Annunciare il Vangelo con le parole significa proclamare Gesù Cristo, il mistero pasquale della sua morte e risurrezione, il Regno di Dio, la conversione, l’amore e la speranza, affidandosi alla potenza dello Spirito Santo. La parola cristiana non può essere separata dalla vita: chi ascolta deve poter riconoscere nelle azioni ciò che viene annunciato dalla bocca.
La testimonianza viene prima delle parole, ma non le rende inutili. Non si tratta di puntare tutto sulla testimonianza, bensì di modulare l’essere e il dire in modo sapiente, affinché l’uno sia posto in sintonia con l’altro o almeno non in contraddizione.
La testimonianza e le parole
«Predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole». L’espressione, già pronunciata in questi mesi da Papa Francesco, la prima volta nell’omelia del 14 aprile scorso durante la santa messa presso la basilica di San Paolo fuori le Mura, è stata da lui ribadita, ultimamente, nel discorso rivolto ai catechisti convenuti a Roma il 27 settembre.
Ad Assisi è ritornata, nella sua brevità di monito e nella sua forza di appello per una vita cristiana autentica, quando il Papa si è rivolto ai giovani dell’Umbria stipati nel piazzale della basilica di Santa Maria degli Angeli: «Sapete che cosa ha detto Francesco una volta ai suoi fratelli? Predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole! Ma, come? Si può predicare il Vangelo senza le parole? Sì! Con la testimonianza! Prima la testimonianza, dopo le parole!».
Il riferimento è alla Regola non bollata (1221), precisamente al capitolo XVI (Fonti francescane, 43), dove si indica (ed è la prima volta che si trova in una regola religiosa) uno stile di missione caratterizzato insieme da grande mitezza e forza straordinaria.
«I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani».
Ecco un programma di annuncio del Vangelo attuale agli inizi del Duecento e attualissimo ai giorni nostri: prima la testimonianza, la forma di vita del Vangelo condivisa con i fratelli nella gioia (questo sta a significare senza liti o dispute); restando sottomessi a ogni creatura, come invita a fare la prima lettera di Pietro (cfr. 2, 13), nella condizione della minorità, di chi si mette all’ultimo posto per riconoscere a tutti dignità senza confronti o sottrazioni.
«I due “modi” - ci avvisa una nota a piè di pagina delle Fonti francescane - sono evangelicamente, storicamente e teologicamente commisurati al mondo dei credenti musulmani: di contro alla sperimentata, inutile violenza delle crociate, ecco lo stile della mitezza e della testimonianza cristiana; a completamento del comune monoteismo derivato dalla fede abramitica, ecco l’annuncio del mistero trinitario e della redenzione nel Verbo incarnato per mezzo dei sacramenti affidati alla Chiesa».
Una formula attribuita a san Francesco
Nel testo preparato per il discorso ai giovani [in Assisi] appare virgolettata e attribuita a Francesco la frase «Predicate sempre il Vangelo e se fosse necessario, anche con le parole!», assente nelle fonti francescane.
Tuttavia era già stata citata nel testo letto dal Papa alcuni giorni prima ai partecipanti al Congresso internazionale sulla catechesi e prima ancora il 14 aprile 2013 nell’omelia nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura in cui alla lettura del testo precedentemente preparato - come si può vedere dalla registrazione video - alzando lo sguardo dal foglio e parlando a braccio aggiunse: «Mi viene in mente adesso un consiglio che san Francesco d’Assisi dava ai suoi fratelli: predicate il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole. Predicare con la vita: la testimonianza».
A ragione si può supporre che la frase detta in modo estemporaneo nell’aprile 2013 sia stata ripresa nella stesura dei discorsi preparati per gli appuntamenti successivi.
Naturalmente nasce la domanda da dove provenga tale espressione attribuita al Santo d’Assisi ma assente nella fonti antiche.
Senza voler fare in merito un’analisi dettagliata, si segnala che una menzione vi è ad esempio nella Lettera del Ministro generale e del Consiglio Generale a tutti i Fratelli e Sorelle del Terzo Ordine Regolare di San Francesco d’Assisi per la solennità del Natale 2012 sulla nuova evangelizzazione in relazione all’esperienza francescana in cui si afferma: «Il modo in cui questo è stato espresso di recente è che Francesco sfidò i suoi seguaci a “Predicate il Vangelo e, se è proprio necessario, usate anche le parole”».
Tale frase, già presente nel 2008 attribuita a san Francesco in alcuni siti internet, potrebbe aver origine dal racconto narrato da Tommaso da Celano nel Memoriale nel desiderio dell’anima mentre secondo padre Ugo Sartorio «il riferimento è alla Regola non bollata (1221), […] dove si indica (ed è la prima volta che si trova in una regola religiosa) uno stile di missione caratterizzato insieme da grande mitezza e forza straordinaria».
Ma diversi sono i brani che possono aver ispirato tale sentenza, come ad esempio il racconto della “predica in silenzio” che vede protagonisti san Francesco con frate Ginepro.
