Aforismi di Grazia Deledda sul Redentore e sul Monte Ortobene

Gli aforismi e i passi di Grazia Deledda dedicati al Monte Ortobene non descrivono soltanto un paesaggio della Sardegna, ma raccontano un luogo dell’anima, legato alla memoria, alla fede, alla natura e all’identità di Nuoro. Per la scrittrice, l’Ortobene era una presenza viva, capace di raccogliere «tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro, aspro e doloroso» della sua gente.

La statua del Redentore, collocata sulla cima dell’Ortobene nel 1901, è il centro simbolico di questo rapporto tra montagna, città e spiritualità. Le parole di Deledda restituiscono il silenzio delle rocce, la solennità degli orizzonti, il raccoglimento dei pellegrini e quella particolare fusione tra natura e sentimento religioso che ancora caratterizza il Monte di Nuoro.

Le parole di Grazia Deledda sull’Ortobene

“È il nostro cuore, è l’anima nostra”, scriveva Grazia Deledda in una lettera del 1905. “Tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro, aspro e doloroso in noi”.

Il Monte Ortobene è la montagna sacra di Nuoro, il luogo dell’anima dei nuoresi. Non è un monte qualunque, ma su Monte, come viene chiamato, il Monte e basta.

“L’Ortobene - scriveva Grazia Deledda - è uno solo in tutto mondo. E’ l’anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e puro e aspro e doloroso in noi”.

Un’unicità che è il senso profondo del luogo, risorsa identitaria di una città che - con i suoi sette colli, come Roma - sorge alle pendici del Monte.

Nuoro è il basso dell’Ortobene, l’Ortobene è l’alto di Nuoro. Il giù e il su.

“E giù Nuoro, soave e maledetta”, e su “il vasto serto dei monti, arsi di sole e di vendetta” (Sebastiano Satta, Orthobene).

Un andirivieni tra il chiuso e l’aperto, il villaggio e l’oltre, che da sempre nutre il rapporto di Nuoro con il suo Monte e forse con il mondo intero.

A Nuoro non si dice “andare”, ma “salire” al Monte. Una “elevazione” che non è soltanto uno spostamento fisico, ma è soprattutto un portare lo sguardo, il desiderio, il pensiero, l’immaginazione in un punto alto e altro (Antonio Prete, Il cielo nascosto).

Statua del Redentore sul Monte Ortobene

Il Redentore sul Monte Ortobene

A pochi chilometri dal centro abitato di Nuoro, il Monte Ortobene si erge come una sentinella austera e silenziosa. Per i nuoresi è molto più di un semplice rilievo montuoso: è una presenza viva, custode d’identità e rifugio spirituale.

In cima, la statua del Redentore domina la vetta di Cuccuru Nigheddu. Imponente figura bronzea, opera dello scultore calabrese Vincenzo Jerace, fu eretta nel 1901 in occasione del Giubileo del 1900, quando papa Leone XIII chiese che in ogni regione d’Italia venisse innalzato un monumento al Cristo Redentore.

Nuoro ha reso omaggio al Redentore ricordando la posa della maestosa statua bronzea sulla cima dell’Ortobene il 29 agosto del 1901 per volontà di papa Leone XIII, sua fu l’ispirazione - in occasione del Giubileo del 1900 - a far elevare sui monti di ogni regione d’Italia l’immagine del Cristo.

Succede dal 1901, quando, per desiderio del Papa Leone XIII, sulla cima del Monte Ortobene venne collocata la statua bronzea del Redentore.

Aveva attraversato il mar Tirreno chiusa dentro sei grande casse imbarcate sul piroscafo Tirso approdato nel porto di Cagliari. Il viaggio era poi proseguito in ferrovia.

ElementoInformazione
LuogoMonte Ortobene, Nuoro
VettaCuccuru Nigheddu
Anno di posa1901
ScultoreVincenzo Jerace
Altezza della statua4 metri
Peso2 tonnellate
Festa del RedentoreUltima domenica di agosto

Il Cristo nuorese è alto 4 metri, contro i 38 di quello brasiliano di Rio de Janeiro, città di recente gemellatasi con Nuoro.

