Avvento nel Vangelo di Matteo: vigilanza, attesa e venuta del Figlio dell’uomo

Nel Vangelo di Matteo l’Avvento è il tempo in cui la Chiesa ricorda la prima venuta di Gesù nella carne e si prepara con gioia alla sua seconda venuta nella gloria, alla fine dei tempi. La prima domenica propone l’invito di Cristo: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà».

L’Avvento non è quindi soltanto l’attesa del Natale, ma un cammino di vigilanza, conversione e speranza. Il credente sa che il Signore viene, ma non conosce né il giorno né l’ora; per questo è chiamato a vivere il presente con il cuore desto, nella preghiera e nelle buone opere.

Il significato dell’Avvento

L’Avvento è il momento liturgico che precede e prepara al Natale. Dal punto di vista teologico il tempo dell’Avvento ha una duplice caratteristica: da una parte è un’occasione che ricorda la prima venuta del Figlio di Dio, Gesù, tra gli uomini, dall’altra, attraverso questo ricordo, ci prepariamo con gioia alla seconda venuta del Cristo, alla fine dei tempi.

L’Avvento è inoltre tempo di speranza gioiosa e conversione attraverso la voce dei profeti. “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” Giovanni Battista (Mt 3,2)

Il termine Avvento deriva dalla parola latina adventus che può tradursi con “venuta” o “arrivo”. Nell’antichità veniva utilizzato per l’arrivo di un imperatore, di un re o di un funzionario in una provincia, ma anche quello di una divinità.

I cristiani utilizzarono fin da subito questo termine per esprimere la loro relazione con Gesù Cristo che era arrivato nella terra per rendere visita agli uomini. Nell’accezione più diffusa questa parola ha però il significato di “attesa”.

L’Avvento nel rito romano

La prima domenica di avvento segna l’inizio dell’anno liturgico cristiano e, nel rito romano, comprende le quattro domeniche che precedono il Natale.

Il periodo di Avvento, secondo il rito romano della Chiesa Cattolica, inizia con i vespri della penultima domenica di novembre e si conclude prima dell’inizio dei vespri di Natale. Non esistono quindi delle date precise, proprio come accade per il calcolo della Pasqua.

Ecco perché l’Avvento ha una durata di quattro settimane circa, ma il numero di giorni può variare tra i 22 e i 28, a seconda di quando cade la prima domenica.

AnnoPrima domenica di AvventoDurata (gg)
202530 novembre25
202629 novembre26
202728 novembre27
20283 dicembre22
20292 dicembre23
20301 dicembre24

Le quattro domeniche dell’Avvento

Nel rito romano le domeniche dell’avvento sono tratte dalle prime parole dell’Antifona di ingresso alla Messa e sono così denominate:

  • Prima domenica: Ad te levavi (a te innalzo)
  • Seconda domenica: Populus Sion (Popolo di Sion)
  • Terza domenica: Gaudete (Rallegratevi)
  • Quarta domenica: Rorate (Stillate)

La liturgia dell’Avvento si sviluppa su due percorsi principali: uno domenicale e uno feriale, una suddivisione che trova riscontro anche nella distribuzione delle letture.

Ogni domenica di Avvento è contraddistinta da una lettura caratteristica. Nella prima domenica la lettura fa riferimento alla venuta del Signore alla fine dei tempi, nella seconda e nella terza domenica a Giovanni Battista e nella quarta agli antefatti immediatamente precedenti la nascita del Signore Gesù.

Nella prima parte l’Avvento richiama l’Attesa del ritorno di Gesù Cristo, la seconda parte invece, avvicinandosi al Natale, rimanda al mistero dell’Incarnazione.

Un altro elemento importante della liturgia dell’Avvento è che nella celebrazione eucaristica non viene recitato il Gloria, così da preservarlo e conferirgli ancora più valore quando prenderà di nuovo parte della liturgia durante la Messa di mezzanotte per la Natività del Signore.

Il colore liturgico e i simboli dell’Avvento

Durante il periodo dell’Avvento il colore del sacerdote è il viola in quanto richiama l’attesa e la penitenza, perché la preparazione al Natale in origine prevedeva il digiuno e la penitenza.

Nella terza domenica, facoltativamente, può essere utilizzato il colore rosa, che esprime la gioia per la venuta di Cristo.