In realtà ciò evidenzia ancora una volta come al Santo d’Assisi continuino ad attribuirsi fatti e detti a seconda delle proprie finalità.
Il racconto della “predica in silenzio” è apocrifo e non si trova nelle fonti francescane, ma ha avuto una notevole diffusione mediante la raccolta C’è Qualcuno lassù.
Un giorno, uscendo dal convento, san Francesco incontrò frate Ginepro. Era un frate semplice e buono e san Francesco gli voleva molto bene. Incontrandolo gli disse: “Frate Ginepro, vieni, andiamo a predicare”. “Padre mio” rispose, “sai che ho poca istruzione. Come potrei parlare alla gente?”. Ma poiché san Francesco insisteva, frate Ginepro acconsentì.
Girarono per tutta la città, pregando in silenzio per tutti coloro che lavoravano nelle botteghe e negli orti. Sorrisero ai bambini, specialmente a quelli più poveri. Scambiarono qualche parola con i più anziani. Accarezzarono i malati. Aiutarono una donna a portare un pesante recipiente pieno d'acqua.
Dopo aver attraversato più volte tutta la città, san Francesco disse: “Frate Ginepro, è ora di tornare al convento”. “E la nostra predica?”. “L'abbiamo fatta. L'abbiamo fatta” rispose sorridendo il santo.
La radice evangelica dell’annuncio
Nei racconti biblici ci sono uomini e donne che sono stati chiamati ad essere messaggeri di Dio e ad annunciare la sua parola.
C’è il profeta Michea che dichiara: «Qualunque cosa Dio dirà, io l’annuncerò» (2Cr 18,13). C’è Isaia che accoglie senza esitare la vocazione di profeta: «Udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò”? E io risposi: “Eccomi, manda me”»! (Is 6,8), mentre Mosè e Geremia cercano di sottrarsi: «Signore, io non so parlare, perché sono giovane» (Ger 1,6).
Ci sono gli apostoli, chiamati a vivere con il Maestro per poi essere inviati: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16, 15).
C’è Maria, che risponde all’annuncio dell’angelo dicendo: «Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38), per poi andare da Elisabetta a condividere la Buona Novella.
Ci sono Maria Maddalena, la portatrice del primo annuncio della Resurrezione, e i discepoli di Emmaus che, dopo aver riconosciuto il Risorto all’ascolto della Parola e allo spezzare del pane, tornano a Gerusalemme per annunciare il loro incontro con il Signore Risorto.
Nei venti secoli di storia della Chiesa ci sono stati innumerevoli uomini e donne che hanno annunciato il Vangelo. Alcuni di loro li conosciamo, della maggior parte non sappiamo niente.
Pensiamo a quanti padri e soprattutto a quante madri hanno trasmesso la fede ai loro figli; anche loro sono stati messaggeri dell’annuncio: «Gesù è il Signore»!
Mi vengono in mente i volti di tanti catechisti con i quali ho lavorato in Camerun e in Senegal, persone fiere della loro vocazione di annunciatori della Buona Novella e della vita di Gesù.
Ci siamo noi, discepoli missionari, che talvolta con entusiasmo e altre volte con fatica cerchiamo di annunciare con le parole e con la vita il Dio che vive in noi.
Perché annunciare il Vangelo
Perché dobbiamo continuare ad annunciare il Vangelo? San Paolo ci esorta: «Predica la Parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole… esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza» (2 Tm 4,2).
E ancora: «Guai a me se non evangelizzassi» (1 Cor 9,16). Gesù stesso afferma: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).
Per noi battezzati annunciare è un impegno per portare il Cristo a chiunque: a chi già conosce il Vangelo e forse lo vive con superficialità, a chi ne ha sentito parlare ma rimane indifferente, a chi non ne ha mai sentito parlare.
Ogni persona ha diritto all’annuncio di quella grazia che noi abbiamo incontrato e che domanda di essere manifestata a tutti.
Con la nostra vita noi annunciamo il Cristo a coloro con i quali viviamo.
Tutta la Chiesa è missionaria e l’annuncio non è compito dei soli «addetti ai lavori», ovvero degli agenti pastorali (preti, suore, catechisti), ma ogni battezzato è chiamato ad annunciare la fede che vive in lui: «…siamo chiamati a evangelizzare, a portare il Vangelo, che significa dare testimonianza… un cristiano ha l’obbligo di portare il nome di Gesù» (Papa Francesco, 9 settembre 2016).
Annunciare è una necessità per noi stessi e per ciò che siamo e rappresentiamo: «Quando la vita cristiana perde di vista l’orizzonte dell’evangelizzazione, l’orizzonte dell’annuncio, si ammala: si chiude in sé stessa, diventa autoreferenziale, si atrofizza. Senza zelo apostolico, la fede appassisce. La missione è invece l’ossigeno della vita cristiana».
Il Vangelo come Buona Notizia
«Vangelo» = eu-aggélion è composto da due parole: il Vangelo è una notizia (aggélion) che è assolutamente nuova, ogni volta che la si ascolta veramente.
