Arcangelo Michele e angeli ribelli: iconografia della caduta e della lotta celeste

Il tema dell’Arcangelo Michele che sconfigge gli angeli ribelli rappresenta la vittoria dell’ordine divino sulla superbia di Lucifero e sulle schiere che lo seguirono. Nell’arte cristiana la scena è conosciuta anche come “Caduta degli angeli” e deriva dal racconto dell’Apocalisse, dove si parla della caduta dal cielo di un “grande drago”, più tardi identificato in Satana o Lucifero.

San Michele è raffigurato come il guerriero celeste che guida gli angeli fedeli, precipita i ribelli dal Paradiso e difende Dio, la Chiesa e il popolo dei credenti. Durante l’epoca medievale e rinascimentale, gli artisti raffigurarono gli angeli ribelli mentre precipitano dal cielo assumendo forme mostruose o demoniache, con la coda e gli artigli.

San Michele sconfigge gli angeli ribelli

Il significato teologico della ribellione di Lucifero

Il gruppo degli angeli ribelli è quello composto dai seguaci di Lucifero, il quale si ribellò al progetto divino di creare l’uomo e volle egli stesso sfidare Dio paragonandosi a lui. Secondo le fonti letterarie post-bibliche, come sant'Ambrogio, durante la creazione del mondo le schiere angeliche si divisero in due: quelle degli angeli buoni, capeggiati dall'arcangelo Michele, e quella degli angeli cattivi, a capo dei quali era appunto Lucifero.

«Chi è come Dio?»: questo il significato del nome dell’arcangelo san Michele e la sua missione. La guerra tra gli angeli buoni e cattivi è sorta in Cielo, all’atto di prevaricazione di Lucifero, cui san Michele si oppose. Lotta che da allora continua su questa terra.

«Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago [...] fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli» (Ap 12,7-9).

Quest’enorme drago trascinò giù sulla terra un terzo delle stelle del cielo, inoltre voleva aggredire la Donna e il suo divin Figlio, ossia rigettò il piano dell’Incarnazione, odiò la Madonna e Gesù, non accettò di sottomettersi a Dio, che si sarebbe incarnato in un uomo, e a una pura creatura umana - la Madonna - e di riconoscerla come sua Regina.

Era talmente superbo che voleva essere lui Dio. Fu «omicida fin dal principio» (Gv 8,44) perché nel suo cuore uccise Dio e progetto di uccidere il Figlio di Dio, Gesù Cristo, l’Autore della vita. Fu omicida fin dal principio perché, oltre a odiare Dio, invidiò l’uomo fino al punto di volergli causare la morte fisica e soprattutto quella eterna: «La morte entrò nel mondo per invidia del diavolo» afferma il libro della Sapienza (2,24).

Il diavolo inoltre «non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui» (Gv 8,44), egli divenne il padre della menzogna, fu il primo e sommo eretico e apostata. Ma quale fu la sua prima e più grande menzogna? Quale verità rigettò per prima? Egli non accettò di essere una creatura e dunque di essere totalmente dipendente dal Creatore; non accettò il piano di Dio ossia non accettò l’Incarnazione di Colui che è la stessa Verità.

Per tal motivo non volle umiliarsi e adorare Dio unito ipostaticamente alla natura umana e ancor meno volle sottomettersi alla sua divina Madre. Lucifero voleva essere come Dio e così istigò alla ribellione un terzo degli angeli, gridando “non serviam!”.

A questo punto intervenne san Michele arcangelo, il principe delle schiere angeliche, e lo vinse con una sola frase: “Mi-ka-El”, che significa: “Chi è come Dio?”. In questa domanda c’è tutta la verità, tutta la sapienza e tutta l’umiltà che smascherano e vincono la menzogna, la stoltezza e la superbia di Lucifero, il quale fu cacciato via dal Cielo e sprofondò sulla terra.

La caduta degli angeli nella tradizione cristiana

La lotta fra le due fazioni è vinta da Michele, il quale fa precipitare gli angeli ribelli dal cielo nell’inferno e perciò il soggetto iconografico è anche noto come "Caduta degli angeli", tema derivato dall'Apocalisse, dove si parla della caduta dal cielo di un "grande drago", più tardi identificato in Satana/Lucifero.

