Beata Ilaria del Carretto: onomastico, storia e monumento funebre

Ilaria del Carretto non è una beata della tradizione cattolica e, pertanto, non ha un onomastico liturgico specifico. Il nome Ilaria può essere festeggiato il 1º dicembre, memoria di sant’Ilaria, oppure il 12 agosto, memoria di santa Ilaria di Augusta, secondo il calendario onomastico adottato.

Ilaria del Carretto fu la seconda moglie di Paolo Guinigi, signore di Lucca tra il 1400 e il 1430, e morì l’8 dicembre 1405, a soli 26 anni, dopo la nascita della figlia Ilaria Minor. La sua memoria è legata soprattutto al monumento funebre scolpito da Jacopo della Quercia e conservato nella sacrestia della Cattedrale di San Martino a Lucca.

Chi era Ilaria del Carretto

Ilaria Del Carretto nacque in terra ligure nel 1379 figlia di Carlo del Carretto. Era figlia del marchese di Zuccarello in Liguria, sua seconda moglie e madre del suo primo figlio ed erede, morta a soli 26 anni mentre dava alla luce una bambina che ebbe il suo stesso nome, Ilaria.

La famiglia affondava le sue radici nel leggendario nome di Aleramo, vissuto intorno al 934, la cui fedeltà all’imperatore caratterizzò le alleanze di tutti i suoi discendenti, lui che amò Alasia, figlia dell’imperatore Ottone I. Carlo del Carretto come tutta la sua famiglia, fu un fiero nemico della Repubblica di Genova, che cercava di impossessarsi della Liguria occidentale.

Ilaria nacque proprio a Zuccarello, tutta la sua storia parte da qui, come in un sogno: un marchesato, un antico castello arroccato su un cucuzzolo, una terra fertile e generosa, un bel ponte a schiena d’asino che scavalca un torrente impetuoso.

Oggi sembra lontano, ma Zuccarello, tranquillo borgo in cui il Medioevo non sembra essere mai passato, era un centro importante ai inizio 1400: ospitava un Marchesato che controllava gli accessi alla via del Sale, una delle più importanti vie di comunicazione tra Liguria e Piemonte. Il marchesato s’estendeva in un ampio territorio, tra Balestrino, Castelbianco, Caprauna, Bardineto, fino ad Arnasco.

Mappa storica di Zuccarello e Val Neva

Il matrimonio con Paolo Guinigi

A differenza del padre Carlo, Paolo Guinigi, il futuro sposo di Ilaria, non era di indole guerriera ma preferiva la diplomazia, da vero signore “illuminato” che pur amando e difendendo l’autonomia della propria città, non dimenticò le sue più intime necessità. Come la cultura.

Fu un famoso collezionista di manoscritti e di gioielli preziosi il cui acquisto in gran misura coincide con il breve matrimonio con Ilaria del Carretto. Forse erano doni per la bella e giovane sposa?

Da più di cento anni Lucca aveva rapporti d’affari con Savona soprattutto per il commercio delle stoffe pregiate e le sete tessute dai mille telai lucchesi. All’inizio del 1400 era una città in gravissime condizioni: quasi spopolata per la morìa della recente peste e per la fuga di molti cittadini che volevano scampare al terribile morbo.

Fuoriusciti politici aiutati da Firenze volevano riprendere il potere a Lucca: forte di questo timore il 14 ottobre del 1400 Paolo Guinigi si presentò armato a cavallo in piazza san Michele per essere acclamato Capitano con pieni poteri.

Il 26 gennaio 1403 Ilaria del Carretto con il suo seguito nuziale, si mise alla volta della Toscana e dopo otto giorni arrivò a Lucca. Il 2 febbraio 1403, il giorno della purificazione, fu accolta da Paolo Guinigi a ponte san Pietro, a quattro chilometri dalla città turrita, con un lungo e sontuoso corteo.

Il 3 febbraio del 1403 a Santo Romano si celebrarono le nozze tra Ilaria del Carretto, ventiquattro anni, e il Magnifico Signore di Lucca di circa trenta. Fu corte imbandita con vini, pollame, selvaggina recati in dono dalle famiglie nobili. E poi piffari e trombetti, buffoni e giullari.

Dopo tre giorni gli sposi partirono per un viaggio nei territori del contado, in Garfagnana, Versilia fino a Pietrasanta. Rientrarono a Lucca alla vigilia di Natale del 1403.