A guardarlo dal basso fa comunque impressione, sembra volersi sollevare con le sue 2 tonnellate dal piedistallo per spiccare il volo nel cielo sopra Nuoro.

Artisticamente non può dirsi bella, la statua, ma è amata, onorata e riverita, è un simbolo della città.

Ha il grosso alluce di un piede scolorito e lucidato dalle carezze scaramantiche, ormai secolari, di fedeli e turisti.

La devozione quotidiana davanti alla statua

Ogni anno, l’ultima domenica di agosto, il monte si trasforma nel centro spirituale della città con la Festa del Redentore. I nuoresi salgono in pellegrinaggio fino alla vetta e, ai piedi della grande statua, si celebra l’Eucaristia.

Ma il Redentore non è solo meta di grandi manifestazioni. Ogni giorno, singoli fedeli e piccoli gruppi - provenienti da Nuoro, dalla Barbagia e da ogni angolo dell’isola - salgono fin quassù in silenzio e raccoglimento.

Si avvicinano alla statua per affidare preghiere, suppliche e ringraziamenti. Il grande piede bronzeo, scolorito e levigato da innumerevoli mani, testimonia questo quotidiano passaggio di devozione.

Ai piedi della statua del Redentore o affacciati sulla vallata del fiume Cedrino che va verso il mare, la vista si fa mondo, sconfinamento, tace nel silenzio: “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio” (Giacomo Leopardi, L’infinito).

Il paesaggio vasto che circonda il Monte diventa un raccogliersi in sé stessi, paesaggio interiore, risonanza, luogo dell’anima e della mente.

La Festa del Redentore e il pellegrinaggio

Dopo il tempo segnato dalla pandemia i riti religiosi, come i festeggiamenti civili, sono tornati alla normalità, si direbbe alla tradizione.

Hanno svegliato l’aurora i pellegrini che alle sei del mattino si sono recati in pellegrinaggio a piedi sull’Ortobene, giunti all’antico altare di pietra sotto la statua hanno partecipato alla Messa del mattino.

Nel parco poco distante, invece, il vescovo Antonello Mura ha presieduta la solenne concelebrazione alla presenza del Capitolo della Cattedrale, dei parroci della città e delle autorità civili e militari.

Quest’anno la messa solenne per il Redentore cade di mercoledì, giorno lavorativo, ma l’Ortobene è egualmente pieno di gente.

I pellegrini si sono mossi all’alba dalla piazza antistante la Cattedrale di Nuoro per raggiungere il Monte a piedi.

Al centro del parco del Monte si celebra la messa solenne accompagnata dai cori.

Questo sacro che si mescola al profano, alle tavolate imbandite di cibi e bevande, agli incontri fatti di parole e racconti, ai cavalli, alle rocce, alle querce, al canto improvvisato.

E’ soprattutto qui che trovo la bellezza della festa come messa in scena di una comunità.

I colori dei costumi nella sfilata della domenica a richiamare l’antica processione, i cori e i balli della tradizione richiamano quei giorni di festa di 121 anni fa.

Da allora sino ad oggi, come dimostrano le oltre ventimila presenze in città per queste giornate di festa, la devozione dei nuoresi come pure l’interesse dei turisti non si è mai spento.

Festa del Redentore al Monte Ortobene 🌳 Nuoro 2026 ❤️

Grazia Deledda e la costruzione della statua

La scrittrice nuorese premio Nobel lanciò un appello ai sardi per donare i fondi necessari a erigere la grande statua sul monte che sovrasta la sua città.

Era già lontana da Nuoro quando, conscendo le difficoltà in cui si trovava il comitato incaricato di raccogliere i fondi per finanziare la realizzazione della statua, scrisse una lettera all’Unione Sarda nella quale invitava i sardi a contribuire con generosità.

La risposta fu sorprendente.

