Giacomo capitolo 1 insegna che le prove della vita possono diventare un’occasione di crescita nella fede, se vengono affrontate con costanza e con la sapienza chiesta a Dio. Il capitolo distingue inoltre la tentazione, che nasce dalla concupiscenza, dalla prova, che può mettere in evidenza la qualità della fede.
Il messaggio centrale è che la Parola di Dio non deve essere soltanto ascoltata, ma praticata. La vera religione si riconosce nel dominio della lingua, nella cura degli orfani e delle vedove nelle loro sofferenze e nella volontà di conservarsi puri dal mondo.
Giacomo capitolo 1: testo completo
Indirizzo e saluti
1 Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
Prove e tentazioni
2 Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, 3 sapendo che la prova della vostra fede produce costanza. 4 E la costanza compia pienamente l’opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
5 Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data. 6 Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita è simile a un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. 7 Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore, 8 perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
9 Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione; 10 e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell’erba. 11 Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l’erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
12 Beato l’uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano. 13 Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio», perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; 14 invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. 15 Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte.
Mettere in pratica la Parola di Dio
16 Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; 17 ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento. 18 Egli ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature.
19 Sappiate questo, fratelli miei carissimi: che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira; 20 perché l’ira dell’uomo non compie la giustizia di Dio. 21 Perciò, deposta ogni impurità e residuo di malizia, ricevete con dolcezza la parola che è stata piantata in voi, e che può salvare le anime vostre.
22 Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. 23 Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; 24 e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era.
25 Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato, ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare. 26 Se uno pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua e inganna se stesso, la sua religione è vana. 27 La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo.
Struttura e temi principali di Giacomo 1
| Versetti | Tema | Messaggio principale |
|---|---|---|
| 1,1 | Saluto | Giacomo si presenta come servo di Dio e del Signore Gesù Cristo. |
| 1,2-4 | Le prove | La prova della fede produce costanza. |
| 1,5-8 | La sapienza | La sapienza deve essere chiesta a Dio con fede. |
| 1,9-11 | Povertà e ricchezza | La condizione sociale è passeggera; il valore decisivo è davanti a Dio. |
| 1,12-18 | Prova e tentazione | Dio non tenta al male; la tentazione nasce dalla concupiscenza. |
| 1,19-21 | Ascolto e mitezza | Il credente deve essere pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira. |
| 1,22-25 | La Parola praticata | Ascoltare senza agire conduce all’autoinganno. |
| 1,26-27 | La vera religione | La fede autentica controlla la lingua, soccorre chi soffre e custodisce la purezza. |
Chi è Giacomo, autore della lettera
Nel Nuovo Testamento abbiamo diversi uomini di nome Giacomo, ma secondo una tradizione attendibile questo libro viene assegnato all’uomo chiamato Giacomo il Giusto, fratellastro di Gesù (Matteo 13:55), fratello di Giuda (Giuda 1) e guida della chiesa di Gerusalemme (Atti 15:13).
Altri uomini di nome Giacomo menzionati nella Bibbia sono: Giacomo, fratello di Giovanni e figlio di Zebedeo, il primo apostolo martire, conosciuto anche come Giacomo il minore (Matteo 10:2, Marco 15:40, Atti 12:2); Giacomo, figlio di Alfeo, un altro dei dodici discepoli (Matteo 10:3); Giacomo, padre dell’“altro” Giuda apostolo (Luca 6:16).
Inoltre, l’autore della lettera è lo stesso Giacomo a cui apparve in via speciale il Gesù risorto (1 Corinzi 15:7). Fu probabilmente questo l’evento che lo portò alla conversione, dato che fino a quel momento i fratelli di Gesù non sembravano aver appoggiato il Suo messaggio e la Sua missione (Giovanni 7:5).
Dopo la sua conversione, cominciò a seguire Gesù con grande devozione. Un’antica storia della chiesa racconta che Giacomo era un tale uomo di preghiera da avere dei calli grandi e spessi sulle ginocchia, facendole somigliare alle ginocchia di un cammello. Dice anche che Giacomo morì come martire a Gerusalemme, spinto giù da un punto elevato del tempio. La caduta però non lo uccise e a terra fu picchiato a morte mentre pregava per i suoi aggressori.
