L’abbandono alla Divina Provvidenza e Medjugorje

L’abbandono alla Divina Provvidenza consiste nel conformare la propria volontà a quella di Dio, affidandosi a Lui senza rinunciare alla responsabilità, alla preghiera e all’adempimento dei propri doveri. In questa prospettiva, il momento presente diventa il luogo concreto nel quale riconoscere ciò che Dio chiede e nel quale vivere con fede ciò che la vita presenta.

Medjugorje viene presentata come un’oasi e una sorgente di grazia, legata alla preghiera, alla conversione, alla pace e a una vita semplice e povera abbandonata alla Divina Provvidenza. Questa spiritualità si esprime nell’accogliere Maria come Regina della Pace e nel rimettere Dio al primo posto, lasciando che la preghiera orienti le scelte quotidiane.

Che cosa significa abbandonarsi alla Divina Provvidenza

In cosa consiste essenzialmente LA VOLONTA’ DI DIO? DIO VUOLE che noi cresciamo nella vita spirituale per giungere all’unione d’amore con Lui. E' un obiettivo per il quale dovremmo consacrare tutta la nostra vita.

Quest’opera gigantesca sarebbe non solo difficile ma del tutto impossibile se dovessimo contare solo sulle nostre forze perchè si pone nell’ordine soprannaturale. L’uomo è un organismo meraviglioso perché con Dio può compiere cose grandi tuttavia è poverissimo e totalmente dipendente perché senza Dio non può neppure concepire il bene.

Fortunatamente Dio si è degnato di farsi l’autore della nostra salvezza e non potremmo mai ringraziarlo abbastanza, egli però non vuole salvarci senza di noi perciò dobbiamo unire la nostra azione alla Sua. La nostra salvezza è dunque “UN’OPERA A DUE” occorrono necessariamente: l’azione di Dio e la nostra collaborazione.

E' necessario quindi “LAVORARE CON DIO” ogni giorno ogni momento, perchè al di fuori di questa collaborazione si perdono tempo e fatica. Dal momento che “DIO LAVORA CON NOI” per la nostra salvezza occorre che abbia Lui tutta la DIREZIONE dell’IMPRESA tutto deve essere fatto secondo i suoi criteri seguendo gli impulsi della sua grazia.

Dio reclama per se solo la possibilità di amarci e chiede a noi solo la libertà di lasciarci amare. Se noi ci rendessimo conto che i DISEGNI DI DIO corrispondono esattamente ai NOSTRI VERI INTERESSI non potremmo desiderare altro che di conformarci in tutto alla Sua Volontà, lo supplicheremmo con insistenza affinchè la Sua Volontà si compia in noi, sarebbe una grande pazzia abbandonare la sua mano saggia e potente per seguire i nostri lumi per vivere secondo i nostri criteri.

Tutto il nostro bene consiste quindi nel conformare la nostra volontà a quella di Dio nel fare tutto ciò che Dio vuole da noi. Se vogliamo crescere, perfezionarci sempre più dobbiamo applicarci unicamente a non seguire mai la nostra volontà, ma la Sua a fare tutto ciò che Dio vuole da noi che è ciò che Dio vuole per noi, per il nostro bene.

La tradizione spirituale dell’abbandono

Nel 1951, in occasione del bicentenario della morte di Jean-Pierre de Caussade, L’Abbandono alla Provvidenza Divina apparve nella collana “Psiche e coscienza” della Casa Editrice Astrolabio, per la traduzione di Mariella Loriga e Marcella Rinaldi, con la premessa di Ernst Bernhard, che qui ripubblichiamo.

L’opera che abbiamo scelta a questo fine, L’Abbandono alla Provvidenza Divina del Padre de Caussade, della Compagnia di Gesù, non ha suscitato fin’ora negli altri paesi e nemmeno in Italia quel vivo interesse che ha destato nel suo paese d’origine, la Francia, dove, essendo uno dei libri religiosi maggiormente letti, ha avuto, dalla sua prima comparsa, nel 1861, una ventina di edizioni, con circa 80.000 copie complessive.

Quale documento inestimabile di religiosità biblica nella sua espressione più caratteristica e pura, quest’opera è tanto più adatta al nostro scopo in quanto rispecchia il «carisma» irradiato da uno dei più geniali maestri della guida delle anime nell’immediato esercizio della sua vocazione.

Infatti, quest’opera magistrale ha avuto lo strano destino di essere ricavata da frammenti di lettere che l’autore, il Padre Jean-Pierre de Caussade (nato il 7 marzo 1675 nel Quercy, entrato nella Compagnia di Gesù nel 1693; dopo la sua ordinazione sacerdotale nel 1705, professore, predicatore, confessore, guida spirituale, direttore e superiore in diversi collegi dell’ordine e conventi di Francia; morì, colpito da cecità negli ultimi anni della sua vita, sempre esercitando la sua professione di guida spirituale, a Toulouse nel 1751) indirizzò ad alcune suore, già sue allieve, appartenenti al convento delle Visitandine a Nancy, dove era stato direttore spirituale dal 1733 fino al 1739.