Che notizia? È una notizia di bontà radicale (eu-) sempre nuova.
Pensiamo al primo racconto della creazione (Genesi 1-2,3) - che come «proto-Vangelo» - riporta sin dall’inizio del mondo questa buona notizia: «E Dio vide che la luce era buona. E Dio vide tutto quello che aveva fatto. Ecco, era molto buono!»
Ammiriamo l’estrema semplicità di ciò che ci è così proposto, di ciò che ci è dato da intendere: il Vangelo come «notizia» di bontà radicale sempre nuova.
Altre parole possono allora alternarsi: Gesù annuncia talvolta il Vangelo sotto forma di «bene-dizione», o anche di una dichiarazione: «Beati!», «Beati i poveri di spirito. », «Beato sei tu. », senza timore di ripetere queste parole, in questa o quella specifica situazione.
La parola greca aggélion fa intendere un’altra parola: Angelos = angelo o inviato di una buona notizia.
Questa parola ci richiama quello che è successo sotto le querce di Mamre (Genesi 18 e 19): sedutosi davanti alla sua tenda, Abramo accoglie il Signore stesso, mentre il testo ci parla di tre uomini o di tre angeli; egli prepara loro un pasto e riceve la buona notizia della fecondità di Sara, rimasta nella sua tenda; colei che era sterile, darà alla luce un figlio; sentendo questa notizia, lei ride incredula; riderà una seconda volta quando avrà Isacco sulle sue ginocchia.
«Non dimenticate l’ospitalità, - leggiamo nella Lettera agli Ebrei - perché grazie ad essa, certi, inconsapevolmente, hanno accolto degli angeli» (Eb 13, 2).
Ciò che è successo ad Abramo e Sara, infatti, può accadere anche a noi.
Questi passaggi dell’inizio e della fine della Bibbia ci indicano già l’ospitalità come luogo dell’annuncio e dell’ascolto del Vangelo.
Il Vangelo nel mondo secolarizzato
In primo luogo dobbiamo riconoscere che questa notizia di bontà non è affatto evidente da sé; lo stato del nostro pianeta e il male che, in tutte le sue forme, imperversa nella nostra storia e nelle nostre vite, sembrano smentirla ogni giorno.
Il male in tutte le sue forme: 1. la mal-attia (là dove spontaneamente ci si aspetta un corpo sano, un male si insinua ), 2. la mala-sorte (un evento infelice che «accade» nel momento in cui meno ce l’aspettiamo); 3. la male-volenza, la mal-dicenza, ecc. (male che gli uomini infliggono gli uni agli altri).
Il Vangelo è dunque una notizia esorbitante, solo Colui che chiamiamo «Dio» può esserne garante.
Questo è il motivo per cui il Nuovo Testamento collega questa notizia sempre a «Dio»: il Vangelo non può che essere «di Dio» (Mc 1,14); formula che si potrebbe anche tradurre parlando di «Dio» come Notizia di bontà inaudita.
In una società dove la parola «Dio» è abusata e spesso sinonimo di violenza - Martin Buber diceva che è «la parola più insanguinata della nostra storia» - è della massima importanza non usarla mai al di fuori del suo legame con il Vangelo.
Un secondo aspetto implicato in questa notizia è la sua universalità: tra i molteplici messaggi di «bontà» che circolano tra i pochi fortunati della Terra da quando l’uomo esiste, solo l’annuncio che tutti sono coinvolti da essa ne fa veramente una novità assoluta.
Ma ogni essere umano vive giorno per giorno, come se la sua vita fosse degna di essere vissuta, come se almeno essa fosse degna di essere perseguita.
Nessuno infatti può avanzare nella vita senza il desiderio di farla riuscire, anche se non è in grado di dire con precisione e una volta per tutte che cosa voglia dire «riuscire» per lui: la sua vita ed è come calamitata da una «notizia di bontà», che lo porta sempre più lontano.
È come dire che non c’è vita umana senza questa «fede» molto semplice che dà un significato positivo alla vita.
Questa «fede», universale come si è appena detto, e che è un modo di affrontare ciò che nell’esistenza umana non va da sé, non deve essere confuso con la fede cristiana.
Diverse espressioni possono designare questa «fede» universale ed elementare: la vita ci chiama a «fare credito» alla vita; occorre «coraggio» per andare avanti; io devo «scommettere» che essa «mantiene la promessa» senza che io possa mai fissarne i contorni.
Come tutti noi, egli dovrà affrontare l’unico «problema» della sua vita che è quello di riconciliarsi con il semplice fatto di esistere, senza averlo scelto: l’essere umano è radicalmente incompleto quando nasce e lo resta per tutto il corso della sua esistenza.
Questa incompiutezza costitutiva fa appello alla sua capacità di aver fiducia nella vita e di sceglierla.
La «fede» è infatti un atto assolutamente necessario per vivere giorno per giorno e tuttavia per nulla garantito: nessuno può farlo al posto di un altro.
