Secondo Paramahansa Yogananda, gli insegnamenti di Gesù contengono una scienza spirituale universale che conduce all’unione con Dio attraverso la meditazione. In questa prospettiva, lo yoga non è soltanto un insieme di esercizi fisici, mantra e pratiche meditative, bensì l’unione della coscienza universale e dell’anima umana.
Il libro Lo yoga di Gesù esplora gli insegnamenti nascosti dei Vangeli e conferma che Gesù, come gli antichi saggi e maestri dell’Oriente, non solo conosceva lo yoga, ma insegnava questa scienza universale della realizzazione di Dio ai suoi discepoli più vicini. Yogananda mostra come gli insegnamenti originali di Gesù indichino una via unificatrice che permette ai ricercatori di ogni fede religiosa di raggiungere il regno di Dio.
Che cosa significa “Buddha Gesù yoga”
L’espressione “Buddha Gesù yoga” richiama il confronto tra tre prospettive spirituali diverse: la via del Buddha, la figura e gli insegnamenti di Gesù e lo yoga inteso da Yogananda come disciplina dell’unione con il Divino. Il confronto richiede però attenzione, perché buddismo, cristianesimo e yoga appartengono a tradizioni molto articolate e non possono essere identificati senza distinzione.
Yogananda ha avuto la missione di unire induismo e cristianesimo in un abbraccio di libertà e gioia, infatti ananda in sanscrito significa “estasi”, è la felicità suprema, derivante dalla raggiunta unione consapevole con il Divino. Il grande iniziato ha scritto il saggio Lo yoga di Gesù per affermare l’identità dell’insegnamento di Cristo e di Krishna, due avatar vissuti a secoli di distanza uno dall’altro ma entrambi incarnazione del Supremo e della via che giunge a Lui tramite l’amore privo di egoismo.
Questo approccio non coincide con una fusione indistinta delle religioni. Esso cerca piuttosto analogie spirituali, simboliche e interiori tra tradizioni differenti, riconoscendo nello stesso tempo che le loro concezioni di Dio, dell’essere umano, della sofferenza e della liberazione possono essere profondamente diverse.
Paramahansa Yogananda e la lettura esoterica dei Vangeli
Paramahansa Yogananda rivela lo yoga nascosto nei Vangeli e dimostra che, come gli antichi saggi e maestri orientali, anche Gesù non solo conosceva lo yoga ma impartì gli insegnamenti di questa scienza universale ai suoi discepoli più vicini. Questo piccolo volume denso di intuizioni penetranti è un compendio di The Second Coming of Christ: The Resurrection of the Christ Within You, in cui Paramahansa Yogananda mostra come gli insegnamenti originali di Gesù indichino una via unificatrice che permette ai ricercatori di ogni fede religiosa di raggiungere il regno di Dio.
Gli insegnamenti di Gesù, in apparenza così semplici, sono in verità assai profondi, molto più profondi di quanto la maggioranza della gente non pensi. Nei suoi insegnamenti è racchiusa l’intera scienza dello yoga, la via trascendente che porta all’unione con Dio attraverso la meditazione.
Il libro è un estratto dell’opera in due volumi Il secondo avvento di Cristo e offre una visione che trascende i secoli di dogmi e incomprensioni che hanno oscurato gli insegnamenti originali di Gesù, mostrando che egli insegnava un cammino unificante attraverso cui i seguaci di tutte le fedi possono entrare nel regno di Dio.
Chi era Paramahansa Yogananda
Paramahansa Yogananda (1893-1952) è riconosciuto in tutto il mondo come una delle figure spirituali più eminenti del nostro tempo. Nato nell’India settentrionale, si recò nel 1920 negli Stati Uniti dove per più di trent’anni insegnò l’antica filosofia dell’India, la scienza della meditazione yoga e l’arte di condurre una vita spirituale equilibrata.
Yogi Paramahansa Yogananda (Gorakhpur, 5 gennaio 1893 - Los Angeles, 7 marzo 1952), nome iniziatico di Mukunda Lal Ghosh, bengalese, è stato una delle grandi anime del Novecento. Ancora sparge la sua luce sull’umanità; ha rinnovato le antiche tradizioni vediche riesumando e diffondendo il kriya yoga, lo yoga dell’azione, che anche Gandhi ha voluto apprendere da lui.
