Il Giubileo della Speranza 2025 è stato annunciato e preparato da Papa Francesco, che con la Bolla di indizione e i successivi documenti ne ha tracciato l’impianto spirituale e pastorale. Quando, a sorpresa, si è aperta la nuova stagione della Chiesa con l’elezione di Papa Leone XIV, molti si sono chiesti quale sarebbe stato l’approccio del nuovo Pontefice verso un evento così centrale e già avviato.
La risposta è arrivata presto: Leone XIV non solo ha raccolto l’eredità del suo predecessore, ma vi ha impresso uno stile personale, capace di restituire al Giubileo la sua vocazione originaria di cammino di fede e di speranza. Papa Francesco aveva voluto che il Giubileo fosse innanzitutto un Anno della Speranza, un’occasione per offrire al mondo ferito da guerre, crisi economiche e culturali un messaggio positivo, radicato nel Vangelo.

La continuità spirituale di Leone XIV
Papa Leone XIV ha deciso di proseguire senza strappi, scegliendo la via della continuità. Non ha modificato la struttura organizzativa del Giubileo né ha introdotto rivoluzioni logistiche.
Ha però voluto dare un’impronta spirituale molto marcata, collocando il tema della speranza direttamente al centro delle sue prime catechesi da Pontefice. A partire da giugno, infatti, ha inaugurato un ciclo di udienze generali intitolato “Gesù Cristo nostra speranza”, un vero itinerario biblico che accompagna i pellegrini del Giubileo.
La speranza raccontata attraverso il Vangelo
Settimana dopo settimana, Leone XIV ha meditato su episodi evangelici che rivelano come la speranza cristiana non sia un sentimento generico, ma la certezza che nasce dall’incontro con Cristo. Dalla parabola degli operai nella vigna alla guarigione di Bartimeo, dal perdono dato ai discepoli fino alle parole della croce - “Ho sete” - ogni udienza è stata un tassello di un mosaico che mostra il volto di un Dio vicino, che non abbandona e che restituisce fiducia anche nei momenti di buio.
Nelle udienze di giugno e luglio il Papa ha insistito sul fatto che la speranza non è evasione, ma forza che trasforma la vita quotidiana. Così ha spiegato che il grido del cieco Bartimeo è simile al grido dell’umanità ferita, e che il perdono donato nell’ultima cena è la porta attraverso cui ogni tradimento può diventare occasione di grazia.
A fine agosto, commentando le parole di Gesù nell’orto degli Ulivi e sulla croce, Leone XIV ha sottolineato che la speranza cristiana è radicata in un amore che non si arrende, capace di abbracciare persino il dolore e la morte.
Giovani protagonisti del cammino giubilare
Molto significativo è stato l’incontro con centinaia di migliaia di ragazzi arrivati a Roma per il pellegrinaggio giubilare. “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate”, ha detto, rilanciando l’invito a non accontentarsi di una vita mediocre.
In quell’occasione Leone XIV ha parlato del Giubileo come di una “grande festa della fede” che deve coinvolgere le nuove generazioni, non come spettatori ma come protagonisti di un cammino ecclesiale e sociale.
Papa Leone ha voluto più volte ribadire che “il pellegrinaggio alla Porta Santa non è un rito esteriore, ma un atto interiore: è il cuore che si apre a Dio, è la vita che si lascia rinnovare dalla grazia”.
Dalla veglia di Tor Vergata nasce l’impressione che i giovani possono parlare solo se leggono qualcosa scritto da adulti. E accade da troppo tempo.
Nel 2000 ero a Tor Vergata, ero giovane anche io e già allora si ripeteva che era ormai necessario “ascoltare” e “far parlare i giovani”. Nel frattempo è passata tanta acqua sotto i ponti della Chiesa, la storia si è dimostrata ben poco luminosa, e lo slogan è sempre quello.
Insomma, ci auguriamo di ascoltare i giovani, e quindi che questi parlino; dunque, diamo loro la parola. Ma quando le Chiesa dà questa possibilità pubblica, le cose sono assai stridenti, molto imbrigliate, tanto controllate.