Certamente, una parola esterna, la parola dei genitori o la parola di un «traghettatore» è assolutamente necessaria per accedere a questa «fede», ma a che cosa servirebbe una tale parola se essa non riuscisse a convincermi.
In definitiva, vivere e credere nella bontà della vita sono la stessa cosa.
Gesù, modello dell’annunciatore
Qual è il modello di colui che annuncia? È Gesù stesso, perché egli stesso è la Parola: «Il fatto che egli sia il Verbo, ossia la Parola, indica un aspetto essenziale di Gesù. Egli è sempre in relazione, in uscita, mai isolato, sempre in relazione, in uscita; la parola, infatti, esiste per essere trasmessa, comunicata.
Così è Gesù, Parola eterna del Padre protesa a noi, comunicata a noi. Cristo non solo ha parole di vita, ma fa della sua vita una Parola, un messaggio: vive, cioè, sempre rivolto verso il Padre e verso di noi.
Sempre guardando il Padre che Lo ha inviato e guardando noi a cui Lui è stato inviato» (Papa Francesco, Catechesi 18 gennaio 2023).
Gesù è in relazione innanzitutto con Dio Padre e con lo Spirito e nei momenti di preghiera trova le ragioni e la forza del suo essere missionario.
Gesù è poi in relazione con l’umanità per annunciare il Regno di Dio.
Gesù è in relazione con Dio nella preghiera e con la gente per trasmettere la vita di Dio.
Gesù è il modello per colui che annuncia, e lo è con alcuni tratti distintivi.
La gioia
Il primo è quello di portare la gioia: «Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18).
Siamo discepoli che condividono una bella notizia e non possiamo parlare di Gesù senza gioia, perché la nostra fede è gioia.
Condividiamo il Vangelo della gioia perché il Vangelo è una Buona Notizia.
La liberazione
Il secondo aspetto dell’annunciare di Gesù è quello di portare la liberazione: «Mi ha mandato a proclamare ai prigionieri la liberazione» (Lc 4,18).
Siamo tutti prigionieri di qualcosa, ognuno di noi ha delle catene che gli impediscono di camminare speditamente nella sua vita umana e spirituale.
Gesù ci aiuta a essere liberi, ci aiuta a portare la pace perché lui stesso è «il principe della pace».
La luce
Un terzo aspetto è quello di portare la luce: «Mi ha mandato a portare ai ciechi la vista» (Lc 4,18).
Gesù è la luce che illumina il cammino della nostra esistenza, è la luce che ci indica «la via, la verità e la vita».
L’annuncio della gioia, della liberazione e della luce ha come destinatari principali i poveri.
Siamo tutti poveri di qualcosa o di qualcuno e dentro di noi abbiamo diverse povertà che ci portano a dire: «Signore, ho bisogno di te, ho bisogno del tuo sostegno, della tua presenza, del tuo amore».
Tutti abbiamo bisogno della sua grazia, della sua gioia, della sua misericordia.
Cosa annunciare
Ce lo dicono le pagine stesse del Vangelo: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15).
«Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore… Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici» (Gv 15, 9. 11-14).
«Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Gv 4,16).
Ecco, è Gesù stesso a dirci cosa annunciare, vivere, testimoniare.
Annunciare il Vangelo significa dare la “buona notizia su Gesù, far conoscere il mistero pasquale della sua morte e risurrezione.
È questa l’attività evangelizzatrice della Chiesa, ma “il Vangelo dev’essere predicato ‘mediante lo Spirito Santo’”, affidandosi alla sua potenza.
Il Papa specifica che sono due gli elementi che caratterizzano la predicazione: il Vangelo, che è il suo contenuto, e lo Spirito Santo, che è il mezzo.
A proposito del contenuto bisogna ricordare che la predicazione di Gesù e quella degli Apostoli include “anche tutti i doveri morali che scaturiscono dal Vangelo, a partire dai dieci comandamenti fino al comandamento ‘nuovo’ dell’amore”, ma è l’operato di Cristo il cuore dell’annuncio, sottolinea il Pontefice.
Se non si vuole ricadere nell’errore denunciato dall’apostolo Paolo di mettere la legge prima della grazia e le opere prima della fede, se non vogliamo cadere in questo, è necessario ripartire sempre di nuovo dall’annuncio di ciò che Cristo ha fatto per noi.
“Il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento del rinnovamento ecclesiale” deve essere il kerygma, “il primo annuncio”, insiste Francesco, quello dal quale “dipende ogni applicazione morale”, che è anche “quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi” e sempre annunciare.
Come annunciare con le parole
Come annunciare? Con la vita, con la parola, in semplicità, per essere come il lievito che penetra e feconda la storia per trasformarla e renderla bella e degna di essere vissuta.
L’annuncio non comincia cercando di convincere gli altri, ma testimoniando ogni giorno la bellezza dell’Amore che ci ha guardati e ci ha rialzati.