Più di cento anni dopo la morte di Padre de Caussade fu ritrovata, insieme ad altre lettere sue, una raccolta di quei frammenti che una suora di singolare sensibilità ed intelligenza, probabilmente la stessa madre superiora, la Mère de Rottembourg, aveva composto e separatamente conservato.

Questo fascicolo pervenne nelle mani di Padre Ramière, il quale, riconoscendone l’eccezionale valore, lo raggruppò e ricompose in differenti capitoli che fornì di titoli esplicativi riuscendo a dare una riproduzione sistematica delle concezioni religiose e delle istruzioni spirituali di de Caussade.

Il volume così composto vide la luce la prima volta a Parigi nel 1861 presso Régis Ruffet sotto il titolo: L’Abandon à la Divine Providence, envisagé comme le moyen le plus facile de sactification, ouvrage posthume de P. J. - P. de Caussade de la Compagnie de Jésus, revu, corrigé et mis en ordre par le P. H. Ramière de la même Compagnie.

L’abandon à la Providence divine (L’abbandono alla Provvidenza Divina), fu il libro di spiritualità che lo rese famoso, anche se si ipotizza che non fosse opera sua, ma di donna di Nancy. Ciò non toglie comunque l’alto valore teologico dello stesso.

Indubbiamente il valore intrinseco di quest’opera risiede nel suo contenuto «individuale»; vale a dire, il lato generico e dogmatico - pur restando sempre alla base di quest’opera - passa decisamente in secondo piano di fronte all’anelito verso un’esperienza religiosa individuale.

Jean-Pierre de Caussade e il momento presente

Per chiarire subito questo principio fondamentale dell’opera di de Caussade diamo la parola all’autore stesso: «Noi non siamo informati che attraverso le parole che Dio pronuncia espressamente per noi. Ciò che ci istruisce è quanto ci capita da un giorno all’altro. Si sa perfettamente soltanto quello che l’esperienza ha appreso con la sofferenza e con l’azione.

È questa la scuola dello Spirito Santo, che dice al cuore parole di vita; e tutto ciò che si dice agli altri deve procedere da questa fonte. Ciò che si legge, che si vede, diventa scienza divina attraverso questa fecondità, questa virtù e questa luce che glielo consente.

Tutto ciò non è che una pasta; il lievito è necessario, il sale dell’esperienza deve condirla… Bisogna dunque ascoltare Dio di momento in momento per essere dotti nella teologia virtuosa, che è tutta pratica ed esperienza…».

«La volontà divina si unisce alle nostre anime in mille modi differenti; e il modo che essa ci riserba è sempre il migliore per noi. Tutti devono essere stimati ed amati: poichè in tutti dobbiamo vedere l’ordine di Dio, che si adatta ad ogni anima, e sceglie la maniera più conveniente per operare in essa l’unione divina…».

“Tutto ciò che accade in ogni momento porta in sé il sigillo della volontà di Dio… Nessuno dei nostri istanti è piccolo, poiché tutti portano in sé un regno di santità”.

“Il momento presente è sempre come un ambasciatore, che manifesta la volontà di Dio”.

Nell’abbandono, l’unica regola è il momento presente; allora l’anima è leggera come una piuma, fluida come l’acqua, semplice come il fanciullo; essa è mobile come una palla di biliardo nel ricevere e nel seguire tutti gli impulsi della grazia.

Le anime come questa non hanno maggior consistenza e rigidezza di quanta ne abbia un metallo fuso; e così come il metallo assume la forma dello stampo in cui lo si cola, queste anime si piegano e si adattano con altrettanta facilità a tutte le forme che Dio vuol dare loro; in una parola, la loro disposizione assomiglia a quella dell’aria, che cede a ogni alito di vento, e assume qualunque figura.

La volontà di Dio e l’ascolto spirituale

Dio parla ancor oggi come parlava un tempo ai nostri padri, quando non c’erano né direttori né metodi. Il momento dell’ordine di Dio costituiva tutta la spiritualità; questa non era stata ancora ridotta a un’arte che la spiegasse in modo così sottile e così dettagliato e che racchiudesse tanti precetti, istruzioni e massime.

Indubbiamente le nostre attuali esigenze comportano tutto ciò, ma non era così nei tempi passati allorché c’era maggior rettitudine e semplicità. Si sapeva soltanto che ogni momento reca con sé un dovere che si deve adempiere con fedeltà, e questo era sufficiente per le persone spirituali di allora, e tutta la loro attenzione vi si concentrava costantemente.

A somiglianza delle lancette che indicano le ore e che ad ogni minuto corrispondono allo spazio che debbono percorrere, il loro spirito, mosso senza posa dall’impulso divino, si trovava istintivamente rivolto verso il nuovo oggetto che si presentava, secondo l’ordine di Dio, a ogni ora del giorno.

Non c’è che da adempiere fedelmente gli elementari doveri cristiani e quelli del proprio stato; accogliere con rassegnazione le croci che li accompagnano e sottomettersi all’ordine della Provvidenza in tutto quello che si presenta da fare e da soffrire, senza andarne alla ricerca.

È questa la spiritualità che ha santificato i Patriarchi e i Profeti anche prima che si inventassero tanti metodi e che sorgessero tanti maestri. È la spiritualità di tutte le età e di tutti gli stati che non possono sicuramente santificarsi in un modo più alto, più straordinario e allo stesso tempo più facile che col semplice uso di quelle cose che Dio, unico direttore delle anime, dà loro da fare o da soffrire in ogni momento, per obbedire alle leggi della Chiesa o a quelle dello stato.