Come singolo tema, la caduta degli angeli è presente nella miniatura di epoca altomedievale, mentre in seguito, nella pittura, il soggetto diviene la lotta delle schiere angeliche. Gli artisti rappresentano generalmente una composizione verticale o diagonale, nella quale il mondo celeste si separa progressivamente dalla dimensione infernale.

San Michele e tutti gli angeli rimasti fedeli sono quindi i testimoni della verità, gli araldi, i difensori e i servitori della verità. E dunque sono anche i veri sapienti e umili.

La verità è la loro stessa arma, la loro spada, tramite la quale hanno vinto gli angeli ribelli e tramite la quale vincono ancora tutte le loro trame. Questa spada si forgia su «ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4), difatti «la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12).

La loro spada è, in definitiva, un’estensione dell’onnipotenza di Colui che è la Parola, il Verbo che era presso il Padre e che si è fatto carne e che ha detto: «Non crediate che io sia venuto a mettere pace sulla terra. Non sono venuto a mettere la pace, ma la spada. Perché sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera» (Mt 10,34-35).

Come il Verbo Incarnato attraverso la spada della verità che svela i pensieri dei cuori, ha separato, diviso gli angeli buoni da quelli cattivi, così fa anche con gli uomini. La spada folgoreggiante della verità separa i figli della luce dai figli delle tenebre, gli umili dai superbi, i sapienti dagli stolti.

San Michele, guerriero e difensore

San Michele eseguì per conto di Dio questa divisione e separazione in Cielo, così, la compie anche sulla terra, aiutato dalla sua milizia angelica. Difatti, da quando satana fu cacciato dal Cielo, la lotta si è spostata tutta sulla terra: la terra è il campo di battaglia, l’uomo il bottino.

Satana e i suoi demoni vogliono condurre l’uomo all’eterna dannazione nell’inferno, affinché diventi loro misero schiavo. San Michele e i suoi angeli vogliono condurre l’uomo in Paradiso, affinché glorifichi eternamente Dio: «In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo» (Dn 12,1), disse l’arcangelo Gabriele al profeta Daniele, e già prima gli aveva detto che Michele è il «vostro principe» (Dn 10,21).

“In quel tempo” è riferito alla battaglia finale contro l’anticristo che preluderà la parusia di Nostro Signore: «L’arcangelo san Gabriele [...] parla di quello che avverrà negli ultimi tempi, quando sorgerà il tristissimo persecutore del popolo di Dio [...]. San Michele verrà dal Cielo a proteggere la Chiesa perseguitata dall’anticristo, poiché principalmente a questo tempo volge il suo pensiero l’Arcangelo».

San Michele compare nelle Sacre Scritture, in particolare nel Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo San Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Il suo nome deriva dall’ebraico Mi-ka-El che significa “chi è come Dio?”

L’iconografia popolare lo rappresenta come un guerriero in armatura che brandisce una spada, o intento a trafiggere con una lancia un drago, che simboleggia il Demonio. Infatti è questo il ruolo rivestito da Michele, quello del combattente in lotta contro gli angeli ribelli capeggiati da Lucifero.

Fu lui a guidare le schiere celesti nella guerra che portò alla cacciata dal Paradiso degli angeli ribelli, e da allora egli continua a ergersi come difensore di Dio contro il Maligno e i suoi inganni. Teatro di questa nuova battaglia non è più il cielo, interdetto a Satana, ma le anime di noi uomini, costantemente prese di mira dalle lusinghe del Male, istigate in ogni momento alla ribellione contro Dio.

Il Diavolo tenta di convincere gli uomini che Dio è un tiranno, che limita la loro libertà e la loro piena realizzazione nella creazione. L’Arcangelo Michele è mandato dal cielo a proteggere gli uomini e a guidarli, a insegnare loro a distinguere il bene dal male, la verità dalla menzogna.

