

Si moltiplicarono e fiorirono anche le fondazioni ospedaliere. Un importante xenodochio per poveri e pellegrini fu affidato dal presule all'abate del monastero di San Pietro di Camaiore.

Il conflitto con i canonici lucchesi

Nel capitolo della cattedrale lucchese si era determinata, fin dal 1048, una situazione molto tesa fra una minoranza di canonici riformati e una maggioranza di renitenti ad accettare le norme della vita comune.

Succeduto nell'episcopato a suo zio, Anselmo non ne seguì la politica accorta e realistica nel restaurare l'ordine canonicale. Egli infatti non si limitò a bandire la simonia, ma cercò di estendere all'intero capitolo l'osservanza della vita comune.

Probabilmente i primi contrasti fra i canonici della cattedrale e Anselmo ebbero luogo subito dopo il suo ritorno dal monastero di Saint-Gilles, alla fine del 1075. La contessa Matilde intervenne a sostenere l'azione del vescovo, facendo pressioni sul capitolo e sui singoli canonici.

Alla fine del 1076, durante una breve sosta di Gregorio VII a Lucca sulla via del progettato viaggio in Germania, interrottosi a Canossa, i canonici riottosi promisero al papa di abbandonare la loro protervia nei riguardi del vescovo e di emendarsi dalle loro colpe.

L'11 agosto dell'anno seguente Gregorio VII fu però costretto a scrivere ai canonici lucchesi, ricordando loro le esortazioni già fatte personalmente, affinché si sottraessero alla scomunica meritata per l'acquisto simoniaco delle prebende, che dovevano essere abbandonate dai colpevoli fino a una condigna soddisfazione.

L'unico risultato del passo compiuto dal pontefice fu l'inasprirsi dell'ostilità del capitolo contro il vescovo. Dopo averli invano per due volte invitati a presentarsi a Roma, Gregorio VII scrisse ancora ai canonici lucchesi ponendoli di fronte all'alternativa di seguire la pratica della vita comune o di rinunziare alle proprie prebende.

Finalmente i canonici decisero di inviare loro delegati a Roma per giustificarsi presso il papa. Gregorio VII, non riscontrando in loro alcun segno di resipiscenza, scomunicò i canonici lucchesi riottosi e li dichiarò decaduti dagli uffici e privati delle prebende.

La lotta della maggioranza del capitolo contro il vescovo, appoggiata dai partigiani di Enrico IV, divenne allora furibonda. Anselmo, in un estremo tentativo di pacificazione, si adoperò affinché la posizione dei canonici ribelli fosse riesaminata in un sinodo celebrato a San Ginese, presso San Miniato, sotto la presidenza del cardinale Pietro Igneo, vescovo di Albano.

Dalle scarse e vaghe notizie fornite dalle fonti si può dedurre che le sanzioni contro i colpevoli furono confermate e che fu soprattutto la simonia a ricevere un grave colpo per opera dello stesso Pietro Igneo.

Le missioni pontificie in Lombardia e in Germania

Nel febbraio del 1077 Anselmo ricevette da Gregorio VII l'incarico di recarsi, insieme con il cardinale Geraldo vescovo di Ostia, come legato pontificio a Milano. La legazione aveva il compito di riconciliare solennemente con la Santa Sede la città e la Chiesa ambrosiana dopo i trascorsi filoenriciani e lo scisma che si era determinato in quella arcidiocesi.

Un tentativo di sedizione popolare a Milano contro i legati, promosso dall'arcivescovo Tedaldo, non riuscì ad affermarsi. Ma la presenza in Lombardia del sovrano, tornato a circondarsi dei consiglieri scomunicati, diede nuovo ardire ai più pervicaci antigregoriani.

Il vescovo di Piacenza, Dionigi, non esitò a far imprigionare, sulla via del ritorno da Milano, i due legati pontifici, trattenendo a lungo Geraldo e rinviando invece subito libero Anselmo, che godeva di molte simpatie negli ambienti lombardi e apparteneva a una potente famiglia milanese.

Il vescovo di Lucca partecipò al concilio lateranense del febbraio 1079, durante il quale venne scomunicato, insieme con altri prelati, l'arcivescovo ambrosiano Tedaldo. Fu presente anche al sinodo quaresimale dell'anno successivo, che provocò poi la violenta reazione di Enrico IV e quindi la rottura definitiva fra il sovrano e Gregorio VII.