«Servo di Dio e del Signore Gesù Cristo»
Sapere che questo Giacomo era il fratellastro di Gesù rende la sua autopresentazione ancora più significativa. Non si proclama “fratello di Gesù”, ma solo servo di Dio e del Signore Gesù Cristo. Per Giacomo, Gesù era più di un fratello, era soprattutto il suo Signore.
Servo è un termine importante che traduce l’antica parola greca doulos, che probabilmente viene resa più precisamente con schiavo. “Uno schiavo, un servo, qualcuno che ha un rapporto permanente di servitù con un altro… Tra i greci, con il loro forte senso di libertà personale, il termine aveva una connotazione degradante.”
Anche Signore è una parola importante. Traduce l’antica parola greca kurios, che indicava semplicemente il padrone di un doulos, e nel contesto ci fa capire che Giacomo considerava Gesù Dio.
Le dodici tribù della diaspora
È difficile capire cosa Giacomo abbia voluto intendere con il suo riferimento alle dodici tribù. La domanda è se Giacomo abbia scritto la lettera solo ai cristiani di origine ebraica o a tutti i cristiani. Benché essa si applichi certamente a tutti i credenti, Giacomo la scrisse probabilmente prima che i Gentili entrassero a far parte della chiesa, o almeno prima che i cristiani gentili apparissero in numero significativo.
Le dodici tribù è una figura retorica ebraica usata a volte per indicare l’intero popolo d’Israele (Matteo 19:28). Paolo menziona le nostre dodici tribù nel suo discorso davanti al re Agrippa (Atti 26:7). Il concetto delle “dodici tribù” tra gli Israeliti era ancora forte, sebbene non vivessero più nelle loro assegnazioni tribali da secoli.
Le dodici tribù della diaspora sono i Giudei credenti in Cristo, dispersi nel mondo greco-romano. A quel tempo il popolo ebraico era sparso in tutto il mondo e i cristiani erano presenti nella maggior parte delle sue comunità.
Che sono disperse nel mondo: a quel tempo il popolo ebraico era sparso in tutto il mondo e i cristiani erano presenti nella maggior parte delle sue comunità. Poiché la lettera fu scritta per tutti i cristiani del tempo, essa è rivolta anche a noi oggi.
Il significato di Giacomo capitolo 1
1. Le prove possono produrre costanza
Il cristianesimo insegna agli uomini a essere gioiosi nelle difficoltà: questi esercizi sono mandati dall’amore di Dio; e le prove sulla via del dovere illumineranno le nostre grazie ora, e la nostra corona alla fine.
Giacomo considera le prove inevitabili. Infatti, dice quando e non se vi trovate di fronte a prove di vario genere. Allo stesso tempo, le prove sono occasioni di gioia, non di scoraggiamento e rassegnazione. Possiamo considerare una grande gioia quando ci troviamo in mezzo alle prove, perché queste servono a produrre costanza.
Non è beato chi soffre, ma chi con pazienza e costanza affronta tutte le difficoltà sulla via del dovere. Le afflizioni non possono renderci infelici, se non per colpa nostra. Il cristiano provato sarà coronato.
La vecchia Versione di Re Giacomo legge quando cadete in diverse tentazioni, anche se è preferibile la traduzione prove nella Nuova Versione di Re Giacomo. La parola tradotta con prove “significa afflizione, persecuzione o prova di qualsiasi tipo; ed è in questo senso che si usa qui, non intendendo suggestione diabolica o ciò che generalmente si intende con la parola tentazione.”
La costanza è l’antica parola greca hupomone, la quale non descrive un’attesa passiva ma una sopportazione attiva. Non è tanto la qualità che aiuta a stare seduti tranquillamente nella sala d’attesa del dottore, quanto quella che aiuta a finire una maratona.
L’antica parola greca hupomone deriva da hupo, sotto, e meno, rimanere, dimorare, restare. Letteralmente significa restare sotto. Dà l’immagine di qualcuno sotto un carico pesante e che sceglie di rimanere lì invece di cercare di liberarsene.
Le prove non producono inevitabilmente costanza. Se le difficoltà vengono accolte con incredulità e mugugno, le prove possono produrre invece amarezza e scoraggiamento. Questo è il motivo per cui Giacomo ci esorta a considerarla una grande gioia.