Fu il primo grande maestro di yoga a vivere e a insegnare in Occidente per un lungo periodo di tempo, viaggiò molto tenendo numerose conferenze nelle più grandi città del Nord America, dell’Europa e dell’India, parlando a folle immense e rivelando l’unità fondamentale delle grandi religioni del mondo.
Si tratta di un metodo meditativo adatto a chiunque voglia inoltrarsi nel cammino spirituale, per conoscere se stesso e Dio. Nel 1920 il guru si trasferisce negli Stati Uniti, dove i devoti sono numerosissimi, ma ciò è anche in Europa.
Egli ha ispirato milioni di persone con l’Autobiografia di uno Yogi - la rinomata storia della sua vita - con i suoi innovativi commenti alle sacre Scritture dell’Oriente e dell’Occidente e con molti altri libri. Il suo libro di saggezza Autobiografia di uno yogi è sempre un bestseller nella letteratura di settore.
Il significato dello yoga secondo Yogananda
Ognuno di noi cerca costantemente la felicità all’esterno, nell’appagamento dei sensi, dell’ego e di altre esigenze rivolte al mondo esterno. Lottiamo sempre per cose che sono fuori dalla nostra portata e che non conducono alla felicità, né alla liberazione, bensì alla sofferenza.
Nella nostra mente inoltre si susseguono caoticamente milioni di pensieri. Se non impariamo a svuotare la mente, non riusciremo mai a rilassarci del tutto e, di conseguenza, ad avere consapevolezza del nostro Sé superiore.
Nella Bibbia si legge “fermatevi e conoscete che Io sono Dio” (Salmo 46:10). Questo concetto racchiude il significato più intrinseco dello yoga, una scienza spirituale utile a calmare l’agitazione dei pensieri e l’irrequietezza del corpo.
Lo yoga, che non è solo un insieme di esercizi fisici, mantra e meditazioni, bensì l’unione della coscienza universale e dell’anima umana, fornisce gli strumenti perché ciò avvenga. È infatti un “processo di inversione del flusso di energia e della coscienza, di solito rivolte all’esterno, in cui la mente, non più dipendente dai sensi, diventa un centro dinamico di percezione diretta capace di conoscere la verità”.
Oltre i sensi e verso la conoscenza interiore
La nostra mente è in continuo subbuglio e non può prescindere dai dati fisici percepibili attraverso i cinque sensi. Dal momento che essi sono parziali e talora ingannevoli, per risolvere gli enigmi della vita, “chi sono io?”, “perché sono sulla terra?”, “come posso conoscere la verità?”, dobbiamo imparare a trascenderli.
Attraverso la pratica, lo yoga ci fa conoscere l’unità del nostro essere con la matrice unigenita che ha dato origine a tutto l’universo e a tutte le forme di materia ed energia. Il concetto di unione della parte nel tutto fa comprendere ancora una volta la somiglianza fra la rivelazione cristiana e la Bhagavad Gita, lo yoga e in generale tutti i testi sacri.
Yogananda ipotizzò pertanto che Gesù avrebbe insegnato la stessa scienza divina e gli stessi precetti del Kriyā Yoga. Questa interpretazione non presenta Gesù semplicemente come un maestro di pratiche corporee, ma come un maestro della trasformazione della coscienza, della meditazione e dell’unione con Dio.
Gesù e la coscienza cristica
Quando apriamo gli occhi interiori della saggezza dell’anima, contempliamo la Luce onnipresente di Dio. All’interno di questa Luce si trova la coscienza di Cristo, il “Figlio” o puro riflesso di Dio presente ovunque nell’universo.
Questa Coscienza Cristica, il Cristo Infinito, è l’intelligenza e l’amore di Dio che bussano alle palpebre chiuse delle nostre anime, esortandoci a guardare verso questa Luce interiore, dove possiamo vedere scomparire ogni ignoranza e ogni diversità.
Esiste una differenza di significato tra Gesù e Cristo. Gesù è il nome di un piccolo corpo umano nel quale nacque la vasta Coscienza Cristica.
Sebbene la Coscienza Cristica si sia manifestata nel corpo di Gesù, essa non può essere limitata a una sola forma umana. Sarebbe un errore metafisico affermare che la Coscienza Cristica onnipresente sia circoscritta dal corpo di un singolo essere umano.