Se si facesse ciò, i preti sarebbero necessari quasi solo per i sacramenti e si potrebbe fare a meno di loro per tutto il resto, perché lo troveremmo nelle nostre mani a ogni istante. Le anime semplici, che non si danno tregua nel chiedere consigli sul modo di andare a Dio, sarebbero così liberate dai pesanti e pericolosi fardelli che molti, i quali si compiacciono di dominarle, impongono loro senza necessità.

Maria come modello di abbandono

Tali erano i moventi segreti del comportamento di Maria, la più semplice e la più abbandonata delle creature. La risposta che diede all’angelo, quando si limitò a dirgli: Fiat mihi secundum verbum tuum, esprime tutta la teologia mistica dei suoi avi.

Tutto si riduceva, come adesso, al più puro e semplice abbandono dell’anima alla volontà di Dio sotto qualunque forma si presentasse. Questa elevata disposizione che esprime tutta la profondità dell’anima di Maria risalta mirabilmente in questa semplicissima espressione: Fiat mihi.

Notate come essa si accordi perfettamente con quella che nostro Signore volle che noi avessimo incessantemente sulle labbra e nel cuore: Fiat voluntas tua. È vero che quanto si esigeva da Maria in quel celebre momento era molto glorioso per lei; ma la prospettiva di qualsiasi gloria non avrebbe fatto nessuna impressione su di lei se la volontà di Dio, la sola capace di commuoverla, non avesse posato su di lei il suo sguardo.

Era questa divina volontà che la guidava in tutto: le sue occupazioni, sia che fossero comuni o particolari, ai suoi occhi non erano che ombre più o meno luminose nelle quali ella trovava costantemente il motivo di glorificare Dio e di riconoscere le operazioni dell’Onnipotente.

Il suo spirito colmo di gioia considerava tutto quello che doveva fare o soffrire in ogni momento come un dono della mano di colui che ricolma di beni un cuore che si nutre di lui solo e non delle qualità e delle apparenze delle cose create.

La potenza dell’Altissimo stese su lei la sua ombra e quest’ombra non era altro che quanto ogni momento le presentava come dovere, come attrattiva o croce.

Nell’ordine morale e soprannaturale, le ombre, sotto le loro oscure apparenze, nascondono la verità della volontà divina, la sola che meriti la nostra attenzione. Maria si trovava dunque sempre disposta e così quelle ombre scorrendo sulle sue facoltà, ben lungi dall’ingannarla, colmavano la sua fede in colui che è sempre uguale.

Ben poco di questa realtà straordinaria appare però nella santa Vergine; almeno non è quello che la Scrittura mette in risalto di lei. La sua vita ci è presentata esteriormente in modo molto semplice e comune.

Maria fa e soffre quello che fanno e soffrono le persone della sua condizione: va a visitare la cugina Elisabetta e come lei ci vanno gli altri parenti. Va a farsi iscrivere a Betlemme, e anche gli altri ci vanno e trova rifugio in una stalla, in conseguenza della sua povertà.

Ritorna a Nazareth, da cui l’aveva allontanata la persecuzione di Erode, e qui Gesù e Giuseppe vivranno del loro lavoro assieme a lei. Ecco il pane quotidiano della Sacra Famiglia.

Quello che è visibile è simile a quanto accade a tutti gli altri uomini; ma l’invisibile che la fede scopre e riconosce è Dio stesso che opera cose grandissime. O pane degli angeli, manna celeste, perla evangelica, sacramento del momento presente!

Tu dài Dio sotto apparenze tanto vili come una stalla, la mangiatoia, il fieno, la paglia. Ma a chi ti dài? Esurientes implevit bonis.

Dio si rivela ai piccoli nelle più piccole cose, mentre i grandi, limitandosi all’esteriorità, non lo scoprono nemmeno nelle grandi. Ma qual è il segreto per trovare questo tesoro, questo granello di senape, questa dracma?

Non c’è nessun segreto; questo tesoro è dovunque e si offre a noi in ogni tempo, in ogni luogo. Non solo Dio, ma tutte le creature, amiche e nemiche, lo versano a piene mani e lo fanno scorrere attraverso tutte le facoltà dei nostri corpi e delle nostre anime fino al centro dei nostri cuori: apriamo la bocca ed essa ne sarà riempita.

L’azione divina inonda l’universo, penetra in tutte le creature, le colma di sé; dovunque esse sono, lei c’è; le precede, le accompagna, le segue. Si tratta solo di lasciarsi trasportare dalle sue onde.

Annunciazione e Maria nell’abbandono

Abbandono e responsabilità personale

L’abbandono perfetto al beneplacito di Dio implica nello stesso tempo attività e passività; non vi si mette nulla di proprio, tranne l’attitudine di una buona volontà generale che vuole tutto e non vuole nulla, essendo come uno strumento senza azione propria.

Allorché si trova nelle mani dell’artigiano serve a tutti gli usi ai quali si estende la sua natura e la sua qualità. Si lascia agire Dio non riservando per sè che l’amore e l’obbedienza al dovere del momento; poichè in questo punto l’anima sarà sempre attiva.