Nell’Apocalisse, che lui stesso avrebbe rivelato a Giovanni, è descritto come un essere maestoso investito del compito di esaminare le anime destinate al Giudizio finale. Giudice di anime, dunque, e protettore, difensore della Chiesa, e del popolo di Dio.

La scena barocca della cacciata degli angeli ribelli

Il soggetto dell’affascinante tela è tratto dal Giudizio Universale, soggetto estremamente raro e da sempre particolarmente gradito in ambito pittorico, poiché permetteva di cimentarsi con pose contorte, movimenti convulsi e repentini, pathos e drammaticità in composizioni animate da una sontuosa teatralità.

In particolare, qui vediamo la cacciata degli angeli ribelli, da parte di San Michele combattente: l’Arcangelo è raffigurato con la sua armatura ed ad ali spiegate, che colpisce con forza i dannati, che si trasformano gradualmente in demoni durante la caduta negli inferi.

L’Arcangelo Michele domina la scena, avvolto da una luce divina e circondato da nubi celestiali che simboleggiano la separazione tra il regno celeste e l’inferno. Sotto di lui precipita un groviglio di corpi ignudi, disposti in diverse posizioni nella caduta: si dimenano, si urtano, si sovrappongono, cercano di trovare un proprio posto nella fiumana di carne che scorre dall’alto verso il basso.

Alcuni di loro precipitano di schiena, altri con la testa in basso, altri ancora hanno raggiunto gli inferi, avvolti dalle spire dei serpenti infernali ed assumendo l’aspetto di un demone.

La pittura barocca amava questa tipologia di soggetti, con scene religiose caratterizzate da grande tensione emotiva, trattati con grande pathos e immediatezza, e per ottenere la drammaticità, gli artisti utilizzavano potenti contrasti di luce e ombra (chiaroscuro), composizioni diagonali e linee vorticose, che immergevano lo spettatore in un'esperienza visiva teatrale e coinvolgente.

Questo dipinto non è solo un’opera d’arte, ma un manifesto della lotta tra il bene e il male, un tema ricorrente nella storia dell’arte che continua a ispirare artisti e appassionati.

Composizione barocca della caduta degli angeli

Il bozzetto della scuola romana tra Sei e Settecento

L’affascinante tela segue una struttura descrittiva che lo fa riconoscere come un prezioso bozzetto preparatorio, uno studio per una pala di maggiori dimensioni o ancora più probabile per un affresco più complesso; ciò farebbe pertanto supporre che l’opera finale fosse destinata alla decorazione della campata principale di una cappella privata.

Si tratta di un’opera che riflette i caratteri della scuola romana tra Sei e Settecento: i colori sono caldi e luminosi, la gamma cromatica risulta chiara e morbida, le pennellate veloci ma precise sono elementi tipici di questo periodo, con forti commistioni provenienti dagli autori fiamminghi che popolavano la città papale;

La resa del panneggio e la muscolatura dei corpi sono caratteristiche tipiche dell’arte fiamminga di questo periodo, segno della mano esperta di un pittore di grande abilità, sebbene sia arduo individuarne l’autore con precisione ma erede dai modelli illustrativi tipici di questo periodo, influenzati dalla tradizione manierista di autori quali il Cavalier d’Arpino, Andrea Commodi o Scipione Compagno, che affrontarono in numerose occasioni questo soggetto.

Molto interessante, e certamente oggetto di ispirazione del nostro autore la celebre incisione di Philippe Thomassin (1562-1622) che rappresenta la battaglia tra l’arcangelo Michele e i demoni, tratta da un’opera pittorica di Giovanni Battista Ricci (1537-1627), nella quale sembra di rivedere dei dettagli del nostro dipinto.

Stato di conservazione: il dipinto si trova in buone condizioni conservative con la presenza di restauri e ripresa della materia pittorica sulla superficie.