Quando san Giovanni disse che “a quanti lo ricevettero, diede il potere di diventare figli di Dio”, intendeva dire che chiunque fosse capace di ricevere quella Coscienza Cristica sarebbe diventato, come Gesù, un figlio di Dio, uno con il Padre.
Questa prospettiva offre speranza a ogni cuore in ricerca, perché non ci sarebbe alcun incentivo a seguire l’esempio di Gesù se non potessimo essere come lui. Gesù non ci è stato inviato per simboleggiare una meta irraggiungibile. È venuto come ispirazione vivente, dimostrando ciò che tutti possiamo cercare e realizzare.
Il Regno di Dio dentro l’essere umano
Può sembrare paradossale che un orientale chiarisca a noi occidentali il vero significato degli insegnamenti di Gesù, e forse lo è, perché abbiamo dimenticato il senso delle sacre parole evangeliche contenute in “Luca 17, 20-21”: Il Regno di Dio è dentro di voi.
Yogananda trova disdicevole ed errato aver costruito in Occidente così tante chiese di mattoni, pietre e marmi senza ricordare che la casa, il tempio di Dio, è la nostra anima, il nostro stesso corpo e naturalmente l’intero cosmo. È interiore la vera essenza che ci rende immortali. Lo sguardo va puntato dentro.
Il tempio interiore non viene presentato come un luogo materiale separato dal mondo, ma come la dimensione della coscienza nella quale l’essere umano può riconoscere la propria relazione con il Divino. In questa lettura, la meditazione diventa un modo per rivolgere lo sguardo dall’esterno all’interno.
La gioia, l’amore e la devozione
Altro punto di concordanza tra le due religioni è l’atteggiamento gioioso verso la vita. Gesù nell’ultima cena insegna, distribuisce pane e vino, valorizza così la natura e conclude che fa tutto ciò: “Perché la vostra gioia sia piena” (Gv. 15, 9-17).
Il Redentore raccomanda di amare come lui ci ha amato e come il Padre ci ama. L’accento cristico posto sull’amore e la devozione è lo stesso del bhakti yoga, lo yoga della devozione, di Yogananda.
Ne consegue pace, estasi senza fine, in comunione con tutte le creature. L’atteggiamento gioioso verso la vita diventa così un punto di contatto tra la spiritualità cristiana e la via yogica della devozione, nella quale l’unione con il Divino si esprime anche come amore privo di egoismo.
Il cristianesimo, sotto un’apparenza di religione di rinuncia e martirio, è una fede che trasuda ottimismo da ogni poro: sostiene che Dio abbia creato ogni cosa perché bella e degna di esistere ai suoi occhi, e abbia fissato leggi per la materia con perfetta razionalità, così che l’uomo, dotato di ragione, le possa conoscere, apprezzare e amare.
L’essere umano è buono e di immenso valore ai suoi occhi; se buono non ci appare più, è perché, con il suo libero arbitrio, si è allontanato dalla verità sulla sua vera natura. Dio tuttavia continua ad amare questa umanità confusa e alla fine della vita donerà, a chi lo ha desiderato e atteso, una comunione eterna di gioia e amore con lui.
Il kriya yoga e la meditazione
Il kriya yoga non può essere descritto in un libro; per esserne iniziati, scrive Yogananda, occorre un maestro. Il metodo, tramite speciali respirazioni, purifica il sangue e mette in contatto la coscienza del praticante con i chakra, vortici energetici posti lungo la colonna vertebrale dal basso all’alto, fino ad arrivare al divino settimo chakra, situato sopra il capo.
È ontologia dell’essere, è l’aureola che caratterizza i santi, la Vergine e Gesù il Cristo, effigiati dai nostri sommi pittori. Tutti possiamo arrivare fin là, sopra il capo, oltre lo stato razionale, con la pratica meditativa.
Bisogna portare il cielo in terra: il kriya yoga è uno strumento atto a realizzare questo scopo, efficace quanto la preghiera. In questa prospettiva, la meditazione non è una semplice tecnica di rilassamento, ma una disciplina volta a rendere consapevole il rapporto tra la coscienza individuale e la realtà divina.