Questo amore dell’anima, infuso nel silenzio, è un’attività vera e propria di cui essa si fa un obbligo perpetuo; essa deve in realtà conservarlo sempre e tenersi costantemente nelle disposizioni in cui egli la mette; cosa che essa non può evidentemente fare senza essere attiva.

L’obbedienza che si presta alla volontà di Dio significata e determinata, nasce dallo stato normale di vigilanza, di sollecitudine, di attenzione, di prudenza, di discrezione, secondo che la grazia aiuta sensibilmente o ci lascia agli sforzi ordinari.

Si lascia dunque agire Dio in tutto, non riservando per sé che l’amore e l’obbedienza al dovere presente; e su questo punto l’anima agirà senza mai stancarsi.

Questa obbedienza al dovere presente è anch’essa un agire con cui l’anima si consacra completamente alla volontà esterna di Dio senza aspettare niente di straordinario.

Bisogna sottolineare bene che si tratta della sua volontà nascosta, della sua volontà improvvisa, occasionale e, potremmo dire, imprevedibile. La chiamerò, se volete, volontà di pura provvidenza, per distinguerla da quella che ci indica i doveri precisi da cui nessuno si deve dispensare.

Lasciando da parte questa volontà specificata e determinata, dico che le anime di cui parlo vivono per situazione nella dipendenza dall’altra volontà che chiamo di pura provvidenza.

Da questo deriva che la loro vita, benché molto straordinaria, non presenta tuttavia niente che non sia comune e del tutto ordinario; adempiono i doveri della religione e del loro stato nel modo in cui anche le altre in apparenza lo fanno.

Anche se le osserviamo nelle altre cose, niente appare di notevole né di particolare; sono totalmente immerse nel corso degli avvenimenti ordinari e quello che potrebbe distinguerle non cade sotto gli occhi. È questa continua dipendenza che le vincola alla volontà suprema, che sembra disporre tutto per loro.

Lo stato di abbandono e di passività

C’è un tempo in cui l’anima vive in Dio e ce n’è uno nel quale Dio vive nell’anima. Quello che è proprio a uno di questi tempi, è contrario all’altro.

Quando Dio vive nell’anima, questa deve abbandonarsi totalmente alla sua provvidenza; quando l’anima vive in Dio, essa si munisce con cura e con regolarità di tutti i mezzi che ritiene in grado di condurla a questa unione.

Tutti i suoi pensieri, le sue letture, i suoi programmi, le sue revisioni, sono fissati; è come se avesse una guida al fianco da cui tutto è regolato, perfino il tempo di parlare.

Quando Dio vive nell’anima, essa non ha più niente che le venga da se stessa. Non ha che quello che le dà, in ogni momento, il principio che la sorregge: nessuna provvista, non più vie tracciate; è come un bambino che viene condotto dove si vuole e che ha solo il sentimento per distinguere le cose che gli si presentano.

Non ci sono più libri indicati per quest’anima; molto spesso essa è priva di un direttore fisso e Dio la lascia senz’altro appoggio che lui solo. La sua dimora è nelle tenebre, nell’oblio, nell’abbandono, nella morte e nel nulla.

Sente i suoi bisogni e le sue miserie senza sapere da dove né quando le verrà il soccorso. Attende in pace e senza inquietudine che venga chi l’assisterà, i suoi occhi guardano soltanto il cielo.

E Dio, che non potrebbe trovare nella sua sposa disposizioni più pure di questa totale rinuncia a tutto quello che essa è per non essere che per grazia e per operazione divina, le fornisce al momento opportuno i libri, i pensieri, la conoscenza di se stessa, gli avvertimenti, i consigli, gli esempi dei giusti.

Tutto quello che le altre anime trovano con la loro iniziativa, quest’anima lo riceve nel suo abbandono, e ciò che le altre conservano con precauzione per ritrovarlo al momento opportuno, quest’anima lo riceve al momento del bisogno e poi lo abbandona, non volendo possedere se non quello che Dio vuol concederle, per non vivere che per mezzo di lui.

La fecondità nascosta dell’anima abbandonata

Le altre intraprendono per la gloria di Dio un’infinità di cose; questa spesso è in un angolo della terra come un coccio di vaso rotto da cui non si può più trarre alcuna utilità.

Lì quest’anima abbandonata dalle creature, ma nel godimento di Dio attraverso un amore autentico, intenso e molto attivo benché infuso nel riposo, non si rivolge a nessuna cosa per impulso proprio.

Non sa far altro che abbandonarsi e mettersi nelle mani di Dio per servirlo nel modo che lui sa; spesso ignora a che possa servire, ma lo sa bene Dio.

Gli uomini la credono inutile e le apparenze favoriscono questo giudizio; ma non è meno vero che, attraverso risorse segrete e canali sconosciuti, essa spande un’infinità di grazie su molte persone che spesso non se ne rendono conto e alle quali lei stessa non pensa.

Tutto è efficace, tutto predica, tutto è apostolico in queste anime solitarie. Dio conferisce al loro silenzio, al loro riposo, al loro oblio, al loro distacco, alle loro parole, ai loro gesti, una certa efficacia che opera nelle anime a loro insaputa.

