Altro nome del libro biblico Ecclesiaste: Qohelet

L’altro nome del libro biblico Ecclesiaste è Qohelet, traslitterazione dell’ebraico קֹהֶלֶת e termine composto da sette lettere. La parola significa “colui che chiama o raduna il popolo”, “congregatore”, “radunatore” o “convocatore”, con riferimento a chi si rivolge a un’assemblea.

Il nome usato in quasi tutte le Bibbie italiane deriva dalla traduzione di Qohèleth nella Settanta greca, cioè Ekklesiastès (Ecclesiaste), che significa “membro di un’ecclesia (congregazione; assemblea)”. La soluzione per «Altro Nome Del Libro Biblico Ecclesiaste» è QOHELET.

La soluzione per le parole crociate

DefinizioneSoluzioneNumero di lettere
Altro nome del libro biblico EcclesiasteQOHELET7

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Il nome ebraico Qohèleth (che significa “congregatore; radunatore; convocatore”) ben descrive il ruolo del re in un governo teocratico come quello di Israele. (Ec 1:1, 12) Era compito del sovrano tenere unito il dedicato popolo di Dio, fedele al suo vero Re e Dio. (1Re 8:1-5, 41-43, 66)

Perché Ecclesiaste si chiama Qohelet

La parola non è altro che una trasposizione dal latino e dal greco, e corrisponde all'ebraico Qohelet, " chi chiama per far venire a un'adunanza ". È il titolo (e il nome preso dall'autore) di un libro dell'Antico Testamento.

Il titolo “Ecclesiaste” deriva dalle traduzioni greca e latina di questo libro di Salomone. La LXX, infatti, lo intitola ekklêsiastês (predicatore), termine gr. che deriva da ekklêsia, tradotto con “assemblea” o “chiesa” nel N.T.

Sia la versione gr. che quella lat. riprendono l’ebraico Qohelet, che significa “colui che chiama o raduna il popolo”, con specifico riferimento alla figura che si rivolge all’assemblea dei fedeli e, dunque, al predicatore (cfr. 1: 1-2, 12; 7: 27; 12: 10-12).

Il congregatore, Salomone, aveva già fatto molto per congregare nel tempio gli israeliti e i loro compagni, i residenti temporanei. Con questo libro cercò di congregare il popolo di Dio allontanandolo dalle vane e infruttuose opere di questo mondo e indirizzandolo verso le opere degne dell’Iddio al quale come nazione erano dedicati.

Ecclesiaste e Qohelet: lo stesso libro

L’Ecclesiaste, o Qohelet, che in ebraico significa “arringatore popolare”: in questo caso, l’arringatore è il re d’Israele.

Con Rut, il Cantico dei Cantici, Ester e Lamentazioni, l’Ecclesiaste è uno dei libri veterotestamentari che compongono i “cinque rotoli” o Megilloth. In epoche più tarde, i rabbini solevano leggere questi libri nella sinagoga in cinque circostanze speciali durante l’anno. L’Ecclesiaste era letto in occasione della Pentecoste.

Per gli Ebrei, fa parte degli Scritti, ketûbîm (in opposizione alla Legge-Tôrâh, e ai Profeti-Nebiîm), la categoria meno sacra dei Libri ispirati (Luc. 16, 29); è il quarto dei rotoli, meghillôt, e viene letto nella festa dei Tabernacoli o Tende, sukkôt.

Nei Settanta, o bibbia greca, l'E. è il secondo dei cinque libri di Salomone; nella Vulgata latina è il secondo dei libri sapienziali.

Rotolo ebraico del libro Ecclesiaste

Il significato del nome ebraico

Qohèleth può essere collegato al verbo ebraico che indica l’atto di radunare, convocare o riunire. Per questo il termine non designa soltanto un nome proprio, ma anche la funzione di una persona che parla davanti a una comunità.

Il nome ben descrive il ruolo del re in un governo teocratico come quello di Israele. Era compito del sovrano tenere unito il dedicato popolo di Dio, fedele al suo vero Re e Dio.

Per questa ragione, un re risultava buono o cattivo per la nazione secondo che la guidasse nell’adorazione di Geova o no. (2Re 16:1-4; 18:1-6)

Il legame con Salomone

Il profilo autobiografico dell’autore del libro è senz’altro riconducibile a Salomone e, a tale proposito, le prove non mancano: il titolo ben si confà a Salomone, “figlio di Davide, re di Gerusalemme” (1: 1) nonché “re d’Israele a Gerusalemme” (1: 12); l’odissea morale dell’autore è la cronaca della vita di Salomone (1 R 2-11); il ruolo di colui che “ha insegnato al popolo la scienza” e “scrisse un gran numero di sentenze” (12: 11) effettivamente gli corrisponde.

Un solo “figlio di Davide”, cioè Salomone, fu “re su Israele a Gerusalemme” (Ec 1:1, 12), poiché dopo di lui nessun re regnò più su tutto Israele. Il re Salomone era famoso per la sua straordinaria sapienza. (Ec 1:16; 1Re 4:29-34)

Era un costruttore (Ec 2:4-6; 1Re 6:1; 7:1-8), un compositore di proverbi (Ec 12:9; 1Re 4:32) ed era noto per la sua ricchezza. (Ec 2:4-9; 1Re 9:17-19; 10:4-10, 14-29)

La reputazione di uomo straordinariamente saggio di cui godeva Salomone si attaglia al profilo dell’Ecclesiaste. Davide aveva riconosciuto la saggezza del figlio (1 R 2: 6, 9) ancora prima che questi ne ricevesse da Dio in misura aggiuntiva.

Dopo aver ricevuto dal Signore “un cuore intelligente” (1 R 3: 7-12), Salomone si conquistò la fama per l’estrema saggezza e la sagacia con cui emetteva le sue sentenze (1 R 3: 16-28), nonché per una reputazione che “attirava alla sua corte tutti i re della terra” (1 R 4: 34).

Egli compose inoltre parecchi inni e massime (1 R 4: 32; cfr. 12: 11), attività che si convengono solamente ai più abili fra i sapienti. La saggezza di Salomone, al pari della ricchezza di Giobbe, “superava quella di tutti gli orientali” (1 R 4: 30; Gb 1: 3).

Autore e data di composizione

Una volta stabilita la paternità dell’opera in conformità a tali elementi, divengono chiare sia la data, sia le circostanze della stesura. Salomone scrisse probabilmente negli ultimi anni della sua vita (in data non successiva al 931 a.C.), principalmente per mettere in guardia i giovani del suo regno, senza escludere gli altri, con l’intento di dissuaderli dal percorrere le vie della sapienza umana e di esortarli a vivere secondo la saggezza rivelata di Dio (12: 11-16).

Dal momento che il libro menziona il programma edilizio di Salomone, dev’essere stato scritto dopo che esso fu realizzato ma prima che egli cominciasse a fare “ciò che era male agli occhi di Geova”. (1Re 11:6) Il libro fu dunque scritto a Gerusalemme prima del 1000 a.E.V.

Che Salomone fosse uno degli uomini più idonei per scriverlo è confermato dal fatto che non solo era il più ricco ma probabilmente anche uno dei re meglio informati del suo tempo, poiché i suoi marinai e mercanti, come pure i dignitari che gli facevano visita, portavano notizie e informazioni da altri paesi. - 1Re 9:26-28; 10:23-25, 28, 29.

L’E. si presenta come figlio di Davide re di Gerusalemme, ma i critici stimano che la composizione del libro, pur se anteriore a Sirac (fine del II sec. a.C.), sia posteriore a quella di Giobbe; risalirebbe dunque all’epoca persiana, forse alla fine del III secolo a.C.

Il tema centrale del libro

La parola chiave è “vanità” che ben esprime il tentativo futile di trovare appagamento all’infuori di Dio. Questo termine, che ricorre 38 volte, è usato per esprimere tutto ciò che della vita è arduo da comprendere.

Tutte le ambizioni e gli obiettivi terreni, se perseguiti come fini a se stessi, producono solamente il vuoto. Paolo, probabilmente, fa eco all’insoddisfazione di Salomone quando scrive che “… la creazione è stata sottoposta alla vanità” (Ro 8: 19-21).

Alla luce dell’esperienza vissuta sotto l’effetto della maledizione (vd. Ge 3: 17-19), Salomone considera la vita come un voler “rincorrere il vento”. Con la domanda: “Che profitto ha l’uomo di tutta la sua fatica…?” (1: 3) riproposta in 2: 22 e 3: 9, il saggio re dedica una considerevole parte del suo libro a questo dilemma.

Il messaggio principale del libro è racchiuso nella dichiarazione dell’autore: “tutto è vanità” (cfr. 1: 2; 12: 10). Il termine tradotto con “vanità” è impiegato con almeno tre accezioni nel corpo del libro.

  • “fugace e passeggera”, memento della natura transitoria della vita, essendo essa assimilata al “vapore che appare per un istante” (cfr. Gm 4: 14);
  • “futile” o “priva di significato”, con riferimento specifico alla condizione decaduta dell’universo e ai relativi effetti distruttivi sull’esperienza terrena dell’uomo;
  • “incomprensibile” o “enigmatica”, con riguardo ai quesiti privi di risposta della vita.

Nell’Ecclesiaste Salomone attinge a tutte e tre le valenze. Mentre il contesto determina di volta in volta l’interpretazione del significato attribuitogli da Salomone, il concetto più frequentemente espresso con “vanità”, riferito ai misteri del progetto di Dio è ciò che è incomprensibile oppure insondabile.

La ricerca della saggezza e della felicità

In un racconto circolare, egli descrive le asperità del suo percorso spirituale: la decisione di perseguire la saggezza, la percezione che la saggezza sia soprattutto dolore e la decisione di appropriarsi del mondo e della felicità attraverso i beni e i sentimenti terreni, la comprensione della vanità di tutto, il ritorno alla ricerca della saggezza.

Doris Lessing si lascia catturare da questo racconto circolare e tenta di ricostruirne l’origine: il testo non fu scritto da Qohelet, ma dai suoi allievi, dalla collazione dei loro appunti sparsi.

Il libro è adatto a chi è disposto ad ascoltare e a trarre insegnamento non tanto dalle esperienze di Salomone, quanto piuttosto dalle leggi morali che derivano dalle sue conclusioni.

L’Ecclesiaste, infatti, serve lo scopo di rispondere ad alcuni tra i quesiti più intriganti della vita, specialmente quando paiono in contrasto con le aspettative di Salomone.

Ciò ha incautamente indotto alcuni a definire l’Ecclesiaste come un libro che incoraggia lo scetticismo. Ma nonostante alcuni comportamenti e ragionamenti assolutamente privi di saggezza, Salomone non abbandonò mai la propria fede in Dio (12: 15-16).

La vita “sotto il sole”

Il saggio re investigò la vita, riponendovi enormi aspettative e lamentandone ripetutamente le delusioni, identificate come conseguenze della maledizione (Ge 3: 14-19).

Ecclesiaste rappresenta la dolorosa autobiografia che Salomone volle tramandare alla posterità. Avendo a lungo sperperato le benedizioni del Signore per il proprio tornaconto personale anziché per la gloria di Dio, Salomone intendeva impedire ad altri di commettere il medesimo, tragico, errore.

Per un certo tempo Salomone patì le conseguenze dell’instabilità originata dal tentativo di godere la vita senza alcun riguardo per il giudizio di Yahweh che voleva trattenerlo sul sentiero dell’ubbidienza. Alla fine egli riuscì a comprendere quale importanza rivestisse l’ubbidienza.

I penosi risultati dell’esperienza personale di Salomone, unitamente a un intuito di straordinaria saggezza, fanno dell’Ecclesiaste un libro per mezzo del quale ogni credente può essere ammaestrato e crescere nella fede (cfr. 2: 1-26).

Il rapporto tra piacere, lavoro e beni

Quest’opera dimostra come sia possibile vivere una vita abbondante (cfr. Gv 10: 10) quando si consideri ogni giorno, ogni fatica e ogni mezzo di sostentamento della vita come un dono di Dio e accettando tutto ciò che proviene dalla sua mano.

Per contro, colui che ricerca l’appagamento personale a prescindere da Dio, vivrà una vita inutile nonostante tutte le conquiste e i beni accumulati.

È bene godere i frutti del proprio lavoro, riconoscendoli come un dono di Dio (2:24, 25; 5:18-20). Le opere di Dio sono tutte belle; egli ha posto dinanzi al genere umano la prospettiva del tempo indefinito (3:10-13).

L’accumulare ricchezze non recherà soddisfazione, e forse renderà insonne il proprietario; alla morte egli dovrà lasciare ogni cosa (5:9-17). Anche se si possiedono molti beni, le circostanze - forse una malattia o un desiderio insoddisfatto - possono impedire di essere contenti (6:1-12).

Il giudizio divino e il significato dell’esistenza

A dispetto delle incognite, tuttavia, emerge una certezza: la realtà del giudizio, alla quale ciascuno sarà sottoposto.

Alla luce del giudizio divino, la vita può dirsi realizzata e ricca di significato solamente se vissuta con il giusto riconoscimento di Dio e al suo servizio; diversamente, essa è frustrante e priva di scopo.

L’equilibrio costante fra l’argomento ricorrente del godere la vita e quello del giudizio divino, mantiene il lettore ancorato al Dio di Salomone mediante l’infallibile vincolo della fede.

La conclusione di Salomone di “temere Dio e osservare i suoi comandamenti” (12: 15-16) è molto più di un riepilogo: essa indica l’unica speranza di una vita meritevole nonché la sola risposta sensata, in pratica di fede e ubbidienza, al Dio sovrano.

Egli determina minuziosamente tutte le attività sotto il sole, ciascuna a tempo debito, secondo il suo piano perfetto, ma si limita altresì a rivelare quel tanto che, nella sua infinita saggezza, egli giudica opportuno.

Tutti gli uomini sono da lui ritenuti responsabili. Coloro che rifiutano di temere Dio e di credere alla sua parola sono votati a una vita che segue la più inescusabile vanità.

Struttura dell’Ecclesiaste

Quest’opera costituisce il resoconto delle riflessioni e delle conclusioni tratte da Salomone in merito alle opere umane, insieme di tutte le attività svolte e dei risultati possibili, compreso un appagamento limitato.

Il ruolo della saggezza nella sperimentazione del successo affiora ripetutamente, in particolar modo quando Salomone si trova a dover constatare la rivelazione implicita di alcuni dettagli da parte di Dio.

Alla luce di tutto ciò, Salomone è indotto a concludere che le questioni principali della vita, dopo la caduta in Eden, sottintendono sia le benedizioni divine, che vanno gustate, sia il giudizio di Dio, in vista del quale ciascuno è tenuto a prepararsi.

SezioneContenuto
Introduzione (1:1-11)Titolo e descrizione di una vita di lavoro apparentemente ingrata
La ricerca di Salomone (1:12-6:9)Piacere, saggezza, stoltezza, lavoro e ricompensa
Le conclusioni di Salomone (6:10-12:10)Limiti della conoscenza umana, prosperità, avversità, morte e incertezza
Esortazione finale di Salomone (12:11-16)Timore di Dio e osservanza dei suoi comandamenti

Introduzione: 1:1-11

  • Titolo (1:1).
  • Una vita di lavoro apparentemente ingrata (1:2-11).

La ricerca di Salomone: 1:12-6:9

  • Introduzione: il re e la sua ricerca (1:12-18).
  • Riflessioni sul perseguimento del piacere (2:1-11).
  • Riflessioni sulla saggezza e sulla stoltezza (2:12-17).
  • Riflessioni sul lavoro e sulla ricompensa (2:18-6:9).
  • I propri beni si dovranno lasciare a qualcun altro (2:18-26).
  • Difficoltà nel trovare il momento giusto per agire (3:1-4:6).
  • Spesso si deve lavorare in solitudine (4:7-16).
  • Ciò che si è acquisito si può perdere facilmente (5:1-6:9).

Le conclusioni di Salomone: 6:10-12:10

  • Introduzione: il problema del “non sapere” (6:10-12).
  • L’uomo non riesce sempre a trovare la via migliore, a causa della sua conoscenza limitata (7:1-8:17).
  • Prosperità e avversità (7:1-14).
  • Giustizia e iniquità (7:15-24).
  • Donne e stoltezza (7:25-29).
  • L’uomo sapiente e il re (8:1-17).
  • L’uomo ignora ciò che sarà dopo di lui (9:1-11:6).
  • Sa che morirà (9:1-4).
  • Una volta nella tomba, non sarà più cosciente di nulla (9:5-10).
  • Non conosce l’ora della propria morte (9:11-12).
  • Non sa che cosa accadrà (9:13-10:15).
  • Non sa quale sventura può abbattersi su di lui (10:16-11:2).
  • Non sa da quale parte può arrivare il bene (11:3-6).
  • L’uomo dovrebbe godersi la vita, ma non peccare, poiché il giudizio arriverà per tutti (11:7-12:10).

Autenticità e interpretazione

Qohèleth, o Ecclesiaste, è considerato un libro canonico sia dagli ebrei che dai cristiani. È in armonia con altre parti della Bibbia che trattano gli stessi soggetti.

Per esempio, concorda con Genesi sul fatto che l’uomo ha un corpo formato dalla polvere della terra e ha ricevuto da Dio lo spirito o forza vitale e l’alito che lo sostiene. (Ec 3:20, 21; 12:7; Ge 2:7; 7:22; Isa 42:5)

Conferma l’insegnamento biblico che l’uomo fu creato retto ma decise deliberatamente di disubbidire a Dio. (Ec 7:29; Ge 1:31; 3:17; De 32:4, 5) Riconosce Dio quale Creatore. (Ec 12:1; Ge 1:1)

È d’accordo col resto della Bibbia circa la condizione dei morti. (Ec 9:5, 10; Ge 3:19; Sl 6:5; 115:17; Gv 11:11-14; Ro 6:23) Incoraggia decisamente l’adorazione e il timore di Dio.

Usa l’espressione haʼElohìm, “il vero Dio”, 32 volte. L’equivalente del nome di Geova si trova nella Pescitta siriaca e nel Targum ebraico del libro in Ecclesiaste 2:24.

Anche se alcuni sostengono che il libro si contraddica, lo dicono solo perché non capiscono che molte volte esso espone l’opinione comune in contrasto con quella che rispecchia la sapienza divina. (Cfr. Ec 1:18; 7:11, 12)

Perciò il libro va letto in modo da afferrarne il senso, tenendo presente il tema.

La fortuna letteraria dell’Ecclesiaste

Nella nostra epoca agnostica e materialistica, questo può essere il miglior modo per convincere la gente a leggere la Bibbia: come letteratura», ha scritto David Grossman, e nessuno scrittore potrebbe dimostrare meglio di Doris Lessing come i testi sacri costituiscano un grande romanzo.

Il messaggio, dunque, giunge a noi filtrato due volte: dall’interpretazione e dall’intelligenza di coloro che lo trascrissero e dalla traduzione.

Ciò nonostante, l’Ecclesiaste continua a esercitare un enorme fascino su ogni lettore, ateo o credente che sia: per quale motivo?

Secondo Lessing, per il linguaggio, che rimane ancor oggi la più bella prosa mai scritta, la stessa che avrebbe ispirato il più grande scrittore di tutti i tempi, William Shakespeare.

E in questa prospettiva, qualsiasi lettore potrà trovare in questo testo sacro non solo una tensione morale, ma uno stile e delle sonorità fortemente suggestive.

Nel libro di Giobbe, il modo gnomico di parlare, il mâšal (" proverbio "), Si trasforma in dialogo: nell'E. diventa satira, polemica. E infatti Qohelet presenta una dottrina molto caratterizzata.

Di solito scettico, fatalista, pessimista, comunque senza illusioni, l'E. è però talvolta più sereno, più edonistico, e il suo principale insegnamento è il distacco dai beni terreni.

La saggezza disdegnosa dell'E., interpretata nella propria linea, era stata talmente ben assimilata da un D. altero quanto impregnato di cultura biblica che, senza forzarne il senso, i versi di Qohelet vengono citati perfettamente ad rem.

Il Libro dell’Ecclesiaste

Il nome da ricordare

Quando la definizione chiede l’altro nome del libro biblico Ecclesiaste, la risposta corretta è quindi Qohelet, nella forma italiana comunemente resa anche come Qohèleth.

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