Secondo la lettura di Yogananda, la meditazione permette di rallentare il flusso dei pensieri, ridurre la dipendenza dai sensi e riconoscere una dimensione più profonda dell’essere. La pratica viene quindi associata alla conoscenza di sé, alla devozione e alla realizzazione dell’unità con Dio.
Gesù, Krishna e gli avatar
Secondo l’autore, Gesù Cristo, figlio unigenito, incarnazione della perfetta realizzazione del Sé superiore, non sarebbe stato l’unico “Salvatore” disceso nel mondo, né pretendeva di esserlo. Nel corso dei millenni anche altri “avatar”, così li definiscono i vari testi sacri indiani, hanno rappresentato l’incarnazione di Dio.
La tradizione induista li considera intermediari, incarnazioni semidivine che conoscono Dio, oppure esseri liberati che tornano sulla terra per compiere una missione assegnata dal Padre, elevare la razza umana, per poi ascendere nuovamente a lui.
“Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che tutti coloro che vedono il Figlio e credono in lui abbiano vita eterna ed io li resusciterò nell’ultimo giorno.” Si legge nel Vangelo di Giovanni 6:40.
Secondo Paramahansa Yogananda, la frase vuole sottintendere che, tramite l’intercessione dell’avatar, del Figlio di Dio, gli uomini possono comprendere la via imperscrutabile e indecifrabile del mistero.
Possono dunque arrivare a conoscere sia la natura trascendente sia quella immanente dello spirito, sia l’unicità dell’Assoluto non creato, sia le sue innumerevoli incarnazioni. Insomma si congiungono in quella coscienza cosmica, l’intelligenza di Dio, di cui parlava san Giovanni, raggiungibile solo attraverso la coscienza cristica, la manifestazione di un’intelligenza universale che ciascuno può sperimentare nella propria coscienza.
Quanto agli altri avatar, la Bhagavad Gita spiega: “Ogniqualvolta l’uomo abbandona la virtù per seguire il vizio, io ritorno sulla terra per indicare la strada”.
Il rapporto tra la via di Gesù e la via del Buddha
Il confronto tra Gesù e Buddha non può essere ridotto alla semplice presenza di statue, immagini o pratiche meditative nella stessa casa. Non ci sono concezioni di vita più diverse del buddismo e del cristianesimo.
Il cristianesimo sostiene che Dio abbia creato ogni cosa perché bella e degna di esistere ai suoi occhi, mentre la dottrina buddista viene descritta attraverso la centralità della sofferenza, delle Quattro nobili verità e dell’Ottuplice Sentiero.
Il buddismo ebbe inizio con l’illuminazione, dopo sette settimane ininterrotte di profondo raccoglimento, del principe Siddhārta Gautama nel 530 a.C. a Bodh Gaya, in India; lì egli afferrò la conoscenza delle Quattro nobili verità e dell’Ottuplice Sentiero, arrivando alla Grande Illuminazione che lo liberò dal ciclo delle rinascite.
Nella vita degli esseri senzienti, tra cui l’essere umano, è insita la sofferenza. Il buddismo riflette sulla sofferenza della nascita, della vecchiaia, della morte e della malattia, insieme al dolore dell’essere vicino a ciò che non si desidera, dell’essere lontani da ciò che si desidera, dal non ottenere ciò che si desidera e dal non riuscire a mantenere ciò che si ha.
A questi si aggiungono il dolore per ciò che muta, l’insoddisfazione che danno le cose di questo mondo e l’inutilità delle numerose nostre attività. Sentiamo vero quanto Siddhārta sostiene, anche la Bibbia vi dedica un libro, il Qohelet, ma qui il risultato è unilaterale, precluso ogni discorso su una possibile gioia.
Le differenze tra cristianesimo e buddismo
Nel cristianesimo, tutto è nato per la gioia di Dio e, seppure attraverso una storia segnata dalla sofferenza, ma con Dio vicino a consolare, tutto avrà il suo compimento nella gioia eterna di Dio con gli esseri umani elevati a suoi figli.
La preghiera è il colloquio d’amore tra Dio e la sua amata creatura, la quale dona consolazione, luce e capacità di amare Dio stesso e le altre persone con vera passione. La sofferenza è poi conseguenza dell’aver abbandonato Dio fonte di ogni bene, ma Dio stesso l’ha voluta vivere di persona per condividere la nostra vita.
