Nei Vangeli, le donne presenti nella vicenda del battesimo di Gesù sono soprattutto Maria, madre di Gesù, ed Elisabetta, madre di Giovanni il Battista, mentre il racconto diretto del battesimo nel Giordano presenta Gesù, Giovanni Battista, lo Spirito Santo e la voce del Padre, senza nominare altre donne.
Le figure femminili che precedono e accompagnano il battesimo di Gesù sono però decisive: Maria accoglie l’annuncio dell’angelo, Elisabetta riconosce profeticamente la presenza del Salvatore, e la profetessa Anna testimonia al Tempio l’identità salvifica del bambino. Esse costituiscono una presenza femminile fondamentale alle soglie del Nuovo Testamento.
Il battesimo di Gesù e la presenza femminile nei Vangeli
Gesù si fa battezzare nelle acque del Giordano all’inizio del suo ministero pubblico (cfr. Mt3, 13-17), non per necessità, ma per solidarietà redentrice. In questa circostanza resta definitivamente indicata l’acqua come elemento materiale del sacramento.
Si sono aperti i cieli, lo Spirito è disceso in forma di colomba e la voce di Dio Padre ha conferma la filiazione divina di Cristo. Tutto questo che accade al Capo della futura Chiesa indica quel che sarà compiuto sacramentalmente nei suoi membri.
La pericope del battesimo di Gesù risponde innanzitutto alla domanda relativa alla sua identità. La risposta proviene dal cielo che si apre e dal quale una voce dice: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Lc 3, 22).
A differenza di Maria, Elisabetta e Anna, le donne non vengono nominate nel breve racconto evangelico del battesimo nel Giordano. La loro presenza emerge nel racconto dell’infanzia di Gesù, dove accolgono, riconoscono e annunciano il mistero che il battesimo manifesterà pubblicamente.

Maria, madre di Gesù
Nel Vangelo di Marco, che è il più antico, Maria fa un’unica, breve comparsa. Si tratta dell’episodio in cui lei e altri parenti vanno a trovare Gesù a Cafarnao per parlargli.
In quell’occasione Gesù, che sta predicando alla folla, domanda: “‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre’” (Marco 3:33-35).
In realtà, Gesù qui afferma semplicemente che la grandezza di sua madre, come quella di qualunque altra persona, sta nel fatto di avere ascoltato la Parola: “Chi ascolta la mia Parola, chi fa la volontà del Padre, questi è per me fratello, sorella e madre”.
E Maria ha certamente ascoltato la Parola, l’ha serbata in cuore e ha fatto la volontà di Dio.
Nei Vangeli di Matteo e Marco troviamo dunque ben poco a proposito di Maria. Nel Vangelo di Giovanni si accenna alla “madre di Gesù” - neppure dunque con il nome proprio - in due sole occasioni: nell’episodio delle nozze di Cana e ai piedi della croce rispettivamente all’inizio e alla fine del ministero pubblico di Gesù.
Dobbiamo quindi rivolgerci al Vangelo di Luca, l’unico che si soffermi sulla figura di Maria. È lecito presumere che l’evangelista l’abbia conosciuta.
L’angelo Gabriele si reca a Nazaret ad annunciare a Maria che darà alla luce il Figlio di Dio (Luca 1:26-38). Maria era promessa sposa di Giuseppe, ma prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo (Matteo1:18).
Maria non è stata ripudiata, perché un angelo del Signore ha annunciato a Giuseppe che la sua gravidanza è opera dello Spirito Santo. Giuseppe non avrà rapporti coniugali con lei fino alla nascita di Gesù (Matteo 1:24).
Maria custodisce nel suo cuore tutte le parole e gli avvenimenti che riguardano Gesù e medita profondamente su di essi (Luca 2:19, 51).
Maria tra l’annunciazione e la nascita di Gesù
Dopo l’annunciazione, viene il racconto della visita a Elisabetta, e il cantico del Magnificat: avendo ricevuto l’annuncio della salvezza, Maria si alza e si mette in cammino per verificare che la notizia dell’angelo a proposito di Elisabetta corrisponda alla realtà e appurare se davvero la sua parente (cugina?) sia in dolce attesa, dopo aver perduto la speranza di concepire.