ElementoDescrizione
SoggettoSan Michele Arcangelo scaccia gli angeli ribelli dal paradiso
AttribuzioneScuola romana del XVII/XVIII secolo
TecnicaOlio su tela
Dimensioni99 x 73 cm.
Funzione ipotizzataBozzetto preparatorio per una pala o per un affresco
Riferimenti figurativiPhilippe Thomassin e Giovanni Battista Ricci

Il tema negli arredi della chiesa di San Martino

La struttura architettonica dell'armadio si compone di quattro parti: trabeazione, corpo a due ante, cassettiera e basamento. La trabeazione, costituita da un fregio decorato da girali vitinei, sorregge un gruppo scultoreo: al centro San Martino vescovo di Tours è portato in gloria da un turbinio di angeli, ai lati l'Arcangelo Michele scaccia gli angeli ribelli dal Paradiso e un altro arcangelo sconfigge le eresie del mondo.

Il corpo del mobile è costituito da due ante, decorate da formelle geometriche ornate da putti e mascheroni entro motivi a girali, e da elementi scultorei, come cariatidi e colonne tortili, impostati su alti plinti. La cassettiera a due cassetti si appoggia su una cassapanca che collega tra loro tutti gli arredi lignei della Prima Sagrestia.

L'armadio fa parte dell'arredo ligneo della prima Sagrestia della basilica di San Martino Vescovo. I Fantoni, chiamati a studiare gli arredi della stanza sulle proporzioni e su un impianto architettonico precostituiti, realizzarono sei "credenzoni", quattro laterali più piccoli e due centrali più grandi.

I mobili, iniziati nel 1679 e completati nel giro di un anno, come attesta la data 1680 intagliata sul basamento della prima statua sul primo armadio alla sinistra di chi entra, segnano l'evoluzione della bottega fantoniana dalla maturità del capobottega Grazioso il Vecchio alle opere giovanili dei suoi figli.

L'apparato scultoreo dei fastigi segue un programma iconografico, imposto dai canonici della parrocchia, che celebra i fasti della Chiesa attraverso i Trionfi dei principali santi venerati ad Alzano. La ricchezza scultorea del mobile, culminante nell'enfatica gestualità dei tre gruppi sul fastigio, ben si adattano al tema della Chiesa trionfante, richiesto dalla dottrina controriformata.

VoceInformazione
Oggettoarmadio da sacrestia
Materia e tecnicalegno di noce/ intaglio; legno di noce/ scultura
AttribuzioniFantoni, Grazioso (e Aiuti)
Luogo di conservazioneChiesa di S. Martino
LocalizzazionePiazza Italia, Alzano Lombardo (BG)
Periodo di realizzazioneca. 1679 - ca. 1680

Gli arcangeli e la gerarchia celeste

L'esistenza degli angeli è una verità di fede. La loro presenza nella Bibbia ne è la testimonianza più inoppugnabile. Si tratta di esseri incorporei, spirituali, perfetti, creati da Dio all'inizio dei tempi con lo scopo di farne i suoi servitori e messaggeri.

Essi contemplano da sempre e per sempre il volto di Dio, pronti ad accorrere a ogni suo comando, attenti ascoltatori ed esecutori della Sua parola. Sono dunque spiriti che esistono per Lui e in Lui, e che, tuttavia, sono anche vicini all’Uomo, tramiti fedeli tra la volontà dell’Altissimo e le sue creature.

Gli angeli dunque vivono nella contemplazione di Dio e fungono da messaggeri. Fin dall’antichità si considera il fatto che le schiere angeliche sono organizzate in una sorta di Corte celeste, in cui gli angeli rivestono gradi e dignità differenti.

I tre arcangeli occupano le sfere più alte di questa gerarchia angelica. Anch’essi hanno compiti simili a quelli degli angeli comuni, ma i loro doveri sono ancora più alti e importanti.

Loro è il compito di contemplare Dio, giorno e notte, di glorificarlo incessantemente preservandone e proteggendone il mistero. I loro stessi nomi suggeriscono il loro ruolo e la loro stessa natura: tutti finiscono con “El”, che significa “Dio”.

Michele, Gabriele e Raffaele

La Chiesa cattolica riconosce l’esistenza di soli tre Arcangeli, ovvero i tre citati nelle Scritture: Michele (“chi è come Dio?”), Gabriele (“forza di Dio”) e Raffaele (“medicina di Dio”).