Il legame tra Deledda e l’Ortobene non fu dunque soltanto letterario. La scrittrice partecipò anche idealmente alla nascita del monumento che sarebbe diventato uno dei simboli più riconoscibili di Nuoro.

Un’altra donna, al termine delle celebrazioni per il centocinquantesimo della nascita, è stata ricordata in queste giornate di festa, Grazia Deledda.

Lei pure ebbe con il Monte Ortobene un rapporto particolare.

Il paesaggio dell’Ortobene nelle pagine di Deledda

Nel romanzo “Il vecchio della montagna”, Deledda trasforma l’Ortobene in un paesaggio solenne, arcaico e quasi mitologico.

Dopo le chine s’aprirono silenziose radure, circondate d’alberi che si slanciavano sui limpidi sfondi.

Qua e là le roccie accavalcate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedestalli a strani colossi, a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l’idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe dove la fantasia popolare racchiude appunto quei ciclopi che in epoche ignote sovrapposero forse le roccie dell’Orthobene, traforandole nelle cime con nicchie ed occhi, attraverso cui ride il cielo.

In quel versante l’Orthobene guardava l’oriente, chiuso dalle azzurre montagne della costa, fra le quali intredevasi il mare, confuso col cielo in una zona grigio-perla.

Terre solitarie e ondulate si stendevano ai piedi della montagna; e lassù, intorno all’ovile, l’Orthobene era tutto un incanto di roccie, di boschi e di radure.

La capanna sorgeva in uno spiazzo dal libero orizzonte: il sentiero che là conduceva, insinuavasi nel bosco, rasentava precipizi, chine coperte d’erba bionda, scendeva e saliva per scalinate, antri, archi di granito.

Il musco copriva i tronchi e le pietre; l’edera, sugli alti crepacci abbandonava i suoi ciuffi alle carezze del vento.

Nella radura intorno alla mandria sorgeva un solo elce: davanti, l’orizzonte: dietro, il bosco; a destra e a sinistra, enormi roccie sovrapposte, forate in alto da occhi che per lo sfondo del cielo sembravano azzurri, e più giù da nicchie inghirlandate d’edera, e dalle quali pareva fossero scomparsi idoli antichi.

Qualche roccia si slanciava sottile come un obelisco; altre giacevano su enormi piedistalli, come sarcofaghi coperti da drappi di musco verde.

E tutte le cose, alberi, roccie, macchie, in quel luogo di solitudine, parevano immerse nella contemplazione dei solenni orizzonti.

Il silenzio, la contemplazione e la spiritualità

Il bosco taceva, tacevano le campanelle delle capre meriggianti; il cielo era quasi fosco per i caldi vapori che salivano dal mare.

In quelle ore di immobilità ardente le foglie degli elci avevano bagliori d’acciaio brunito, l’orizzonte sembrava coperto di cenere azzurrognola, e le erbe bionde così molli e lucenti nei dì sereni, pungevano come fili metallici.

Fuori l’orizzonte aveva preso una calda tinta violetta venata di rosso; e in quel melanconico veto di viola la luna nuova calava rossa come un doppio corno di corallo.

Quel giorno doveva essere stato ardentissimo nel piano, se tanti caldi vapori si adunavano sull’orizzonte, ma sull’Orthobene, sebbene il bosco tacesse immobile nel silenzio rosso della sera, l’aria aveva solo un tepore gradevole, una ineffabile pace di sogno.

E in quella pace e in quel sogno, attraverso il bosco e le roccie che sembravano assorte nella contemplazione dei grandi orizzonti e del novilunio vermiglio, la gente se ne andò ad accendere l’ultimo falò sulle creste donde si scorgeva Nuoro lontana.

E giù le valli dormivano nell’ombra; Nuoro biancheggiava nel crepuscolo, ed altri borghi lontani apparivano come greggi dormenti, nei paesaggi cinerei: le montagne dell’orizzonte s’ergevano come un immensa muraglia di bronzo, su quell’ardore di cielo che verso est e nord s’illanguidiva in vaporosità di perla.