D’altra parte c’è, naturalmente, il desiderio di aiutarla: la giovane Maria probabilmente immagina che la gravidanza tardiva potrebbe comportare qualche problema per l’anziana gestante.
Segue il racconto della Natività (dove, però, Maria compare semplicemente come personaggio evocato, senza essere protagonista della narrazione).
Giunta a Betlemme per il censimento, dà alla luce Gesù (Matteo 2:11).
Poiché il re Erode vuole far uccidere Gesù (temendo che gli usurpi il trono), Maria fugge in Egitto con Giuseppe e Gesù (Matteo 2:13-14).
La famiglia torna dall’Egitto, perché ormai re Erode è morto e non costituisce più una minaccia. Si trasferiscono a Nazaret (Matteo 2:19-23).
Maria e la presentazione di Gesù al Tempio
Successivamente, nel racconto della presentazione al Tempio, Maria porta il bambino Gesù nel santuario di Gerusalemme, dove ascolta le parole di Simeone e di Anna, e la profezia sconvolgente che la riguarda.
Maria e Giuseppe si recano al Tempio per consacrare il loro primogenito. Qui Simeone e Anna profetizzano che Gesù sarà il Salvatore di Israele (Luca 2:32-34).
Giuseppe e Maria si recano al Tempio di Gerusalemme per presentare Gesù, il loro primogenito, e per compiere il sacrificio rituale.
Al Tempio si imbattono dapprima in un uomo di nome Simeone che, animato dallo Spirito Santo, profetizza il futuro di Gesù. A questi si aggiunge poco dopo una donna, la profetessa Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser.
Questa presenza femminile è particolarmente importante perché Anna non si limita ad assistere alla presentazione: riconosce il significato del bambino e ne parla a quanti attendono la redenzione.
Elisabetta, la madre del Precursore
Elisabetta, moglie del sacerdote Zaccaria (della tribù di Levi) e discendente della stirpe sacerdotale di Aronne, è una parente (zia o cugina) di Maria, la futura madre di Gesù.
Sterile (come molte donne dell’Antico Testamento destinate a generare figure bibliche importanti), diverrà, per grazia divina, madre di un gran personaggio, il precursore di Gesù: Giovanni il Battista.
Elisabetta era discendente di Aronne e dunque di famiglia sacerdotale, come suo marito Zaccaria. Una coppia perfetta, diremmo oggi: «Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore» (Lc 1,6).
La situazione di Elisabetta evoca diverse storie dell’Antico Testamento, in particolare quella della bellissima matriarca Sara e di Anna, la dolce madre del profeta Samuele.
Come le grandi madri del popolo di Dio, Elisabetta è messa a dura prova nella sua speranza. Passano gli anni e ogni anno lascia un segno sul volto, linee di dolore sempre più profonde.
Il vecchio sacerdote Zaccaria riceve la visita dell’arcangelo Gabriele, che gli annuncia che diventerà ben presto padre!
Per la sua incredulità Zaccaria, però, diventa muto! La gravidanza di Elisabetta è dunque travagliata: oltre a essere in età avanzata (le forze non sono quelle di una ventenne), deve badare a un marito che è stato privato del dono della parola.
Per fortuna Maria, incinta anche lei, la va a trovare. Elisabetta profeticamente riconosce di essere alla presenza della madre del Salvatore, poiché il bambino che porta in grembo ha un sussulto.
L’incontro tra Maria ed Elisabetta
Al sesto mese Elisabetta non è più nascosta: è il tempo della visita e della benedizione. Al saluto di Maria la sterile graziata erompe in un cantico di lode, mentre il bambino sussulta di gioia nel suo grembo: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,43-44).
La voce di Elisabetta sale forte come nelle acclamazioni liturgiche: un’esplosione di gioia e di profezia accompagnano il riconoscimento della «Madre del Signore».
Ma chi ha informato Elisabetta? A Maria quella visita conferma l’attendibilità del «segno» ricevuto da Gabriele. Ora può vedere con i propri occhi che davvero Elisabetta porta in grembo un bambino.
Luca precisa che al saluto di Maria «Elisabetta fu piena di Spirito Santo» (v 41). È lo Spirito che fa sgorgare lode e profezia!