E poiché esse sono influenzate dalla presenza occasionale di mille creature di cui la grazia si serve per istruirle quasi inconsciamente, così a loro volta servono da sostegno, da guida a parecchie anime, senza che vi sia nessun legame palese né un impegno esplicito per ciò.

È Dio che opera in loro, ma con interventi imprevisti e spesso sconosciuti, di modo che queste anime sono come Gesù da cui usciva un potere segreto che sanava tutti.

Tra loro e lui c’è questa differenza: che il più delle volte esse non percepiscono affatto il fluire di questa potenza e nemmeno vi contribuiscono con la loro cooperazione. Sono come un profumo nascosto che si avverte senza conoscerlo e che ignora esso stesso la propria virtù.

Lo stato a cui quello di queste anime mi pare somigli maggiormente è lo stato di Gesù, della santa Vergine e di san Giuseppe. Si tratta dunque di una dipendenza dal beneplacito di Dio e di una passività continua per essere e per agire mossi dalla volontà divina.

Le prove dell’abbandono

Queste anime, distaccate per profonda disposizione da quasi tutti gli impegni esteriori, sono poco adatte ai rapporti col mondo, agli affari, ai progetti e alle attività industriose.

Ci si può fidare ben poco di esse e non si vede in loro che debolezza di corpo e di spirito, di immaginazione, di passioni. Pare che non si accorgano di nulla, non pensano a niente, non prevedono e non prendono a cuore niente.

Sono, per così dire, allo stato grezzo; nulla appare in loro di quello che la cultura, lo studio e la riflessione danno all’uomo. Si scorge in esse ciò che la natura mostra nei bambini prima che siano passati per le mani dei maestri incaricati di formarli.

Dio infatti toglie tutto a queste anime eccetto l’innocenza, perché non posseggano che lui solo. Il mondo, che ignora questo mistero, non le giudica che secondo le apparenze, perciò non trova in esse niente di quello che è abituato a godere e ad apprezzare.

Così le respinge e le disprezza e divengono come il bersaglio di tutti; più si vedono da vicino meno sono comprese e si sente per loro ostilità; non si sa che cosa dire e che cosa pensare di esse.

Perciò si spiano le loro azioni per giudicarle a modo proprio, e come i farisei non potevano apprezzare il comportamento di Gesù, le si considera con occhi tanto prevenuti che tutto quello che fanno sembra ridicolo o colpevole.

Purtroppo, queste povere anime pensano altrettanto a proprio svantaggio. Unite semplicemente a Dio mediante la fede e l’amore, vedono tutto il sensibile che è in loro come nel disordine.

È questo che trae dal fondo del loro cuore quei sospiri e quei gemiti amari che indicano l’eccesso del dolore e dell’afflizione di cui sono piene.

A loro basta camminare nella semplicità, nel puro dovere, come se al mondo non ci fosse altro che Dio e quest’obbligo pressante. Il momento presente è dunque come un deserto nel quale l’anima semplice vede Dio solo di cui gode, preoccupata soltanto di quello che egli vuole da lei: tutto il resto è lasciato, dimenticato, abbandonato alla Provvidenza.

La santa indifferenza e la consegna della volontà

Niente è più amabile della volontà di Dio ma la Sua volontà per quanto amabile incontra in noi molti ostacoli, corriamo spesso il rischio di respingere la Sua volontà, chi ci libererà da questa cecità: il SANTO ABBANDONO che comprende due elementi: la SANTA INDIFFERENZA: cioè il distacco totale da noi stessi, dai nostri criteri di giudizio, e la CONSEGNA TOTALE della PROPRIA VOLONTA’.

Un’anima SANTAMENTE INDIFFERENTE è un’anima disposta a tutto, purchè sia volontà di Dio pronta ad agire o a non agire aspettando solo che Dio manifesti la Sua volontà.

Un’anima SANTAMENTE INDIFFERENTE è simile ad una bilancia in perfetto equilibrio pronta a pendere dalla parte della volontà di Dio.

Per il fatto stesso che un’anima è così ben disposta ogni volontà di Dio, qualunque essa sia, la trova libera perchè si è disfatta della sua volontà si è messa nelle mani di Dio sorride ad ogni Divino Volere e lo abbraccia con tenerezza.

Un’anima SANTAMENTE ABBANDONATA è simile ad un viaggiatore imbarcato sulla nave della provvidenza, non deve avere altra preoccupazione se non quella di lasciarsi portare dalla Volontà di Dio.

Il SANTO ABBANDONO toglie quella preoccupazione eccessiva che genera l’inquietudine. San Paolo ci invita a gettare in Dio ogni nostra preoccupazione perchè Egli ha cura di noi.

La pace come frutto dell’abbandono

Man mano che si progredisce nel santo abbandono ci si distacca da tutto, si cerca solo Dio. Il Santo Abbandono ci RENDE LIBERI dagli uomini dal momento che il nostro unico desiderio sarà quello di piacere a Dio.

La volontà di Dio diventa la regola del proprio agire perciò non si fa altro se non quello che vuole Dio senza badare se ciò che vuole Dio è conforme o contrario alla propria volontà.