Forse il format “domande dei ragazzi e risposte del Papa”, lo stesso da decenni, è un po’ superato. Di certo, abbiamo avuto l’ennesima prova: alla Chiesa gerarchica piace dare la parola ai giovani, ma solo se parlano come gli adulti, solo se prestano la loro voce alle domande scritte dagli adulti, su temi che gli adulti pensano essi abbiano a cuore.
Il pellegrinaggio come apertura del cuore
Il Giubileo è stato presentato come un tempo nel quale la fede deve tradursi in un movimento interiore e in una responsabilità concreta. La Porta Santa è diventata così il simbolo di un passaggio personale, non di un semplice gesto rituale.
Papa Leone ha voluto più volte ribadire che “il pellegrinaggio alla Porta Santa non è un rito esteriore, ma un atto interiore: è il cuore che si apre a Dio, è la vita che si lascia rinnovare dalla grazia”.
“Quella di oggi è l'ultima delle udienze giubilari del sabato, avviate lo scorso gennaio da Papa Francesco. Il giubileo volge al termine, non finisce però la speranza che questo anno ci ha donato: rimarremo pellegrini di speranza, senza speranza, siamo morti; con la speranza, veniamo alla luce”.
Lo dice Papa Leone. “La speranza è generativa” sottolinea il Pontefice “Non uccide ma fa nascere e rinascere. Questa è vera forza.
Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di dio fa nascere. Per questo vorrei dirvi infine: sperare è generare”.
La speranza, la giustizia e la responsabilità sociale
“La ricchezza della terra è nelle mani di pochi, pochissimi, sempre più concentrata - ingiustamente - nelle mani di chi spesso non vuole ascoltare il gemito della terra e dei poveri. Dio ha destinato a tutti i beni del creato, perché tutti ne partecipino.
Il nostro compito è generare, non derubare. Eppure, nella fede il dolore della terra e dei poveri è quello di un parto. Dio genera sempre, Dio crea ancora, e noi possiamo generare con lui, nella speranza.
La storia è nelle mani di Dio e di chi spera in lui. Non c’è solo chi ruba, c’è soprattutto chi genera” ha sottolineato.
Nel corso delle udienze giubilari, Papa Leone, seguendo le orme di Francesco, ha più volte invitato i fedeli a vivere il Giubileo non come un evento formale, ma come un tempo di conversione personale e comunitaria, capace di tradursi in gesti concreti di solidarietà verso i più poveri e gli esclusi.
Ampio spazio è stato dato anche ai temi della pace, del dialogo tra le religioni e della responsabilità dei cristiani di fronte alle crisi del mondo contemporaneo.
Il messaggio di Francesco: “Tacciano le armi!”
Dalla Loggia centrale della basilica vaticana, Francesco pronuncia il tradizionale messaggio di Natale alla città e al mondo, esortando al coraggio di “far tacere le armi e superare le divisioni”.
La preghiera per la fine dei conflitti e delle crisi in Ucraina, Medio Oriente, Africa, Myanmar, Cipro e diversi Paesi del continente americano. Nell’Anno Giubilare, l’invito è a non avere paura, perché la misericordia di Dio “dissolve l’odio”.
“Tacciano le armi!”: nel suo messaggio natalizio “Urbi et Orbi” - in questo secondo giorno del Giubileo della speranza che ieri sera ha visto il suggestivo rito di apertura della Porta Santa della basilica di San Pietro - Francesco ripete più volte questo accorato appello alla città e al mondo, esortando ad avere l’audacia e il coraggio di cercare la pace, il dialogo e la riconciliazione, senza paura, fiduciosi nella misericordia di Dio.
Dalla Loggia centrale della basilica vaticana, lo sguardo del Pontefice si volge ai circa trentamila fedeli che affollano piazza san Pietro, in una giornata di vento freddo, ma tersa e luminosa, proprio come la speranza.
Ma se lo sguardo è ravvicinato, il pensiero di Francesco travalica ogni confine per portare vicinanza e conforto “nel travaglio di questo nostro tempo”.