La Sacra Scrittura attribuisce poi a ciascun Arcangelo una missione particolare. Michele è il guerriero che combatte contro Satana e i suoi emissari (Gd 9; Ap 12, 7; cfr Zc 13, 1-2), il difensore di coloro che amano Dio (Dn 10, 13.21), il protettore del popolo di Dio (Dn 12, 1).

Gabriele è uno degli spiriti più vicini a Dio, davanti al suo Trono celeste (Lc 1, 19), colui che ha rivelato a Daniele i segreti del piano di Dio (Dn 8, 16; 9, 21-22), annunciato a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista (Lc 1, 11-20) e a Maria quella di Gesù (Lc 1, 26-38).

Raffaele sta davanti al trono di Dio (Tb 12, 15; cfr Ap 8, 2), accompagna e protegge Tobia nel suo viaggio periglioso e guarisce suo padre dalla cecità e la sua futura sposa dall’influsso del maligno.

In generale, dunque, il compito dei tre Arcangeli, oltre alla contemplazione di Dio, è comunicare all’uomo in modi diversi la sua volontà, essere ispirazione per gli esseri umani, catalizzatori della Grazia divina per loro.

San Gabriele, il messaggero

Anche l’Arcangelo Gabriele, come Michele e Raffaele, viene festeggiato il 29 settembre. Il suo nome deriva dall’ebraico e significa “Potenza di Dio” o “Dio è forte”. Nella tradizione biblica era considerato uno degli angeli più vicini al trono di Dio, al punto da essere definito “la mano sinistra di Dio”.

Nella tradizione cristiana, Gabriele è ricordato soprattutto il suo ruolo di messaggero. Rivelò a Zaccaria la futura nascita di Giovanni Battista, apparve in sogno a Giuseppe per farlo desistere dal ripudiare Maria, in quanto la sua gravidanza era opera dello Spirito Santo, e, naturalmente, fu latore dell’annuncio a Maria stessa del suo miracoloso concepimento e della nascita di Gesù.

In questo caso più che in ogni altro si consacra nel suo essere messaggero di Dio. Fu Gabriele ad apparire a Maria e a comunicarle che Dio l’aveva scelta come madre per il Suo unico Figlio.

Nessuna imposizione, nessun obbligo. Solo una richiesta, rivolta da uno tra i più potenti tra gli angeli a una semplice e umile fanciulla. Il ruolo di Gabriele è dunque fondamentale.

Egli porta il messaggio di Dio agli uomini, rendendolo comprensibile per loro, aiutandoli a porsi in ascolto con cuore puro e ad accettare la volontà dell’Onnipotente.

San Raffaele, la guarigione

Raffale è l’arcangelo la cui missione è quella di portare la guarigione. Infatti il suo nome deriva dall’ebraico e significa “Medicina di Dio”. Nella Bibbia è tra gli angeli più vicini al trono di Dio, che lo sceglie come guida di Tobia nel suo viaggio per riscuotere il credito lasciato da suo padre.

Nel corso del viaggio Raffaele, in forma umana, trova una sposa adeguata per Tobia e fa riacquistare la vista al padre del ragazzo. Raffaele è considerato il patrono dell’amore coniugale, dei giovani, fidanzati, sposi, farmacisti, educatori, viandanti, profughi.

Raffigurato spesso con un vaso contenente medicamenti e del pesce, è patrono dei farmacisti, dei viandanti, dei profughi. Il suo ruolo di guaritore, di “medicina di Dio” va sempre interpretato come la volontà di guarire l’anima, di alleviarla dalle sue sofferenze per renderla ben disposta ad accogliere Dio.

Restituendo la vista al padre di Tobia Raffaele apre i suoi occhi alla Verità dell’Onnipotente, così come, scacciando i demoni che perseguitano la fanciulla a lui promessa, rende possibile il loro matrimonio e il loro amore.