La fede è testata mediante le prove, non prodotta dalle prove. Le prove rivelano la fede che abbiamo, non perché Dio non sappia quanta ne abbiamo, ma perché la nostra fede sia evidente a noi stessi e a chi ci circonda.
La costanza deve poter compiere la sua opera. L’opera della costanza accompagnata dalla pazienza cresce lentamente e le si deve permettere di giungere a piena fioritura. La costanza è un segno di quelli che sono perfetti e completi, in nulla mancanti.
2. La sapienza da chiedere a Dio
Le prove portano dei periodi in cui diventa necessario ricercare la sapienza di Dio. Spesso non sappiamo di aver bisogno di sapienza se non all’arrivo delle difficoltà. Una volta giunto il momento di prova, abbiamo bisogno di sapere se quella prova in particolare è qualcosa che Dio vuole che eliminiamo per fede o in cui vuole che perseveriamo per fede. Ciò richiede sapienza.
Nelle prove abbiamo bisogno di sapienza molto più di quanto abbiamo bisogno di conoscenza. La conoscenza è un’informazione grezza, ma la sapienza sa come usarla. Qualcuno una volta ha detto che la conoscenza è la capacità di smontare le cose, ma la sapienza è la capacità di metterle insieme.
Per ricevere sapienza, chiediamo semplicemente a Dio, che dona sapienza generosamente e senza disprezzare la nostra richiesta. Dio dà davvero liberamente. La promessa è: “A chi chiede sarà dato”.
Invece di attribuire a Dio la colpa delle nostre prove, apriamo le orecchie e il cuore per imparare ciò che ci insegna. Se qualcuno di voi manca di sapienza, la chieda a Dio che dona a tutti liberamente senza rimproverare, e gli sarà data.
Conoscere la generosità di Dio, che non ci disprezza né si risente mai perché gli abbiamo chiesto sapienza, dovrebbe incoraggiarci a chiedergliela più spesso. Siamo consapevoli che Egli è il Dio della mano aperta, non il Dio del pugno serrato.
Quando vogliamo la sapienza, il punto di inizio e di fine è la Bibbia. La vera sapienza sarà sempre coerente con la Parola di Dio.
3. Il dubbio e l’animo doppio
La sapienza deve essere chiesta con fede, senza dubitare. Chi dubita è simile all’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
Una mente che ha un unico e prevalente riguardo al suo interesse spirituale ed eterno, e che rimane ferma nei suoi propositi per Dio, diventerà saggia nelle afflizioni, continuerà a essere fervente nella devozione e si eleverà al di sopra delle prove e delle opposizioni.
Quando la nostra fede e il nostro spirito si alzano e si abbassano per cause secondarie, le nostre parole e le nostre azioni saranno instabili. Questo può non esporre sempre l’uomo al disprezzo del mondo, ma tali modi non possono piacere a Dio.
Il dubbio descritto da Giacomo non indica semplicemente una difficoltà intellettuale o una domanda sincera. L’immagine dell’onda agitata mostra piuttosto una persona divisa, instabile e priva di una direzione spirituale costante.
4. Povertà, ricchezza e valore davanti a Dio
Nessuna condizione di vita è tale da impedire di gioire in Dio. Chi è di basso livello può rallegrarsi, se viene esaltato per essere ricco nella fede ed erede del regno di Dio; e chi è ricco può rallegrarsi delle provvidenze umilianti, che portano a una disposizione d’animo umile e umile.
La sapienza illumina i credenti sulla corretta gerarchia dei valori: insegna al povero ad amare la povertà e al ricco a non lasciarsi catturare dalle ricchezze. La ricchezza mondana è una cosa che appassisce.
Allora, chi è ricco si rallegri della grazia di Dio, che lo rende e lo mantiene umile, e delle prove e degli esercizi che gli insegnano a cercare la felicità in Dio e da Dio, non dai piaceri che si esauriscono.
Il sole si leva con il suo calore ardente e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto perisce; così anche il ricco appassirà nelle sue imprese.
5. La differenza tra prova e tentazione
Giacomo distingue con chiarezza la prova dalla tentazione. La prova può mettere alla prova la fede e produrre costanza; la tentazione al male non viene da Dio e nasce dalla concupiscenza della persona.
Nessuno, quando è tentato, dica: “Io sono tentato da Dio”, perché Dio non può essere tentato dal male, né Egli stesso tenta alcuno. L’origine del male e della tentazione è nel nostro stesso cuore.