Infatti, Elisabetta non solo riconosce il palpito di una nuova vita, ma ne riconosce la singolare natura. Si tratta di una maternità che non ha precedenti: Maria è acclamata Madre di quel Signore che Elisabetta accoglie nella fede come il Dio della sua vita: «il mio Signore».
L’acclamazione di Elisabetta è primizia di un canto che si rinnova nel tempo, di generazione in generazione: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42).
Nella sua acclamazione Elisabetta indica dove risiede la vera grandezza di Maria, attesta ciò che lo Spirito, e non il semplice sguardo umano, le permette di vedere e cioè il valore eminente della fede obbediente di Maria: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore» (v 45).
Maria è davvero felice perché ha creduto. È la credente per eccellenza, la Madre di tutti i credenti.
Contrariamente alle usanze, quando nasce il bimbo, è Elisabetta, e non Zaccaria, a imporgli il nome di Giovanni (“Dio ha esaudito” o “dono di Dio”).
Solo a quel punto il vecchio Zaccaria riacquista il dono della parola.
Anna, la profetessa del Tempio
Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser, è una vedova che vive nel Tempio e serve Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.
Sappiamo che questa donna è vedova (è stata sposata per soli sette anni) e adesso ha ottantaquattro anni e non si allontana mai dal Tempio.
È una specie di… barbona, ma è fedele a Dio e lo serve notte e giorno con digiuni e preghiere.
In ogni caso, anche lei si mette a lodare Dio e inizia a parlare del bambino a quanti aspettano la redenzione di Gerusalemme. Un’altra evangelizzatrice ante-litteram…
Anna è giunta ormai a 84 anni, numero che sembra alludere a una combinazione simbolica di 7 x 12 (dove il 12 sarebbe allusivo di Israele e il 7 delle nazioni pagane).
Al di là del simbolismo numerico, è difficile comunque sottrarsi al fascino di questa santa vedova che Luca definisce «profetessa» (v 36).
Questa donna «non si allontanava mai dal tempio» (Lc 2,37). Diversamente da Simeone che, mosso dallo Spirito si reca al tempio per la presentazione del bambino Gesù, Anna non accorre per la circostanza: lei nel tempio c'è già.
È diventato sua stabile dimora da quando, giovanissima, è rimasta priva del marito. Il tempio del Signore è la sua casa: non solo dal punto di vista logistico, ma come dimensione spirituale.
Anna vive nel digiuno, nella preghiera e nel servizio liturgico: dedizione incondizionata alla presenza del Signore.
Tutto questo connota la qualifica di «profetessa» che Luca le attribuisce.
Anna, la profetessa del Nuovo Testamento, «Lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (v 38).
Dunque, niente affatto «donna muta», ma profetessa, donna che parla di lui a quanti attendono liberazione e salvezza.
Donna che, oltre al passato, rimanda al futuro, all’opera evangelizzatrice delle discepole di Gesù, prima fra tutte Maria di Magdala, testimone del Risorto (cf Lc 24,1-11 e paralleli).

Le donne e l’accoglienza del mistero di Cristo
Quali donne, oltre sua Madre, hanno abitato l’infanzia di Gesù? I vangeli canonici non offrono propriamente risposta a una tale domanda.
Ma Luca, nel cosiddetto vangelo dell’infanzia, presenta due figure femminili particolarmente interessanti: Elisabetta, la madre del Precursore, e la profetessa Anna che, insieme al vecchio Simeone, accoglie Gesù nella presentazione al tempio.
Due donne avanti negli anni, che manifestano un rapporto speciale con lo Spirito e con la Parola, anche se la profetessa Anna è piuttosto avvolta di silenzio.
Intrigante questo intreccio di Spirito, profezia e silenzio sulle soglie del Nuovo Testamento. Di quale messaggio è portatore?