Corona dell’Avvento con quattro candele

Il simbolo più riconoscibile dell’Avvento è la corona illuminata da quattro candele. In genere si utilizza la candela rossa, simbolo del Natale. Per restare fedeli ai colori del tempo liturgico, è possibile usare anche tre candele viola e una rosa, seguendo le tonalità dei paramenti sacri.

In alcuni casi si aggiunge una quinta candela di colore bianco per il giorno di Natale.

L’accensione delle candele simboleggia la vittoria della luce sulle tenebre, grazie alla venuta di Cristo. Ogni candela ha un significato ben preciso.

  • La prima indica la speranza e richiama alle profezie sulla venuta del Messia.
  • La seconda candela è quella di Betlemme e richiama la città in cui è nato Gesù.
  • La terza è quella dei pastori, coloro che videro e adorarono il Messia per primo.
  • La quarta è la candela degli angeli, in quanto furono loro ad annunciare per primi al mondo la nascita di Cristo.

La corona d’avvento è di forma circolare per rappresentare l’inizio e la fine, l’amore infinito del signore ed è composta da rami sempreverdi che indicano la speranza e l’immortalità dell’anima e la vita eterna in Cristo.

Solitamente i rami che vengono utilizzati sono: pino e agrifoglio che simboleggiano l’immortalità; alloro che indica la vittoria sulla persecuzione e sulla sofferenza; cedro che rappresenta la guarigione e la forza; foglie spinose che richiamano la corona di spine di Cristo.

La struttura dell’Avvento nel Vangelo di Matteo

Avvento di Gesù nella carne e sua venuta nella gloria sono raccolti in un flusso di letture che scorre in senso cronologicamente inverso fino alla nascita a Betlemme Gesù, chiamato Cristo, figlio, come si riteneva, di Giuseppe e nato dalla vergine Maria sua sposa (cf. Mt 1,16 e Lc 3,23).

Si inizia quindi con l’invito a vegliare nell’attesa della venuta del Figlio dell’uomo in un giorno e in un’ora che nessuno conosce (il brano di questa prima domenica: Mt 24,37-44), si ascolta poi (II domenica) l’appello alla conversione lanciato dal Battista - “Fate un frutto degno della conversione” (Mt 3,8), per poi connettere l’opera di Gesù con le attese profetiche (III domenica: Mt 11,2-11) e infine tentare di rileggere assieme a Giuseppe cosa sta trasformando la vicenda di una giovane coppia in evento cruciale della storia (IV domenica): “Mentre [Giuseppe] stava considerando tutte queste cose, ecco gli apparve in sogno un angelo del Signore” (Mt 1,20).

Il Vangelo di Matteo presenta dunque un percorso che conduce dalla venuta finale del Figlio dell’uomo al mistero della sua nascita. L’attesa escatologica non è separata dal Natale: la memoria dell’Incarnazione orienta il credente verso il compimento della storia.

Il Vangelo della prima domenica: Matteo 24,37-44

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo.

Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Il paragone con i giorni di Noè

Come ogni anno all’inizio dell’Avvento la liturgia ci propone una parte dei discorsi di Gesù prima della sua passione, discorsi che hanno come riferimento la venuta del Figlio dell’uomo alla fine della storia.

Per quanto breve, il brano del Vangelo di oggi è composto di due parti, dove la prima introduce la seconda. Secondo la narrazione di Matteo, i versetti 24,37-41 sono un piccolo discorso di Gesù che introduce tre parabole sulla fine della storia e il ritorno del Figlio dell’uomo. I versetti 24,42-44 costituiscono la prima di queste parabole.

Gesù offre un paragone con il tempo precedente il diluvio, secondo la narrazione biblica. Di per sé, secondo Gn 6,5-8, il diluvio è conseguenza di un pentimento del Signore davanti alla malvagità estesa degli uomini. Solo Noè con la sua famiglia trovò grazia ai suoi occhi.

Le parole di Gesù, invece, non presentano alcun giudizio negativo sul comportamento dell’umanità di allora, ma mettono in evidenza come fossero tutti impreparati.

La venuta del Signore ci può sorprendere in qualsiasi momento, improvvisamente, mentre ci troviamo in mezzo alle vicissitudini quotidiane: “come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo” (vv. 38-39).