La montagna appare così come uno spazio di raccoglimento, nel quale ogni elemento naturale sembra partecipare a una contemplazione comune. Il silenzio del bosco e l’ampiezza dell’orizzonte assumono una dimensione spirituale senza bisogno di spiegazioni.

La neve sull’Ortobene

Più tardi cominciò a nevicare, fittamente, a falde lunghe e larghe che pareano petali di fior di mandorlo.

Le montagne della costa sparvero tutte sotto la curva bianca dell’orizzonte; le roccie, i cespugli, il bosco, la capanna, l’elce della radura e le mandrie ricevevano in silenzio la neve continua, fitta, infinita.

E la neve cadeva sempre, in linee leggermente oblique, eguali, incessanti, silenziose, su uno sfondo vaporoso e candido.

Ora le falde eran lunghe e sottili, simili a petali di crisantemi e di margherite, a bioccoli di bambagia, a peluria delicatissima di candidi uccelli: e si ammucchiavano sulle roccie, sul terreno, sulle piante.

Ogni foglia d’elce riceveva la neve come una piccola mano aperta verso il cielo, e si copriva, s’allargava, si marmorizzava, assumendo informi contorni che si fondevano coi contorni delle altre foglie: ogni fuscello s’ingrossava lentamente trasformandosi in una verga d’alabastro; e sui cespugli e sulle rupi si stendevano drappi di velluto candido, sull’edera irregolari filograne di madreperla, sul terreno strati di piume di cigno.

Sotto la luce triste dell’alba il bosco sembrava una misteriosa accolta di fantasmi.

La neve, come avviene nel Nuorese, durò poco.

Dapprima una forte pioggia, di cui ogni goccia scavava un buco nella neve già sotto corrosa, poi il vento detto dai Nuoresi pappa nie (mangia neve [*]) spazzarono la valle e la montagna.

Dal bosco la neve cadde a mucchi, e solo qua e là sui più grossi rami ne rimase un po’, cristallizzata dal gelo.

Un giorno, dopo il lungo vaporar triste degli orizzonti, apparve il sole, e il cielo s’incurvò come uno specchio di lucida turchese sui nitidi profili marmorei, sulle lame brillanti delle montagne lontane.

I ghiacciuoli di cristallo pendenti dai rami e la neve sulle roccie sprizzarono scintille iridate; la sottile erba invernale, su cui la brina stendeva le sue filograne, brillò anch’essa, smeraldina.

La primavera e le visioni della montagna

Tornò la primavera. L’erba cresceva foltissima sui pianori, le siepi fiorite di biancospino parevano ancora coperte di neve; sotto il bosco si sentiva l’umida fragranza dei ciclamini, delle viole e dei mughetti, e fin dentro la capanna arrivava il profumo del musco fiorito.

Da ogni roccia sgorgava un ruscelletto.

Il musco copriva le roccie con la sua fioritura carnosa e vermiglia: la ginestra indorava i ciglioni: fiorì l’asfodelo, fiorì tutto il bosco, cangiando in pari tempo le foglie.

E apocalittiche visioni erano al di fuori, nelle mostruose volute delle nuvole correnti sul cielo: il caos pareva fumasse all’orizzonte; dall’immenso crogiuolo del mare vaporavano nebbie che salivano senza tregua, incontrandosi con le nebbie della montagna; e in quel velario or grigio e diafano, or fumoso e fosco le roccie e gli alberi apparivano e sparivano in chimeriche fantasmagorie.

Nelle lunghe notti, se sopravveniva un po’ di calma, e la luna invernale passava come un grand’occhio velato di lagrime attraverso la nebbia e i cirri volteggianti delle nuvole, un sovrumano incanto di tristezza e di sublime desolazione regnava lassù.

S’udiva lo scroscio dei torrenti, e quel roteare di acque sul granito riempiva la notte d’arcane armonie.

Pareva che al di sopra dei boschi addormentati, le cui ghiande castanee nelle loro piccole coppe filogranate luccicavano come perle alla luna, passasse il cocchio della Dea della notte e della solitudine.

