Nei Vangeli, le offese rivolte a Gesù non sono soltanto espressioni di disprezzo: possono rivelare il conflitto tra la sua persona e le autorità religiose, il rifiuto della sua identità e la radicalità del suo messaggio. Allo stesso tempo, Gesù considera l’insulto rivolto al fratello una colpa gravissima, capace di distruggere i rapporti umani quanto un omicidio.
La questione di “insultare Gesù” va quindi distinta in più piani: la bestemmia attribuita a Gesù dai suoi accusatori, le ingiurie pronunciate contro di lui, le parole severe con cui egli denuncia l’ipocrisia e l’uso contemporaneo della sua immagine in polemiche, pubblicità o controversie religiose.
L’insulto che uccide secondo Gesù
“La storia non si fa con i se…”, però è legittimo meditare sugli avvenimenti della storia dell’umanità che potrebbero essere stati diversi “se…”, e la riflessione può aiutare a correggere un comportamento erroneo. Se la Chiesa cattolica anziché essere ossessionata dalla sessualità, dilapidando preziose energie per una battaglia che si è poi rivelata fallimentare, avesse impiegato le sue forze per annunciare il messaggio di Gesù, forse la società oggi sarebbe un poco più civile e meno barbara, più generosa e meno egoista.
Secondo gli evangelisti, Gesù ha ignorato le tematiche sessuali e non le ha colpevolizzate, individuando l’impurità in quel che deteriora i rapporti umani (Mc 7,20-23). Non ci sono nelle sue parole rimproveri per i comportamenti sessuali, ma rivolge espressioni severissime e drammatiche, che purtroppo sono state pressoché ignorate o comunque passate per esagerazioni, per chi ingiuria l’altro.
Gesù proibisce severamente ogni forma di offesa tra i suoi seguaci, e lo fa con parole di fuoco. Nel Discorso della Montagna (Mt 5-7) l’evangelista Matteo presenta le condizioni poste dal Cristo a quanti vogliono seguirlo e collaborare con lui alla costruzione di una società alternativa, il “regno di Dio” per appartenere al quale si richiede una conversione, il cambiamento radicale dell’orientamento della propria vita.
Per questo Gesù colloca al primo posto, tra i valori del regno, i rapporti tra gli individui, invitati a vivere come fratelli, e inizia con il divieto di uccidere (Es 20,13; Dt 5,17): “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna” (Mt 5,21-22).
Gesù esige che tra i suoi seguaci si disinneschi immediatamente ogni forma di rancore che può sfociare nell’insulto con il quale si getta in faccia al fratello tutto il proprio disprezzo. Se non si blocca sul nascere questo sentimento distruttivo, si giunge poi all’esclusione dell’altro dalla propria vita.
Gesù è inflessibile, e considera l’insulto grave quanto l’omicidio. Chi elimina gli altri dalla propria vita, si esclude da quella di Dio.
Con un linguaggio figurato e al contempo drastico, Gesù indica le conseguenze per chi insulta. Costui deve essere sottoposto al tribunale, proprio come gli omicidi, e chi estromette gli altri dalla propria vita, è meritevole della pena definitiva: finire nella Geènna, cioè nell’inceneritore dei rifiuti della città di Gerusalemme, figura dell’annientamento totale.

Perché l’insulto è così grave
Perché queste parole di Gesù non sono state, e non lo sono tuttora, prese seriamente? Esse non sono consigli spirituali per gli eletti, ma norma di comportamento per tutti quelli che si dichiarano suoi seguitori.
Chi insulta l’altro, chi mostra il suo disprezzo, chi esclude l’altro dalla propria vita non ha nulla da spartire con Gesù Cristo e non può in alcun modo definirsi cristiano.
L’insulto non viene considerato soltanto una parola sgradevole, ma il segnale di un processo interiore che può condurre alla cancellazione dell’altro. L’ira, il rancore e il disprezzo trasformano il fratello in un nemico, fino a renderne accettabile l’esclusione.