La parusia e l’ora sconosciuta

In questo passo del Vangelo si parla di quest’ultima sua visita, che avverrà alla fine dei tempi. “Dopo l’Ascensione, la venuta di Cristo nella gloria è imminente - dice il Catechismo della Chiesa Cattolica -, anche se non spetta a noi ‘conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta’ (At 1, 7). Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento”[1].

Ecco perché Gesù ci avverte di essere sempre preparati. Non vuole spaventarci, ma soltanto indirizzare le nostre vite a un modo di vivere più grande che ridimensiona i piccoli aneliti quotidiani, ma nello stesso tempo attribuisce loro un valore decisivo.

La sua «parusia», come si dice in linguaggio biblico e teologico, avrà un carattere tragico, di separazione, in base a criteri che il Vangelo non dice, lasciando nel lettore un senso di indeterminatezza drammatica.

Di conseguenza chi ascolta deve necessariamente sentirsi chiamato in causa dall’arrivo inatteso e imprevedibile del ritorno di Cristo sulla terra.

«Vegliate»: il centro del messaggio di Matteo

Le parole di Gesù costituiscono un invito alla vigilanza. Sappiamo che Egli verrà, ma non sappiamo quando, sicché ci conviene essere sempre preparati, in ogni momento, liberi di andargli incontro, non aggrappati alle cose di questo mondo, ma governandole perché siano un cammino di santificazione.

Vegliare, allora, significa tener desti il cuore e la mente per discernere che l’imminenza del ritorno del Signore è intrinseca proprio al suo essere “Signore” del mondo e della storia.

Noi preferiamo cullarci nello stordimento di chi non attende più nulla, di chi ha perso ogni speranza, oppure ci affanniamo a cercare in aspetti estranei all’identità del Signore i segni premonitori della sua venuta.

Non sappiamo e non sapremo mai il giorno e l’ora in cui il Signore nostro viene. Eppure gli scritti del Nuovo Testamento insistono nel dirci che il cristiano è persona che sa, conosce: sa in chi ha riposto la propria fede, conosce il Signore Gesù e la potenza della sua risurrezione (Fil 3,8-10), non dimora nell’ignoranza come coloro che non hanno speranza (1Ts 4,13), a lui, “piccolo” amato dal Signore, sono svelate le cose nascoste ai sapienti e agli intellettuali (cf. Mt 11,25).

La parabola del ladro nella notte

Per richiamare l’attenzione sulla necessità della vigilanza, Gesù propone una breve parabola, ben ambientata nei villaggi della Palestina: “se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa” (v. 43).

L’oscurità della notte è più propizia ai ladri perché si avvicinano senza essere visti a certe case, che all’epoca avevano una copertura di legno e ramaglie, e le pareti di mattoni crudi, facili da perforare, per aprire così un buco attraverso il quale penetrare all’interno e rubare.

Perciò se il padrone sapesse il momento in cui i ladri arrivano, non starebbe inattivo, ma starebbe attento a mantenere integro quanto possiede.

Assai più un cristiano deve rimanere vigilante per preservare i tesori della fede e della grazia che ha ricevuto!

Il padrone di casa non può vegliare ogni notte per evitare che il ladro operi un «furto con scasso» nella sua abitazione; invece, se sapesse l’ora veglirebbe. Ma ai discepoli Gesù chiede di vegliare in ogni caso, perché la venuta del Figlio dell’uomo avverrà in un’ora inaspettata.

Termine di paragone, che fa da cerniera tra la parabola e l’appello di Gesù è proprio l’indeterminatezza dell’ora, verso la quale siamo invitati ad un atteggiamento costante di veglia.

Vigilanza, preghiera e vita quotidiana

Veglie di preghiera erano in uso nella prima comunità dei discepoli, in continuazione con la tradizione giudaica. Basta pensare alla veglia pasquale.

Queste veglie liturgiche assumono il valore simbolico di una tensione nella preghiera, che dovrebbe segnare la vita dei discepoli di Gesù.

Inoltre, un secondo rinvio simbolico è alla veglia del Signore nell’orto degli ulivi, prima della sua passione. Allora, non ebbe la compagnia nemmeno dei tre discepoli che si era preso con sé, incapaci di resistere al sonno.

