La Bibbia di Lione: Valdo, la predicazione in volgare e la storia della «Lost Bible of Lyon»

Con l’espressione «Bibbia di Lione» si possono indicare due realtà storiche differenti: da una parte, la traduzione di brani biblici promossa nel XII secolo da Valdo, mercante lionese fondatore del movimento dei «Poveri di Lione»; dall’altra, la cosiddetta «Lost Bible of Lyon», una rara Bibbia latina stampata a Lione nel XVI secolo da Jean Mareschal, oggi conservata soltanto in dieci esemplari conosciuti.

La vicenda di Valdo è legata alla possibilità di leggere la Bibbia in una lingua comprensibile alla gente comune e di predicarla senza appartenere al clero, mentre la Bibbia stampata da Mareschal appartiene alla storia delle traduzioni, della stampa e della censura durante la Riforma e la Controriforma.

Valdo e la Bibbia in lingua volgare

Verso il 1170 un ricco mercante di Lione, Valdès (Valdo), al termine di una crisi religiosa, sceglie di vivere come gli apostoli, seguendo Gesù. Fa quindi tradurre brani della Bibbia nella lingua del popolo, per poterli leggere; dona ogni sua ricchezza e sceglie di vivere in povertà, predicando l’Evangelo.

Questa sua scelta all’epoca non è un fatto strano; lo è, invece, quella di non entrare in convento e di rimanere un laico. Da queste decisioni, strettamente legate fra loro, scaturisce una seconda interpretazione: il fatto di leggere la Bibbia in una lingua che non sia il latino non è un’eresia, ma predicarla in pubblico da parte di chi non è sacerdote contrasta con le direttive della chiesa del tempo.

La questione non è tanto quella dell’obbedienza o meno alla chiesa, ma la scelta decisiva di obbedire solo alla Bibbia, la quale viene ad assumere un valore normativo; è quindi messo in discussione uno dei fondamenti della chiesa di Roma: l’autorità del vescovo. La personalità e la predicazione di Valdès colpiscono uomini e donne che seguono il suo esempio; nasce così il movimento dei «Poveri di Lione».

La traduzione promossa da Valdo

Il primo tentativo sistematico di mettere le Sacre Scritture a disposizione del popolo francese in una forma ad esso comprensibile fu compiuto nel XII secolo da “Pietro” Valdo (o Valdesio), mercante di Lione, nella Francia centrale. Valdo commissionò la traduzione di parti della Bibbia in provenzale, il dialetto parlato nella Francia sud-orientale.

Nel 1179, nel corso del III Concilio Lateranense, egli fece presentare la sua traduzione biblica parziale a papa Alessandro III. In seguito la chiesa condannò Valdo e i suoi seguaci per eresia, e le traduzioni da lui finanziate furono bruciate da monaci.

Da allora in poi la chiesa si oppose a ogni sforzo di mettere la Parola di Dio in mano alla gente comune. La chiesa rese chiara la propria strategia nel 1211 bruciando Bibbie nella città di Metz, nella Francia orientale. Nel 1229 il Concilio di Tolosa proibì espressamente ai laici l’uso di Bibbie in qualsiasi lingua volgare.

A questo fece seguito, nel 1234, il Concilio di Tarragona (in Spagna), che proibì perfino al clero di possedere Bibbie in una qualunque lingua romanza (derivata dal latino). Nonostante questa implacabile opposizione, nella seconda metà del XIII secolo comparve la prima traduzione completa della Bibbia in francese.

Dal latino alla lingua del popolo

Nel XII secolo circolavano traduzioni di parti della Bibbia in diverse lingue parlate dalla gente comune, compreso il francese. Gruppi considerati eretici dalla Chiesa Cattolica ne incoraggiavano l’uso. Eppure fu solo nel XIX secolo che la Bibbia cominciò ad avere ampia diffusione in francese.

Uno dei primi libri in francese fu un dizionario biblico pubblicato verso il 900 E.V. Il suo scopo era quello di aiutare i lettori a capire la Bibbia in latino, lingua usata dalla Chiesa Cattolica. A quel tempo, però, il latino non era più la lingua della gente comune, che parlava diversi dialetti.

In questo modo veniva negata al popolo la possibilità di accedere alla Parola di Dio. Questa possibilità rimaneva prerogativa degli ecclesiastici che, conoscendo il latino, erano in grado di leggere la Bibbia.