«…il nostro annuncio comincia oggi, lì dove viviamo. E non comincia cercando di convincere gli altri, convincere no: ma testimoniando ogni giorno la bellezza dell’Amore che ci ha guardati e ci ha rialzati e sarà questa bellezza, comunicare questa bellezza a convincere la gente, non comunicare noi, ma lo stesso Signore.
Noi siamo quelli che annunciano il Signore, non annunciamo noi stessi, né annunciamo un partito politico, una ideologia, no: annunciamo Gesù.
Bisogna mettere in contatto Gesù con la gente, senza convincerli, ma lasciare che il Signore convinca.
Come infatti ci ha insegnato Papa Benedetto, “La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione”» (Papa Francesco, Catechesi 11 gennaio 2023).
La missione «non è un optional o un aspetto marginale», ma «una dimensione vitale, in quanto la Chiesa è nata apostolica e missionaria».
La missione, pertanto, così ripete papa Francesco: «È ossigeno per la vita cristiana, che senza di essa si ammala e inaridisce e diventa brutta, brutta».
Parresia evangelica
La parresia evangelica è la virtù cristiana di credere, parlare e annunciare il vangelo con coraggio e franchezza.
Gesù parlava con estrema franchezza, anzi, egli stesso è la via, la verità e la vita.
Gli evangelisti utilizzano il termine parresia per indicare la chiarezza con cui il Maestro annuncia per la prima volta la sua passione: «Faceva questo discorso apertamente» (Mc 8,32).
Giovanni adopera più spesso il termine con sfumature differenti: “apertamente”, “pubblicamente”, “chiaramente”, “senza bisogno di similitudini”, ecc.
Evangelizzare con franchezza, dunque, ma nello Spirito.
«Evangelizzatori con Spirito vuol dire - spiega papa Francesco - evangelizzatori che si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo.
A Pentecoste, lo Spirito fa uscire gli Apostoli da se stessi e li trasforma in annunciatori delle grandezze di Dio.
Lo Spirito Santo, inoltre, infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente.
Invochiamolo oggi, ben fondati sulla preghiera, senza la quale ogni azione corre il rischio di rimanere vuota e l’annuncio alla fine è privo di anima.
Gesù vuole evangelizzatori che annuncino la Buona Notizia non solo con le parole, ma soprattutto con una vita trasfigurata dalla presenza di Dio» (EG 259).
La predicazione nello Spirito Santo
Predicare con l’unzione dello Spirito Santo significa trasmettere, insieme con le idee e la dottrina, la vita e la convinzione della nostra fede.
Significa fare affidamento non su ‘discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza’, come scrisse San Paolo.
Lo Spirito Santo viene su chi prega, perché il Padre celeste - è scritto - “dà lo Spirito Santo a chi glielo chiede”, soprattutto se lo domanda per annunciare il Vangelo del suo Figlio!
Guai a predicare senza pregare!
Si diventa quelli che l’Apostolo definisce “bronzi che rimbombano e cimbali che tintinnano”.
Dunque, la prima cosa che dipende da noi è pregare, perché venga lo Spirito Santo.
La seconda cosa è non volere predicare noi stessi, ma predicare Gesù Signore.
In particolare, non volere predicare sé stessi significa “non dare sempre la precedenza a iniziative pastorali promosse da noi e legate al proprio nome - conclude Francesco -, ma collaborare volentieri”, quando ci viene richiesto, a quelle comunitarie o affidateci.
Una parola breve e concreta
Ai predicatori raccomanda: l’omelia, sia breve con “una idea, un affetto e un invito a fare”.
Tante volte ci sono queste predicazioni lunghe, 20 minuti, 30 minuti… Ma, per favore, i predicatori devono predicare una idea, un affetto e un invito a fare.
Più di 8 minuti la predica svanisce, non si capisce.
In pratica “la predica deve essere un’idea, un affetto e una proposta di fare. E non andare oltre 10 minuti”, spiega Francesco.
Il Vangelo è il racconto di un fatto, di un avvenimento, di una notizia; cioè comunica la «Buona Notizia» e usa un linguaggio estremamente concreto, che invita a cambiare vita, a convertirci.
Gesù parla con parabole, cioè racconta dei fatti che avrebbero potuto anche essere veri, per dare un’indicazione morale.
Non fa come in certe prediche di noi sacerdoti, che la gente non ascolta o non capisce, perché disincarnate dalla vita quotidiana.
Quello che convince o scuote e fa riflettere i non credenti o i non praticanti non sono i ragionamenti o le dimostrazioni filosofiche o teologiche, sebbene i buoni esempi delle vite di Gesù, di Maria e dei santi.
Essere cristiani significa vivere la vita di Cristo e offrire agli uomini degli esempi concreti di vite spese per Dio e per il prossimo.
Anche la nostra vita cristiana deve diventare, agli occhi di chi non crede, un annunzio di salvezza, una testimonianza di fede e di bontà.
La parola come responsabilità
La parola è una grazia, Signore, e non ho il diritto di tacere per orgoglio, viltà, negligenza o paura dello sforzo.