L’invito a vegliare con Cristo accade in una dimensione liturgica.

La preghiera con cui inizia la Messa di oggi ci invita ad andare incontro con le buone opere al Signore che viene.

Vivere facendo del bene è la misura del tempo di Dio, riconoscendo che la nostra vita ha senso, come ce lo ha rivelato il Figlio eterno di Dio facendo esperienza della nostra esistenza e della sua finitezza.

Il tempo degli uomini e il tempo di Dio

All’inizio di ogni nuovo anno liturgico, è l’Avvento a riproporre la feconda tensione tra tempo ciclico e tempo lineare: l’alternarsi delle stagioni e lo scorrere dei mesi fa intrecciare le nostre vicende umane con il kairos - il tempo propizio - di Dio e le orienta in senso escatologico.

Un tempo favorevole per discernere chi è l’Atteso, mettendoci faccia a faccia, qui e ora, con l’evento decisivo nella storia: nostra, dell’umanità, del creato intero.

Da un lato iniziamo a ripercorrere il cammino di Gesù nella storia, dall’altro ci predisponiamo a incamminarci noi verso il compimento della storia.

Con questa domenica entriamo nel tempo dell’Avvento, inizio dell’anno liturgico. La differenza moderna tra il ritmo temporale civile e quello della chiesa non è trascurabile, ha un suo specifico valore.

Ci ricorda l’incrocio fra la misurazione del «tempo degli uomini» e quella del «tempo di Dio». Nella fede siamo chiamati a vivere questo incrocio, attraverso il quale la venuta finale del Signore si declina e anticipa nella sua venuta nella nostra vita concreta.

È vero che il Signore verrà alla fine della storia e nella speranza lo attendiamo con fede. Ma la misura del tempo degli uomini non ha come riferimento il termine della storia.

Siamo chiamati a leggere con fede il nostro limite esistenziale, secondo le parole del salmo: «Insegnaci, Signore, a contare i nostri giorni» (Sal 90,12).

Contare, cioè misurare secondo Dio la misura dei nostri giorni.

L’amore che viene

No, il ritorno del Signore è alle porte non per un cronologico evolversi delle vicende umane, ma per un motivo profondamente legato al suo essere Signore: Cristo viene perché è amore.

Dio ha creato il mondo per una sovrabbondanza di amore, “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo unico Figlio” (Gv 3,16), Dio ama talmente la sua creatura da non poter restare lontano neppure per un istante.

Questo è quanto sappiamo del Signore, su questa verità dobbiamo vigilare, a questa speranza dobbiamo ritornare ogni giorno, in questo amore dobbiamo dimorare.

Sì, l’Avvento è consapevolezza dell’Amore che viene, è vigilanza per discernerlo all’opera nel quotidiano: di giorno come di notte, nei campi come al mulino, nell’altro che ci è accanto come in quello che ci è sottratto.

L’Avvento è attesa vigilante, un’attesa che non conosce quando sarà colmata ma che sa bene fin d’ora chi la colmerà: il cristiano attende l’amore che lo ha preceduto, attende l’amore che lo accompagna, attende l’amore che lo attende.

Il Signore viene, irrompe nelle nostre vite come un ladro, e come un ladro porta via con sé ciò che abbiamo di più caro. Se vegliamo a non avere nulla di più caro dell’amore di Cristo, anche noi saremo rapiti per essere sempre con il Signore.

Vegliare e pregare significa essenzialmente questo: considerare il nostro tempo come l’ora propizia per vivere la carità, compimento della Legge, amore che non avrà mai fine.

Le letture della prima domenica

Isaia 2,1-5: il monte del Signore e la pace

Le letture dell’Antico Testamento, tutte tratte dal libro del profeta Isaia, ci invitano a riconoscere i “segni” che contraddistinguono l’Atteso di Israele e delle genti, a cominciare dalle armi da guerra mutate in strumenti di lavoro e dalle fine di ogni addestramento militare alla luce di un cammino condiviso sulle vie della giustizia: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci … non impareranno più a fare la guerra” (Is 2,1-5).

Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti.

Verranno molti popoli e diranno: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri».

Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra.

Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.

Il salmo responsoriale: «Andiamo con gioia incontro al Signore»

Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!». Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!