Un’anima così ben disposta è una persona SEMPRE SERENA poiché, vivendo tutta abbandonata a Dio, NULLA TEME e null’altro desidera se non quello che vuole Dio.

Mediante la perfetta conformità della nostra volontà a quella di Dio si acquista il più PERFETTO RIPOSO che sia possibile gustare quaggiù.

Coloro che hanno un tale TESORO DI PACE da diffonderlo intorno a sé, sono i figli di Dio per eccellenza, le anime che seguono questa via godono di una CALMA INALTERABILE, passano la loro vita in una pace che esse solo possono comprendere e che non si potrebbe trovare altrove in questa terra.

S. Caterina da Siena, riferisce che Nostro Signore le insegnò a costruirsi una cella nel suo cuore e a rimanervi continuamente chiusa così sarebbe stata sicura di ESSERE FELICE di trovare il più PERFETTO RIPOSO della sua anima e di ESSERE AL RIPARO da tutte le tribolazioni e le tempeste della vita.

Si può immaginare uno STATO PIÙ FELICE di quello in cui l’anima si riposa e si addormenta nelle braccia del Suo Creatore?

Un’altra chiara immagine della felicità di un’anima è quella di Noè durante il diluvio era in pace nell’arca, perché Dio lo guidava mentre tutti gli altri erano spietatamente inghiottiti dai flutti al contrario, le anime ribelli alla volontà di Dio sono sempre in continua agitazione avendo come guida il proprio senno e i propri sentimenti.

Ci si chiede: come mai certe situazioni ad alcuni tolgono la pace e ad altri la lasciano inalterata? Risposta: perché in alcuni, la propria volontà è abbandonata a Dio mentre in altri, la propria volontà, è chiusa in se stessa non è aperta a Dio.

Ciò vuol dire che: il TURBAMENTO deriva unicamente dalla propria volontà, che si oppone a quella di Dio al contrario, le anime ABBANDONATE A DIO cioè: quelle che sono riuscite a fondere la propria volontà con quella di Dio sono SEMPRE CONTENTE.

Nulla può alterare la pace e la serenità del loro spirito perché hanno riposto la loro fiducia in Dio hanno accettato anticipatamente tutto ciò che vorrà il Buon Maestro.

L’abbandono come arte della felicità

Il santo abbandono ci insegna L’ARTE DI ESSERE FELICI che consiste nel saper accettare tutto ciò che Dio vuole da noi, nell’anima abbandonata a Dio si produce un’effusione della gioia divina perché il fondamento del suo abbandono è un senso di compiacimento per ogni divino volere.

Nelle persone che giungono a conformare completamente la propria volontà con quella di Dio TUTTO DIVENTA CAUSA DI GIOIA perché sanno che tutto è opera di Dio nel quale hanno riposto tutta la loro fiducia.

Il santo abbandono si acquista prima di tutto nella PREGHIERA perché le virtù: del distacco totale da noi stessi, della santa indifferenza e della fiducia incondizionata in Dio non sono possibili senza la GRAZIA e ce ne vuol in grande abbondanza per ottenere queste virtù nel grado elevato che esige il santo abbandono.

Se noi sapessimo aderire sempre alla volontà di Dio ben presto questa volontà di Dio trasformerebbe la faccia della terra; ovunque regnerebbero: la gioia nei cuori l’amore fra gli uomini la pace nelle famiglie e fra le nazioni, ben presto la terra diventerebbe l’anticamera del cielo.

Medjugorje come oasi di pace

Dopo 25 anni, Medjugorje si è rivelata davvero un’oasi di pace per milioni di pellegrini provenienti da ogni parte della Terra.

Medjugorje è un’oasi e una sorgente di grazia: qui è nata l’ispirazione della Comunità Mariana - Oasi della Pace, qui è nata storicamente la nostra esperienza, qui possiamo continuamente rinnovarla attingendo alla fonte.

Vogliamo rendere grazie a Dio che, per amore nostro, ha mandato Maria in mezzo a noi per indicarci la via della salvezza, la via della pace. Vogliamo ringraziare Maria, la Regina della Pace, per questi 25 anni di amore e di presenza materna.

Vogliamo ringraziare per il dono della Comunità Mariana-Oasi della Pace, frutto del Cuore della Regina della Pace. Desideriamo innalzare un inno di ringraziamento presentandovi la spiritualità della Comunità Mariana - Oasi della Pace e la storia della nostra presenza in questa terra benedetta.

Una storia d’amore segnata dalla presenza di Maria dentro una storia bella, troppo bella, che si snoda da 25 anni!

I messaggi di Maria, Regina della Pace, hanno incominciato a raggiungermi fin dall’inizio, attraverso il mio padre spirituale che puntualmente me li comunicava.

Avvertivo attraverso di essi che la presenza di Maria a Medjugorje non era uno scherzo o qualcosa da sottovalutare. Lasciandomi accompagnare da questi messaggi e dalla spiritualità che da essi emergeva, percepivo la sollecitudine di una Mamma che vigila, attenta e premurosa, sui suoi figli, desiderosa di educarli per farli crescere nel modo migliore.