I figli e la morte di Ilaria

Il 24 settembre del 1404, nove mesi dopo il suo rientro nella città turrita, Ilaria partorì il primo figlio, Ladislao, che ebbe il nome del suo padrino, il re di Napoli.

Alla fine del mese di novembre del 1405 nacque il secondo figlio, una bambina, Ilaria Minor ma sua madre, Ilaria Maior, morì l’8 dicembre successivo forse per setticemia dovuta al parto.

C’era una volta una giovane marchesa di nome Ilaria. Suo padre, Carlo I del Carretto marchese di Zuccarello, la diede in sposa a Paolo Guinigi, signore di Lucca. Era l’anno 1403. Ilaria aveva 24 anni.

Il 24 settembre 1404 nacque da questa unione Ladislao Guinigi. A fine novembre del 1405 è la volta di Ilaria Minor. Ma lei, Ilaria del Carretto, non superò le complicanze del parto e morì pochi giorni dopo, l’8 dicembre.

La cronista di Paolo Guinigi, tale Sercambi, disse che “il predicto signore suo marito fu sommamente doglioso“. Ilaria del Carretto è stata sepolta con il suo segreto: morte per infezione post parto o per peritonite non riconosciuta?

Eppure una macabra leggenda avvolse subito la sua morte: il marito l’avrebbe avvelenata. Ilaria Minor, causa incolpevole della morte della madre, pare scomparsa dalle cronache e dalle carte ufficiali.

La commissione del monumento funebre

Paolo Guinigi, signore di Lucca dal 1400 al 1430 e raffinato mecenate, volle omaggiare con un bellissimo monumento funebre Ilaria del Carretto.

Ma Ilaria lasciò sicuramente un ottimo ricordo di sé a Lucca se per lei suo marito commissionò a uno dei più importanti scultore dell’epoca, Jacopo della Quercia, un sarcofago che viene annoverato tra i capolavori dell’arte medioevale.

Per questo, racconta Vasari, “fece per la moglie che poco inanzi era morta, nella chiesa di San Martino una sepoltura; nel basamento della quale condusse alcuni putti di marmo che reggono un festone tanto pulitamente, che parevano di carne, e nella cassa posta sopra il detto basamento fece con infinita diligenza l’immagine della moglie d’esso Paulo Guinigi che dentro vi fu sepolta; e a’ piedi d’essa fece nel medesimo sasso un cane di tondo rilievo, per la fede da lei portata al marito.”

La scelta dell’artista ricadde su Jacopo della Quercia, scultore senese capace di unire le eleganti istanze del Gotico internazionale con la sensibilità dell’Umanesimo che stava nascendo e che qui realizza, tra il 1406 e il 1410, un’opera senza precedenti nella scultura funeraria del suo tempo.

Vasari parlava di uno dei monumenti funebri più conosciuti, realizzato tra il 1406 e il 1408 dallo scultore senese Jacopo della Quercia e conservato ancora nella Cattedrale di San Martino, a Lucca.

Un monumento innovativo per il suo tempo

Solitamente nelle tombe e nei monumenti funebri l’effigie del defunto era scolpita su una lastra da porre sul pavimento oppure questo era ritratto all’interno di baldacchini e architetture complesse appoggiate al muro di fondo della chiesa, visibili frontalmente.

Qui Jacopo scolpisce il corpo della donna stesa sopra un alto basamento isolato, rendendola visibile su tutti e quattro i lati, secondo una tipologia europea associata a sepolture regali e principesche.

È eccezionale anche perché lo scultore scelse una tipologia di monumento che prima di allora si usava solo per i regnanti. A tutti gli altri era concessa una lastra pavimentale o un sarcofago da parete.

Il basamento è composto da quattro lastre: sui lati corti si trovano da una parte una croce arborata e dall’altra uno scudo con gli stemmi dei Guinigi e dei Del Carretto.

Le due lastre che costituiscono i lati lunghi, realizzate una da Jacopo stesso e l’altra da un suo collaboratore, presentano dei putti che reggono festoni.

Questo motivo classico è tratto dai sarcofagi antichi, in particolare da quelli di età adrianea, ma viene rielaborato da Jacopo che diminuisce il numero dei putti per rendere meno affollata la composizione e dare un ritmo più pacato.

I quattro putti che chiudono le file si presentano in spigolo ed escono dallo spazio della lastra, invitando così il visitatore a camminare intorno al monumento per coglierne tutti i lati.