I nove cori angelici e la tradizione dello pseudo-Dionigi

L'angelologia occidentale si deve soprattutto al De coelesti Hierarchia del cosiddetto pseudo-Dionigi Areopagita, un autore siriaco del V-VI secolo, la cui opera fu a lungo attribuita al filosofo ateniese Dionigi, convertito all'Areopago da san Paolo.

Fu lui a sistematizzare la gerarchia a 9 cerchi che era già stata accettata da sant’Ambrogio e poi da Gregorio Magno (ma con un diverso ordine dei cori), fornendo una base a Dante ed a Tommaso d’Aquino nonostante lo scetticismo di sant’Agostino (il quale dichiarava di credere negli angeli, ma d'ignorare come fossero organizzati).

Secondo la dottrina areopagitica - che è pure una puntuale ipotesi teologica - gli angeli sono divisi in tre ordini e 9 cori. Il piano superiore è composto da Serafini, Cherubini e Troni.

Serafini, Cherubini e Troni

I Serafini (i «brucianti») sono gli angeli «rossi», caldi; gli spiriti dell’amore. Illuminano, purificano col fuoco e sono in continuo movimento, anche perché - secondo il profeta Isaia - sono dotati di 6 ali: con una coppia si coprono la faccia, con l’altra i piedi e con la terza volano.

A loro si deve il triplice canto del «santo». Un serafino procurò le stimmate a san Francesco e l’estasi a Teresa d’Avila.

I Cherubini, il cui nome forse significa «effusione di scienza» o forse deriva dall’accadico «pregare, benedire», sono gli angeli «azzurri», freddi, anche se hanno servito da guardiani dell’Eden armati di spada fiammeggiante.

Sono gli angeli dell’intelletto e della luce purissima. Hanno 4 (in altre versioni meno antiche anche 6) ali coperte di occhi e sembianze semi-umane; qualche studioso li ha assimilati a sfingi alate.

Erano i custodi dell’Arca dell'alleanza. Con la loro sapienza conoscono passato e futuro e penetrano il mistero della Trinità.

I Troni siedono intorno all’Altissimo. La loro caratteristica, secondo Bernardo di Chiaravalle, è la quiete assoluta; rappresentano la stabilità divina e il distacco dalle attrazioni terresti.

Origene li chiama «sedie di Dio», altre tradizioni li raffigurano come ruote del carro divino. Il loro colore è il giallo-arancione; proteggono le diocesi e le abbazie.

Dominazioni, Virtù e Potestà

L'ordine intermedio si costituisce di Signorie o Dominazioni, Virtù o Potenze, Potestà. Le Dominazioni sono preposte al governo dei governanti, li consigliano, li illuminano.

Possono essere invocate dai sudditi per ottenere reggenti saggi. Appaiono cinti di corona e impugnano uno scettro e la sfera; proteggono mistici, missionari e direttori spirituali. Sono citati due volte da san Paolo.

Le Virtù sono capaci di compiere prodigi nelle manifestazioni naturali e grazie per gli uomini, dei quali sanno irrobustire la fede e allontanare le cattive ispirazioni.

Alcune di loro sarebbero assegnate come consiglieri ai “vip”: dal Papa ai re o ai presidenti. Certe tradizioni li considerano angeli “zodiacali”, in quanto preposti al moto dei corpi celesti. Il loro segno iconografico è il giglio.

Le Potestà possono ostacolare i diavoli e frenare gli spiriti maligni, nonché gli uomini cattivi. Furono incaricati di cacciare gli angeli ribelli dal cielo e di incenerire Sodoma e Gomorra.

Grazie alla loro mediazione si può ottenere equilibrio psichico. La loro veste è verde; proteggono sacerdoti e confessori.

Principati, Arcangeli e Angeli

L’ordine più basso (Principati, Arcangeli, Angeli) è preposto al governo delle azioni umane “affinché - dice Dionigi - si produca in maniera ordinata l’elevazione spirituale verso Dio”.

I Principati presiedono tra l’altro alle grandi religioni. Sono vestiti come militari. Degli Arcangeli si dice in questa pagina.

Gli Angeli infine sono i classici custodi, affidati ad ogni uomo: proteggono, consigliano e istruiscono. Sono citati nella Lettera agli Ebrei e si festeggiano il 2 ottobre; il loro colore è bianco.

