Agostino Aurelio e le Confessioni: vita, conversione e pensiero

Aurelio Agostino nasce nel 354 a Tagaste, l’attuale Souk Ahras, in Algeria. Le Confessiones non sono un’autobiografia nel senso comune della parola, ma un’opera di fede in cui Agostino mostra la ricerca della realtà e della verità, fino alla conversione al cristianesimo.

Il titolo deve essere interpretato correttamente: Agostino “confessa”, cioè proclama la sua fede in un Dio buono che è degno di lode (confessio fidei) da parte dell’uomo peccatore. L’opera racconta dunque un itinerario personale, ma lo trasforma in una meditazione sulla memoria, sul peccato, sulla grazia, sulla conoscenza e sulla presenza di Dio nell’interiorità umana.

La vita di Aurelio Agostino

Aurelio Agostino nasce a Tagaste, in Numidia, nel 354, da un modesto funzionario convertitosi sul letto di morte al cristianesimo e da Monica, fervente cristiana. Il padre, Patrizio, è pagano, mentre la madre, Monica, è cristiana ed esercita sul figlio una profonda influenza.

Agostino compie i suoi studi a Madaura, Tagaste e Cartagine, dove trascorre l’adolescenza: un periodo molto disordinato e privo di limiti morali, come egli stesso lo definirà nelle Confessioni molti anni più tardi. Studia retorica a Tagaste, Madaura e Cartagine, dove giovanissimo si unisce ad una donna da cui ha un figlio.

Da una concubina ebbe nel 372 un figlio, Adeodato. La lettura dell’Hortensius ciceroniano lo attrasse, diciannovenne, alla filosofia, e aderì presto al manicheismo, presentatogli come spiegazione scientifica dell’universo.

L’interesse per la filosofia comincia quando, a diciannove anni, ha modo di leggere l’Hortensius di Cicerone: un’esortazione alla filosofia con elementi vicini al Protrettico aristotelico. La lettura dell’Hortensius di Cicerone indirizza Agostino allo studio della filosofia.

Insegna retorica dal 373 a Tagaste e poi dal 374 fino al 383 a Cartagine, per poi muoversi prima a Roma e successivamente a Milano, dove ottiene la cattedra municipale sempre della stessa disciplina. Maestro di retorica a Cartagine, si trasferisce a Roma, poi a Milano dove, per interessamento del praefectus urbi Simmaco, ebbe una cattedra di retorica nel 384.

Aderisce al manicheismo che sembra offrire all’uomo salvezza attraverso l’uso del pensiero. Se ne fece anzi propagandista a Tagaste, dopo la morte del padre, e a Cartagine ove ottenne qualche successo come retore, e scrisse il suo primo libro, De pulchro et apto, perduto, in cui pare si sforzasse a dare veste filosofica al manicheismo, nel quale era però rimasto semplice uditore.

Nel 383 si trasferisce a Roma, dove, attraverso l’esperienza dello scetticismo, comincia a staccarsi dalle dottrine manichee; l’anno dopo è nominato professore di retorica a Milano. Proprio durante il soggiorno milanese nel filosofo, legato dal 374 alla setta dei manichei, matura la volontà di convertirsi al cristianesimo.

A Milano subì l’influsso di Ambrogio e, anche tramite suo, si rivolse al neoplatonismo, Plotino e Porfirio. Si trattò di una esperienza intellettuale intensa, che lo condusse al superamento del manicheismo.

Sempre a Milano ha modo di conoscere il vescovo Ambrogio, la cui frequentazione gli permette di avere accesso a un’esegesi allegorica della Sacra Scrittura e di approfondire le conoscenze filosofiche neoplatoniche. Qui la conoscenza delle prediche di Ambrogio, delle dottrine neoplatoniche e i contatti con gli intellettuali della città determinano il distacco dal manicheismo.

La crisi spirituale e la conversione

Ormai l’adesione alla dottrina cristiana è quasi compiuta, ma l’inclinazione ai piaceri sensuali ostacola la piena conversione morale. Nel 386 l’incontro con un’epistola di San Paolo lo porta a superare il conflitto tra “la legge della carne” e “la legge dello spirito”.

La conversione di Agostino è il risultato di un lungo percorso spirituale, culminato dall’ascolto delle prediche di Ambrogio a Milano e dall’intervento della grazia divina, che lo spinge a riconoscere il bene.