E facendo eco alle parole pronunciate da san Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, nel 1978, il vescovo di Roma ribadisce: Fratelli e sorelle, non abbiate paura! La Porta è aperta, è spalancata! Non è necessario bussare, è aperta! Venite!
Lasciamoci riconciliare con Dio, e allora saremo riconciliati con noi stessi e potremo riconciliarci tra di noi, anche con i nostri nemici. La misericordia di Dio può tutto, scioglie ogni nodo, abbatte ogni muro di divisione, la misericordia di Dio dissolve l’odio e lo spirito di vendetta.
Venite! Gesù è la Porta della pace.
Gli appelli per i Paesi in guerra
In questo Natale che dà inizio all’Anno giubilare, dunque, l’invito che il Papa rivolge a ogni persona, ogni popolo, ogni nazione è ad “avere il coraggio di varcare la Porta, a farsi pellegrini di speranza, a far tacere le armi e a superare le divisioni!”.
Ucraina
Il primo pensiero è per l'Ucraina, proprio oggi all'alba colpita da un massiccio attacco missilistico russo su diverse città e impianti energetici: Tacciano le armi nella martoriata Ucraina!
Si abbia l’audacia di aprire la porta al negoziato e a gesti di dialogo e d’incontro, per arrivare a una pace giusta e duratura.
Israele, Palestina e Medio Oriente
Il medesimo appello Francesco lo lancia in favore della pace nell’intera regione mediorientale: Tacciano le armi in Medio Oriente!
Con gli occhi fissi sulla culla di Betlemme, rivolgo il pensiero alle comunità cristiane in Palestina e in Israele, in particolare alla cara comunità di Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima.
Cessi il fuoco, si liberino gli ostaggi e si aiuti la popolazione stremata dalla fame e dalla guerra.
Sono vicino anche alla comunità cristiana in Libano, soprattutto al sud, e a quella in Siria, in questo momento così delicato. Si aprano le porte del dialogo e della pace in tutta la regione, lacerata dal conflitto.
E voglio ricordare qui anche il popolo libico, incoraggiando a cercare soluzioni che consentano la riconciliazione nazionale.
Africa
Anche l’Africa è al centro delle preoccupazioni del Pontefice che dà voce alle popolazioni sofferenti del continente, come quelle della Repubblica Democratica del Congo, colpite da “un’epidemia di morbillo”, e quelle del Burkina Faso, del Mali, del Niger e del Mozambico, del Corno d’Africa.
La crisi umanitaria che le colpisce è causata principalmente dai conflitti armati e dalla piaga del terrorismo ed è aggravata dagli effetti devastanti del cambiamento climatico, che provocano la perdita di vite umane e lo sfollamento di milioni di persone.
Per tutti questi popoli, Francesco implora “i doni della pace, della concordia e della fratellanza”, auspicando particolare impegno da parte della comunità internazionale nel “favorire l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile del Sudan e nell’avviare nuovi negoziati in vista di un cessate-il-fuoco”.
Myanmar e continente americano
Speranze di pace il Papa le esprime anche per il Myanmar, i cui abitanti patiscono gravi sofferenze e sono costretti a fuggire dalle proprie case a causa dei continui scontri armati.
Un pensiero particolare, poi, il Pontefice lo rivolge al continente americano: Il Bambino Gesù ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà nel continente americano, affinché si trovino al più presto soluzioni efficaci nella verità e nella giustizia, per promuovere l’armonia sociale, penso in particolare ad Haiti, in Venezuela, Colombia e Nicaragua, e ci si adoperi, specialmente in quest’Anno giubilare, per edificare il bene comune e riscoprire la dignità di ogni persona, superando le divisioni politiche.
Cipro
Esortando, inoltre, ad abbattere “tutti i muri di separazione”, sia ideologici che fisici, nel mondo, Francesco cita “la divisione che interessa da ormai cinquant’anni l’isola di Cipro e che ne ha lacerato il tessuto umano e sociale”.
Auspico che si possa giungere a una soluzione condivisa, una soluzione che ponga fine alla divisione nel pieno rispetto dei diritti e della dignità di tutte le comunità cipriote.