Gli altri hanno diritto alla mia parola, alla mia anima, perché ho un messaggio da trasmettere da parte Tua.
E nessun altro che me, Signore, sarebbe in grado di dirlo loro.
Ho una frase da pronunciare, breve, forse, ma ripiena della mia vita.
Non mi posso sottrarre.
Ma le parole che lancio debbono essere parole vere.
Sarebbe abuso di fiducia captare l’attenzione altrui se sotto la scorza delle parole non dessi la verità dell’anima.
Le parole che spando debbono essere parole vive, ricche di quanto la mia anima unica ha colto del mistero del mondo e del mistero dell’uomo.
Le parole che dono debbono essere portatrici di Dio, perché le labbra, che mi hai donato, Signore, sono fatte per dire la mia anima, e la mia anima Ti conosce e ti tiene avvinto.
Perdonami, Signore, per aver parlato tanto male; Perdonami per aver spesso parlato per non dir nulla; Perdonami i giorni in cui ho prostituito le mie labbra pronunciando parole vuote, parole false, parole vili, parole in cui Tu non hai potuto infiltrarti.
Sorreggimi quando debbo prendere la parola in un’assemblea, intervenire in una discussione, conversare con un fratello.
Fa soprattutto, o Signore, che la mia parola sia un seme E che quanti ricevono le mie parole possano sperare una bella messe.
Annunciare senza proselitismo
La missione della Chiesa non è proselitismo.
La missione «non è un affare o un progetto aziendale, né un’organizzazione umanitaria.
La comunità dei discepoli di Gesù - ha detto papa Francesco - nasce missionaria, non proselitista», perché «essere missionario, essere apostolico, evangelizzare non è lo stesso di fare proselitismo.
È lo Spirito Santo l’autore e non uno sforzo umano di conquista».
La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione.
Non si segue Cristo e tantomeno si diventa suoi annunciatori e del suo Vangelo per una decisione presa a tavolino, per un attivissimo autoindotto, ma per attrazione amorosa.
L’attrazione si ritrova nella dinamica di ogni autentica opera apostolica, in ogni autentico atto missionario.
Non dunque come effetto di sforzi e di operazioni cosmetiche per rendere più “accattivante” l’immagine della Chiesa, o acquisire consensi attraverso strategie di marketing.
L’attrattiva richiamata da Papa Francesco è una prerogativa dei vivi.
È quella che Cristo stesso, il Risorto, può esercitare oggi sui cuori dei suoi apostoli, dei suoi missionari, e anche di chi non lo cerca.
Per il Vescovo di Roma «c’è proselitismo dovunque c’è l’idea di far crescere la Chiesa facendo a meno dell’attrazione di Cristo e dell’opera dello Spirito, puntando tutto su un qualsiasi tipo di discorso».
Il proselitismo taglia fuori dalla missione Cristo stesso e lo Spirito Santo, anche quando pretende di parlare e agire in nome di Cristo.
«Il proselitismo è sempre violento - perché non sopporta la libertà e la gratuità con cui la fede può trasmettersi per grazia, da persona a persona».
L’attrazione invece è un’altra cosa.
È il contrario del proselitismo: «È una testimonianza che ci porta a Gesù».
La missione appartiene a tutta la Chiesa
Perché esiste la Chiesa? A che serve? È rispondendo a queste domande elementari che papa Francesco ha iniziato il suo mandato con una esortazione apostolica, visto che la ragione dell’esistenza della Chiesa è l’annuncio del cuore pulsante del Vangelo agli uomini e alle donne nella realtà di oggi.
E la rinnovata missionarietà auspicata dal Concilio che risale alle sorgenti, può avvenire in modo altrettanto elementare: prima con l’incontro, poi con le parole, perché l’annuncio del Vangelo è testimonianza.
È la strada maestra che porta al centro dei suoi insegnamenti ma anche al cuore stesso della trasmissione della fede oggi.
Una via che - dalla prima esortazione Evangelii gaudium fino alle catechesi papali delle attuali udienze generali dedicate alla riscoperta della «passione per l’evangelizzazione» alle fonti dello «zelo apostolico» - è sempre lì per ricominciare, a indicare ciò che è di vitale importanza, essenziale, ciò che muove e costituisce l’identità stessa della Chiesa.
Negli anni del suo magistero pontificio papa Francesco ha pertanto dedicato a questa dimensione vitale della natura ecclesiale dell’opera apostolica l’attenzione maggiore, attingendo in primis alle fonti della Scrittura e suggerendo in ogni occasione che la missione non riguarda addetti ai lavori specializzati, soggetti ecclesiali selezionati, dato che le sue movenze attingono al cuore stesso del Mistero della salvezza e i suoi cammini riguardano la fede della Chiesa nella vicenda storica del mondo.
Il primo punto chiave è che «la missione anzitutto è un mistero di Grazia.
La missione non è opera nostra, ma di Dio; non la facciamo da soli, ma mossi dallo Spirito e docili alla sua azione».
«Basta pensare a come le cose negli Atti avvengono gratuitamente, senza forzature… non servono stratagemmi per diventare annunciatori del Vangelo.