Pian piano mi sono accorta che Maria era entrata nella mia vita in modo decisivo. La consapevolezza di una chiamata vocazionale che andava crescendo in me, mi portava a ricercare, nella vita consacrata, il luogo dove incarnare la mia vocazione.

Quanto Maria aveva deposto nel mio cuore attraverso i suoi messaggi, lo ricercavo come modalità concreta da poter vivere in una realtà ecclesiale che Lei mi avrebbe fatto incontrare.

La Comunità Mariana-Oasi della Pace

Iniziò così la ricerca di un luogo concreto, ma dopo vari tentativi mi accorgevo che le mie esigenze spirituali non trovavano quel luogo dove poter essere realizzate. Emergeva la domanda: ciò che Maria chiede, è possibile viverlo nella Chiesa, in una realtà di vita consacrata?

Ho incontrato ragazzi e ragazze che come me, toccati dall’esperienza di Medjugorje, cercavano come vivere in modo stabile ciò che la Madonna proponeva, e ho capito di non essere sola in questa ricerca.

Così ho iniziato a incontrarmi con loro, a pregare e sognare e chiedere sempre più luce a Maria perché ci guidasse in questo cammino.

Con noi c’era anche un sacerdote passionista, P. Gianni Sgreva, che aveva a sua volta accolto l’invito di Maria a consacrarsi a Lei e ad aiutarla, mettendosi a disposizione dei Suoi progetti.

Ciò che Maria chiedeva nei suoi messaggi, noi lo sentivamo come esigenza primaria, modalità concreta in cui realizzare un nuovo stile di vita consacrata.

Il messaggio del 7 agosto 1986 ci ha dato un’ulteriore luce, trovando in esso ben descritto ciò che dovevamo essere e anche il nome che avrebbe assunto questa nuova realtà: Oasi della Pace.

Dobbiamo essere un’Oasi di Pace nel deserto del mondo, luogo dove c’è acqua, dove c’è vita e dove, insieme con Maria, offrire un’alternativa a questo mondo che ha smarrito ogni valore, attraverso una vita semplice e povera abbandonata alla Divina provvidenza.

L’abbandono alla divina provvidenza era fondato sul brano evangelico di Mt. 6,24-34 (“Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”), che Maria ci chiedeva di meditare ogni giovedì (mess. 29.02.84).

La provvidenza era intesa come risorsa economica e anche come termometro della nostra fedeltà.

Elemento della spiritualitàEspressione nella Comunità Mariana-Oasi della Pace
Oasi di paceLuogo dove c’è acqua, dove c’è vita
AbbandonoVita semplice e povera abbandonata alla Divina provvidenza
Fondamento evangelicoMt. 6,24-34
PreghieraLiturgia delle Ore, S. Messa, Adorazione Eucaristica, S. Rosario
AccoglienzaCondivisione della vita di preghiera, di lavoro, di semplicità e di gioia

Preghiera, lavoro e accoglienza

Quando il 18 Maggio 1987 è iniziata fisicamente questa avventura a Priabona di Monte di Malo (VI), la nostra giornata era scandita dalla preghiera: liturgia delle Ore in modo comunitario, S. Messa, Adorazione Eucaristica, recita del S. Rosario, per impetrare dal Signore il dono della Pace e vivere così il compito di intercessione che sentivamo esserci stato affidato.

La giornata era scandita anche dal lavoro, in uno stile di vita contemplativo vissuto nella fraternità e aperto all’accoglienza di coloro che erano alla ricerca sincera della pace.

Questa accoglienza consisteva nell’offrire la possibilità di condividere la nostra stessa vita di preghiera, di lavoro, di semplicità e di gioia.

Inoltre accoglienza soprattutto la domenica di gruppi di persone che, tornate da Medjugorje, volevano continuare l’esperienza di preghiera incontrata laggiù.

La domenica, infatti, riproponevamo lo stesso programma di preghiera serale che si vive tuttora a Medjugorje.

Con l’esperienza di vita comunitaria andava crescendo anche la comprensione sempre maggiore del progetto di Maria su di noi. Importantissima la formazione che il Padre ci offriva e le riflessioni che emergevano da una lettura attenta dei segni dei tempi e della storia in cui viviamo.

Il Padre ci invitava a far diventare cultura la nostra fede. La nostra vita doveva essere segno, profezia.

Maria ha bisogno delle nostre vite, delle nostre mani, della nostra intelligenza, ma soprattutto del nostro cuore per portare ai nostri fratelli e sorelle la gioia di conoscere Dio e il Suo amore.

Per offrire l’esperienza di come la preghiera apra gli occhi e il cuore per poter leggere la realtà in modo nuovo, dal punto di vista di Dio, e diventarne i testimoni.

Medjugorje, guarigione interiore e speranza

Per far comprendere che Maria vuole ricostruire con le macerie e fare di queste macerie pietre vive per il Regno di Dio.

Infatti, quante persone arrivano a Medjugorje da esperienze di vita pesanti, esperienze di lontananza da Dio, di peccato, persone ferite e tradite negli affetti più cari, che il più delle volte hanno toccato il fondo.

E Maria è lì, pronta a chinarsi su di loro infondendo nuova speranza, facendo capire loro che non è tutto finito, che c’è un Padre che ama ed accoglie e ridà una nuova opportunità.