Le parole dure di Gesù contro l’ipocrisia
È rimasto inoltre molto contento quando un altro ragazzo gli ha rivolto una domanda sull’inquinamento e nello specifico sulla terra dei fuochi, poi a un altro che “si annoia leggendo il Vangelo” il Papa ha consigliato di prendere il capitolo 23 di Matteo. “Puoi farlo, è breve. Lì Gesù non dice parolacce, ma quello che dice è peggio delle parolacce“, gli ha risposto sorridendo.
Il capitolo 23 di Matteo contiene una delle più dure denunce evangeliche contro l’ipocrisia religiosa. Gesù non ricorre a insulti casuali o a un linguaggio aggressivo privo di scopo, ma pronuncia accuse rivolte a comportamenti che impediscono agli altri di accedere al regno di Dio.
“Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattéri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.
Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati. Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l’oro o il tempio che rende sacro l’oro?
E dite ancora: Se si giura per l’altare non vale, ma se si giura per l’offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. Ciechi! Che cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta?
Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l’abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle.
Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza.
Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume.
Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti; e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti.
Ebbene, colmate la misura dei vostri padri! Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?
Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachìa, che avete ucciso tra il santuario e l’altare.
In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione.
Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!
Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 23)
Insultare Gesù nei racconti evangelici
È possibile che le affermazioni offensive e le espressioni ingiuriose che vengono rivolte a Gesù dai suoi detrattori nel Vangelo possano diventare un’occasione per rivelare degli aspetti autentici della sua persona?
Questa è la sfida che ci propone Aldo Martin, biblista e sacerdote della diocesi di Vicenza, nel suo ultimo libro dal titolo molto eloquente: “«È fuori di sé». La cristologia ‘blasfema’ dei racconti evangelici”, appena pubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova.
Siamo abituati a cogliere dalla Scrittura i cosiddetti titoli cristologici, che mettono in evidenza le qualità positive di Gesù: Figlio di Dio, Figlio dell’uomo, Messia, Cristo, Signore…
Eppure Gesù viene anche detto «indemoniato» dai suoi interlocutori: è solo un atto di ingiuria e disprezzo, o possiamo ricavarne qualcosa?
L’operazione di raccogliere le offese rivolte a Gesù può sembrare insolita e pure bizzarra: cosa possiamo ottenere dalla prospettiva dei nemici del maestro di Nazareth?
Il testo si struttura in dieci agili capitoli, nei quali Gesù viene presentato come indemoniato, bestemmiatore, mangione e beone amico dei pubblicani e dei peccatori, fuori di sé, sobillatore o sovversivo, eretico o samaritano, falso profeta e impostore, trasgressore della Legge, eunuco, e figlio di prostituzione o illegittimo.
Alcuni di questi titoli trovano un riscontro esplicito, mentre altri sono presumibili a partire da certi indizi presenti nei Vangeli.
La ricerca di Martin si basa sull’analisi delle accuse e degli insulti rivolti a Gesù con l’intento di reperire aspetti rilevanti della sua persona, che talora gli usuali titoli cristologici non esprimono direttamente.
Ad esempio, il suo essere «amico dei pubblicani e dei peccatori» è un’espressione di discredito, in quanto stare con i peccatori determina una situazione di impurità; d’altra parte, focalizzando l’attenzione sulla parola “amico”, si manifesta il dono divino della misericordia che si presenta nella persona di Gesù, il quale si fa vicino agli esclusi e agli emarginati.
Analogamente, per ciascun “titolo negativo” viene messa in luce una qualità che ha molto da dire sulla figura di Gesù.
| Accusa o titolo negativo | Aspetto della persona di Gesù messo in luce |
|---|---|
| «Amico dei pubblicani e dei peccatori» | Il dono divino della misericordia |
| «Indemoniato» | Il conflitto con gli interlocutori |
| «Bestemmiatore» | La pretesa identità divina attribuita a Gesù |
| «Fuori di sé» | La radicalità della sua missione |
| «Sobillatore o sovversivo» | La portata pubblica del suo messaggio |
| «Trasgressore della Legge» | Il rapporto critico con un’interpretazione rigida della Legge |
Infine, l’autore si interroga sull’opportunità della registrazione di queste espressioni ingiuriose nel vangelo: perché gli evangelisti non ne hanno smorzato la carica offensiva?