Nella lotta fra Gregorio VII e l'antipapa Clemente III, eletto dall'imperatore, Anselmo si schierò con decisione dalla parte del legittimo papa romano, dal quale e per il quale fu incaricato di delicate missioni di persuasione in Germania e in Lombardia.

Il rapporto con Matilde di Canossa

Sant’Anselmo viene ricordato in particolar modo per i suoi rapporti con Matilde di Canossa, la sua intransigenza morale e la sua costante difesa del papa contro l’imperatore.

Proprio alla cura spirituale del vescovo di Lucca era stata affidata Matilde di Canossa, singolare ed eccezionale personaggio storico femminile che difese in ogni modo il papa e sempre ne sostenne i diritti quale capo della Chiesa contro l’imperatore.

Matilde fu un personaggio storico molto influente e particolare, che nella lotta tra imperatore e papa si risolse ad appoggiare quest’ultimo in ogni modo possibile. Sant’Anselmo le fu sempre vicino come stimato consigliere, per aiutarla a gestire le difficili e intricate vicende politiche dell’epoca.

Sant’Anselmo le fu sempre garbato consigliere anche nelle vicende politiche del tempo. Matilde gli fu tanto grata da accoglierlo nell’esilio mantovano ed essergli personalmente vicina in punto di morte.

Il loro legame era anche fortemente umano, saldato da un’amicizia che spinse la donna ad essergli personalmente vicina quando il santo si trovava in punto di morte e a volerlo, insieme alla popolazione tutta, seppellito nella cattedrale di Mantova.

È noto come l’andata a Canossa, in clamorosa umiltà, di Enrico IV, scomunicato per sottomettersi al papa Gregorio VII, sia stata il frutto dell’attenta mediazione di Matilde. La contessa sostenne con decisione la causa papale durante il conflitto con l’imperatore e appoggiò l’opera riformatrice di Anselmo.

L’esilio a Mantova e il ruolo di legato permanente

A causa del suo strenuo sostegno al movimento riformatore della Chiesa, nel 1081 Anselmo fu esiliato dall'imperatore e si ritirò nell'abbazia di San Benedetto in Polirone, sotto la protezione della contessa Matilde di Canossa, della quale divenne consigliere spirituale.

In seguito fu reintegrato nel suo ufficio da papa Gregorio VII. I papi Vittore III e Urbano II lo scelsero come loro legato in Lombardia, per cui Anselmo fissò la sua residenza a Mantova e si dedicò sia al consolidamento dei principi della riforma gregoriana sia a contrastare l'antipapa Clemente III.

Infine, per l'ostilità di parte del clero e del popolo e sotto la pressione delle milizie imperiali, fu costretto a esulare a Mantova, da dove continuò la sua opera come vicario apostolico in Lombardia.

Proprio per svolgere la missione da legato permanente in Lombardia, si stabilì a Mantova, allora possesso di Matilde. Qui impegnò la città nell'opera di riforma e di sostegno del papa, tanto da fare della stessa un centro propulsore di vita religiosa per tutta la regione.

Stabilitosi quindi a Mantova, Anselmo si dedicò al consolidamento dei principi della riforma gregoriana e a contrastare l'antipapa Clemente III. La città divenne un centro e motore di cultura religiosa.

Matilde di Canossa e Anselmo da Lucca

Gli scritti e la Collectio canonum

Dal 1081 in poi Anselmo curò la Collectio canonum, una raccolta in tredici libri di fonti del diritto canonico. L’opera si colloca nel contesto della riforma gregoriana e dell’impegno per il rinnovamento della disciplina ecclesiastica.

Anselmo compose inoltre alcune Preghiere a Santa Maria per la contessa di Canossa, notevoli per sentimento religioso e profonda dottrina teologica.

In esse si parte da una situazione di peccato e di miseria e si ricorre alla Madre del Signore per ottenere conversione e conforto.

«Ricorro alla tua mansuetudine e singolare benevolenza, o gloriosissima Signora, e consegno alle tue mani santissime la mia anima e il mio corpo. Tu conosci il mio dolore e la mia tribolazione, la mia fragilità e la mia miseria. Abbi pietà di me ed esaudiscimi.»