La conversione non è un fatto improvviso e miracoloso, ma è il punto di arrivo di un lungo itinerario spirituale, la cui prima tappa è costituita dall’avvicinamento alla filosofia. Agostino ha acquistato l’essenza della fede cristiana, ma si sente ancora debole nella volontà, in quanto attratto dai piaceri mondani.

Egli mostra la sua crisi interiore, schiacciato dalla debolezza e incapace di fare la scelta che riconosce come bene. La grazia divina interviene in suo aiuto quando, in preda all’angoscia, esce in giardino e, gettatosi a terra sotto un albero di fico, si abbandona a un pianto dirotto, invocando Dio.

Gli giunge allora una voce infantile che ripete «Prendi, leggi; prendi, leggi». Agostino obbedisce a questa voce e, rientrato in casa, prende il libro delle epistole di Paolo, lo apre a caso e legge quanto vi è scritto, che lo colpisce come se fossero le parole di un oracolo: si tratta dell’esortazione ad abbandonare la sregolatezza.

Così capisce che è giunto il momento di fare del bene. Nel 387 riceve il battesimo da Ambrogio e sviluppa il desiderio di diffondere il pensiero cristiano.

Si ritira a Cassiciacum, probabilmente Cassago, in Brianza, dimessosi dalla cattedra, e scrisse le prime opere pervenuteci, i dialoghi Contra academicos, De vita beata, De ordine e Soliloquia. Ricevuto il battesimo a Milano nel 387 dal vescovo Ambrogio, decide di tornare in Africa; nella tappa a Ostia muore la madre.

Trascorse a Roma l’inverno, mentre Monnica morì ad Ostia nel novembre, e tornò a Tagaste, continuando, nella vita monastica, la sua attività di scrittore. A Tagaste trascorre tre anni in meditazione e ritiro.

Il ministero e l’attività di scrittore

Nel 388 ritorna in Africa dove compone il De magistro, opera in cui discute sulle conseguenze dell’insegnamento e dell’educazione alla verità nel campo della pedagogia. Nel 391 a Ippona è ordinato sacerdote, in seguito collabora con il vescovo Valerio.

Nel 391 fu ordinato sacerdote a Ippona, ove, tra la fine del 395 e il 396, fu consacrato come successore dal vescovo Valerio già prossimo a morte. Nel 395 è eletto vescovo di Ippona, decidendo di concentrare la propria azione rivolta contro quei movimenti religiosi o quelle questioni teologiche in aperto contrasto con le posizioni di Roma.

Nei 34 anni di episcopato lo tennero occupato, oltre le cure costanti dedicate alla sua chiesa, la copiosa corrispondenza, la predicazione, i concilî e le eresie e scismi, la lotta contro i quali assorbì grandissima parte dell’attività letteraria.

Ci sono giunte 218 lettere di Agostino, oltre i trattatelli in forma epistolare, e 53 dirette a lui. I sermoni conservati e noti finora sono più di 500.

In seguito, fino alla morte, è intensissima l’attività pastorale e dottrinale, di organizzazione della Chiesa africana, di lotta contro gli eretici. Prende posizione contro l’arianesimo, contro il donatismo e il pelagianesimo, che ritiene l’uomo in grado di salvarsi senza intervento della Grazia divina.

Dopo la composizione del De civitate Dei, in cui elabora il concetto di storia, lo raggiunge la morte, durante l’invasione vandalica del 430 a Ippona. Dottore della Chiesa, filosofo e teologo, vescovo d’Ippona e santo, fu uno dei quattro grandi Dottori della Chiesa occidentale, detto “il Dottore della Grazia”.

Le opere principali prima delle Confessioni

Tra i ventisei e i ventisette anni Agostino compone il suo primo libro, intitolato De pulchro et apto, Sul bello e sul conveniente, di cui non sono rimasti frammenti. In seguito si ritira nella villa di Verecondo, dove diviene animatore di dibattiti filosofici tra una cerchia ristretta formata da amici e parenti.

Da queste riflessioni nascono quattro opere: Contra academicos, Contro gli accademici, De beata vita, Sulla beatitudine, De ordine, Sull’ordine, e Soliloquia, Soliloqui.

Dopo aver intrapreso un progetto enciclopedico incentrato sulle arti liberali, ma di cui Agostino compone solo il De grammatica e il De musica, decide di soffermarsi sul rapporto tra la natura e l’uomo, analizzando attentamente l’anatomia dell’esperienza interiore, sulle orme della filosofia di Plotino.