Scrive Martin: «Che guadagno c’è, nella redazione di un testo che vuole proporsi come memoria scritta su cui si fonda la fede di una comunità credente, a riportare le accuse infamanti pronunciate all’indirizzo del suo fondatore?».
Paradossalmente, un’offesa, se pronunciata da un avversario, può suonare come un elogio, ma ci sono anche motivi storici e teologici che sostengono questa tesi.
Come afferma Antonio Pitta nella sua autorevole prefazione al libro, questa “cristologia collaterale” «non lascia attraversare notti serene, ma pone domande sempre più vere e attuali, affinché Gesù di Nazareth continui a interrogare i suoi interlocutori sulla sua identità e le loro scelte».
La domanda decisiva che il divino maestro pone ai suoi discepoli e che, attraverso il testo evangelico, giunge fino a noi, continua a interrogarci: «Chi è costui?».
La “bestemmia” attribuita a Gesù
Domenica 2 aprile 2023 l’arcivescovo Carlo ha presieduto la benedizione degli ulivi in piazza Sant’Antonio e la successiva liturgia in S.Ignazio pronunciando la seguente omelia.
Perché Gesù è stato ucciso? Perché i sommi sacerdoti, gli scribi e i farisei lo hanno consegnato a Pilato affinché fosse crocifisso?
Si sono elaborate tante teorie sul processo del sinedrio e sul perché i capi del popolo abbiano deliberato di uccidere Gesù: fastidio e rabbia per le sue parole di rimprovero? invidia per il suo successo presso la gente? preoccupazione per la reazione dei romani pronti a reprimere rivolte messianiche? …
Motivi che hanno una parte di verità e sono anche registrati dai Vangeli.
Ma la vera ragione l’abbiamo appena ascoltata dal racconto della passione e l’ha esposta chiaramente il sommo sacerdote Caifa: «”Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?”. E quelli risposero: “È reo di morte!”».
Gesù viene messo a morte perché bestemmiatore.
La condanna a morte era quanto previsto dalla legge mosaica per punire chi aveva bestemmiato: «Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo della terra, se ha bestemmiato il Nome, sarà messo a morte» (Levitico 24,16).
Una norma precisa, quella contenuta nel capitolo 24 del libro del Levitico.
Per altro anche durante la sua vita pubblica Gesù era stato più volte accusato di bestemmia e, stando al Vangelo di Giovanni, si era tentato di lapidarlo per questo motivo, in perfetta obbedienza alla prescrizione di Mosè.
Ma in che cosa consiste la bestemmia di Gesù?
L’abbiamo ascoltata nel racconto della passione. È la risposta alla richiesta del sommo sacerdote: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio».
Gesù risponde: «Tu l’hai detto; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».
Ecco la bestemmia.
La cosa risulta ancora più chiara nel dialogo tra Gesù e i Giudei nel cap. 10 del Vangelo di Giovanni: «Di nuovo i Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo. Gesù disse loro: “Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?”. Gli risposero i Giudei: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”» (Gv 10,31-33).
Farsi Dio: l’accusa rivolta a Gesù
La bestemmia di Gesù: farsi Dio. Un uomo che si proclama figlio di Dio: ecco la bestemmia, l’offesa a Dio.
Perché sarebbe un’offesa a Dio? Perché se un uomo fosse figlio di Dio, allora Dio potrebbe essere un uomo.
Come è possibile che Colui che è l’Inconoscibile, il Creatore, l’Onnipotente, il Signore sia uomo?
Notate che a noi questa sembra una questione strana, ma lo è perché abbiamo perso il senso di Dio, il suo essere la Trascendenza assoluta e lo abbiamo ridotto a un’idea o a qualcosa di troppo familiare, persino un po’ banalizzato.