Dio è ora presente nella nostra sofferenza ed essa, piuttosto che amareggiarci o incattivirci, ci dona una maggiore intimità con Dio e una gioia nuova, anticipo di quanto vivremo in paradiso.
Nella prospettiva buddista descritta nel confronto, il disagio esistenziale comprende anche il possesso del “non-sé”. Per Siddhārta nulla c’è da conoscere di noi stessi, perché in noi non è presente alcun nucleo permanente, individuale, che ci sopravviva quando il corpo muore.
Nulla c’è da conoscere anche fuori di noi, perché tutto è in movimento continuo senza alcuna direzione. Non c’è preghiera, perché non c’è dio con cui entrare in rapporto, e la meditazione e le sue pratiche sono pensate solo per evitare di sentire dolore.
Il dolore nasce dal desiderio di trovare felicità in ciò che è passeggero, o di preferire la vita, o a volte la morte. Siddhārta non sa da dove nasca questo nostro desiderio e perché si volga a ciò che è al di sopra della nostra natura, ovvero all’eternità, o almeno a una continuità in questa esistenza; non sa, eppure indica la via d’uscita: è spegnersi.
Il Nobile Ottuplice Sentiero
Dove il cristianesimo cerca in Dio forza, coraggio e luce per godere di ciò che è buono e modificare ciò che non lo è, il buddismo offre un percorso per riuscire ad abbandonare ogni passione vitale, ogni godimento dell’esistenza, persino la propria identità, e così esentarsi da ogni sofferenza: è il Nobile Ottuplice Sentiero.
| Elemento | Significato |
|---|---|
| Retta visione | Il riconoscimento delle Quattro Nobili Verità |
| Retta intenzione | Assumere sentimenti di compassione verso tutti gli esseri senzienti, liberandosi dal desiderio di essere riconosciuti |
| Retta parola | Non danneggiare alcuno con le parole |
| Retta azione | Agire senza scopo o intenzione |
| Retta sussistenza | Evitare gli eccessi |
| Retto sforzo | Perseverare nella pratica buddista |
| Retta presenza mentale | Non lasciarsi influenzare dal desiderio e dall’attaccamento |
| Retta concentrazione | Una corretta padronanza di sé durante la meditazione |
Esso ricerca la retta visione, il riconoscimento delle Quattro Nobili Verità, la retta intenzione, ovvero, libero dal desiderio di essere riconosciuto, assumere sentimenti di compassione verso tutti gli esseri senzienti, la retta parola, per non danneggiare alcuno, la retta azione, per agire senza scopo o intenzione.
Ricerca inoltre la retta sussistenza, evitando gli eccessi, il retto sforzo, perseverando nella pratica buddista, la retta presenza mentale, per non lasciarsi influenzare dal desiderio e dall’attaccamento, e la retta concentrazione, per una corretta padronanza di sé durante la meditazione.
Il non coinvolgimento e l’azione
La Bhagavadgītā afferma: “Piacere e dolore, perdite e acquisti, vittoria e sconfitta, tutte queste cose considerale uguali e accingiti a combattere. Così sarai immune dal peccato”.
Ciò che si presenta come agire disinteressato si attua come pratica del non coinvolgimento: agire come se non importasse, come se non fossi tu ad agire, come se le cose, incluse le tue azioni, accadessero in modo del tutto impersonale.
Il confronto mette così in evidenza una differenza essenziale: nella prospettiva cristiana l’amore conduce a una partecipazione personale alla vita, alla sofferenza e alla trasformazione del mondo; nella prospettiva buddista descritta, la liberazione passa attraverso il distacco dal desiderio e dall’identificazione.
È necessario distinguere questo confronto generale dalla proposta di Yogananda, che interpreta lo yoga come una via di unione con Dio e non come semplice fuga dall’esistenza. Per Yogananda, la meditazione può condurre a una coscienza più profonda, alla devozione e alla realizzazione della presenza divina.
Il simbolo del Crocifisso e la concezione del nirvana
Se il crocifisso appare truculento e tragico, è per i cristiani il ricordo dell’amore che Dio ha per noi, rivela la preziosità di ogni vita umana ed è segno di speranza per quella gioia eterna riservata a coloro che hanno imparato ad amare.