L’immagine di Ilaria nel marmo

L’opera, uno dei massimi capolavori della scultura quattrocentesca, esprime l’epoca di passaggio tra il gusto tardo-gotico del panneggio a pieghe sottili e parallele che disegnano con una linea continua e delicata luci e ombre che fanno emergere le forme del corpo con un atteggiamento già rinascimentale di ascendenza fiorentina del dolce modellato del volto e delle mani, e raffinati giochi di chiaroscuro.

Sopra questa base l’artista senese scolpisce il corpo di Ilaria con incredibile realismo, sia nella resa del volto, fortemente individualizzato, sia nelle vesti, che aderiscono al corpo con pieghe credibili e non fantasiosamente articolate.

La giovane indossa una pellanda, una veste tipica del costume franco-fiammingo, lunga fino ai piedi, stretta da una fascia sotto il seno e dotata di un alto colletto e due spacchi laterali da cui escono le maniche a sbuffo che terminano con stretti polsini.

Anche l’acconciatura della nobildonna è resa minuziosamente con i capelli mossi raccolti grazie a un nastro sottile che lascia però dei riccioli liberi sulla fronte e una fascia imbottita decorata con fiori e foglie.

Ilaria giace distesa su di un basamento decorato da putti e festoni, di ispirazione classica, con la testa poggiata su di un cuscino. Ha gli occhi chiusi e sembra essere ritratta nel sonno.

La veste è raffinata ed elegante, con una foggia particolare, e probabilmente corrisponde a quella effettivamente indossata da Ilaria sul letto di morte.

Il volto sereno, sollevato su due cuscini, è incorniciato dalle ciocche di capelli ondulati e dalla voluminosa ciambella che la incorona. L’alto colletto cilindrico completa il ritratto con un tocco di regalità.

L’abito, stretto sotto il seno da una fascia, scende lungo il corpo con un morbido panneggio. Le mani non sono giunte in preghiera né tengono un vangelo ma sono poggiate, sovrapposte, sopra il grembo.

Quasi a proteggere quel ventre che dando la vita le aveva dato la morte. L’opera innova la scultura monumentale di questo tipo rendendo la donna alla sua essenza, ai suoi abiti, ai cuscini su cui appoggia la testa, dalla acconciatura da cui sfugge un ricciolo alle sontuose pieghe delle vesti: Jacopo della Quercia, se pure in morte, la umanizza.

Il cagnolino ai piedi di Ilaria

Ai piedi della donna giace un cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale, tradotto nel marmo con una posa credibile e vivace: accucciato ma con la testa alta come ad aspettare un ordine della padrona.

Ma l’elemento più commovente è ai piedi di Ilaria, dove un cagnolino - simbolo di fedeltà coniugale - la veglia accucciato sulle sue vesti.

Non è una novità. Il cane come simbolo di fedeltà compare nelle sepolture fin dal Medioevo, ma ancora prima, nel Mediterraneo antico, era già collegato all’oltretomba.

Aveva la testa di cane selvatico l’egizio Anubi, dio dell’imbalsamazione, e di teste di cane ne aveva tre il mitico Cerbero, guardiano della porta degli inferi.

Eppure il cane di Ilaria non ha nulla di allegorico. Sta là a guardarla, musetto in su, e possiamo essere certi che tra qualche secondo le si butterà addosso scodinzolando.

Gotico internazionale e primo Rinascimento

Se il panneggio rimanda alla scultura tardogotica borgognona, l’individuazione del volto dimostra una sensibilità umanistica mentre i putti reggifestone sono un’evidente ed esplicita citazione classica.

Il sepolcro di Ilaria del Carretto resta legato al passato nella tipologia del monumento funebre di derivazione francese e nell’eleganza di gusto gotico, mentre si proietta verso il futuro per il forte senso plastico e tridimensionale che impronta il rilievo costruito a larghe masse e per l’uso di motivi ormai rinascimentali come i festoni sorretti dai putti lungo i fianchi del sarcofago ricavati dai prototipi sculturei dell’antichità.

L’opera è frutto dello straordinario incontro tra il gusto tardo-gotico di ascendenza francese, che si manifesta nel panneggio a pieghe sottili e parallele, con il sorgente gusto rinascimentale di ascendenza fiorentina rivelato dal dolce modellato della figura e del volto.