Nascono, in questo periodo, il De quantitate animae, nel quale studia l’origine dell’anima e i motivi per cui è legata al corpo; e il De libero arbitrio, nel quale affronta il problema del male e le sue conseguenze.

Con la conversione comincia la polemica contro i manichei, già accennata nei “Dialoghi di Cassiciaco” e continuata in una serie di scritti per lo più filosofico-religiosi, come il De quantitate animae, il De libero arbitrio, il libro VI del De musica, il De magistro, il De vera religione e il De utilitate credendi.

La polemica antimanichea venne continuata in altri scritti, come il Contra Adimantum, il Contra epistolam Manichaei quam vocant fundamenti, il voluminoso Contra Faustum e altri opuscoli fino al 405 circa, poi sporadicamente in un paio di opuscoli e, in parte, nel trattatello contro tutte le eresie, il De haeresibus, del 428-429.

La filosofia di Agostino si interseca sempre più strettamente con la religione cristiana, come si nota nel De Genesi contra manichaeos e, nel 390, nel De vera religione, dove si conclude che la vera filosofia coincide nella sua ricerca e nei suoi obiettivi con la vera religione.

Le Confessioni: struttura e significato

Le Confessioni sono in tredici libri e furono composte tra il 397 e il 401. Agostino compose l’opera nel periodo di grande impegno pastorale e dottrinale a Ippona, nel 397 o 398.

Le Confessiones rivelano l’evoluzione dell’anima di Agostino dall’infanzia alla maturità e il raggiungimento della fede. Quest’opera è considerata come un’indagine che ha lo scopo di mettere a fuoco i momenti rilevanti della vita di Agostino, che lo hanno portato sulla via della confessione.

Non è semplice stabilire lo scopo per cui l’autore scrisse le Confessiones, forse per dimostrare il faticoso elevarsi dello spirito verso Dio e per celebrare la misericordia e la grandezza di Dio. L’opera è strutturata come preghiera e ringraziamento a Dio.

Dei 13 libri che compongono l’opera, i primi 9 narrano le vicende fino alla conversione e alla morte della madre; il decimo è una pausa riflessiva sulla condizione presente; gli ultimi 3, di carattere teologico-filosofico, analizzano i primi capitoli della Genesi.

LibriContenuto principale
I-IXVicende personali fino alla conversione e alla morte della madre
XRiflessione sulla condizione presente e sulla memoria
XI-XIIIAnalisi teologico-filosofica dei primi capitoli della Genesi

Esiste comunque un’unità di fondo tra queste parti, in quanto l’autore pone in rilievo la presenza di Dio che egli ha sperimentato nelle sue vicende personali, libri I-IX, e che ognuno può intravedere in se stesso, libro X, o nel mondo che lo circonda, libri XI-XII.

Le Confessioni non sono un’autobiografia tradizionale. La narrazione della vita individuale è subordinata alla ricerca della verità e alla celebrazione dell’azione divina: Agostino non racconta semplicemente ciò che è accaduto, ma interpreta la propria esperienza alla luce della grazia.

L’incipit delle Confessioni

L’opera di Agostino non mostra in apertura il nome del protagonista, ma quello di Dio, il vero destinatario delle “Confessioni”. Nell’incipit vi è un’appassionata lode rivolta a Dio per celebrarne la potenza e la sapienza, di fronte alle quali l’essere umano non è altro che “minima particella del creato”, che deve invocarlo, conoscerlo e credere in lui.

Dio è presentato come oggetto del desiderio dell’uomo, che è spinto verso di lui alla ricerca della felicità e della verità. Il rapporto con Dio è caratterizzato dal dinamismo: nulla è dato per scontato, ma si tratta di un cammino spirituale, in cui l’uomo deve riprendere fede e ragione e, in particolare, sulla fede deve costruire la propria conoscenza.

Riguardo alle scelte stilistiche, sono da sottolineare l’uso della seconda persona singolare, tipico delle preghiere e degli inni pagani rivolti alle varie divinità, le varie citazioni bibliche, le molte proposizioni interrogative e le contrapposizioni volte a riprodurre la tensione emotiva di Agostino nel suo dialogo con Dio.