Il buddismo non ha invece un simbolo proprio, perché nulla ha da rappresentare: d’altronde, il suo obiettivo è il nulla, lo sciogliersi nell’universo senza ricordarsi di sé, né di alcuna persona amata, né di alcun avvenimento passato.
È l’oblio. È il buio che fa vedere ogni cosa uguale: uomini, animali e piante; passato, presente e futuro; bene e male; indifferenza e impegno.
Il confronto tra il paradiso cristiano e il nirvana buddista mostra quindi due immagini differenti della liberazione: da una parte l’essere immersi, con tutta la propria storia, nell’amore del paradiso; dall’altra il diventare parte di un universo indifferente e indifferenziato nel nirvana.
La meditazione nelle diverse tradizioni
L’acclamata meditazione orientale è descritta come una tecnica per non percepire il dolore della propria vita, ed è tra noi cura per la depressione e l’ansia, o per migliorare il sonno e ridurre lo stress.
Un cristiano, un islamico o un ebreo meditano per conoscere e amare Dio, mentre il buddista, secondo questa interpretazione, medita per svuotarsi di ogni desiderio. Le pratiche chiamate meditazione possono quindi avere significati diversi a seconda della tradizione religiosa, degli obiettivi spirituali e del metodo seguito.
Senza temere il ridicolo, infatti, osiamo chiamare “meditazione” sia l’orazione mentale di santa Teresa d’Avila, sia la pratica meditativa delle palestre yoga. Le due esperienze non hanno necessariamente lo stesso scopo, anche quando condividono il silenzio, la concentrazione e l’attenzione interiore.
I tipi più diffusi di yoga comprendono anch’essi la meditazione; è rilassante perché svuota, ma non dona amore e non fa sentire amati coloro che la praticano, e li lascia in una fredda indifferenza. Nella prospettiva di Yogananda, tuttavia, lo yoga autentico non si limita al rilassamento, perché è orientato all’unione della coscienza individuale con la coscienza universale.
La questione dei viaggi di Gesù in India
Nel suo libro Lo Yoga di Gesù, Paramahansa Yogananda sosteneva che Gesù avesse insegnato la stessa scienza divina e gli stessi precetti del Kriyā Yoga. Da questa tesi nasce anche la domanda se Gesù abbia vissuto in India per un certo periodo.
Nel Nuovo Testamento non c’è menzione dell’adolescenza di Gesù, in un’età compresa tra i 14 e i 28 anni. Si tratta di un mistero che da sempre suscita molta curiosità.
Una tradizione indiana fondata su antichi racconti tramandati oralmente narra che, dopo aver percorso la via commerciale che univa Cina e India insieme a dei commercianti, Gesù si sarebbe fermato in un monastero nei pressi dell’Himalaya.
Qui sarebbe venuto a contatto con le verità tramandate dai maestri indiani. Partendo da queste verità, Gesù avrebbe predicato un messaggio semplice e diretto ma anche pieno di significati nascosti, spiegabili solo quando la mente umana fosse stata in grado di recepirli, attraverso un’evoluzione della coscienza.
La leggenda narra altresì che i famosi Re Magi sarebbero stati dei saggi indiani accorsi per onorare l’incarnazione del bambinello e che lui li avrebbe successivamente raggiunti per ricambiare la visita.
Il caso dei documenti di Nicolas Notovič
Nel 1894, un viaggiatore russo di nome Nicolas Notovič trovò dei documenti attestanti la tesi sopracitata in un monastero tibetano. Il russo li tradusse e scrisse un libro dal titolo La vie inconnue de Jesus Christ (1894).
I testi antichi, secondo il russo, parlerebbero di tale Issa, un santo proveniente da Israele “nel quale era manifesta l’anima dell’universo”. Il giovane avrebbe vissuto nella regione dai 14 ai 28 anni, insieme a santi, monaci e pandit.
Avrebbe predicato a lungo gli insegnamenti dei maestri, per poi tornare nella sua terra natia dove venne trattato ignobilmente. “Lo condannarono e lo misero a morte”, si legge.
A dire il vero, i racconti di Notovič risultarono tratti da un falso manoscritto e l’uomo fu accusato di truffa. La tesi del soggiorno di Gesù in India non è quindi dimostrata da quei documenti.