Nonostante fossero i primi anni del Quattrocento, il sarcofago ha già un respiro rinascimentale per quel fregio a puttini e festoni che gira attorno al voluminoso basamento. Ilaria, per contrasto, appare ancora più fragile e delicata.

Jacopo di leccatezza pulitamente il marmo cercò di finire con diligenza infinita”, disse di lui Giorgio Vasari.

La storia della collocazione

In origine l’opera era collocata nel transetto davanti all’altare di S. Biagio, patronato dai Guinigi.

In origine l’opera era collocata nella cappella Guinigi della Chiesa di San Francesco dove ancora giace la salma e qui rimase fino al 1430, anno in cui Paolo Guinigi venne cacciato dalla città e i suoi beni furono confiscati.

Le lastre che compongono il monumento, originariamente collocato nel transetto davanti all’altare di S. Biagio, patronato dai Guinigi, dopo la caduta di Paolo Guinigi, furono in parte separate e il monumento, che non ospitò mai il corpo, fu spostato in Sacrestia e ricomposto interamente solo nel Novecento.

Nel 1430, alla caduta della Signoria dei Guinigi, il monumento venne spogliato di tutte quelle parti che rendevano possibile il riferimento al tiranno, quali la lastra con lo stemma, poi recuperata, e un’iscrizione commemorativa, andata perduta.

Nel 1887, dopo aver subito vari spostamenti, il sarcofago fu ricomposto nel transetto nord della chiesa della Cattedrale di San Martino dove è rimasto fino all’attuale collocazione nella sacrestia della Cattedrale.

La sacrestia ospita dal 1995 il monumento funebre di Ilaria del Carretto, collocato dal 1842 nel transetto sinistro della Cattedrale e da qui rimosso per permettere i lavori di consolidamento in questa zona dell’edificio.

Nella Sacrestia del Duomo di San Martino è visibile il Monumento funebre di Ilaria del Carretto, seconda moglie di Paolo Guinigi, morta l’8 dicembre 1405.

A poca distanza dal muro è tuttora visibile una striscia di pavimento con pietre strette e lunghe che contrasta col resto della pavimentazione: è un frammento del piano di posa predisposto da Jacopo per collocarvi il monumento di Ilaria.

Il monumento e la memoria di Ilaria

Ma della bella Ilaria in quel sarcofago c’è solo l’immagine perché le sue spoglie sarebbero sepolte nella chiesa di Santa Lucia.

L’opera di Jacopo è straordinaria per il senso di armonia che emana quella giovane donna dormiente, per l’idealizzazione unita a tratti teneramente umani.

Ilaria ispira una grande quiete. È un’opera scultorea di Jacopo della Quercia che sta nella sacrestia della Cattedrale di San Martino a Lucca.

Fu commissionata da Paolo Guinigi in morte della seconda moglie, e sono forse il suo volto tranquillo o il cagnolino accucciato ai suoi piedi a dare questa impressione di serenità ai molti visitatori che le girano intorno.

La sua bellezza l’ha immortalata nel marmo Jacopo della Quercia scolpendo il sarcofago della cattedrale di San Martino a Lucca.

Era un destino femminile quello di essere ricordate nelle Cronache pubbliche solamente per i punti di tangenza col potere: così Ilaria è citata nei documenti quando sposa Paolo Guinigi, quando partorisce i due figli, dando alla casata il tanto atteso erede maschio.

La “Cronica” di Giovanni Sercambi ricalca questo modello di storiografia pubblica e maschile, dove la donna è soltanto compagna-fattrice per la cui morte ci si deve fatalisticamente appellare alla volontà del Buon Dio.

I poeti davanti al simulacro

La bellezza dell’opera ha ispirato molti secoli dopo poeti come D’Annunzio, Quasimodo e Pasolini.

Ora dorma la bianca fiordaligi / chiusa ne’ panni, stesa sul coperchio / nella città dell’arborato cerchio (Gabriele d’Annunzio, Elettra).

Già Gabriele D’Annunzio, nel 1903, l’aveva descritta in una poesia dedicata alla città di Lucca con queste parole: «[…] Ora dorme la bianca fiordaligi/ chiusa ne’ panni, stesa in sul coperchio / del bel sepolcro; e tu l’avesti a specchio / forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi. / Ma oggi non Ilaria del Carretto / signoreggia la terra che tu bagni, / o Serchio […]»

Nel 1951, nella poesia “Appennino”, sarà Pier Paolo Pasolini a cantare le bella Ilaria come simbolo universale di una patria sconfitta: … e Ilaria, solo Ilaria… Dentro nel claustrale transetto come dentro un acquario, son di marmo rassegnato le palpebre, il petto dove giunge le mani in una calma lontananza.