Incipit delle Confessioni di Agostino

I giochi ritmici e fonici fanno delle “Confessioni” una delle opere dell’antichità più ricche di effetti sonori. Lo stile delle Confessioni è caratterizzato dalla ripresa del linguaggio biblico con lingua letteraria.

Ne risultano pagine ricche di figure retoriche, tra cui spiccano le anafore e le epifore, le enumerazioni e le giustapposizioni asindetiche e gli ossimori, attraverso cui lo scrittore tenta di esprimere la complessità della sua vita lontana da Dio.

Il furto delle pere e il significato del peccato

Nelle Confessioni, Agostino racconta di un furto da lui commesso in giovane età. Vicino a casa sua c’è un pero carico di frutti.

Di notte insieme con altri coetanei, lascia la casa, va nell’orto del vicino e ruba una grande quantità di pere, per poi gettarle ai maiali, avendone in abbondanza e di migliori in casa propria. Da ciò si capisce che Agostino è spinto al furto non per esigenza.

Ruba qualcosa non per necessità, ma per il solo gusto di commettere quell’azione. Infatti, Agostino sostiene di non essere affascinato dal sapore e dalla forma delle pere, ma dalla malefatta, dal piacere di peccare insieme agli altri compagni.

Il furto delle pere rappresenta per Agostino un’azione priva di necessità, simbolo del peccato e della malefatta compiuta per il solo gusto di peccare, evidenziando la natura del male.

E in questo consiste l’essenza vera del peccato, nel compiere un’azione triste e sgradevole in quanto inutile, senza nessun tipo di guadagno o necessità al solo scopo di compiere un’azione solo per il desiderio di farla: si commette quindi il male senza motivo.

Agostino stesso sostiene che il furto è punito dalla legge del Signore, e anche dalla legge che è scritta nel cuore di ogni uomo e che neanche l’iniquità riesce a cancellare.

Il rapporto tra fede e ragione

Agostino inaugura una nuova tradizione filosofica cristiana, che pone al centro della riflessione il rapporto tra fede e ragione: strettamente unite, sia la fede che la ragione sono divine e necessarie ai fini della fede.

La teoria agostiniana si potrebbe sintetizzare nella duplice formula credo ut intelligam, “credo per capire”, e intelligo ut credam, “capisco per credere”.

  • La ragione, senza la fede, non può comprendere la realtà.
  • La fede, senza la ragione, non riesce a comprendere i dogmi religiosi.

La ragione, senza la fede, non possa comprendere la realtà: come si potrebbe altrimenti spiegare lo scopo del nostro essere nel mondo, o la nostra esistenza? La fede, senza la ragione, non riesca a comprendere i dogmi religiosi, come la Trinità o la transustanziazione.

Scrive Agostino nel De vera religione: “Con l’armonia del creato s’accorda anche la medicina dell’anima, somministrata a noi per ineffabile bontà della divina Provvidenza. Questa medicina agisce in base a due principi: l’autorità e la ragione.”

“L’autorità esige la fede e avvia l’uomo alla ragione; la ragione conduce all’intendimento consapevole. I motivi d’ossequio all’autorità sono più che mai evidenti quand’essa sancisce una verità inoppugnabile anche per la ragione.”

“E, nella Trinità, facendo riferimento alla citazione di Isaia ‘se non avete fede, non potrete intendere’, afferma che l’uomo deve essere intelligente, per cercare Dio.”

Dio e l’uomo

Agostino identifica il problema dell’uomo con il problema del singolo. Estremamente innovativa è la concezione di uomo, immagine di Dio e della Trinità, che presenta interiormente una struttura trinitaria e ha conseguentemente insita in sé la possibilità di conoscere Dio.

L’essere umano è quindi composto da tre facoltà:

  • L’Essere, poiché possiede la memoria che è esistenza.
  • L’Intelletto, poiché ha la capacità di comprendere.
  • L’Amore, o la Volontà.

Come scrive Agostino: “noi esistiamo, sappiamo di esistere e amiamo il nostro essere e la nostra conoscenza”.

Come nota a questo proposito Etienne Gilson: “il nostro pensiero è il ricordo di Dio, la conoscenza che ve lo ritrova è l’Intelligenza di Dio, e l’amore che procede dall’uno e dall’altro è amore di Dio”.