Le afflizioni, in quanto inviate da Dio, hanno lo scopo di far emergere le nostre grazie, ma non la nostra corruzione. Chi attribuisce la colpa del peccato alla propria costituzione o alla propria condizione nel mondo, o pretende di non poter evitare di peccare, fa un torto a Dio come se fosse l’autore del peccato.
Fermare l’inizio del peccato o tutti i mali che ne conseguono devono essere interamente addebitati a noi. Dio non ha piacere nella morte degli uomini, come non ha mano nel loro peccato; ma sia il peccato che la miseria sono dovuti a loro stessi.
La dinamica della tentazione viene descritta come un processo: ciascuno è tentato dalla propria concupiscenza; la concupiscenza attira e seduce; poi concepisce e genera il peccato; infine il peccato, una volta compiuto, produce la morte.
- La concupiscenza attrae e seduce.
- La concupiscenza concepisce e genera il peccato.
- Il peccato, quando è compiuto, produce la morte.
La responsabilità dell’uomo consiste nel non lasciarsi guidare dalla passione fino alla sua trasformazione in peccato. Giacomo invita a riconoscere l’origine del male senza attribuirla a Dio.
6. Dio è il Padre dei doni buoni
Ogni buona elargizione e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di cambiamento.
Come il sole è lo stesso nella natura e negli influssi, anche se la terra e le nuvole che spesso si frappongono lo fanno sembrare diverso, così Dio è immutabile e i nostri cambiamenti e le nostre ombre non derivano da alcun cambiamento o alterazione in lui.
Ciò che il sole è nella natura, Dio è nella grazia, nella provvidenza e nella gloria; e infinitamente di più. Come ogni buon dono viene da Dio, così in particolare la nostra rinascita e tutte le sue sante e felici conseguenze vengono da lui.
Un vero cristiano diventa una persona diversa da quella che era prima degli influssi rinnovatori della grazia divina, come se fosse formato di nuovo. Dobbiamo dedicare tutte le nostre facoltà al servizio di Dio, per essere una sorta di primizia delle sue creature.
Egli ci ha di sua volontà generato mediante la parola di verità, affinché siamo in qualche modo le primizie delle sue creature. Giacomo e i destinatari della lettera sono le primizie delle creature di Dio, perché gli Ebrei, che hanno aderito a Cristo, sono stati chiamati alla fede prima degli altri popoli. Altri applicano questa espressione a tutti i battezzati.
Giacomo 1,19-21: ascoltare, parlare e dominare l’ira
La seconda parte del capitolo si concentra sull’atteggiamento da assumere davanti alla Parola di Dio: «ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira».
Invece di biasimare Dio nelle nostre prove, apriamo le orecchie e il cuore per imparare ciò che ci insegna. E se gli uomini vogliono governare la loro lingua, devono governare le loro passioni. La cosa peggiore che possiamo portare in una disputa è l’ira.
Giacomo non presenta l’ascolto come una semplice capacità uditiva. Essere pronti ad ascoltare significa assumere un atteggiamento umile, disponibile e insegnabile davanti a Dio e davanti agli altri.
Questo atteggiamento deve essere accompagnato da lentezza nel parlare. La parola non controllata può diventare un’espressione dell’ira, dell’orgoglio o della malizia. Per questo il controllo della lingua richiede anche il governo delle passioni.
L’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. Non ogni reazione intensa è automaticamente peccaminosa, ma l’ira umana, quando domina la persona, non realizza la giustizia che Dio desidera.
Deporre impurità e malizia
Qui c’è un’esortazione a separarsi e a gettare via come un abito sporco tutte le pratiche peccaminose. Questo deve riguardare i peccati di pensiero e di affetto, oltre che di parola e di pratica; ogni cosa corrotta e peccaminosa.
Dobbiamo abbandonarci alla parola di Dio, con animo umile e insegnabile. Essere disposti ad ascoltare le nostre colpe, accettandole non solo con pazienza, ma anche con gratitudine.
La Parola di Dio è stata piantata nel credente e può portarlo alla salvezza. Il disegno della Parola di Dio è quello di renderci saggi per la salvezza; e chi si propone fini meschini o bassi nel seguirla, disonora il Vangelo e delude la propria anima.