La sacralità della vita e l’attenzione ai fragili
Gesù è “Porta di salvezza aperta per tutti”, prosegue il Pontefice, Porta che “siamo invitati ad attraversare per riscoprire il senso della nostra esistenza e la sacralità di ogni vita - ogni vita è sacra -, e per recuperare i valori fondanti della famiglia umana”.
È lì, infatti, che il Signore ci attende: Attende ciascuno di noi, specialmente i più fragili: attende i bambini, tutti i bambini che soffrono per la guerra e la fame; attende gli anziani, costretti spesso a vivere in condizioni di solitudine e abbandono;
attende quanti hanno perso la propria casa o fuggono dalla propria terra, nel tentativo di trovare un rifugio sicuro; attende quanti hanno perso o non trovano un lavoro; attende i carcerati che, nonostante tutto, rimangono sempre figli di Dio; attende quanti sono perseguitati per la propria fede.
E sono tanti.
Debito, povertà e bene comune
Non manca, poi, Francesco di reiterare il suo appello in favore dei popoli più indigenti: Il Giubileo sia l’occasione per rimettere i debiti, specialmente quelli che gravano sui Paesi più poveri.
Il tema della marcia è “Rimetti a noi i nostri debiti. Concedici la tua pace”.
Negli ultimi cinquant’anni questo sistema economico ha preso purtroppo una piega ancora più terribile per quanto riguarda i paesi più poveri, che ogni anno accumulano 450 miliardi di dollari di debito solo di interessi.
La maggior parte del denaro viene concessa non dagli Stati, per i quali è difficile pensare a una forma di alleggerimento, ma da grandi fondi finanziari privati, che spesso non concedono questi soldi in cambio di interessi, ma in cambio di materie prime.
Il Papa nell’enciclica “Laudato si’” ha parlato del debito che abbiamo nei confronti della Madre Terra e delle nuove generazioni e dice che bisogna pagare il debito verso i paesi poveri: e quando si parla di Paesi poveri si pensa subito all’Africa.
La stessa cosa l’ha detta Giovanni Paolo II nel 2000 e temo che dopo questo Giubileo si continuerà a dire la stessa cosa.
Perdono, pace e trasformazione delle persone
“Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono” a cui aggiungerei: “Non c’è perdono senza speranza”.
C’è una confusione colpevolmente generata dalla disinformazione sulla situazione delle carceri. Se oggi escono 140 persone dai nostri istituti, noi sappiamo che entro 5 anni 110 tornano a delinquere.
Questa è una guerra silenziosa, ma reale. Dobbiamo comprendere che il carcere non è la soluzione per l’uomo che sbaglia.
Negli ultimi tempi ci sono stati 90 suicidi, 10 mila atti di autolesionismo. Si penda di combattere il male con il male.
L’uomo non è il suo errore. Il carcere è una struttura di peccato.
Allora che cosa fare? Invece di maledire il buio, bisogna accendere la luce. Invece di maledire il carcere, bisogna aprire luoghi.
La recidiva tra le nostre persone si è abbassata dal 70% al 10-12%. Come diceva don Oreste: “Le cose belle prima si fanno poi si pensano”.
In queste comunità cosa facciamo? Offriamo una formazione umana e una formazione religiosa, leggendo la Parola del Signore anche ai musulmani.
Ma è soprattutto la relazione che guarisce. Le comunità sono luoghi in cui è possibile passare dall’egocentrismo, dove ognuno arraffa per sé a discapito dell’altro all’altero-centrismo dove il mio bene coincide con quello dell’altro.
Abbiamo imparato che la pace si capisce costruendo comunità, non rimanendo nell’individualismo. Che il male, pur essendo un mistero, cresce nelle ferite del cuore dell’uomo.
Abbiamo capito che bisogna lavorare sulla ferita e che la ferita nasce soprattutto in ambito familiare. Non tutti quelli che hanno problemi familiari vanno a finire in carcere, ma la maggioranza di quelli che sono in carcere hanno avuto problemi familiari.