Se, dunque, nell’anima si rispecchia Dio occorre raggiungere il nostro nucleo più profondo per rintracciare al di là di questo la verità e Dio: “non cercare fuori di te, ritorna in te stesso, la verità abita nell’interno dell’uomo; e se troverai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso”.

La ricerca interiore e la conoscenza della verità

Il processo di conoscenza della verità inizia con l’eliminazione del dubbio scettico, il quale si autoelimina poiché, nel momento in cui pretende di negare la verità, la riafferma.

Secondo questo ragionamento infatti, chi dubita della verità è certo di dubitare, e se dubita, è certo anche di esistere e di pensare; dunque, nel dubbio c’è una certezza che sottrae l’uomo dallo stesso dubbio e lo pone in rapporto con la verità.

Contro gli scettici, egli usa l’argomento principe: se dubito, so di dubitare, dunque di essere; se sbaglio, sono. Questo motivo è indicato da taluni storici della filosofia tra gli antecedenti del dubbio cartesiano, senza che sfugga comunque il diverso contesto.

La felicità, cui gli uomini aspirano, non si consegue senza il possesso della verità. Ma la verità va cercata in me stesso: è la dottrina neoplatonica del ritorno su sé stessa dell’anima, che, riconosciuta la mutevolezza del mondo esteriore, percepito dai sensi, e la sua propria, si avvia a ricercare la verità immutabile.

La sensazione, innanzitutto, viene definita come la rappresentazione di un oggetto tratta dall’anima all’interno di sé, nel momento in cui i nostri sensi vengono colpiti da oggetti sensoriali. Questa, tuttavia, è solo il primo grado di conoscenza.

L’anima, infatti, mostra la sua autonomia rispetto agli enti sensibili, giudicandoli, con la ragione, sulla base di criteri immutabili e perfetti. Ciò nonostante essendo la nostra ragione suscettibile di mutamento e di errore, dobbiamo concludere che al di sopra della nostra mente vi è un criterio o una legge che si chiama Verità.

Essa è colta dal puro intelletto, più precisamente dalla mens, ossia dalla parte più elevata dell’anima, ed è costituita dalle Idee, diverse dalle realtà intelligibili platoniche, in quanto derivate da Dio, il quale illumina la mente umana secondo la cosiddetta teoria dell’illuminazione.

La teoria dell’illuminazione

I sensi, dunque, e anche le parole del maestro, non fanno se non ridestare idee, che sono già nell’anima: non però nel senso della dottrina platonica della reminiscenza, ma in quanto in interiore homine habitat veritas.

Parla cioè, in fondo all’anima, il Maestro interiore, il Verbo divino; nell’uomo, in interiore homine, brilla la luce del vero che dona a ciascuno le rationes aeternae, principio e fondamento di ogni giudizio.

È questa la teoria detta dell’illuminazione, che, non del tutto chiarita da Agostino, si presta a varie interpretazioni, secondo che le rationes aeternae si intendano come “idee innate” o come “categorie” del giudizio.

Essa si collega alla dottrina del “maestro interiore”, il Verbo, il solo vero maestro: sicché l’insegnare degli uomini è solo un preparare ad ascoltare la voce del Verbo divino.

Raggiunta la Verità, l’uomo ha raggiunto anche Dio. Infatti, prerogativa di Dio è la capacità di rendere intelligibili tutte le cose e la Verità si identifica proprio con l’essere che illumina la ragione umana.

Essa, in particolare, coincide con il Logos di Dio, ossia con la Seconda persona della Trinità. Ma Dio possiede anche l’attributo dell’Essere, in quanto egli è colui che è, ovvero il sommo essere, la somma essenza, è colui che ha dato l’essere alle cose da Lui create.

L’altro attributo è quello dell’Amore o del Bene, in quanto egli non riceve la sua bontà da un altro bene, bensì è il Bene di ogni bene. Infine, se la Verità si identifica con il Figlio, l’Essere si identifica con il Padre, mentre l’Amore si identifica con lo Spirito Santo.

La memoria e il tempo nelle Confessioni

Nelle Confessioni il problema della memoria trascina seco quello della creazione. La memoria diventa il luogo in cui il soggetto raccoglie la propria esperienza e cerca la presenza di Dio.

Il motivo della memoria, che appare nelle Confessioni, diventa importantissimo in un altro trattato su cui Agostino si affaticò a lungo, il De Trinitate. Nell’anima o, meglio, nella memoria, nell’intelletto e nella volontà, nella parte cioè più alta e nobile di essa, che ricorda, comprende e ama sé stessa, ma soprattutto ricorda, conosce e ama Dio, Agostino scorge le “vestigia” della Trinità divina.