Lì c’è l’aurora e la sera italiana, la sua grama nascita, la sua morte incolore. Sonno, i secoli vuoti: nessuno scalpello potrà scalzare la mole tenue di queste palpebre.

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia perduta nella morte, quando la sua età fu più pura e necessaria.

Per Quasimodo, invece, Ilaria è simbolo di solitudine, di quella perdita di speranza che il poeta condivide con la fanciulla di marmo.

La sua poesia, pubblicata nella raccolta “Ed è subito sera” del 1942, ha per titolo “Davanti al simulacro d’Ilaria del Carretto“.

Sotto la terra luna già i tuoi colli, lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse e turchine si muovono leggere. Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio perde colore, e ogni ora s’allontana, e il gabbiano s’infuria sulle spiagge derelitte.

Gli amanti vanno lieti nell’aria di settembre, i loro gesti accompagnano ombre di parole che conosci. Non hanno pietà; e tu tenuta dalla terra, che lamenti? Sei qui rimasta sola.

Il mio sussulto forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento. Remoti i morti e più ancora i vivi, i miei compagni vili e taciturni.

Zuccarello e la memoria della marchesa

Se volete incontrarla, ovvero camminare sui suoi passi, respirare la sua stessa aria, le atmosfere in cui è cresciuta, andate a Zuccarello, piccolo borgo della Val Neva.

La principessa, sollevando gli occhi avrà certamente avuto davanti il castello dei Clavesana, una rocca inespugnabile costruita dai Clavesana almeno tre secoli prima della sua nascita, distrutta solo dalle artiglierie in epoca napoleonica, ma che per anni garantì alla popolazione di salvarsi durante gli assedi, problema assai frequente nel medioevo.

Il marchesato era autonomo in tutte le sue esigenze e servizi: quando le due porte delle mura, la “Soprana” e la “Sottana” venivano chiuse, tutto funzionava ugualmente, il borgo poteva resistere per giorni.

Al Castello si arriva da un pittoresco sentiero, chiamato proprio “Sentiero Ilaria del Carretto”: corre protetto, all’interno delle mura, esce dal borgo e sale al maniero.

Chissà se Ilaria vi passeggiava con le sue dame di compagnia, o se vi giocava da bambina. Finché rimase a Zuccarello, Ilaria condusse una vita certamente felice.

Avrà assaggiato i dolci locali, le rocche: una ricetta antica di biscottini duri a base di pinoli o noci. Oppure sarà stata golosa della Torta di S. Bartolomeo, a base di pinoli e uvetta.

Oggi sono i prodotti DE.C.O. di Zuccarello.

“A Zuccarello la figura di Ilaria aleggia ancora - continua Gardella - la sua statua bronzea in paese, realizzata nel 2006 per celebrarla, accoglie da Porta Sottana chiunque arrivi a Zuccarello e il sentiero a lei dedicato è stato restaurato e illuminato come pure il Castello.”

A lei è dedicata anche una rievocazione storica, organizzata da un gruppo con vestiti d’epoca, costumi che risalgono alla fine del 1300, custoditi dalla Pro Loco di Zuccarello.

Sono giorni quelli, in cui le vie di Zuccarello si popolano di damigelle, armigeri e cavalieri, ore in cui Ilaria torna a passeggiare felice per Zuccarello insieme ai Marchesi.

Un’atmosfera che rivive negli eventi del borgo, come la Fiera della Zucca, con mercatini tradizionali di prodotti locali, momenti in cui Zuccarello viene letteralmente preso d’assedio.

Ilaria Del Carretto

Quando festeggiare il nome Ilaria

Per il nome Ilaria, le date più comunemente associate all’onomastico sono il 1º dicembre e il 12 agosto, in relazione alle diverse sante presenti nei calendari cristiani.

DataRicorrenza
1º dicembreMemoria di sant’Ilaria
12 agostoMemoria di santa Ilaria di Augusta
8 dicembreData della morte di Ilaria del Carretto

L’8 dicembre non è l’onomastico liturgico di Ilaria del Carretto: è la data della sua morte, avvenuta nel 1405 dopo il parto della figlia Ilaria Minor.

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