Quindi se si vuole costruire la pace, si deve custodire la famiglia.
Sul perdono abbiamo capito che prima di chiedere perdono alla società, le persone devono imparare a perdonare se stesse e che, come il male fisico può essere curato, così anche il male morale può essere curato.
Questa è la bella notizia.
E allora ci vogliono luoghi, comunità, che sono come ospedali da campo, come diceva il Papa, dove il medico è il Signore: “Non sono venuto per i sani, ma per i malati; non per i giusti, ma per i peccatori”.
Concludo dicendo che Antonello ha portato al Papa il formaggio del perdono e gli ha detto: “Queste mani che hanno fatto tanto male, ora sanno fare qualcosa di buono”.
E il Papa gli ha detto: “Non c’è santo senza passato, non c’è peccatore senza futuro”. E questo futuro lo possiamo costruire insieme.
Il perdono come cammino di libertà
Ogni uomo ha una storia e molte volte il reato è solo la punta di un iceberg, perché al di sotto c’è un malessere, una ferita.
Questo non giustifica il male che uno fa, ma qual è la differenza tra il carcere e la Casa in cui mi trovo? Che nella nostra Casa si accende la fiaccola della speranza.
Sant’Agostino diceva che la speranza ha due vie: l’indignazione e il coraggio. L’indignazione è capire quello che non va, il coraggio è cambiarlo.
Ma per cambiare occorre la comunità; io da solo non posso farlo. Io posso alzare la mano per chiedere aiuto, ma occorre qualcuno che mi aiuti a sorreggere quella mano.
Nella comunità però mi hanno insegnato a mettermi in ginocchio con le mie ferite e grazie alle persone speciali che ci sono, le mie ferite sono diventate feritoie.
Soprattutto mi ha aiutato Andrea, che mi ha detto: “Tu sei prezioso ai miei occhi”; mi ha dato un lume di speranza, è stato il mio papà e mi ha fatto capire che l’amore è qualcosa di più grande di noi.
Andrea è la mia perla. La perla non è altro che la malattia della conchiglia.
Sta a noi guardare chi hai di fronte e dire se quello è una malattia o è una perla. Noi possiamo guardare l’altro per quello che ha fatto o per quello che non ci piace oppure andare oltre e guardarlo come perla.
Grazie al suo perdono io ho riconquistato la mia libertà. Grazie al perdono della mia famiglia io ho ritrovato un’appartenenza, oltre a quella della comunità.
Adesso mi sento di nuovo figlio e fratello.
Voglio parlare di perdono. Perché il perdono è un dono non solo per chi lo riceve, ma anche per chi lo dà, perché libera dalla rabbia, dalla delusione, permette nuovamente di amare.
Perdono non vuol dire dimenticare. Quello che è stato fatto, però, è il passato e magari può continuare a procurare ancora delle ferite, ma il perdono è guardare l’altro ed amarlo così come è.
Per perdonare, bisogna sentirsi perdonati e io mi sono sentita perdonata da Dio, perché anche io mi chiedevo che cosa avessi fatto di male per portare mio fratello a compiere un reato e mi sentivo bisognosa di perdono.
Perdonare se stessi è molto più difficile che perdonare l’altro. E’ un cammino.
Ma la pace solo così può essere costruita, perché la pace è un “per - dono”, è un dono che faccio a me, a lui e agli altri.
La pace come riconoscimento della dignità
Sono molto emozionato per la vostra presenza, che accende la speranza della pace e di un futuro migliore, senza violenza, cosa che per molti di noi, originari dell’Africa, è solo un’immaginazione.
Sono partito da casa mia a 15 anni, non per scelta, ma per costrizione, a seguito di un problema familiare e, attraversando il deserto. sono arrivato fino in Libia, dove mio cugino mi ha tenuto con sé per circa un anno.
L’intervento armato della NATO per portare la democrazia in Libia uccidendo Gheddafi, ha creato un grande caos non solo in Libia, ma anche in Mali, dove vive la mia famiglia, perché, dopo la morte di Gheddafi, il Mali è stato occupato da diversi gruppi terroristici e l’esercito, con un colpo di stato, ha messo fine al governo democratico.