Basta il battesimo.
La missione, la Chiesa in uscita non sono un programma da realizzare per sforzo di volontà.
È Cristo che fa uscire la Chiesa da se stessa.
La missione è opera Sua».
Il secondo punto è che «non si può evangelizzare senza testimonianza».
L’annuncio del Vangelo «è più che una semplice trasmissione dottrinale e morale».
Annunciare il Vangelo «è prima di tutto testimonianza dell’incontro personale con Gesù Cristo».
Per questo la testimonianza di Cristo è «il primo mezzo dell’evangelizzazione» e «condizione essenziale per la sua efficacia».
La testimonianza comprende anche la «fede professata», e si manifesta soprattutto nel cambiamento che Cristo stesso opera nei suoi testimoni, in coloro che proprio in tale cambiamento rendono testimonianza a Lui.
È la fede «che ci trasforma, che trasforma le nostre relazioni, i criteri e i valori che determinano le nostre scelte».
La testimonianza non si manifesta come “prestazione” esibita dai testimoni, ma rappresenta piuttosto il riflesso di un «cammino di santità» che attinge alla sorgente sacramentale del Battesimo, accade anch’esso come «un dono di Dio» e «richiede di essere accolto e fatto fruttificare per noi e per gli altri».
Il terzo punto chiave è che «la missione della Chiesa non è proselitismo».
In sintesi ciò che papa Francesco indica da più di dieci anni come perennemente vincente è proprio questa dinamica sempre viva della missione, che è quella di «farsi guidare dallo Spirito Santo: che sia Lui a spingerti ad annunciare Cristo.
Con la testimonianza, con il martirio di ogni giorno.
E se serve, anche con le parole».
La famiglia, la comunità e la vita quotidiana
La trasmissione o la generazione della vita è il segno più manifesto di questa «fede» e creare una nuova vita implica che si susciti in essa stessa il «credito» fatto alla vita che, in sé, rimane non trasmissibile.
Tutte le società intraprendono questo compito con l’iniziazione e con l’istruzione.
La vita e la generazione della vita sono impossibili senza questi «traghettatori», donne e uomini di ogni genere che con la loro presenza e con la loro parola suscitano, se non addirittura «resuscitano» la «fede» elementare di un altro, pur sapendo che essi non possono mai fare questo atto al suo posto: «Figlia mia, figlio mio, è la tua fede che ti ha salvato!».
Una parrocchia che ha la sua più alta visibilità nella sua liturgia; che sa andare verso tutti nei luoghi di tutti; che ha nei suoi laici una delle sue risorse più preziose in ordine alla comunicazione del Vangelo negli ambienti e nei luoghi della vita: dove tutti i laici che frequentano l’Eucaristia della domenica si sentono responsabili di testimoniare e annunciare il Vangelo e di far vivere la loro parrocchia con lo stesso affetto con cui si impegnano per la loro famiglia.
La famiglia evangelizza quando apre il cuore e la casa.
Una casa accogliente che si fa chiesa.
Una vita spesa per l’evangelizzazione.
Coppie di sposi nella missione.
Gli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, Incontriamo Gesù, indicano l’evangelizzazione in quanto orizzonte e processo, l’importanza del primo annuncio, l’assoluta precedenza della catechesi e della formazione cristiana degli adulti e, all’interno di essa, del coinvolgimento delle famiglie nella catechesi dei piccoli, la centralità della comunità nel processo di discernimento e progettazione dell’educazione nella fede, l’ispirazione catecumenale della catechesi, la formazione dei catechisti e la proposta mistagogica ai preadolescenti, agli adolescenti e ai giovani.
Gli Orientamenti si propongono di aiutare le Chiese locali ad avere «uno slancio comune nell’annuncio del Vangelo».
Parole semplici, storie concrete
Quello che convince o scuote e fa riflettere i non credenti o i non praticanti non sono i ragionamenti o le dimostrazioni filosofiche o teologiche, ma la concretezza di una vita trasformata dall’incontro con Cristo.
Essere cristiani significa vivere la vita di Cristo e offrire agli uomini degli esempi concreti di vite spese per Dio e per il prossimo.
Un’esperienza di predicazione in India mostra l’importanza di un linguaggio comprensibile e incarnato nella vita.
Nel 1965, in India, alla festa dell’Epifania, sono stato invitato a parlare nella chiesa di una cittadina dello stato di Andhra Pradesh, dove lavorano i missionari del Pime.
Essendo l’unico prete disponibile, ho dovuto celebrare la Messa (ma allora si celebrava in latino!) e anche fare la predica dell’Epifania.
Dato che sapevo solo poche parole di telegu, la lingua locale, il vescovo di Warangal monsignor Alfonso Beretta mi aveva fatto accompagnare da un catechista che sapeva bene l’inglese.
«Tu parla inglese andando adagio», mi aveva detto, «e lui tradurrà in telegu, frase per frase, parola per parola».