Nell’842 E.V. apparve il primo documento statale ufficiale in francese. Questo era un implicito riconoscimento del fatto che la maggioranza delle persone non parlava più il latino. Verso l’880 E.V. cominciarono a comparire in Francia poemi religiosi in volgare.

Prima che venisse tradotta la Bibbia, però, dovettero passare altri due secoli. Tra le prime traduzioni ci furono quelle di parti della Bibbia in francese-normanno, che risalgono all’inizio del XII secolo.

Valdo, Francesco e due modi di vivere il Vangelo

Perché Valdo è stato condannato come eretico, mentre Francesco è diventato santo? Francesca Tasca racconta due vite che si sfiorano nel tempo ma prendono strade incompatibili.

Valdo, ricco cittadino di Lione, vende tutto, sceglie la povertà radicale e mette in piedi una rete di predicatrici e predicatori laici che parlano alla gente comune nelle piazze, nelle case, fuori dal controllo del clero. È un cristianesimo senza tonsura, senza permesso, senza mediazioni gerarchiche.

Francesco d’Assisi sceglie anch’egli povertà e itineranza, ma le consegna alla Chiesa: obbedienza, riconoscimento, Regola. Tasca mostra come la linea che separa la «santità» dall’«eresia» non sia soltanto teologica, ma passi attraverso il potere di decidere chi può parlare, chi può predicare, chi può esistere.

«Ma la povertà sempre povertà è!». Quella notte sul Tirreno, davanti a una signora calabrese che conosceva la povertà vissuta e non letta nei libri, ho capito che la domanda vera non era solo sulla miseria materiale, ma sulle sue ragioni.

Perché, come scrivo, «non fu certo la povertà volontaria in sé a determinare la condanna di Valdo, ma la motivazione che lo aveva portato a scegliere proprio quella forma di povertà», una motivazione percepita come minacciosa per l’ordine esistente.

È qui che nasce questo libro: dal tentativo di rispondere a chi mi chiede ancora «Ma perché Valdo è stato condannato come eretico, mentre Francesco è diventato santo?», e di raccontare due povertà che sembrano uguali e non lo sono, due Chiese possibili, due modi di dire Vangelo.

Questa non è solo una storia medievale. È una domanda sul rapporto tra Vangelo e potere, su chi decide il confine tra modello e minaccia, tra profezia e scandalo. E riguarda ancora noi. Oggi.

Le differenze tra Valdo e Francesco

Chi era Valdo?

Valdo è un ricco cittadino di Lione che alla fine del XII secolo sceglie la povertà totale volontaria e organizza una rete di predicatrici e predicatori laici itineranti. Questi inoltre possiedono e utilizzano Scritture non il latino, bensì tradotte in lingua volgare.

Valdo non fonda un ordine riconosciuto: crea una voce libera, fuori dal controllo clericale. Nel giro di pochi anni il movimento viene marchiato come eretico dalla Chiesa di Roma.

Francesco era un ribelle alla Chiesa?

Francesco è radicale quanto Valdo nella povertà e nell’itineranza, ma fa una scelta diversa: chiede il riconoscimento della propria Regola, e quindi accetta di vivere quell’esperimento sotto l’autorità ecclesiale, in piena obbedienza alle gerarchie.

È ribellione addomesticata, potremmo dire: profezia consegnata alla Chiesa. In particolare, l’esperienza religiosa di Francesco è tutta improntata alla kenosis, ossia alla sottomissione e allo svuotamento vissuti nell’Incarnazione di Gesù Cristo.

La povertà è sufficiente per essere santi?

No. La povertà cristiana nel Medioevo non è romantica. È un campo di battaglia politico e teologico. Non è solo ciò che rinunci a possedere, ma chi ti autorizza a parlare mentre vivi così.

Francesco diventa santo perché la sua forma di povertà è resa compatibile con l’obbedienza. Valdo diventa eretico perché la sua povertà autorizza una predicazione libera e universale, sul modello degli apostoli.

Perché Valdo fa paura?

Perché toglie il monopolio della parola religiosa. Perché sfida le paratie sociali esistenti al suo tempo. Le sue predicatrici e i suoi predicatori parlano direttamente alla gente, nelle case, nelle piazze, senza filtro clericale.

È un Vangelo che non passa dalla gerarchia. Con Valdo avviene la presa di possesso del Vangelo da parte dei laici.

Le donne predicavano?