Il crepuscolo invernale era freddo e luminoso; la luna piena sorgeva dall’Orthobene, sospesa come un’enorme perla sul tenero azzurro del cielo, e spandeva un riflesso d’acqua sul lastrico bagnato del Corso.

benché il profilo del monte Orthobene, lì davanti, gli ricordasse il padre che lo attendeva.

Il Redentore come simbolo di una comunità

Parlando della grande Festa del Redentore, l’arcivescovo sottolineava come «non si potrebbe pensare alla Sagra del Redentore, e per ciò stesso alla statua che ne è simbolo e occasione, se non vista nell’ambiente geografico che è il centro ideale della festa, ossia il Monte Ortobene.

Ma il Monte Ortobene fa parte di Nuoro, e non come elemento coreografico: della città è parte integrante, vitale, documentaristica.

Esso ha valore d’immagine capace di rivelare un passato, una storia».

Il Monte Ortobene si offre come una vera oasi isolana - spirituale, culturale e naturale - profondamente amata dai nuoresi e capace di accogliere chi cerca silenzio e bellezza, in un angolo di Sardegna che, in questo periodo, resta lontano dalle rotte più battute del turismo balneare.

L’Ortobene, però, non è soltanto la vetta.

Sulle sue pendici, tra gli alberi, sorge la Chiesa della Solitudine. Qui riposa Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926, figura centrale della letteratura sarda e italiana.

Nuoro si è guadagnata il titolo di “Atene sarda” per il fervore culturale che l’ha animata sin dall’Ottocento.

Artisti, scrittori e pensatori come Salvatore e Sebastiano Satta, Francesco Ciusa e la stessa Deledda le diedero fama oltre i confini dell’isola.

I piedi del Redentore e il cammino umano

Nella sua meditazione il vescovo si è soffermato sui piedi del Redentore.

«Sono rappresentati come sospesi - ha detto - ed esprimono bene la leggerezza dei movimenti nonostante la grandezza della statua. Sembrano dirci simbolicamente che Lui passa ovunque, in ogni luogo e in ogni tempo».

Sono piedi che lasciano un’impronta e richiedono la sequela: «Abbiamo bisogno - ha proseguito Mura - di piedi e di messaggeri che seguono il passo della storia senza aver paura di guardare avanti e senza aver paura di fermarsi per riflettere, per vedere oltre, per inaugurare tempi nuovi. Perché camminare con il Risorto, col Redentore, questo comporta».

La donna protagonista del Vangelo che lava i piedi di Gesù con le sue lacrime e li asciuga con i capelli «ci ricorda che l’amore non fa peccati. L’amore contiene tutto, tutti i doni e tutti i doveri (M. Bellet).

E che la nostra vita non sbaglia mai se scommette in partenza sull’amore.

Lei ci mostra che un solo gesto d’amore, anche se muto e senza eco, è più utile per questo nostro mondo dell’azione più clamorosa, dell’opera più grandiosa».

Aforismi di Grazia Deledda sulla fede, sull’amore e sulla vita

Ci sono molte donne che vivono nel ricordo di un amore fantastico, e l’amore vero è per esse un mistero grande e inafferrabile come quello della divinità.

Il matrimonio d’amore è il matrimonio di Dio, quello di convenienza è il matrimonio del diavolo.

L’amore è quello che lega l’uomo alla donna, e il denaro quello che lega la donna all’uomo.

Le più grandi cose si dicono in silenzio. Guarda la luna.

Il rimedio è in noi” sentenziò la vecchia. “Cuore, bisogna avere, null’altro…

La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca.

Tutti siamo impastati di bene e di male, ma questo ultimo bisogna vincerlo.

Possibile che non si possa vivere senza far male agli innocenti?

E come i bambini ed i vecchi si mise a piangere senza sapere il perché, - di dolore ch’era gioia, di gioia ch’era dolore.

I santi, Nostra Signora e Gesù stesso in persona pigliano spesso viva partecipazione in molte leggende sarde.