Per questa situazione ho chiesto asilo politico, che fortunatamente mi è stato concesso dopo un anno.
Da qui è iniziata la mia nuova vita: ora sono un cittadino italiano e ho il diritto e il dovere di difendere i valori italiani.
Questo è stato molto importante per me, perché mi ha fatto capire che, nonostante ci siano tante guerre, c’è qualcuno che riconosce il valore di essere umano.
Essere diventato cittadino italiano per me rappresenta quella pace che molti considerano immaginazione.
Il debito economico e il disarmo del cuore
La prima cosa che voglio sottolineare è che il popolo della pace c’è: esiste, si aggrega, si sa organizzare.
Non è un popolo di passivi, remissivi, che vogliono rinunciare a ogni conflitto, perché è un popolo combattivo, che però vuole il disarmo del cuore, che è la cosa più difficile.
Fare una battaglia non violenta per la pace non ci viene affatto naturale, richiede una rivoluzione dei cuori, delle menti, perché il vero linguaggio economico, politico, familiare, sociale della pace si scontra con la realtà.
Si parla spesso, a proposito di questi due anni di guerre, di “scontro di civiltà” tra oriente e occidente, tra religioni. Io credo che ci sia uno scontro tra una guerra armata e una guerra che riguarda gli aspetti economici e finanziari; riguarda il debito che ormai ha creato un grosso squilibrio tra i popoli, come ha detto anche papa Francesco.
Il primo punto da capire è che questa economia si fonda su un delicato rapporto tra debito e colpa. Walter Benjamin diceva che il capitalismo è un indulto che non produce espiazione, ma solo colpa.
L’attuale sistema economico capitalistico è il più anticristiano possibile; non punta alla remissione del debito, ma alla sua espansione.
Questo tipo di economia è volto ad accumulare cose, accumulare denaro, che sono surrogati di quel rapporto di fede, di fiducia profonda tra le persone, che non può essere solo un’esperienza spirituale, ma deve governare anche l’economia.
Io credo che questo sia il clima antropologico, direi teologico, che sta dietro questo sistema economico.
Dobbiamo cambiare la logica che sta dietro questa economia, dobbiamo cambiare mentalità, altrimenti rimarremo alla superficie, non riusciremo a colmare il vuoto che si è creato.
Questi privati gestiscono tutto della nostra società e lo fanno non con una logica di bene comune, di condivisione, ma per il proprio profitto, per aumentare il valore di scambio.
Noi dobbiamo cambiare la gerarchia di valori di questa società. Il denaro non è un elemento aggregante, ma è un elemento individualizzante ontologicamente.
Disgrega tutti gli altri valori: il valore del bene, del bello, della giustizia.
Io credo che si debba cambiare radicalmente il sistema monetario internazionale.
Come è accaduto con gli accordi di Bretton Woods, stipulati nel 1944 tra i principali Paesi industrializzati del mondo occidentale, che prevedevano un insieme di regole economiche per controllare la politica monetaria internazionale e furono operativi per circa un trentennio.
Purtroppo, molto spesso questi progetti avvengono dopo grandi guerre. Invece la sfida è che essi avvengano in tempo di pace.
L’economia non deve essere la continuazione della guerra con altri mezzi.
“Coloro che intraprenderanno, attraverso i gesti suggeriti, il cammino della speranza potranno vedere sempre più vicina la tanto agognata meta della pace.
Il Salmista ci conferma in questa promessa: quando «amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11).
Quando mi spoglio dell’arma del credito e ridono la via della speranza a una sorella o a un fratello, contribuisco al ristabilimento della giustizia di Dio su questa terra e mi incammino con quella persona verso la meta della pace.
Come diceva S. Giovanni XXIII, la vera pace potrà nascere solo da un cuore disarmato dall’ansia e dalla paura della guerra”.
La conclusione del Giubileo dei due Papi
Si avvicina alla prima anta e l’accompagna verso di sé. Poi fa lo stesso con la seconda. Il gesto è deciso. L’approccio quasi rapido.