Gli angeli nella dottrina della Chiesa

L'esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l'unanimità della Tradizione.

Sant'Agostino dice a loro riguardo: “Angelus officii nomen est, non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus - La parola angelo designa l'ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura si risponde che è spirito; se si chiede l'ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo”.

In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che “vedono sempre la faccia del Padre. che è nei cieli” (Mt 18,10), essi sono “potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola” (Sal 103,20).

In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria.

Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono “i suoi angeli”: “Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli. ” (Mt 25,31).

Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: “Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1,16).

Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: “Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?” (Eb 1,14).

Il ruolo degli angeli nella storia della salvezza

Essi, fin dalla creazione e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, proteggono Lot, salvano Agar e il suo bambino, trattengono la mano di Abramo; la Legge viene comunicata “per mano degli angeli” (At 7,53), essi guidano il Popolo di Dio, annunziano nascite e vocazioni, assistono i profeti, per citare soltanto alcuni esempi.

Infine, è l'angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù.

Dall'Incarnazione all'Ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall'adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio “introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio” (Eb 1,6).

Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: “Gloria a Dio. ” (Lc 2,14). Essi proteggono l'infanzia di Gesù, servono Gesù nel deserto, lo confortano durante l'agonia, quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici come un tempo Israele.

Sono ancora gli angeli che “evangelizzano” (Lc 2,10) annunziando la Buona Novella dell'Incarnazione e della Risurrezione di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, saranno là, al servizio del suo giudizio.

Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell'aiuto misterioso e potente degli angeli.

Nella Liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; invoca la loro assistenza, come nell'“In Paradisum deducant te angeli. ” - In Paradiso ti accompagnino gli angeli - della Liturgia dei defunti, o ancora nell'“Inno dei Cherubini” della Liturgia bizantina, e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare, san Michele, san Gabriele, san Raffaele e gli angeli custodi.

Dal suo inizio fino all'ora della morte la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione. “Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita”.

Il problema dei sette arcangeli

Questa precisazione è doverosa, perché si potrebbe obiettare che nei testi del passato sono citati altri arcangeli, fino ad arrivare al numero di sette nel Libro di Enoc: Uriel, Raffaele, Raguel, Michele, Sariel, Phanuel e Gabriele.

Il sistema di sette arcangeli è infatti una antica tradizione di matrice giudaica. La Chiesa cattolica, tuttavia, ha ritenuto doveroso porre un freno a interpretazioni arbitrarie e troppo fantasiose di testi non appartenenti alle Sacre Scritture canoniche.

Ricordiamo infatti che tutte le singole tradizioni devono essere vagliate e verificate in accordo con quanto riportato nella Sacra Scrittura canonica, unica vera Rivelazione.

Dunque, riguardo agli Arcangeli, si è stabilito in epoca Medioevale, che fossero resi leciti il culto e la venerazione dei soli tre arcangeli citati dalla Bibbia. Michele, Gabriele e Raffaele, appunto.

Anche in passato, nella Chiesa primitiva, fu grande l’impegno per impedire che il culto degli angeli, influenzato da pratiche eterodosse e dalle tradizioni pagane dei messaggeri divini, potesse sfociare in una forma di idolatria.

Nel 1992 il decreto Litteris Diei ha sancito che “è illecito insegnare e utilizzare nozioni sugli angeli e sugli arcangeli, sui loro nomi personali e sulle loro funzioni particolari, al di fuori di ciò che trova diretto riscontro nella Sacra Scrittura; conseguentemente è proibita ogni forma di consacrazione agli angeli ed ogni altra pratica diversa dalle consuetudini del culto ufficiale.”

Uriele e gli arcangeli non canonici

I nomi dei sette arcangeli compaiono in alcune tradizioni apocrife, ma non appartengono tutti al culto riconosciuto dalla Chiesa cattolica. Oltre ai tre canonici, c’erano Uriele, Sariele, Raguele, Remiele, secondo alcuni apocrifi come i 3 libri di Enoch o il IV Libro di Esdra.