Così sono andato in quella grande chiesa di Kammameth, piena di gente, col mio bel discorso scritto in inglese.
Dopo la Messa gli chiedo come aveva tradotto la mia predica e mi sento rispondere: «Padre, tu dicevi cose troppo difficili che io capivo poco e i nostri fedeli, gente semplice, non avrebbero capito nulla e non sapevo come tradurre.
Allora ho raccontato alla gente la storia dei tre Re Magi, chi erano, da dove venivano e cosa hanno fatto quando sono tornati alle loro case dopo aver visto Gesù.
Forse tu non sai, ma in India c'è la tradizione che i Magi erano indiani.
Io li ho ambientati nei nostri villaggi telegu, in modo che tutti li sentissero come loro antenati.
Ma non preoccuparti, ai nostri fedeli la tua predica è piaciuta molto, anche perché hanno capito tutto e adesso le vicende della vita di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre le racconteranno anche ad altri».
Quell'episodio mi ha fatto capire una grande verità: il Vangelo è il racconto di un fatto, di un avvenimento, di una notizia; cioè comunica la «Buona Notizia» e usa un linguaggio estremamente concreto, che invita a cambiare vita, a convertirci.
Gesù parla con parabole, cioè racconta dei fatti che avrebbero potuto anche essere veri, per dare un'indicazione morale.
Non fa come in certe prediche di noi sacerdoti, che la gente non ascolta o non capisce, perché disincarnate dalla vita quotidiana.
La vita come annuncio
Charles annuncia, con le parole, certo, ma anche con uno stile di vita che si “compromette” in prima persona, come quando si preoccupa di migliorare la vita delle popolazioni del deserto sahariano imparando la loro lingua e cercando di comprenderli.
Oppure quando si batte contro la schiavitù e ci ricorda che pur non essendo responsabili di governare (loro), abbiamo però il dovere di amare il prossimo e, quindi, «non abbiamo il diritto di essere cani muti e sentinelle mute».
Frère Charles, anche in questo caso, ci viene in aiuto con i suoi scritti e con la sua vita, egli che da quando ha conosciuto Dio non ha potuto fare altrimenti che vivere solo per Lui, ha creduto e vissuto il vangelo con fermezza, senza tentennamenti o mezze misure.
La sua vita era diventata un vangelo vivente e, di conseguenza, un’esistenza evangelizzatrice.
Il vero missionario, che non smette mai di essere discepolo, sa che Gesù cammina con lui, parla con lui, respira con lui, lavora con lui.
Sente Gesù vivo insieme con lui nel mezzo dell’impegno missionario» (EG 266).
Siamo consapevoli che la missione di annunciare il Cristo non è opera nostra: noi siamo sempre e solo degli strumenti nelle mani di Dio.
Dice Santa Madre Teresa: «Sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro.
È Lui che pensa.
È Lui che scrive.
La matita non ha nulla a che fare con tutto questo.
La matita deve solo poter essere usata».
È lo Spirito di Dio il protagonista della missione, è lo Spirito che ci illumina, ci guida, ci dona forza, ci indica le parole e le modalità del nostro annunciare e testimoniare il Signore.
Noi dobbiamo fare la nostra parte e possiamo farla con lo stile del «farsi tutto a tutti» di San Paolo, cioè condividendo la nostra fede, facendoci prossimi alle gioie e alle preoccupazioni degli altri, facendoci compagni di viaggio.
Pregare, ascoltare, parlare
Maria, Madre sollecita nella Visitazione, insegnaci l'ascolto della Parola, un ascolto che ci fa sussultare e, in fretta, ci fa dirigere verso tutte le situazioni di povertà dove è necessaria la presenza del Figlio tuo.
Insegnaci a portare Gesù, silenziosamente e umilmente, come hai fatto tu!
Le nostre fraternità (famiglie) siano in mezzo a coloro che non lo conoscono per diffondere il suo Vangelo testimoniandolo non con le parole ma con la vita; non annunciandolo ma vivendolo!
Insegnaci a viaggiare semplicemente come hai fatto tu, con lo sguardo sempre fisso su Gesù presente nel grembo tuo: contemplandolo, adorandolo e imitandolo.
Maria, donna del Magnificat, insegnaci ad essere fedeli alla nostra missione: portare Gesù alla gente!
È lo Spirito di Pentecoste che fa della Chiesa un solo Corpo e abilita alla missione.
Spirito Santo, che abiliti alla missione, donaci di riconoscere che, anche nel nostro tempo, tante persone sono in ricerca della verità sulla loro esistenza e sul mondo.
Rendici collaboratori della loro gioia con l'annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, chicco del frumento di Dio, che rende buono il terreno della vita e assicura l'abbondanza del raccolto.
La preghiera non allontana dall’annuncio, ma ne purifica l’intenzione, ne sostiene la fedeltà e dispone ad ascoltare le persone alle quali il Vangelo è rivolto.
La missione nasce dall’incontro, cresce nella relazione e trova nelle parole una forma limpida per comunicare ciò che è stato ricevuto.