«Rallegra l’anima della tua serva, mostrando il tuo amore. Quale gioia immensa avrei se fossi degna di essere consolata con il tuo amore! Insegnami a compiere la tua volontà e mostrami il posto della salvezza dove possa finalmente riposare dalle tante fatiche e godere della tua continua consolazione.»

La morte a Mantova e la sepoltura

Anselmo morì a Mantova il 18 marzo 1086. La contessa Matilde, a furor di popolo, ordinò che venisse sepolto nella cattedrale cittadina, sotto l'altare maggiore.

Sant’Anselmo da Lucca viene ricordato il 18 marzo, giorno in cui si spense nel 1086 a Mantova, città di cui è stato poi fatto patrono. A furor di popolo e anche per decisione della contessa Matilde di Canossa fu sepolto nella cattedrale di Mantova, per permetterne la venerazione ai cittadini.

La sua morte avvenne dopo una vita interamente dedicata alla riforma della Chiesa, alla difesa della Sede Romana e all’attività pastorale. Matilde di Canossa gli fu personalmente vicina in punto di morte.

La canonizzazione di Anselmo da Lucca

L’anno seguente alla sua morte Anselmo fu canonizzato dal papa Vittore III. La canonizzazione riconobbe il culto tributato al vescovo di Lucca, legato pontificio e difensore della riforma ecclesiastica.

La venerazione di Anselmo si sviluppò in particolare a Mantova, dove era morto ed era stato sepolto, ma anche a Lucca, sede del suo episcopato, a San Miniato e nell’Ordine benedettino.

Il Martirologio Romano lo cita nello stesso giorno. A Mantova si ricorda il transito di sant'Anselmo, vescovo di Lucca, fedelissimo alla Sede Romana durante la lotta per le investiture.

ElementoInformazione
NomeAnselmo da Baggio, Anselmo da Lucca o Anselmo II di Lucca
NascitaProbabilmente Milano, verso il 1035
EpiscopatoVescovo di Lucca dal 1073
Legato pontificioLombardia e missioni di persuasione in Germania
MorteMantova, 18 marzo 1086
Canonizzazione1087, papa Vittore III
Memoria liturgica18 marzo
Luoghi di venerazioneMantova, Lucca, San Miniato e Ordine benedettino

Il culto e l’esposizione del corpo

Secoli dopo, il suo corpo venne esumato e trovato ancora miracolosamente integro, e in tali condizioni resiste ancora ai nostri giorni. Il corpo, esumato alcuni secoli dopo, fu trovato integro e tale rimane ancora oggi.

Ogni anno, nella ricorrenza della morte, viene tolta la copertura esterna dell’altare maggiore del Duomo di Mantova, dove ora si trova, e il corpo del santo è reso visibile per la venerazione dei fedeli.

Per ricordarlo, ogni 18 marzo, giorno della sua ricorrenza, la copertura esterna dell’altare maggiore del Duomo di Mantova viene tolta, in modo da rendere ancora oggi il corpo visibile ai fedeli che giungono in preghiera.

La memoria liturgica del 18 marzo mantiene così un legame diretto tra la morte del santo, la sua canonizzazione, la sepoltura nella cattedrale mantovana e la venerazione pubblica delle sue spoglie.

Sant'Anselmo Patrono di Mantova in Duomo

La memoria liturgica del 18 marzo

Anselmo viene solennemente ricordato il 18 marzo a Mantova, a Lucca, a San Miniato e nell'Ordine benedettino. È venerato anche in molti altri luoghi, benché talora confuso con sant'Anselmo d'Aosta.

La ricorrenza del 18 marzo coincide con il giorno della sua morte a Mantova e richiama il suo ruolo di vescovo di Lucca, consigliere di Matilde di Canossa, legato pontificio e sostenitore della riforma gregoriana.

La sua memoria resta legata soprattutto a tre città: Baggio o Milano, associate alle origini e alla famiglia; Lucca, sede del suo episcopato e della sua opera riformatrice; Mantova, luogo dell’esilio, della morte, della sepoltura e della venerazione del corpo.

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