Sì. Nel movimento valdese delle origini le donne hanno parola pubblica. Questo è uno dei punti più destabilizzanti per l’ordine ecclesiale. È anche uno dei motivi per cui quel movimento viene bollato come minaccia.

La fraternità francescana nasce dentro una relazione riconosciuta con la Chiesa. Le donne sono presenti (Chiara e le sorelle), ma in forme molto più controllate e rapidamente ricondotte entro modelli accettabili.

La Bibbia francese e la libertà religiosa

In tutto il mondo ci sono più di cento milioni di persone di lingua francese. Anche se non siete fra loro, troverete affascinante leggere la storia della lotta della Bibbia francese per sopravvivere, anche perché tale lotta è legata alla libertà di religione.

Nel corso dei secoli molte Bibbie francesi sono state distrutte crudelmente da nemici e falsi amici. Sfidando l’accanita opposizione, traduttori e tipografi rischiarono la vita per vincere questa lotta.

Questo intervallo di molti secoli fa capire quante difficoltà dovette superare la Bibbia francese per sopravvivere. In quel periodo la Bibbia non era disponibile in nessuna forma alla gente comune.

Le copie erano fatte a mano. L’alto costo e la scarsa disponibilità ne limitavano il possesso quasi esclusivamente alla nobiltà e al clero.

La stampa e la diffusione delle Scritture

Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Johann Gutenberg, avvenuta verso il 1450, anche la Francia fu travolta dalla rivoluzione della stampa che investì l’Europa.

Tre città francesi - Parigi, Lione e Rouen - divennero importanti centri tipografici, baluardi nella difesa della Bibbia.

Fino a questo punto della lotta, le traduzioni bibliche in francese si erano basate sulla Vulgata latina. Dopo mille anni di ricopiatura, nel testo latino si erano infiltrati numerosi errori, ma la chiesa si atteneva alla Vulgata.

Le traduzioni di Lefèvre d’Étaples e Olivétan

Il cattolico francese Jacques Lefèvre d’Étaples, tuttavia, decise di rendere la Bibbia accessibile alla gente. Nel 1530 tradusse la Vulgata in francese, e ne corresse alcuni errori facendo riferimento ai manoscritti ebraici e greci da poco diventati disponibili.

Inoltre eliminò le spiegazioni dottrinali (glosse) che la chiesa aveva inserito nel testo e che creavano confusione. La traduzione di Lefèvre fu subito osteggiata.

Alcune Bibbie dovettero essere stampate all’estero. Queste furono incluse nell’indice dei libri proibiti dalla chiesa. Ci fu un periodo in cui Lefèvre stesso dovette rifugiarsi a Strasburgo, che a quel tempo era una città libera sotto il diretto controllo imperiale, a est della Francia.

Nondimeno, la sua traduzione ebbe successo. La prima traduzione della Bibbia in francese basata sui testi nelle lingue originali fu pubblicata nel 1535.

Il traduttore fu il protestante francese Pierre Robert Olivétan, cugino del riformatore Giovanni Calvino. A motivo dell’opposizione della chiesa, questa traduzione non poté essere stampata in Francia, per cui fu stampata in Svizzera a Neuchâtel, una comunità protestante formatasi da poco.

La traduzione in francese dell’Olivétan servì da base per molte successive revisioni e per traduzioni della Bibbia in altre lingue.

La repressione delle Bibbie in volgare

In Francia alcuni tipografi coraggiosi, come Étienne Dolet nel 1546, furono messi al rogo per aver stampato la Bibbia.

Nel 1546 il Concilio di Trento riaffermò l’“autenticità” della Vulgata, nonostante gli errori che conteneva, e da allora in poi la chiesa si schierò sempre più decisamente contro le traduzioni in lingua volgare.

Nel 1612 l’Inquisizione spagnola intraprese una violenta campagna per eliminare ogni traccia di Bibbie in volgare. A volte la persecuzione portò a innovazioni ingegnose.

Furono prodotte Bibbie “da chignon”, abbastanza piccole perché le donne potessero nasconderle tra i capelli raccolti nello chignon. E nel 1754 alcuni brani delle Scritture Ebraiche e Greche furono stampati in un libro che misurava solo tre centimetri per cinque.

La diffusione moderna della Bibbia francese

Con il tempo, però, la situazione si rovesciò. Dopo che per secoli la Bibbia ebbe resistito a violenti attacchi, furono vibrati alcuni colpi decisivi in suo favore.