Ma Dio è Dio: Lui è il Creatore dell’universo, di quell’universo dove il nostro pianeta è poco più di un granello di polvere; Lui è il Signore del tempo, di quel tempo del mondo che noi tentiamo di contare in miliardi di anni.
La più grande eresia con cui la fede cristiana ha dovuto combattere per due secoli nella prima metà del primo millennio - l’arianesimo - partiva proprio dal rispetto della trascendenza di Dio e per questo sosteneva che Gesù è il più grande di ogni creatura, ma non è e non può essere figlio di Dio.
Il credo che tra poco diremo, con le sue formule ripetitive - “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero…” - è la risposta a questa eresia: Gesù, l’uomo Gesù, è veramente Dio.
Potremmo dire che la bestemmia di Gesù, secondo la concezione che era propria di chi lo ha condannato, è cominciata a Natale: Dio che diventa un Bambino, un bambino simile a tanti altri.
Come è possibile? Ma diventerà ancora più forte sul Calvario: Dio inchiodato sulla croce? È davvero una bestemmia!
La croce come rivelazione di Dio
C’è un solo modo per superare questa bestemmia e non è quello di banalizzare Dio - come dicevo poco fa -, ma di prenderlo sul serio, cambiando però radicalmente l’idea che l’umanità ha di Lui.
Un cambio, una vera e propria conversione,che può avvenire solo contemplando la croce: lì c’è la rivelazione di Dio.
Lo hanno intuito molto bene gli artisti che hanno spesso rappresentato la Trinità con al centro il Crocifisso, sostenuto dall’abbraccio del Padre e con la presenza della colomba, simbolo dello Spirito.
Questa è la Trinità: la croce è dentro di essa.
Lo ha descritto con parole impressionanti san Paolo nel passo della lettera ai Filippesi che è stato proclamato come seconda lettura: «Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce».
Un Dio che “si svuota”, che diventa “schiavo” (la traduzione “servo” è un po’ edulcorata…), che va a morire del supplizio indegno per un uomo libero, la croce, è una bestemmia per la nostra idea di Dio.
Ma Paolo aggiunge subito che in realtà ciò è tutt’altro che l’offesa, quanto l’esaltazione del vero nome di Dio: «Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre».
Siamo salvi per questa bestemmia di Dio.
Vorrei tanto che nella settimana santa, che oggi prende avvio, questa bestemmia di Dio ci scandalizzasse, ci facesse star male, ci tormentasse, ci facesse persino essere d’accordo con Caifa.
Perché solo così potremmo capire qualcosa della croce e intuire, magari solo per un istante - ma sarebbe una grande grazia… -, chi è Dio, quel Dio che per amore ha rinunciato a esserlo - dico forse una bestemmia? - svuotandosi per amore nostro.

Negare la crocifissione di Gesù
Arrivato a Roma, che resta in fondo la capitale della cristianità, Gheddafi non ha staccato il crocifisso dal muro. A quello ci pensa l'Europa.
Lui ha preteso di identificare chi vi è stato inchiodato. Dicendo: «Non è Gesù, non è mai stato Gesù».
«Era un sosia, uno che gli assomigliava», ha predicato con solennità.
Per citare l'agenzia Ansa si sarebbe espresso così: «Voi credete che Gesù è stato crocifisso ma non lo è stato, lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui».
Ma non solo: «Gli ebrei hanno cercato di ammazzare Gesù perché lui voleva rimettere sulla via giusta la religione di Mosè».
Insomma: Gesù è un profeta dell'Islam, e sarebbe una specie di vigliacco che scappa in braccio a Dio per non farsi mettere a morte dagli ebrei, lasciando che sia un altro a soffrire per lui.
Quella della crocefissione di un Sosia, non è una trovata del leader libico, è una affermazione che sta scritta nel Corano.
Il quale fa di Gesù un Profeta, ma nega l'essenziale su di lui, lo mangia e lo digerisce per il comodo di Maometto, che voleva sostituire la Rivelazione cristiana con la sua.