Giacomo 1,22-25: la metafora dello specchio
La metafora dello specchio mostra la differenza tra ascoltare la Parola e metterla in pratica. Se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era.
Lo specchio rivela il volto, ma non modifica automaticamente ciò che mostra. Allo stesso modo, la Parola rivela la condizione spirituale della persona, ma l’ascolto da solo non produce il cambiamento che essa richiede.
Se la parola della verità viene osservata con attenzione, ci metterà di fronte alla corruzione della nostra natura, ai disordini del nostro cuore e della nostra vita, e ci dirà chiaramente cosa siamo.
I nostri peccati sono le macchie che la legge scopre: il sangue di Cristo è il lavacro che il Vangelo mostra. Ma invano ascoltiamo la parola di Dio e guardiamo nel vetro del Vangelo, se ci allontaniamo e dimentichiamo le nostre macchie, invece di lavarle, e dimentichiamo il nostro rimedio, invece di applicarlo.
Questo è il caso di coloro che non ascoltano la Parola come dovrebbero. Ascoltando la Parola, la esaminiamo per avere un consiglio e una direzione, e quando la studiamo, essa si rivolge alla nostra vita spirituale.

La legge perfetta, la legge della libertà
Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non è un ascoltatore smemorato, ma uno che la mette in pratica. La legge della libertà è la legge evangelica perfetta (Mt 5,17).
Promessa da Dio in Ger 31,33 e in Ez 36,27, coincide con il dono dello Spirito. E non si limita a dare dei comandamenti, ma dona anche l’aiuto (“grazia”) per osservarli.
Ogni parte della rivelazione divina ha la sua utilità nel portare il peccatore a Cristo per la salvezza e nell’indirizzarlo e incoraggiarlo a camminare in libertà, per mezzo dello Spirito di adozione, secondo i santi comandi di Dio.
Coloro che si attengono alla legge e alla parola di Dio sono e saranno benedetti in tutte le loro vie. La sua benevola ricompensa in futuro sarà collegata alla sua pace e al suo conforto attuali.
E notate la distinzione: non è per le sue azioni che un uomo è benedetto, ma nelle sue azioni. Non è il parlare, ma il camminare che ci porterà in cielo. Cristo diventerà più prezioso per l’anima del credente, che con la sua grazia diventerà più adatta all’eredità dei santi nella luce.
Giacomo 1,26-27: la vera religione
Quando gli uomini si preoccupano più di sembrare religiosi che di esserlo davvero, è segno che la loro religione è vana. Il non tenere a freno la lingua, la disponibilità a parlare dei difetti degli altri o a sminuirne la saggezza e la pietà sono segni di una religione vana.
L’uomo che ha una lingua maldicente non può avere un cuore veramente umile e gentile. La religione autentica non consiste nell’apparenza religiosa, nella quantità delle parole o nella semplice partecipazione esteriore, ma nella trasformazione del cuore e della condotta.
La vera religione ci insegna a fare ogni cosa come alla presenza di Dio. Una vita senza macchia deve andare di pari passo con l’amore e la carità non finti.
Visitare orfani e vedove
«Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo».
Visitare gli orfani e le vedove significa prendersi cura di persone esposte alla sofferenza e alla vulnerabilità. La vera fede non resta chiusa nelle parole, ma si traduce in presenza, attenzione e soccorso.
I falsi religiosi si riconoscono dall’impurità e dalla mancanza di carità. La nostra vera religione è pari alla misura in cui queste cose hanno posto nel nostro cuore e nella nostra condotta.
La religione pura comprende insieme la cura degli altri e la custodia della propria vita. Giacomo non separa la carità dalla purezza: entrambe appartengono alla fede che si manifesta concretamente.
Conservarsi puri dal mondo
Conservarsi puri dal mondo non significa sottrarsi alle persone o rifiutare la vita quotidiana, ma non lasciarsi contaminare dai criteri e dalle passioni che si oppongono alla volontà di Dio.
La vita senza macchia deve andare di pari passo con l’amore e la carità non finti. Nulla vale in Cristo Gesù, se non la fede che opera per mezzo dell’amore, che purifica il cuore, che sottomette le passioni carnali e che obbedisce ai comandi di Dio.