È là che salgono le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge d’Israele, per lodare il nome del Signore. Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide.

Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi.

Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su di te sia pace!». Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.

Romani 13,11-14a: svegliarsi dal sonno

Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti.

La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie.

Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.

Isaia e la speranza messianica

Durante il tempo liturgico dell'Avvento, tre figure bibliche si distinguono in modo particolare: il profeta IsaiaGiovanni Battista e Maria di Nazareth.

Fin dall'antichità, una tradizione universale ha riservato alle sue parole molte delle prime letture di questo tempo. Questo forse perché, in lui, la grande speranza messianica risuona con una forza unica, offrendo un perenne annuncio di salvezza per l'umanità di tutti i tempi.

Dei due testi di Isaia che vengono letti nella terza settimana di Avvento, Isaia 7,10-14 si distingue per la sua particolare rilevanza.

Questo brano contiene una delle profezie messianiche più significative dell'Antico Testamento, che anticipa la venuta dell'Emmanuele: "Il Signore infatti vi darà un segno per conto suo. Ecco, la vergine è incinta e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele" (Is 7,14).

La promessa dell'Emmanuele, "Dio-con-noi", indicava che Dio stesso sarebbe venuto ad abitare con il suo popolo.

In Gesù, Dio non solo agisce dall'alto, ma diventa presente in mezzo all'umanità per redimerla. Questa verità risuona profondamente nell'Avvento, che è un tempo di preparazione alla celebrazione della nascita di Cristo, l'Emmanuele.

In breve, Isaia 7,14 è centrale perché profetizza il mistero dell'Incarnazione, l'evento cruciale dell'Avvento.

Matteo e il mistero dell’Incarnazione

Il primo libro del Nuovo Testamento ha inizio come il primo libro dell’Antico Testamento. Sono entrambi libri della genesi. Cioè del generare. Della vita.

La Bibbia intera è il libro della vita. Il libro che genera la vita e che deve aiutarci a liberarci da ogni forma di violenza che genera la morte.

L’Antico Testamento ha inizio con la nascita del Creato, il Nuovo Testamento ha inizio con la nascita di Gesù Cristo. L’antica creazione di Dio e la nuova creazione di Dio. La nascita del mondo e la rinascita del mondo. La vita e la nuova vita.

Gesù stesso lo è. Il Figlio di Dio, la Parola incarnata, Dio stesso, è anche un ebreo in carne ed ossa, con una madre e con una catena ininterrotta che va all’indietro fino ad Abramo.

Ecco cosa ci dice il Vangelo di Matteo come prima cosa, ci dice che Gesù è il figlio di Davide e il figlio di Abramo.

Anche lui ha una discendenza. La sua umanità è vera, non un prestito provvisorio.

E l’essere figlio di Abramo e di Davide lega il destino di Gesù non solo al popolo ebraico, ma al mondo intero, perché ad Abramo fu rivolta la promessa che riguardava tutte le nazioni e a Davide fu rivolta la promessa di un regno eterno in cui tutti i popoli da Oriente e da Occidente sarebbero giunti in pace.

I nomi della genealogia e la vita concreta

La nascita di Gesù secondo Matteo è preceduta dalla genealogia, una lunga serie di nomi che lega generazioni, promesse e vicende umane.

Il libro della genesi di Gesù Cristo inizia con una lunga serie di nomi, nomi legati l’uno all’altro dal potere di generare, cioè di ricreare la vita: ad esempio, Abramo generò Isacco.

Una lunga serie di nomi per ricordarci che la vita non è una cosa astratta, ma è fatta di nomi, di volti, di vite in carne ed ossa.

Quanto contano i nomi! Dietro un nome c’è sempre una vita concreta, vera, reale. Dietro ogni nome ci sono speranze, attese, delusioni, paure, coraggio, malattie… insomma c’è tutto, c’è la vita.

Vi prego, quando trovate un nome, o una lista di nomi, non saltateli, al contrario: rallentante. Leggete un nome alla volta, lentamente.

E pensate che dietro ad ogni nome c’è una vita vera, un mondo di speranze, di paure, di delusioni, di attese, di diritti. Un mondo che deve essere protetto e salvaguardato.

Le donne nella genealogia di Gesù

E qui di nomi ce ne sono tanti, in gran parte nomi di maschi, come al solito, ma la sorpresa sono i nomi femminili presenti, perché?