Elisabetta e Anna sono donne che riconoscono la presenza di Dio prima che Gesù inizi il suo ministero pubblico. Maria accoglie la Parola, Elisabetta la proclama nella lode e Anna la trasmette a coloro che attendono la salvezza.
| Donna | Presenza nel Vangelo | Ruolo nella storia della salvezza |
|---|---|---|
| Maria | Annunciazione, visita a Elisabetta, nascita e presentazione di Gesù | Accoglie la Parola e diventa madre del Figlio di Dio |
| Elisabetta | Visitazione e nascita di Giovanni Battista | Riconosce Maria come madre del Signore e profetizza nello Spirito Santo |
| Anna | Presentazione di Gesù al Tempio | Loda Dio e parla del bambino a quanti aspettano la redenzione di Gerusalemme |
Dal battesimo di Giovanni al battesimo cristiano
Con il Battista il rito dell’acqua, che non ha ancora efficacia salvifica, si unisce alla preparazione dottrinale, alla conversione e al desiderio della grazia, che saranno elementi importanti nel catecumenato.
«Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio». (Gv 3,5)
Il mistero pasquale conferisce al battesimo un valore salvifico; Gesù, infatti, «aveva già parlato della Passione, che avrebbe subìto a Gerusalemme, come di un “Battesimo” con il quale doveva essere battezzato (cfr. Mc 10, 38; Lc 12, 50).
Il Sangue e l’acqua sgorgati dal fianco trafitto di Gesù crocifisso (cfr. Gv 19,34) sono segni del Battesimo e dell’Eucaristia, sacramenti della vita nuova» (Catechismo, 1225).
Prima di ascendere al cielo, il Signore dice agli Apostoli: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 19-20).
Questo mandato è fedelmente adempiuto a partire da Pentecoste e indica l’obiettivo primario dell’evangelizzazione, che è attuale ancora oggi.
Il significato del battesimo di Gesù per i credenti
Questa Festa è il ponte tra il tempo del Natale e il tempo ordinario della Chiesa e contiene dunque un importante segnavia per noi come Chiesa e anche per la nostra responsabilità ecumenica.
Di fatti, il battesimo di Gesù ci ricorda anche il nostro stesso battesimo, che è il fondamento della vita cristiana, e ci pone davanti alla domanda molto personale di cosa significhi realmente essere battezzati.
Come il battesimo di Gesù nel Giordano, anche il nostro battesimo è un evento che ci impegna profondamente.
Battezzati in una relazione con Cristo che dura tutta la vita
Questa voce esprime la cosa più bella che si possa dire di una persona. Essa concede il suo pieno accordo a tale persona e non solo l’accoglie come è, ma le conferisce la sua più profonda identità.
Una voce simile ha parlato anche a noi nel momento del nostro battesimo: “Tu sei il mio figlio prediletto, tu sei la mia figlia prediletta, e in te mi sono compiaciuto”.
Queste magnifiche parole risuonano all’inizio della nostra vita e costituiscono l’ouverture di tutta la nostra esistenza.
Di fatti, il battesimo si estende alla vita nella sua interezza e si spinge addirittura oltre la morte e l’oscurità del futuro fino alla vita eterna presso Dio, nella quale Dio ci accoglierà e ci riconoscerà definitivamente come il suo “figlio prediletto” e la sua “figlia prediletta”.
Il battesimo come dialogo orante
L’evangelista inizia appositamente il racconto del battesimo di Gesù con le parole: “mentre Gesù […] stava in preghiera” (Lc 3, 21b).
Per questo, la preghiera è parte del battesimo di Gesù. Il battesimo di Gesù non è infatti un monologo, ma un dialogo.
Ciò vale anche per il nostro battesimo. Esso è l’inizio di un dialogo orante con Cristo, che va approfondito per tutta la vita.
Di fatti, la preghiera non è semplicemente una pia attività più o meno isolata, ma è il comportamento di fondo dell’essere cristiani e della vita della Chiesa.
Battezzati nella Chiesa
Il battesimo non segna soltanto il passaggio di un individuo alla fede cristiana, ma anche la sua entrata nella comunità della Chiesa.
Il passaggio esistenziale del battezzato a Cristo è inscindibile dal suo incorporamento nella Chiesa come Corpo di Cristo.
“Essere in Cristo” è sinonimo di “essere nel Corpo di Cristo”.
Il battesimo è la porta d’entrata nella Chiesa e, dunque, anche la porta d’entrata nell’ecumenismo.
Il mutuo riconoscimento del battesimo costituisce il fondamento dell’ecumenismo ed anche la base del nostro lavoro nel Comitato Cattolico per la Collaborazione Culturale.