L’opposizione della chiesa fu colpita al cuore da nuove idee e dalla libertà di religione, garantita dopo la Rivoluzione francese. Così nel 1803, per la prima volta dopo 125 anni, fu stampato in Francia un Nuovo Testamento protestante!

Anche le società bibliche fecero la loro parte. Nel 1792 fu fondata a Londra la Società Biblica Francese allo scopo di “procurare, nella misura in cui ciò sia possibile, Bibbie in francese ai francesi che non posseggono questo tesoro divino in una lingua a loro comprensibile”.

Altre società bibliche scesero in campo. L’obiettivo di produrre e distribuire la Bibbia in francese fu raggiunto.

La posizione cattolica e le traduzioni moderne

La Chiesa Cattolica non volle modificare in alcun modo la propria posizione, ma combatteva una battaglia persa. Per tutto il XIX secolo i papi emisero una serie di decreti inesorabilmente contrari alle Bibbie in volgare.

Ancora nel 1897 papa Leone XIII riaffermava: “Sono vietate tutte le versioni dei Libri Sacri realizzate da qualunque acattolico in qualsivoglia lingua volgare, specialmente quelle diffuse dalle Società Bibliche, condannate in più occasioni dal Romano Pontefice”.

Tuttavia, la disponibilità di Bibbie protestanti a buon mercato pubblicate dalle società bibliche spinse la Chiesa Cattolica a permettere agli studiosi cattolici di tradurre la Bibbia in francese.

La traduzione di Augustin Crampon, pubblicata dapprima in sette volumi (1894-1904) e poi in un volume unico (1904), fu la prima traduzione cattolica francese basata sui testi originali.

Si distingueva per le numerose note in calce di carattere esegetico e per il fatto che Crampon usò diffusamente Jéhovah, la forma francese del nome divino.

Infine il Vaticano fece dietro front, e nell’enciclica Divino afflante Spiritu del 1943 fissò le regole per tradurre la Bibbia nelle lingue moderne.

Da allora sono state pubblicate molte traduzioni cattoliche, tra cui la Bibbia di Gerusalemme, molto diffusa, pubblicata dapprima in francese e in seguito tradotta in diverse altre lingue, tra cui l’inglese.

La cosiddetta «Lost Bible of Lyon»

The so-called Lost Bible of Lyon can look back on an eventful history, as a controversial and renowned, yet eventually forbidden work of the 16th century. It contains Latin translations of biblical texts from ancient sources, among them is the rare 3 Maccabees.

Printed in the 1640’s by Jean Mareschal in Lyon, the Bible of Lyon was confiscated and destroyed in the turmoil of the Counter-Reformation and only survives today in ten specimens.

La cosiddetta Lost Bible of Lyon è quindi una Bibbia latina di grande rarità, diversa dalle traduzioni in volgare promosse da Valdo nel XII secolo. La sua storia è legata alla stampa lionese, alla selezione dei testi biblici, alla censura e alle tensioni confessionali della prima età moderna.

Jean Mareschal e il testo proibito

Jean Mareschal (ca. 1510-1590) was a printer and publisher in Lyon. He published a Bible in the years 1541-1543 that relied on ancient biblical texts.

This originated from various sources and collected biblical texts, commentaries, excerpts, clarifications, etc. Thus the Bible of Lyon contains, inter alia, 3 Maccabees in Mareschal’s own translation - the first Latin translation of this text!

The Book of Maccabees was nevertheless repudiated as an apocryphal text five years later at the Council of Trent. The printer in Lyon was pursued from then on by the Inquisition and had to flee to Heidelberg.

His bible suffered a similar fate, it was confiscated and destroyed and thus only ten specimens survive today.

Le illustrazioni rinascimentali

One of these rare specimens of the so-called Lost Bible of Lyon is stored in the Biblioteca Nazionale Marciana in Venice. The 632 pages of the printed book were illustrated by 100+ small illustrations and three full-page lithographs.

The significant Renaissance painter Hans Holbein the Younger contributed 16 graphics with biblical representations - so-called icons.

Hans Holbein the Younger (1498-1543) is considered to be one of the greatest artists of his time. Born in Augsburg, in the course of his life he came to England by way of Basel and France and there became the court painter for Henry VIII!

La Bibbia, la Chiesa e l’autorità dell’interpretazione

Le difficoltà attuali della catechesi sono un dato generalmente accettato che non è necessario provare nei particolari. Le cause della crisi e le sue conseguenze sono state descritte spesso e abbondantemente.