Altre fonti fornivano nome alternativi: Fanuele, l’ “angelo della Faccia” o “della Presenza”, Euchidiele, detto anche Tobiel, già precettore di Sem figlio di Noè, Barachiele, o Malthiel, la colonna di fuoco che condusse il popolo eletto in fuga nel deserto, Jeudiele, il “rimuneratore”, che distribuisce corone o flagelli.

Ma la pluralità di scelte, oltre che alla fantasia dei commentatori, è dovuta anche al fatto che - secondo alcune scuole teologiche - gli arcangeli ammonterebbero addirittura a 9, in modo da averne uno a capo di ogni coro angelico.

All’opposto, nell’angelologia ebraica gli “archistrateghi” superni sarebbero solo 6: come i giorni della creazione, ad essi gli gnostici aggiunsero poi lo stesso Cristo come “settimo arcangelo”.

Del resto, nei primi secoli cristiani i nomi degli arcangeli prolificavano all’infinito: ne sono stati contati ben 269 nei vari apocrifi, e ben di più nei testi ebraici.

Servivano per pratiche superstiziose e magiche, poiché si credeva che bastasse pronunciare il nome giusto per piegare lo spirito corrispondente al proprio volere: più o meno come garantisce anche oggi la New Age, che propone un angelo dal nome diverso per ogni giorno dell’anno.

Fu dunque per evitare abusi che alcuni sinodi e concili - quello di Laodicea nel 360, il romano del 745 e quello tenutosi ad Aquisgrana nel 789 - proibirono esplicitamente sotto pena di scomunica di dar qualsivoglia nome agli arcangeli, al di fuori dei biblici Michele, Gabriele e Raffaele.

I sette arcangeli dunque scomparvero anche fisicamente e le loro icone - non infrequenti nelle chiese occidentali - vennero tosto imbiancate.

L'ultima loro apparizione risale al 1516, allorché nella chiesa palermitana di Sant’Angelo riaffiorò sotto la calce un antico affresco con la schiera completa degli "angeli-capo", rilanciandone la devozione popolare.

In particolare un giovane sacerdote siciliano, il maestro di cappella don Antonio del Duca, ne diffuse con successo il culto, esportandolo prima a Roma e di lì in Germania e Russia.

Lo stesso del Duca, con Girolamo Maccabei, compose una messa per i 7 arcangeli; una chiesa fu loro dedicata a Palermo, un’altra venne in parte realizzata nella capitale su progetto di Michelangelo.

Pare inoltre che una loro raffigurazione danzante sia inserita nella facciata del santuario di Santiago di Compostela e un dipinto seicentesco del manipolo celeste al gran completo è tuttora conservato nell’ex convento di Santa Chiara a Solofra (AV).

Ivi appare con tanto di spada fiammeggiante Uriele, il quarto arcangelo: un personaggio che, ai tempi d'oro, aveva fatto ombra addirittura al grande Raffaele.

Uriele è infatti il D’Artagnan delle sfere superne, il quarto incomodo nel trio dei “canonici” in -ele. Il suo nome significa “luce” ovvero “fiamma di Dio” e tuttora i copti - che lo chiamano talvolta Suriele - ne celebrano la festa il 15 luglio (22 gennaio del calendario latino).

Ma Uriele è citato dal midrash ebraico a completamento dei moschettieri celesti, nonché da altre scritture cristiane spurie e ancora da sant’Isidoro di Siviglia e sant’Ambrogio.

L’Epistola Apostolorum, per esempio, risalente al II secolo, sostiene che furono proprio Uriele e i suoi tre più famosi colleghi ad accompagnare Cristo “fino al quinto firmamento” nel suo viaggio di discesa verso l’incarnazione, “pensando in cuor loro che fosse uno di loro”.

Il Vangelo di Bartolomeo, altro apocrifo del III secolo, narra che Uriele fu creato per quinto, subito dopo Beliar, l’angelo ribelle, e i tre arcangeli “ufficiali”, insieme ai quali venne posto a difesa del trono di Dio.

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