Agostino ritiene la creazione avvenuta nel tempo, anzi col tempo, dal nulla, e per tutte le cose simultaneamente, ma non allo stesso modo. Alcune furono create da Dio non in atto e nella loro forma perfetta, ma solo in potenza, o in germe.

Le rationes seminales sono energie latenti destinate a svilupparsi nel tempo e a produrre, al momento opportuno per ciascuno, i diversi esseri. A queste conclusioni Agostino è portato da un nuovo studio dei primi tre capitoli del Genesi, nel De Genesi ad litteram libri XII, composto tra il 401 circa e il 415 circa.

La Trinità

Il De Trinitate segna l’inizio delle riflessioni sulla Trinità all’interno della patristica latina. L’anima è un pensiero, mens, da cui nasce una conoscenza, notitia, e nel suo rapportarsi a questa conoscenza nasce l’amore che essa si porta, amor.

Di essa, criticando talvolta le formule di sant’Ilario di Poitiers, Agostino mette in rilievo l’unità di sostanza, insistendo sull’uguaglianza delle tre Persone.

Le operazioni ad extra sono l’opera indistinta di tutte, ciò che si dice di ciascuna quanto alla sostanza, e anche alla sapienza e altri attributi, è comune, uguale, identico e numericamente uno in tutte; mentre esse si distinguono e si oppongono secondo le loro relazioni reciproche.

La teoria che chiarisce la processione dello Spirito Santo principalmente dal Padre, ma anche dal Figlio, divenne importantissima per lo svolgimento della teologia occidentale, cui Agostino ha legato il carattere “cristocentrico”.

Il problema del male

Un altro problema nodale nella riflessione agostiniana è quello inerente al male, inteso come problema metafisico, fisico e morale. La questione nasce dalla domanda “Si deus est, unde malum?”, ossia: da dove deriva il male se Dio esiste?

Perché Dio, infinitamente buono, ammette il male? Agostino, nel tentativo di rispondere a questa domanda, critica il Manicheismo, il Pelagianesimo e il Donatismo.

La critica al Manicheismo

Il Manicheismo ammette l’esistenza di due principi opposti nel mondo in eterna lotta tra loro: il Bene e il Male. A questa tesi Agostino oppone una nozione del male quale “deficienza” e privazione di bene.

Inoltre rivendica, in contrapposizione alla passività dell’uomo di fronte allo scontro tra principi trascendenti sostenuta dai manichei, l’attività e l’unità della coscienza consapevole di aderire al bene o al male.

La critica al Pelagianesimo

Il Pelagianesimo, partendo da una critica sulla dottrina del peccato originale, sostiene che l’uomo sia in grado di raggiungere la salvezza senza l’ausilio della grazia divina.

A questa tesi, Agostino reagisce difendendo il traducianesimo, secondo cui l’anima viene trasmessa di padre in figlio, che con Adamo e in Adamo aveva peccato tutta l’umanità, trasformandosi in una massa dannata.

Dopo il peccato originale, dunque, solo l’infinita bontà di Dio può salvare alcuni predestinati, concedendo loro la forza di infrangere il peccato originale.

Agostino si sforza di mantenere in primo luogo la giustizia di Dio, che premia i buoni, cioè coloro che credendo si acquistano un merito, e che punisce i malvagi.

Dopo un lungo sforzo, Agostino viene a riconoscere che il momento iniziale dell’atto di fede, l’initium fidei, che è initium salutis, non è opera dell’uomo ma viene da Dio.

Al quale non si può tuttavia rimproverare alcuna ingiustizia, se, gratuitamente, fa grazia ad alcuni; mentre gli uomini tutti, in cui sopravvive il peccato originale, non meritano se non la condanna.

Questi concetti appaiono per la prima volta con tutta chiarezza nel primo scritto posteriore all’episcopato di Agostino, il De diversis quaestionibus ad Simplicianum. Intorno a questi temi scoppiò la polemica con Pelagio, già scandalizzatosi in Roma per l’invocazione delle Confessioni a Dio: da quod iubes et iube quod vis.