Fa parte della essenza della fede il richiedere di essere trasmessa: si tratta dell’interiorizzazione di un messaggio, che si rivolge a tutti perché é la verità, e l’uomo non può essere salvato senza la verità (1 Tim 2,4).

Per questo la catechesi e la trasmissione della fede sono state, fino dalle origini, una funzione vitale per la Chiesa, e tali devono restare fin tanto che la Chiesa durerà.

Un primo grave errore fu quello di sopprimere il catechismo e di dichiarare “sorpassato” il genere stesso del catechismo. Certo, il catechismo come libro è divenuto comune soltanto al tempo della Riforma; ma la trasmissione della fede, come struttura fondamentale nata dalla logica della fede, è vecchia quanto il catecumenato, cioè quanto la Chiesa stessa.

Essa scaturisce dalla natura stessa della sua missione e, dunque, non si può rinunciarvi. La rottura con una trasmissione della fede attinta nella sua strutturazione fondamentale alle fonti di una tradizione presa nella sua globalità, ha avuto come conseguenza la frammentazione della proclamazione della fede.

Bibbia, dogma e tradizione

Il fatto di non avere più il coraggio di presentare la fede come un tutto organico in se stesso, ma solamente come una serie di riflessi scelti di esperienze antropologiche parziali, si fondava, in ultima analisi, su di una certa diffidenza nei riguardi della totalità.

Esso si spiega con una crisi della fede, meglio: della fede comune alla Chiesa di tutti tempi. Ne risultava che la catechesi ometteva generalmente il dogma e tentava di ricostruire la fede direttamente a partire dalla Bibbia.

Ora, il dogma non è niente altro, per definizione, che interpretazione della Scrittura, ma questa interpretazione, nata dalla fede dei secoli, non sembrava più potersi accordare con la comprensione dei testi, a cui il metodo storico aveva nel frattempo condotto.

In questo modo, coesistevano due forme di interpretazione apparentemente irriducibili: la interpretazione storica e quella dogmatica. Ma quest’ultima, secondo le concezioni contemporanee, poteva essere considerata solo come una tappa pre-scientifica della nuova interpretazione.

Così, sembrava difficile riconoscere a essa un posto proprio. Laddove la certezza scientifica è considerata la sola forma valida, perfino la sola possibile, della certezza, quella del dogma doveva sembrare o come una tappa sorpassata di un pensiero arcaico, oppure come la espressione della volontà di potenza di istituzioni passate che ancora sopravvivevano.

La verità del dogma deve allora essere valutata secondo la misura dell’esegesi scientifica e può, al massimo, confermare le dichiarazioni di quest’ultima; essa non può più pretendere di giudicarla in ultima istanza.

Il problema della lettura diretta della Bibbia

Una catechesi che sviluppava, per così dire, la fede direttamente a partire dalla Bibbia, senza passare attraverso il dogma, poteva pretendere di essere una catechesi dedotta specificamente dalle fonti.

Ma allora emerse un fenomeno curioso. L’effetto di freschezza, all’inizio provocato dal contatto diretto con la Bibbia, non fu durevole.

Certo, all’inizio ne risultò molta fecondità, bellezza e ricchezza nella trasmissione della fede. Si sentiva “l’odore della terra di Palestina”, si riviveva il dramma umano nel quale la Bibbia è nata.

Vi fu così, più verità umana e concreta. Ben presto, però, apparve l’ambiguità del progetto, che J. A. Möhler aveva descritto in modo classico centocinquanta anni fa.

Ciò che la Bibbia apporta in fatto di bellezza, di immediatezza, a cui non si può rinunciare, e così descritto: “Senza la Scrittura, la forma propria delle parole di Gesù ci resterebbe nascosta, noi non sapremmo come parlava il Figlio dell’uomo e credo che non mi piacerebbe più continuare a vivere se non la sentissi più”.

Ma Möhler sottolinea subito il motivo per cui la Scrittura non può essere separata dalla comunità vivente, nella quale soltanto può essere “la Scrittura”, quando continua dicendo: “Solo che, senza la tradizione, noi non sapremmo chi parlava allora, ne ciò che annunciava, e anche la gioia che proviene dal suo modo di parlare svanirebbe”.