Ad ogni modo, in India è tuttora diffusa l’idea che Cristo abbia vissuto nei loro territori. Vero o falso che sia il documento, la coscienza cristica è un concetto universalmente applicato dalle varie religioni, ad ogni latitudine e longitudine, seppure con terminologie diverse.
Gesù come modello spirituale accessibile a tutti
Ogni giorno, all’inizio, la mente di Yogananda era solita dire: “Non puoi conoscere Dio. Solo grandi esseri come Krishna, Gesù e Buddha potevano”. Poi egli ragionava: “Se Dio li favorisse, sarebbe parziale; ma so che non lo è e che non favorisce nessuno. Anche loro dovettero attraversare grandi prove. Ma ebbero successo divino, quindi anch’io posso realizzare Dio”.
Tutte le persone spiritualmente realizzate, come Gesù, Babaji, Lahiri Mahasaya, Sri Yukteswar, Swami Shankara e altri maestri, sono manifestazioni del nostro unico Padre, Dio.
Yogananda afferma di essere felice pensando che la propria aspirazione spirituale a realizzare l’unità con Dio sia già stata raggiunta da tutti i grandi maestri. Gesù non è stato inviato per rappresentare un obiettivo irraggiungibile, ma come ispirazione vivente, dimostrando ciò che tutti possiamo cercare e raggiungere.
Quando san Giovanni disse che chiunque ricevesse la Coscienza Cristica sarebbe diventato figlio di Dio, la frase venne interpretata come una possibilità spirituale aperta a ogni essere umano. L’esempio di Gesù diventa così un invito alla trasformazione interiore e non soltanto la celebrazione di una perfezione separata dall’esperienza umana.
Gesù Cristo come Salvatore nella prospettiva cristiana
C’è da sottolineare però che Gesù il “Cristo” è l’Uomo Dio che muore e risorge e come tale è il Salvatore, unico avatar a compiere questo miracolo, che garantisce all’umanità l’eternità.
Per questo è il Maestro dei maestri, chi vede lui vede il Padre (Gv. 14,9), come egli stesso rivela all’apostolo Filippo. La sua epopea è dunque ineguagliabile.
Questa affermazione introduce una differenza importante rispetto alla lettura comparativa degli avatar: la tradizione cristiana attribuisce a Gesù Cristo un ruolo unico nella morte e resurrezione, nella salvezza e nella rivelazione del Padre.
Yogananda riconosce il carattere universale della Coscienza Cristica, ma il confronto con la teologia cristiana mantiene aperta la distinzione tra il Cristo come coscienza spirituale presente universalmente e Gesù Cristo come persona storica, Salvatore e Maestro dei maestri.
Il punto d’incontro tra Buddha, Gesù e yoga
Il punto d’incontro tra Buddha, Gesù e yoga si trova soprattutto nella centralità della trasformazione interiore, della disciplina della mente e della ricerca di una liberazione dalla confusione e dalla sofferenza.
La differenza riguarda il significato attribuito a tale liberazione. Nel buddismo descritto, essa consiste nel superamento del desiderio, dell’attaccamento e dell’identificazione con un sé permanente. Nel cristianesimo, essa consiste nella comunione d’amore con Dio, nella salvezza e nella vita eterna.
Nella visione di Yogananda, lo yoga offre una disciplina capace di condurre dalla dispersione dei sensi alla percezione diretta della verità, dall’agitazione mentale alla calma interiore e dalla coscienza individuale alla consapevolezza della presenza divina.
In questa lettura, il messaggio di Gesù e la pratica dello yoga possono essere accostati perché entrambi invitano a cercare il Regno di Dio nella dimensione interiore, a sviluppare l’amore e la devozione e a superare l’identificazione con il solo corpo e con i sensi.
Non si può avere Buddha e Gesù insieme se con questa espressione si intende cancellare le differenze fondamentali tra nirvana e paradiso, tra non-sé e anima, tra assenza di un Dio personale e comunione con il Padre.
Si possono invece mettere in dialogo Buddha, Gesù e yoga quando il confronto riconosce la pluralità delle tradizioni e considera lo yoga, secondo Yogananda, come una via di meditazione, conoscenza interiore, devozione e unione consapevole con Dio.