Legittimo, da noi c'è libertà di religione.
Ma da noi c'è anche il diritto di critica.
E per il momento abbiamo anche il diritto alla difesa della Bibbia e in essa del Vangelo.
Stiamo un attimo sul punto.
La storia, per le persone cui fosse sfuggita, è questa: il capo del popolo libico, a Roma per il vertice della Fao, ha fatto rastrellare duecento ragazze alte e belle, vestite in modo castigato.
Ha donato a ciascuna una banconota, poi ha cercato di convertirle.
Da noi, nei Paesi occidentali, non è vietato: c'è libertà religiosa e anche di proselitismo.
Ma da noi c'è anche il diritto di critica.
Finché resta nei confini delle moschee ed è esposto da semplici imam, offende la nostra comunità e la nostra tradizione, ma ci sta, amaramente ci sta: è il prezzo della tolleranza e della libertà.
Ma un capo di Stato non può abusare della sua intangibilità di ospite nonché di detentore del gas e del petrolio.
Esistono dei doveri di civiltà, anche fra i beduini in visita, e conviene che qualcuno li ricordi al leader Gheddafi.
Ma non ci sono prezzi, il senso della decenza non è in vendita.
Non si può far passare per stravaganza l'offesa cosciente di Gheddafi.
Egli colpisce il sentimento profondo del nostro popolo, quel Cristo in croce a cui è affezionata anche la gente che non crede sia Dio.
Ma a cui dà fastidio sentirsi dire a casa propria che quel Gesù esposto sulla Croce il Venerdì Santo e che sta sul petto delle nostre mamme e nonne è un trucco.
Chieda scusa Gheddafi, se vuole gli siamo amici.
Non si fa terrorismo religioso.
È un delitto.
Offesa religiosa, libertà di espressione e rispetto
Il criterio universale della tolleranza impone di accettare la diversità nella concezione della democrazia e della religione di un leader come Gheddafi.
Questi buoni rapporti rendono più efficaci le nostre pressioni per l'affermazione in Libia dei diritti umani.
La questione di un'amicizia forte tra Paesi mediterranei, a partire da Tripoli, ci rende interlocutori seri per la pace in Medio Oriente.
L'importanza di una cooperazione italo-libica nella lotta al terrorismo e per lenire ferite coloniali è ovvia ed ha aspetti di alta moralità.
La necessità di contenere l'immigrazione clandestina dalle coste della Tripolitania e di avere certezze nell'approvvigionamento energetico è prioritaria e indiscutibile.
Il nostro governo fa bene a cercare buoni rapporti con la Libia.
La Libia deve fare anch'essa un passettino per averli buoni con noi.
Il primo modo è di rispettarci, o almeno di fingere di farlo, sarebbe già qualcosa.
La tolleranza religiosa non elimina il diritto di critica, ma richiede che la critica non venga confusa con l'odio verso le persone.
Allo stesso modo, difendere una tradizione religiosa non autorizza a umiliare chi appartiene a una tradizione diversa.
Gesù nella pubblicità e nella provocazione commerciale
Un cartellone pubblicitario in grado di fare discutere. Un gioco di parole che ha scandalizzato parte della città.
E' successo a Viterbo dove sono apparsi i manifesti promozionali della discordia: "Se vuoi un fisico da Dio"; sullo sfondo blu, Gesù Cristo in canotta bianca che mostra pettorali e muscoli scolpiti e in mano un peso di svariati chili.
Città dei papi divisa in due tra chi si è sentito offeso e chi invece si è fatto una risata o ha proprio ignorato la provocazione.
Le immagini hanno fatto il giro dei social e provocato i primi commenti.
Molti quelli che hanno parlato di blasfemia.
Eppure non è la prima volta che accade.
‘Chi mi ama mi segua’: esattamente 50 anni fa, era il 1973 una pubblicità di jeans fece la storia.