Non c’è Madonna che non abbia la sua storia, e quasi tutte le chiese, specialmente le chiesette di campagna, le piccole chiese brune perdute nelle pianure desolate o nei monti solitari, e che hanno l’impronta delle costruzioni pisane o andaluse, sono circondate da una tradizione semplice o leggendaria.

Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne.

Ho mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie; ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente;…ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte, come una canzone od un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.

Mettiti sull’orlo del mare, e conta e conta tutti i granelli della terra: quando li avrai contati saprai che essi sono un nulla in confronto degli anni dell’eternità.

Mutiamo tutti, da un giorno all’altro, per lente e inconsapevoli evoluzioni, vinti da quella legge ineluttabile del tempo che oggi finisce di cancellare ciò che ieri aveva scritto nelle misteriose tavole del cuore umano.

Del resto tutti nella vita siamo così, in carcere, a scontare la colpa stessa di esser vivi.

Intendo ricordare la Sardegna della mia fanciullezza, ma soprattutto la saggezza profonda ed autentica, il modo di pensare e di vivere, quasi religioso di certi vecchi pastori e contadini sardi (…) nonostante la loro assoluta mancanza di cultura, fa credere ad una abitudine atavica di pensiero e di contemplazione superiore della vita e delle cose di là della vita.

Da alcuni di questi vecchi ho appreso verità e cognizioni che nessun libro mi ha rivelato più limpide e consolanti.

Sono le grandi verità fondamentali che i primi abitatori della terra dovettero scavare da loro stessi, maestri e scolari a un tempo, al cospetto dei grandiosi arcani della natura e del cuore umano…

Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.

La processione descritta in Canne al vento

Ma nessun video, per quanto bello, potrà avere l’intensità poetica e l’afflato esistenziale con cui Grazia Deledda descrive l’evento festivo in un passaggio di uno dei suoi romanzi più belli, Canne al vento.

“Era d’agosto, la luna grande rossa sorgeva dal mare e illuminava i boschi.

Di lassù, sì, Efix vedeva il suo Monte lontano; e passò la notte a pregare, sotto la croce nera che pareva unisse il cielo azzurro alla terra grigia.

All’alba s’udì un salmodiare lontano; una processione salì dalla valle e in un attimo le rocce si coprirono di bianco e di rosso, i cespugli fiorirono di volti di fanciulli ridenti, e sotto gli elci i vecchi pastori s’inginocchiarono come Druidi convertiti”.

Quando si dice l’anima di un luogo, di una terra.

La montagna come memoria, infanzia e luogo dell’anima

Sin da bambini, con la colonia estiva nel bosco magico di Solotti, da molto tempo caduta in disuso, ma oggi in fase di rinascita.

Monte dell’infanzia, dei giochi, delle scoperte, dei ricordi, dei riposi, dei cibi condivisi, buono per tutte le età della vita.

Un appartenersi reciproco: Monte della città, città del Monte.

L’ Ortobene può essere una scuola di vita, un’impronta indelebile.

E’ il caso ad esempio di Domenico Ruiu, affermato fotografo naturalista e pubblicista, che senza l’esperienza vissuta del Monte non sarebbe la persona che è.

Le sue parole si possono ascoltare nel breve video fotografico che segue, realizzato a ridosso di una mia ricerca nuorese (A viva voce. Storie da Nuoro) fondata sulla raccolta di testimonianze orali.

Esse ci dicono quanto sia importante vivere un luogo come luogo - come affezione, relazione e memoria.

Panorama di Nuoro dal Monte Ortobene

Il percorso verso la vetta attraversa una fitta vegetazione. Ad ogni tornante, il paesaggio si apre in scorci improvvisi sulla Barbagia e sui centri vicini.

Qui, l’estate sarda è più clemente: l’ombra dei boschi e l’aria fresca offrono ristoro non solo dal caldo, ma anche dalla frenesia e dal rumore.

Il Monte Ortobene si offre come una vera oasi isolana - spirituale, culturale e naturale - profondamente amata dai nuoresi e capace di accogliere chi cerca silenzio e bellezza.

tags: #aforismi #grazia #deledda #redentore