La critica al Donatismo

Il Donatismo, fondato sul principio di assoluta intransigenza della Chiesa di fronte allo Stato, prevede che il clero non abbia contatti con le autorità civili, poiché perderebbe la sua capacità di amministrare i sacramenti.

Contro il Donatismo Agostino afferma allora la validità dei sacramenti indipendentemente dalla persona che li amministra, spiegando che è Dio che opera attraverso il sacerdote.

In questa polemica, che lo portò a occuparsi dell’ecclesiologia, Agostino mantiene fermissimo il principio della validità ed efficacia obiettiva, ex opere operato, dei Sacramenti, la cattolicità e l’unità della Chiesa.

La Chiesa è corpus permixtum: ne fanno parte cioè grano e zizzania, buoni e malvagi, che soltanto Gesù Cristo ha diritto di separare nel giorno del Giudizio.

La concezione della storia

Nella Città di Dio, Agostino sostiene che l’alternativa tra il vivere “secondo la carne” e il vivere “secondo lo spirito”, presente in ogni individuo, si ritrovi nella storia.

Essa è dominata da un’eterna lotta tra la Città Terrena e la Città Celeste. La Città Terrena, nata dopo la caduta di Adamo e fondata da Caino, ospita gli uomini “dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri”, e quelli che aspirano alla gloria.

La Città Celeste, invece, ha origine con gli angeli e con la comunità di quegli uomini giusti che hanno scoperto Dio e che “si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità”.

L’Impero Romano, nato dal fratricidio di Romolo, che richiama quello di Caino, è la più alta espressione della Città Terrena. Lo Stato, tuttavia, non viene considerato un male poiché mira a garantire il bene temporale dei suoi membri.

Ciò nonostante, i beni materiali non devono diventare il fine ultimo da perseguire. Le due città al momento sono unite e insieme confuse, ma con il Giudizio Universale saranno finalmente divise.

Per quanto riguarda la storia, Agostino la divide in sei epoche, in riferimento ai sei giorni della creazione:

  1. La prima va da Adamo al diluvio universale.
  2. La seconda va da Noè ad Abramo.
  3. La terza va da Adamo a Davide.
  4. La quarta va da Davide sino alla cattività Babilonese.
  5. La quinta arriva alla natività di Cristo.
  6. La sesta comincia con la nascita di Cristo e si concluderà con il suo ritorno e la fine del mondo.

Nell’opera viene presentato uno sviluppo a posteriori della storia: infatti secondo Agostino il tempo storico, cambiando e procedendo cronologicamente, favorisce il progresso.

Agostino con questa nozione sostituisce la visione ciclica precedente con una lineare, a indicare lo sviluppo progressivo: il punto iniziale è l’Eden, segue la caduta e infine vi sarà la redenzione con il Giudizio Universale.

Questa concezione ha avuto molta fortuna nei secoli successivi ed è stata oggetto di critica solo dal Settecento in poi con Vico, Nietzsche e Heidegger.

Città terrena e Città celeste

La fortuna di Agostino

Agostino ha esercitato sul mondo occidentale una profonda influenza dal punto di vista filosofico, teologico e letterario. La sua opera ha segnato la storia della religiosità e della filosofia europea.

Il pensiero medievale riconosce in lui, fino alla scoperta di Aristotele, l’autorità indiscussa in campo filosofico-teologico; anche la dottrina di Tommaso d’Aquino riprende elementi agostiniani.

Tra i molti filosofi che, nelle epoche successive, si ispirano ad Agostino furono Cartesio, il cui “cogito ergo sum” è debitore del “si fallor, sum”; Pascal riprende l’idea agostiniana della necessità della conoscenza interiore per giungere a Dio; e Bergson.

In campo teologico molti dei protagonisti della Riforma Protestante, tra cui lo stesso Lutero, e nel Seicento il teologo Giansenio, ne sentirono l’influsso. Infine, i vari concili, nelle diverse epoche, hanno avuto come punto di riferimento la dottrina e le opere agostiniane.

Per quanto riguarda la letteratura, l’autore più profondamente influenzato da Agostino fu Petrarca, che lo considerò un vero e proprio modello di vita, come egli stesso rivela nella lettera in cui narra la salita al Monte Ventoso.

Anche Dante, come Rousseau, rivela una forte componente mistica di ascendenza agostiniana. Nell’età contemporanea l’autore continua a essere studiato come filosofo di rilevante importanza per lo sviluppo del pensiero occidentale.

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