Le donne nel discepolato di Gesù
Considereremo qui la figura della donna che, nel Nuovo Testamento, acquista nuova dignità ed è strumento docile e privilegiato non nelle mani bensì nel cuore di Gesù.
Il grande insegnamento delle donne bibliche è che l’accoglienza, l’ascolto e il dono di sé costituiscono la grandezza della persona.
La donna del Nuovo Testamento ha una marcia in più rispetto a quella dell’Antico: accoglie e trasmette la liberazione e la salvezza.
E, non dimentichiamolo, sarà la prima testimone della risurrezione di Gesù, fondamento dell’insegnamento cristiano, la prima vera evangelizzatrice.
Quasi tutte, infatti, diventano sue fedelissime discepole e alcune di loro ne sosterranno la missione, anche economicamente.
Gesù loda spesso la loro fede.
Le discepole di Gesù sono state guarite e sono quindi donne libere, perché sono state “liberate” non solo dal male, dal demonio o dalla malattia, ma anche dall’oppressione sociale, una struttura che le metteva in secondo ordine e le relegava a casa in uno stato di sottomissione.
Con tale liberazione è stata data loro la dignità del discepolato.
Maria Maddalena, prima testimone della risurrezione
Fra le donne che provvedono alle necessità economiche di Gesù e dei Dodici la prima che ci viene presentata è Maria di Magdala (Migdal o Magdala, il “paese della torre”), “dalla quale erano usciti sette demoni”.
Abbiamo visto che il 7 è una cifra simbolica e in questo caso potrebbe indicare che la donna è stata prigioniera del male.
La tradizione, per un millenario equivoco, ha fatto di Maria Maddalena una peccatrice (cioè prostituta) pentita, ma nei Vangeli non è mai dipinta come tale.
Gesù ha compiuto nei confronti della Maddalena un’opera di liberazione.
Questa donna diventa, nel racconto degli evangelisti, una figura estremamente significativa e positiva: la troviamo sia ai piedi della croce (dove nessuno dei pur fedeli apostoli, eccetto Giovanni, si avventurerà) insieme alla madre di Gesù, sia al sepolcro dove sarà la prima a incontrare il Cristo risorto (e la prima persona da cui questi, chiamandola per nome, si farà riconoscere).
Maria di Magdala è “pia” ossia una donna che ha la giusta relazione con Dio, che si apre all’accoglienza e si lascia liberare, che rimarrà accanto al Maestro fino alla fine… e oltre!
Maria Maddalena era tra le donne che viaggiavano al seguito di Gesù e dei suoi discepoli. Mise generosamente a disposizione i suoi beni per prendersi cura delle loro necessità (Luca 8:1-3).
Seguì Gesù fino alla fine del suo ministero, e gli rimase vicino quando fu messo a morte.
Ebbe il privilegio di essere tra i primi che videro Gesù risorto (Giovanni 20:11-18).
Santa Maria Maddalena | La prima testimone della Risurrezione
Le donne come testimoni e annunciatici della salvezza
Gesù “se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici, e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna moglie di Cuza, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni”.
Anna, cui Dio ha fatto grazia, oltrepassa la soglia dell’Antico Testamento per entrare nel Nuovo.
La sua profezia diventa Vangelo: bella notizia a tutti, lieto annuncio della salvezza.
In tal senso Anna è profezia che continua a interpellare.
La piena partecipazione delle donne al gruppo dei discepoli non si definisce mai come vocazione specifica, non si rinchiude mai in ruoli prestabiliti, e non prefigura mai una gerarchia costituita in base al sesso.
I capitoli che ripercorrono punti nodali delle Scritture sono ricchi di stimoli e novità, soprattutto per quanto riguarda i rapporti di Gesù con le donne, mai intaccati da paternalismo patriarcale e che fanno di lui un vero liberatore dal punto di vista sociale, religioso, spirituale.
Paolo infatti afferma con forza l’unità dei credenti, che hanno tutti la stessa origine in Dio e la stessa finalità per l’edificazione della comunità: un’uguaglianza di fondo che non comporta alcun privilegio nel rapporto con la salvezza.
La differenza sessuale viene declinata come differenza dei carismi, mentre uguale è la capacità di pregare e di profetizzare.