La modella era Donna Jordan e il fotografo Oliviero Toscani.
Fu lui uno dei primi, se non il primo, a usare argomenti sociali nella pubblicità sensibilizzando sull’eguaglianza delle persone a prescindere da colore, religione, sesso.
Ora la nuova provocazione pubblicitaria che ha diviso Viterbo: "Se vuoi un fisico da Dio", la scritta sui maxi cartelloni 6X6 "palestra, personal trainer, senza nessun vincolo".
Lui, un uomo dai capelli e barba lunga, asciugamano sulla spalla e canottiera: sfondo blu.
Una sorta di Gesù Cristo con pettorali e muscoli scolpiti in bella mostra a pubblicizzare una palestra.
E la O gialla di Fisico, che finisce proprio dietro la testa del modello.
Una sorta di aureola insomma.
Tutto secondo la legge, come certifica la Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo nel 2018: mettere Gesù e la Vergine Maria in pubblicità non offende la morale pubblica.
Pura libertà di espressione, polemiche annesse.
E in questo caso, obiettivo centrato.
La differenza tra critica, insulto e blasfemia
Le diverse vicende mostrano che la parola “offesa” può indicare fenomeni molto differenti. Un conto è una critica teologica alla dottrina cristiana, un conto è un insulto diretto ai credenti o alla persona di Gesù, un altro conto ancora è l’uso commerciale della sua immagine.
- Critica religiosa: mette in discussione una dottrina, un’interpretazione o un racconto.
- Insulto: esprime disprezzo verso una persona, una comunità o una figura venerata.
- Blasfemia: usa in modo oltraggioso il nome o ciò che una tradizione considera sacro.
- Provocazione pubblicitaria: impiega simboli religiosi per attirare l’attenzione e suscitare discussione.
- Denuncia profetica: utilizza parole dure per smascherare ingiustizia, ipocrisia o abuso del potere.
Nel Vangelo, le parole più dure di Gesù sono rivolte soprattutto a chi trasforma la religione in uno strumento di prestigio, controllo o esclusione.
Per questo l’insegnamento sull’insulto non può essere separato dalla denuncia dell’ipocrisia: Gesù condanna l’offesa che umilia il fratello, ma pronuncia giudizi severi contro chi opprime gli altri nel nome della religione.
La responsabilità di chi parla in nome di Dio
Fare il male nel nome di Dio, travisando la sua Parola, rappresenta una delle forme più gravi di manipolazione religiosa.
Il capitolo 23 di Matteo mostra che la severità di Gesù non è rivolta contro la fragilità delle persone, ma contro chi impone pesi agli altri senza assumersi la responsabilità di portarli.
La giustizia, la misericordia e la fedeltà vengono presentate come prescrizioni più gravi della legge, mentre l’osservanza esteriore priva di conversione viene smascherata come ipocrisia.
Il linguaggio di Gesù è quindi duro quando sono in gioco la dignità umana, la verità e la libertà di chi viene guidato.
La sua parola può ferire l’orgoglio, ma non nasce dal gusto di umiliare: mira a interrompere una condotta che produce ingiustizia e impedisce agli altri di vivere.
Riferimenti e dati bibliografici
Il testo si struttura in dieci agili capitoli, nei quali Gesù viene presentato come indemoniato, bestemmiatore, mangione e beone amico dei pubblicani e dei peccatori, fuori di sé, sobillatore o sovversivo, eretico o samaritano, falso profeta e impostore, trasgressore della Legge, eunuco, e figlio di prostituzione o illegittimo.
| Voce | Dato |
|---|---|
| Titolo | «È fuori di sé» |
| Sottotitolo | La cristologia “blasfema” dei racconti evangelici |
| Autore | Aldo Martin |
| Settore | Bibbia |
| Tematica | Testi e commenti |
| Collana | Bibbia per te |
| 1a edizione | 2021 |
| Formato | 12,0 x 21,0 |
| Pagine | 136 |
| ISBN | 978-88-250-5041-7 |
Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme.
Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere.
Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi.