L’altare della Corona Ferrea si trova nella Cappella della Regina Teodolinda, aperta nel braccio settentrionale del transetto del Duomo di Monza. Realizzato nel 1895-96 in stile neogotico su progetto di Luca Beltrami, l’altare consacrato custodisce la Corona Ferrea, una delle oreficerie più importanti e dense di significato della storia dell’Occidente.
La Corona Ferrea è venerata innanzitutto come reliquia: al suo interno si trova infatti un cerchietto di ferro che, secondo un’antica tradizione, sarebbe stato ricavato da uno dei chiodi utilizzati per la crocifissione di Cristo. Oggi la Corona Ferrea è custodita nel Duomo di Monza, nella cappella dedicata a Teodolinda, presso l’altare dove trovano riposo le spoglie della regina e del figlio in un’unica teca.

La Cappella della Regina Teodolinda
La Cappella della Regina Teodolinda si apre nel braccio settentrionale del transetto del Duomo di Monza. Di snelle forme gotiche, fu eretta negli anni a cavallo del 1400, durante l’ultima fase dei lavori di ricostruzione della basilica avviati nel 1300.
La sua decorazione pittorica, risalente alla metà del XV secolo e dedicata alle Storie di Teodolinda, distribuite in 45 scene, si presenta come un sentito omaggio alla sovrana longobarda che aveva fondato la chiesa e nello stesso tempo come una testimonianza del delicato passaggio dinastico che si stava allora profilando nel ducato di Milano tra la famiglia dei Visconti e quella degli Sforza, cui rimandano i simboli araldici dipinti nelle incorniciature e le allusioni metaforiche al matrimonio tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza presenti nelle immagini.
Con le opere superstiti di Michelino da Besozzo, di Pisanello e di Bonifacio Bembo, alle quali è intimamente legato sotto il profilo stilistico, il ciclo di affreschi della cappella è considerato uno dei capolavori della pittura del gotico internazionale in Italia, nonché il più importante esito dell’attività degli Zavattari: una famiglia di pittori milanesi attivi in Lombardia per tutto il Quattrocento, che ci viene presentata dai documenti come una vera e propria dinastia di artisti.
Le Storie di Teodolinda e il ciclo degli Zavattari
La cappella fu dipinta in due riprese tra il 1441-44 e il 1444-46 e, con ogni probabilità, da quattro diverse “mani”, che alcuni studiosi propongono di identificare con altrettanti membri della famiglia Zavattari. La scena 32, sulla quale compare la firma e la data 1444, è ritenuta da alcuni, oltre che uno dei vertici poetici del ciclo, anche il punto di snodo tra la prima e la seconda campagna pittorica, come attesterebbero anche recenti ritrovamenti d’archivio.
La famiglia degli Zavattari era composta dal capostipite Cristoforo, responsabile tra il 1404 e il 1409 di alcuni lavori nel Duomo a Milano, da suo figlio Franceschino, anch’egli operoso nel Duomo di Milano dal 1417 al 1453, e dai tre figli di quest’ultimo, Giovanni, Gregorio e Ambrogio, con i quali Franceschino lavorò probabilmente a Monza e, solo con gli ultimi due, alla Certosa di Pavia. La serie è conclusa da Franceschino II, figlio di Giovanni e fratello di Vincenzo, Gian Giacomo e Guidone.
Le 45 scene narrano la storia della Regina Teodolinda a partire dai resoconti storici di Paolo Diacono, autore della Historia Langobardorum, e di Bonincontro Morigia, autore del Chronicon Modoetiense. Sviluppata su una superficie di circa 500 mq ed organizzata in cinque registri sovrapposti, la narrazione segue un andamento orizzontale da sinistra a destra, e dall’alto in basso.
| Scene | Contenuto della narrazione |
|---|---|
| 1-23 | I preliminari e le nozze tra Teodolinda, principessa di Baviera, e Autari, re dei Longobardi, fino alla morte del re. |
| 24-30 | I preliminari e le nozze tra la Regina e il secondo marito Agilulfo. |
| 31-41 | La fondazione e le vicende iniziali della Basilica di Monza, seguite dalla morte di re Agilulfo e della Regina. |
| 41-45 | Lo sfortunato tentativo di riconquistare l’Italia da parte dell’imperatore d’Oriente Costante e il suo mesto rientro a Bisanzio. |
Nello svolgersi delle scene, il ritmo del racconto si fa più lento o più serrato a seconda dell’importanza dei momenti narrati. Ben 28 tappe del racconto sono inoltre dedicate a scene nuziali, relative ai due matrimoni della Regina: circostanza che porta a ritenere che i dipinti siano stati ideati anche come un omaggio a Bianca Maria Visconti, in base all’analogia che lega la regina longobarda alla duchessa lombarda, andata in sposa nel 1441 a Francesco Sforza, legittimandone così l’aspirazione a succedere a Filippo Maria Visconti nella dignità ducale di Milano.
Molte sono le scene che riguardano la vita di corte: balli, feste, banchetti, battute di caccia, ma anche viaggi e battaglie. Numerosi sono i particolari sulla moda e i costumi dell’epoca presentati dai protagonisti: abiti, acconciature, armi e armature, suppellettili, atteggiamenti e attitudini.
Tutto ciò fornisce uno dei più ricchi e straordinari spaccati della condizione e della vita di corte nella Milano del XV secolo, l’ambiente forse più europeo nell’Italia dell’epoca. Il complesso procedimento utilizzato dagli autori, nel quale convivono materiali e tecniche diverse come l’affresco, la tempera a secco, la pastiglia a rilievo, le dorature e le argentature in foglia, mostra la straordinaria versatilità operativa della bottega e risponde perfettamente al clima sfarzoso che dominava nelle corti e presso l’aristocrazia dell’epoca.

La Corona Ferrea: struttura e materiali
Nell’altare della Cappella di Teodolinda è custodita la Corona Ferrea, uno dei prodotti di oreficeria più importanti e densi di significato di tutta la storia dell’Occidente. La Corona Ferrea si è conservata miracolosamente dal Medio Evo fino ai nostri giorni.
È composta da sei piastre d’oro, ornate da rosette a rilievo, castoni di gemme e smalti, recanti all’interno un cerchio di metallo, dal quale prende il nome di “ferrea”. La Corona è anche una straordinaria realizzazione di oreficeria bizantina: è composta da sei segmenti aurei, uniti a cerniera e ribattuti sul cerchietto di ferro.
Ciascun segmento è decorato da tre gemme sovrapposte, un rettangolo smaltato con una grossa pietra al centro e rosette d’oro disposte a croce. La presenza del cerchio interno di ferro conferisce al diadema la sua caratteristica denominazione e costituisce il principale elemento della tradizione reliquiaria legata alla corona.
Il cerchio di ferro e la tradizione del Sacro Chiodo
Un’antica tradizione, riportata già da sant’Ambrogio alla fine del IV secolo, identifica il cerchio di metallo con uno dei chiodi utilizzati per la crocifissione di Cristo. Si tratterebbe quindi di una reliquia che sant’Elena avrebbe rinvenuto nel 326 durante un viaggio in Palestina e inserito nel diadema del figlio, l’imperatore Costantino.
La Corona del Ferro è innanzitutto venerata come reliquia: al suo interno, infatti, si trova un cerchietto in ferro che, secondo la tradizione, fu ricavato da uno dei chiodi usati per la crocefissione di Cristo. Sant’Elena, nel 326, lo avrebbe ritrovato e fatto inserire in un diadema per il figlio, l’imperatore Costantino il Grande.
La Corona sarebbe poi passata nelle mani di S. Gregorio Magno, che ne avrebbe fatto dono alla Regina Teodolinda. Gregorio Magno è il Papa dei buoni rapporti con i Longobardi nel cammino di conversione al cristianesimo e ha un particolare affetto per Teodolinda, che affida alla protezione dell’Arcangelo.
Nel nome di San Michele inizia il progetto politico della Regina volto all’unione serena tra il Papato e il suo popolo. Fu Gregorio stesso ad inviare i due chiodi della Santa Croce come segno di distensione e fiducia verso il popolo longobardo.
Si narra che le reliquie furono trovate da Sant’Elena nel 326 dc. durante il viaggio in Palestina. Uno dei chiodi della croce fu inserito nell’elmo di Costantino e l’altro sul morso del suo Cavallo.
Si pensa che Teodolinda fece fondere il chiodo posto nell’elmo di Costantino creando a sua volta la Corona Ferrea usata dai re longobardi durante le incoronazioni. La tradizione lega così il diadema alla passione di Cristo, a sant’Elena, a Costantino e alla costruzione simbolica del potere cristiano.

Il significato politico e religioso della Corona
La tradizione, che lega la Corona alla passione di Cristo e al primo imperatore cristiano, spiega il valore simbolico attribuitole dai re d’Italia, o dagli aspiranti tali, come i Visconti. La corona sarebbe stata usata nelle incoronazioni per attestare l’origine divina del loro potere e il loro legame con gli imperatori romani.
L’incoronazione con questa Corona aveva una valenza più sacra che politica. Era l’investitura concessa da Dio al Re, rappresentando la volontà divina sul mondo terrestre e la continuità con l’Impero Romano.
La Corona ha, infine, un importantissimo valore storico: divenne il simbolo stesso del Regno d’Italia e fu utilizzata per incoronare Carlo V d’Asburgo, Napoleone e Ferdinando I; ancor prima, nel X secolo, sarebbe stata utilizzata per l’incoronazione di Berengario I.
Da Carlo Magno nel 775, dai suoi successori passando per Federico Barbarossa fino a Napoleone e ai re d’Italia, prima nella cattedrale di San Giovanni a Monza e in seguito in San Michele Maggiore a Pavia. Nella chiesa è visibile il punto preciso in cui avvenivano le incoronazioni, segnalato da un mosaico sul pavimento della navata centrale.
Nel 1354, ad esempio, papa Innocenzo VI sancì come diritto indiscusso, anche se poi disatteso, del Duomo di Monza di poter ospitare le incoronazioni dei re d’Italia. Nel 1576 san Carlo Borromeo vi istituì il culto del Sacro Chiodo, in modo sia da rendere ufficiale il riconoscimento del diadema come reliquia, sia di legarlo a un altro Sacro Chiodo, conservato nel Duomo di Milano.
Secondo la stessa antica tradizione sant’Elena avrebbe fatto forgiare quest’ultimo a forma di morso per il cavallo di Costantino, come ulteriore metafora dell’ispirazione divina nel comando dell’Impero. Il culto del Sacro Chiodo rafforzò quindi il legame tra la reliquia conservata nella Corona Ferrea e la memoria cristiana dell’impero costantiniano.
L’altare neogotico di Luca Beltrami
In virtù del suo valore sacro la Corona Ferrea viene conservata in un altare consacrato e ad essa dedicato, eretto da Luca Beltrami nel 1895-96. Nell’altare della Cappella, realizzato nel 1895-96 in stile neo-gotico su progetto di Luca Beltrami, è custodita la Corona Ferrea, la più celebre e sacra tra le oreficerie del Tesoro del Duomo di Monza.
La collocazione dell’altare nella Cappella di Teodolinda unisce il valore della reliquia alla memoria della regina longobarda, alla storia della basilica e al ciclo pittorico che racconta la fondazione e le vicende iniziali della Basilica di Monza.
La storia della Corona secondo le indagini recenti
Recenti indagini scientifiche fanno prospettare che la Corona, che così come si presenta deriva da interventi realizzati tra il IV-V e il IX secolo, possa essere un’insegna reale tardo-antica, forse ostrogota, passata ai re longobardi e pervenuta infine ai sovrani carolingi, che l’avrebbero fatta restaurare e donata al Duomo di Monza.
A partire da allora la storia del diadema fu indissolubilmente legata a quella del Duomo e della città. La sua conservazione a Monza rafforzò il rapporto tra la reliquia, la Cappella di Teodolinda, le incoronazioni e la memoria politica dei regni che si richiamavano alla continuità con l’Impero Romano.
Informazioni per la visita
La Corona Ferrea è oggi custodita nella Cappella di Teodolinda, all’interno del Duomo di Monza. La visita è possibile in orari e giorni prestabiliti.
| Giorni | Orari |
|---|---|
| Da martedì a sabato | 9.00-13.00 / 14.00-18.00 |
| Domenica | 14.00-18.00 |
La prenotazione è obbligatoria per qualsiasi data anche per singoli visitatori, telefonando al numero 039 326383, da lunedì a domenica dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 17.30.
La Cappella di Teodolinda si trova nel Duomo di Monza, in Piazza Duomo, 20900 Monza MB. Il Museo e Tesoro del Duomo di Monza si trova in Via Lambro 2, 20900 Monza MB.