La Parola ascoltata nella liturgia e vissuta nella vita
La metafora dello specchio, sinceramente a me nuova, mi ha lasciato nella meditazione una provocazione che vorrei condividere, con l’umiltà di chi prima di parlare di rito e celebrazione, ammette che avrebbe tanto da ascoltare.
Pensiamo alla liturgia eucaristica, con cui celebriamo la consegna per eccellenza del nostro mandato di cristiani, il luogo in cui l’ascolto della Parola ci conduce al pane spezzato: «Fate questo in memoria di me».
Ora pensiamo alla nostra partecipazione. Mi colpisce sempre l’amara realtà svelata da un simpatico giochetto che diversi preti ogni tanto tirano fuori durante l’omelia: «Allora, cosa raccontava la prima lettura? Niente?! Troppo difficile, aspetta. di cosa parlava il Vangelo?».
Trovarsi tra chi non si ricorda la Parola letta qualche minuto prima è tanto imbarazzante quanto forte nel mettere in discussione il proprio spirito di partecipazione: senza quella lettura io non ho niente da tramutare in azione, esco vuoto, bloccato al primo step.
Il mio “andare a Messa” equivale al presentarmi davanti allo specchio: guardo quel che ho davanti e me ne vado senza ricordamene.
Mi spingo al di fuori delle mie competenze nel dire che allo stesso modo se la partecipazione, anche attenta, concentrata, presente, alla liturgia eucaristica, non genera nel mio cuore un desiderio di azione concreto, allora il cortocircuito è da qualche altra parte.
Siamo sicuri che non rischi di essere il rito stesso, in relazione a chi vi partecipa oggi, un specchio?
«Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze». Sfido chiunque a credere che non sia un richiamo attuale.
Giacomo cap. 1 - versi da 1 a 12 │ Bibbia audio + commento │ Podcast - Diretta 29.09.25
Penso al dinamismo della vita dello stesso Gesù, in continuo pellegrinaggio verso la salvezza - «Il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo» - sempre a contatto con gli ultimi, coi sofferenti e i bisognosi.
Renderci conto che lo siamo anche noi e subito dopo che lo è il nostro vicino, è la prima azione che ci apre alla salvezza.
Il posto di Giacomo nella vita cristiana
Questa epistola di Giacomo è uno degli scritti più istruttivi del Nuovo Testamento. Essendo diretta principalmente contro particolari errori introdotti all’epoca tra i cristiani ebrei, non contiene le stesse affermazioni dottrinali complete delle altre epistole, ma presenta un mirabile riassunto dei doveri pratici di tutti i credenti.
Le principali verità del cristianesimo sono esposte in tutta l’opera e, a un attento esame, si scoprirà che concorda interamente con le affermazioni di San Paolo sulla grazia e la giustificazione, mentre abbonda di esortazioni accorate alla pazienza della speranza e all’obbedienza della fede e dell’amore, intervallate da avvertimenti, rimproveri e incoraggiamenti, a seconda dei personaggi a cui si rivolge.
Le verità esposte sono molto serie e devono essere mantenute, e le regole per la pratica devono essere osservate in ogni momento. In Cristo non ci sono rami morti e senza linfa, la fede non è una grazia vana; ovunque si trovi, porta frutto nelle opere.
Da più punti di vista, diamo ascolto alla lettera di Giacomo perché è un’eco degli insegnamenti di Gesù. In essa ci sono almeno quindici allusioni al Sermone sul Monte. Questa lettera è stata scritta da un uomo che conosceva gli insegnamenti di Gesù e li prendeva sul serio.
Schema pratico per leggere Giacomo 1
- Affrontare le prove ricordando che la fede può produrre costanza.
- Chiedere a Dio la sapienza necessaria per comprendere e vivere ogni situazione.
- Rimanere saldi, senza essere persone dal cuore doppio e instabile.
- Distinguere la prova dalla tentazione e non attribuire a Dio l’origine del male.
- Riconoscere che ogni dono buono viene dall’alto.
- Essere pronti ad ascoltare, lenti a parlare e lenti all’ira.
- Deporre impurità e malizia per accogliere con mitezza la Parola.
- Mettere in pratica ciò che si ascolta, evitando l’autoinganno.
- Tenere a freno la lingua.
- Visitare e soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro sofferenze.
- Conservarsi puri dal mondo.