Maria è il nuovo “Buon Samaritano” che si sa chinare prendendosi cura dei suoi figli malcapitati e, dopo aver prestato loro le prime cure, li affida alle nuove locande nelle quali ristabilirsi, fortificandosi nella fede.

L’Oasi della Pace deve essere questo luogo “terapeutico” di riabilitazione e convalescenza per lo spirito.

Quante persone sono passate per le nostre Oasi condividendo con noi un tratto di strada, facendo esperienza di Dio nell’Adorazione Eucaristica, nella preghiera, nell’affidamento a Maria, considerata la Madre e la Maestra, la vera Responsabile dell’Oasi.

Maria è Colei che si prende cura delle ferite e le risana, che sa infondere speranza e nuovo entusiasmo per la vita, per poter poi riprendere il cammino.

Medjugorje collina delle apparizioni

Maria Regina della Pace

Maria è la Regina della Pace, con questo titolo si è presentata a Medjugorje e come tale è venuta ad indicarci nuovamente la via della pace, richiamandoci alla conversione, chiedendoci di rimettere Dio al primo posto.

Maria chiede di accoglierla nella nostra vita, di mettere ordine nella gerarchia dei valori, e indica la preghiera come luogo privilegiato dell’incontro con Dio e della gioia che Egli dà a chi la ricerca in Lui.

Questo programma che la Madonna ci ha offerto e di cui possiamo sperimentare la straordinaria attualità dopo 19 anni di esperienza comunitaria, ci spinge a rinnovare la nostra “gratitudine a Lei che con il suo materno amore e aiuto ci ha incontrato nella nostra vita e ci ha fatto incontrare Dio, Gesù, il Principe della Pace, vivo nella sua Chiesa.”

“A partire da questo incontro mariano infatti, la nostra vita è cambiata. Maria chiede la nostra collaborazione per salvare tanti fratelli e sorelle in cerca di pace.

Abbandonandoci a Lei, non vogliamo trattenere per noi il dono ricevuto. Con gioia dichiariamo la nostra disponibilità totale, perché la Regina della Pace ci usi come suoi strumenti per il compimento del piano salvifico del Padre, con la testimonianza e il sacrificio delle nostre vite per la salvezza del mondo.”

Come vivere concretamente l’abbandono

Bisogna essere distaccati da tutto quello che si prova e da ciò che si fa, per camminare nella via in cui non si vive più che in Dio e nel dovere presente.

Tutte le mire che tendono oltre questo scopo devono essere soppresse; bisogna limitarsi al momento presente senza pensare alle cose che l’hanno preceduto né a quelle che dovranno seguirlo.

Supponendo sempre la fedele osservanza della legge di Dio, qualcosa vi farà dire: «Attualmente sento inclinazione per questa persona, per questo libro; desidero ricevere o dare questo consiglio, formare tale piano, aprirmi a quest’anima o accogliere i suoi sentimenti; vorrei dare o fare la tale cosa».

La pratica dell’abbandono richiede dunque attenzione al momento presente, fedeltà ai doveri, preghiera, prudenza e disponibilità a lasciarsi guidare dalla grazia.

Il santo abbandono non consiste nell’inattività, ma nella rinuncia a mettere la propria volontà al centro di ogni cosa. L’anima resta libera e attiva nel bene, mentre affida a Dio l’esito, il tempo e il modo delle proprie azioni.

La preghiera, l’Adorazione Eucaristica, il Rosario, il lavoro quotidiano, la vita fraterna e l’accoglienza diventano così luoghi nei quali l’abbandono può essere vissuto in modo concreto.

Una preghiera di affidamento

O sovrana bontà della sovrana Provvidenza del mio Dio! Mi abbandono per sempre al tuo abbraccio.

Sii tu dolce o severa, da ora guidami dove vuoi; non guarderò la strada per la quale vuoi che passi, ma terrò gli occhi fissi su di Te, mio Dio, che mi guidi.

La mia anima non trova pace se non nelle mani e nel cuore di questa celeste Provvidenza, mia vera Madre, mia forza e mio baluardo.

Perciò decido, con il tuo aiuto divino, o mio Salvatore, di seguire i tuoi desideri e le tue disposizioni, senza preoccuparmi o domandarmi perché fai questo piuttosto che quello.

Ti seguirò ciecamente secondo la tua divina volontà, senza cercare le mie inclinazioni. Perciò sono deciso a lasciare tutto a Te, senza parteciparvi se non mantenendomi in pace nelle tue mani.

Non voglio nulla se non ciò che Tu mi spingi a volere. Offro a Te questo desiderio, mio Dio, pregandoti di benedirlo.

Intraprendo tutto ciò che esso comporta, appoggiandomi sulla tua bontà, generosità e misericordia, con piena fiducia in Te, diffidenza verso me stesso e consapevolezza della mia infinita miseria e impotenza.

Amen!

Un atto di affidamento può essere espresso anche con queste parole: mio Dio io mi abbandono in te, fai di me quello che vuoi sono disposto a tutto, accetto tutto purchè la Tua volontà si compia in me e in tutte le Tue creature, non desidero altro ti offro la mia vita, con tutto l’amore di cui sono capace senza limiti, senza misura, con una fiducia infinita perché sei mio Padre.

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