Ma lo stile in tutto e per tutto familiare. Il Papa le tira a sé dai battenti facendole coincidere perfettamente l’una con l’altra.
Nell’atrio della Basilica di San Pietro il silenzio viene rotto soltanto dal colpo sugli stipiti e dagli scatti dei fotografi.
La Porta Santa si chiude. Leone XIV china la testa con la mitria davanti alla Porta ormai serrata e resta fermo lì davanti per una manciata di secondi.
Poi tocca di nuovo le formelle, quelle che hanno sfiorato per dodici mesi i pellegrini arrivati da tutto il mondo.
Sono le 9.40 del giorno dell’Epifania quando termina ufficialmente il Giubileo.
Il Giubileo della speranza aperto il 24 dicembre 2024 da papa Francesco che nella bolla di indizione “Spes non confundit” aveva stabilito finisse il 6 gennaio 2026.
Il Giubileo dei due Papi, come già verrà ricordato.
E il Giubileo che chiede di continuare a essere «tessitori di speranza», sottolinea Leone XIV.
Perché «la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova».
Prima di chiudere la Porta Santa il Papa si inginocchia per un momento di preghiera personale.
Ad accompagnarlo con gli sguardi i cardinali, i vescovi e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dall’atrio; e poi i fedeli che affollano la Basilica per la Messa che il Pontefice presiederà appena dopo l’epilogo dell’Anno Santo.
Un Giubileo che continua nella storia
«Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere - ripercorre il Papa nell’omelia -.
Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa».
Il Pontefice li paragona ai sapienti raccontati dal Vangelo dell’Epifania che si recarono a Betlemme per incontrare il Bambinello.
«Sì, i Magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare».
Un mondo, afferma Leone XIV, in cui «le intenzioni di Erode» continuano a dettare le agende politiche e in cui le paure sono «sempre pronte a trasformarsi in aggressione».
Il Papa cita le parole di Gesù che ammoniva: «Il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono».
Tutto ciò «non può non farci pensare a tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il Nuovo che Dio ha in serbo per tutti».
E anche a chi vuole un’umanità trasformata «da deliri di onnipotenza».
Poi all’Angelus aggiungerà: «Invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace».
La conclusione dell’Anno Santo è anche l’occasione per lanciare una nuova denuncia.
«Il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare.
Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore?».
Quindi l’invito all’accoglienza: «Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?».
E sempre all’Angelus sinterizzerà: «Gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle».
La giustizia come eredità dell’Anno Santo
Altra dimensione che lascia in eredità l’Anno Santo è la sete di giustizia.
«Il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha”», spiega all’Angelus.
E il monito: «Al posto delle diseguaglianze ci sia equità».
Nella Messa Leone XIV affida alla Chiesa una serie di interrogativi che dal Giubileo scaturiscono e che sollecitano una riflessione ecclesiale.
Se 33 milioni di persone hanno attraversato le Porte Sante a Roma, si domanda il Pontefice, «che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza?».
E ancora. «Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?».
Guai a farsi contagiare dal “morbo” della rassegnazione.
«La paura accieca - rimarca il Papa -. La gioia del Vangelo, invece, libera: rende prudenti, sì, ma anche audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse».
«Quanto è importante che chi varca la porta della Chiesa avverta che il Messia vi èappena nato, che lì si raduna una comunità in cui è sorta la speranza, che lì è in atto una storia di vita.
Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuole essere il Dio-con-noi».
Una comunità ecclesiale che abbraccia l’«Homo viator, dicevano gli antichi. Siamo vite in cammino.
Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita».
E la consegna: «Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora».
Papa Leone XIV chiude la Porta Santa a San Pietro: si conclude il Giubileo della Speranza
Il Giubileo della Speranza ha così unito continuità e cambiamento: Francesco ne ha indicato il cuore, rivolto alla pace, alla misericordia e alla dignità dei più fragili, mentre Leone XIV ne ha sviluppato il linguaggio della speranza generativa, della responsabilità e del cammino.