Ecco la lista: Tamar, Racab, Ruth, la moglie di Uria e naturalmente Maria.

Con l’eccezione di Maria, c’è qualcosa che accomuna tutte queste donne: non sono ebree.

Nella discendenza di Gesù ci sono alcune figure femminili che giocano un ruolo essenziale, ma non sono ebree.

Sono tutte figure di donna che hanno vissuto in un mondo di violenza, di sopruso; un mondo fatto soprattutto da regole molto maschili.

Ma sono anche donne che sono state capaci di generare la vita, con ogni stratagemma possibile. Tutte donne che sono entrate di diritto nel libro della genealogia di Gesù.

E tra tutte queste c’è anche Maria, ma a lei sarà dedicato il sermone di domenica prossima.

Ma ogni albero genealogico è dentro la foresta della vita. Siamo tutti legati l’una all’altro.

La genealogia come annuncio di speranza

Il brano di oggi si conclude con due immagini importanti. L’una è rivolta a Gesù che viene per la prima volta chiamato l’unto, il messia, il cristo.

Colui che Dio ha scelto per ristabilire nel mondo la pace tra gli esseri umani. Per portare la salvezza ad ogni uomo e ad ogni donna.

L’altra immagine è data dalla cura matematica di Matteo che costruisce la genealogia di Gesù su tre diversi strati, ognuno fatto di 14 nomi.

Da Abramo a Davide, cioè fino al regno di Davide sono 14 nomi, poi da Davide fino alla deportazione Babilonese sono ancora 14 nomi e poi dalla deporatazione fino al Cristo gli ultimi 14 nomi.

L’ordine di questa genealogia ha un profondo significato teologico.

Il mondo che appare in preda al caos è invece racchiuso in un ordine ben preciso, l’ordine di Dio, un ordine che annuncia che la vita è più forte della morte.

Che Gesù sta per nascere nel mondo e il mondo può riprendere a sperare.

L’attesa come tempo fecondo

Cosa significa attendere?

L’attesa non è un tempo sprecato, ma un tempo ricco di opportunità.

L’attesa sarà un tempo per se stesso, per riflettere su se stesso, in uno spazio sospeso, in un tempo sospeso, ma non per questo privo di senso.

Un tempo favorevole per discernere chi è l’Atteso, mettendoci faccia a faccia, qui e ora, con l’evento decisivo nella storia: nostra, dell’umanità, del creato intero.

Questo è quanto sappiamo del Signore, su questa verità dobbiamo vigilare, a questa speranza dobbiamo ritornare ogni giorno, in questo amore dobbiamo dimorare.

Vivere l’Avvento

La nostra salvezza è più vicina. L’immagine paolina del passaggio dalla notte al giorno esprime una trasformazione concreta dell’esistenza: il credente è chiamato a deporre ciò che appartiene alle tenebre e a rivestirsi del Signore Gesù Cristo.

Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie.

La preparazione all’incontro con Cristo passa quindi attraverso il modo di vivere, le relazioni e le scelte quotidiane.

Assai più un cristiano deve rimanere vigilante per preservare i tesori della fede e della grazia che ha ricevuto!

Vegliare e pregare significa essenzialmente questo: considerare il nostro tempo come l’ora propizia per vivere la carità, compimento della Legge, amore che non avrà mai fine.

L’Avvento spiegato ai bambini

Per spiegare l’Avvento ai bambini, possiamo spiegare loro che si tratta di un periodo di preghiera che ci prepara alla nascita di Gesù Bambino.

Si può poi raccontare, con l’aiuto della storia del Vangelo (magari utilizzando pupazzi o disegni) delle quattro domeniche che precedono il Natale, ognuna di esse con il suo messaggio speciale.

Un modo ancora più efficace potrebbe essere quello di far realizzare ai più piccini disegni e vignette che rappresentano i momenti più significativi del Vangelo.

Quello che devi sapere per leggere il vangelo di Matteo

L’Avvento è attesa vigilante, un’attesa che non conosce quando sarà colmata ma che sa bene fin d’ora chi la colmerà: il cristiano attende l’amore che lo ha preceduto, attende l’amore che lo accompagna, attende l’amore che lo attende.

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