La Bibbia come testo storico e vivente

Infatti, i documenti che si sono voluti leggere senza alcun altro intermediario oltre al metodo storico, per ciò stesso si allontanarono alla distanza che li separa storicamente.

Una esegesi che non vive e non comprende più la Bibbia insieme all’organismo vivente della Chiesa diventa archeologia: un museo di cose passate.

Concretamente, ciò si verifica anzitutto nel fatto che la Bibbia si disgrega come Bibbia, per non essere niente altro che una collezione di libri eterogenei.

Di qui la domanda: come assimilare questa letteratura, e secondo quali criteri scegliere i testi con i quali bisogna costruire la catechesi?

La rapidità con cui si è realizzata questa evoluzione si vede, per esempio, in una proposta fatta recentemente in Germania in una lettera di un lettore a una rivista: stampare, nelle nuove edizioni della Bibbia, in caratteri piccoli ciò che è superato, e mettere invece in evidenza ciò che resta valido.

Ma che cosa è valido? Che cosa è superato? In fin dei conti, è il gusto a decidere, e la Bibbia potrà tutt’al più servire ad assecondare la nostra decisione.

La ricerca del Gesù storico

Nel libro che Albert Schweitzer consacrò alla storiografia delle ricerche sulla vita di Gesù, si trova descritta, da tutt’altro punto di vista, la stessa evoluzione di una catechesi legata unicamente allo studio letterario delle fonti:

“Ciò che è capitato alla ricerca sulla vita di Gesù è singolare. Essa è partita alla ricerca del Gesù della storia ed ha creduto di poterlo ricollocare nel nostro tempo così come era, come Maestro e Salvatore.

Essa disfece i legami che, da secoli, la univano alla roccia dell’insegnamento della Chiesa, e si rallegrava vedendo la sua figura riprendere vita e movimento, e il Gesù storico venire incontro. Ma ecco, esso non si arrestò, passò di fianco al nostro tempo e ritornò verso il suo”.

In realtà questo processo, di cui, circa un secolo fa, Schweitzer aveva creduto di avere arrestato l’evoluzione teologica, si ripete sempre in un modo nuovo e con svariati cambiamenti nella moderna catechesi.

Cercando l’elemento primitivo, giudicato sicuro e affidabile, ci si scontra con le fonti più antiche ricostruite a partire dalla Bibbia, che si pensa in definitiva essere più importanti de “la Fonte”.

Lo stesso succede di Gesù. Quello dei Vangeli è considerato come un Cristo notevolmente rimaneggiato dal dogma, dietro il quale bisognerebbe ritornare al Gesù dei loghia oppure di un’altra fonte presunta, per trovare il Gesù reale.

Questo Gesù “reale”, a questo punto, non dice e non fa niente di più di quello che ci piace. Ci risparmia, per esempio, la croce come sacrificio espiatorio; la croce è ricondotta alle dimensioni di uno scandaloso incidente, al quale non conviene prestare troppa attenzione.

Anche la Resurrezione diventa una esperienza dei discepoli secondo la quale Gesù, o almeno la sua “realtà”, continua. Non ci si sofferma più sugli avvenimenti, ma sulla coscienza che ne hanno avuto i discepoli e la “comunità”.

La certezza della fede è sostituita dalla fiducia nell’ipotesi storica. Ora, questo modo di procedere mi sembra irritante.

La garanzia dell’ipotesi storica, in un grande numero di testi di catechismo, diventa assolutamente più importante della certezza della fede. Questa è scaduta al livello di una vaga fiducia senza contorni precisi.

Ma la vita non è una ipotesi, e la morte neppure; ci si rinchiude nello scrigno vitreo di un mondo intellettuale, che ci si è fatti da soli e che, allo stesso modo, può dissolversi.

Una questione ancora attuale

Perché questa storia parla ancora di noi? Perché la domanda è sempre attuale: chi può parlare di Dio in pubblico? Chi può dire «questa è parola evangelica»?

Ogni volta che la Chiesa discute di ministeri laicali, voce femminile, ospitalità eucaristica, sta ancora discutendo di quel confine tra profezia e potere.

Se dovessi riassumere il libro in una frase? Due uomini scelgono la stessa povertà; uno diventa santo universale, l’altro diventa eretico.

Vuol dire che la santità è soprattutto una decisione storica e istituzionale. Come pure l’eresia.

Valdo di Lione con Bibbia in volgare

BREVE STORIA DI VALDO DI LIONE

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