Le vignette satiriche sulla crocifissione utilizzano un’immagine centrale della tradizione cristiana per commentare la guerra, il potere, la religione, l’ipocrisia e i conflitti del presente. Il loro significato non dipende soltanto dalla rappresentazione di Gesù sulla croce, ma anche dal contrasto tra la solennità dell’iconografia religiosa e il linguaggio rapido, paradossale e spesso irriverente della satira.
La crocifissione è stata infatti reinterpretata in contesti diversi: nelle incisioni antiche, nelle opere cinematografiche, nelle immagini parodistiche e nelle vignette politiche contemporanee. La sua forza satirica nasce dalla capacità di sovrapporre alla scena religiosa una situazione attuale, trasformando la croce in un punto di osservazione sui comportamenti umani.
La più antica rappresentazione satirica della crocifissione
Risale al I sec. d.C. ed è uno dei rari esempi di caupona, una sorta di fast food dell’antichità, che raccoglie intatte decine di testimonianze grafiche, vignette satiriche, ricostruzioni di navi e anche la rappresentazione di una crocefissione, studiata fin dagli anni ’60 per l’eccezionale rappresentazione estremamente realistica, incise sull’intonaco dagli avventori e viaggiatori dell’epoca.
La caupona di via Terracciano fu scoperta nel 1959 durante un lavoro di scavo, assieme ad altre sette taberne d’età romana. Composta da un unico ambiente con pavimento a mosaico mostra interessanti graffiti risalenti all’epoca degli imperatori Traiano o Adriano.

Tra questi in particolare la rappresentazione di una crocifissione interpretata dall’archeologo Amedeo Maiuri quale testimonianza della passione di Gesù incisa sulla parete della caupona dai seguaci del crocifisso, ipotesi avvalorata dal fatto che le città portuali della Campania, in particolare Pozzuoli, accolsero certamente la predicazione del Vangelo e le taberne, potevano essere un luogo di riunione dei seguaci della nuova religione.
La notizia fece il giro del mondo ma col tempo nuovi studi hanno avanzato l’ipotesi che la crocifissione rappresentata in maniera cruenta e realistica da un anonimo viaggiatore del I sec. d.C. è da collegare con i massacri circensi, in uso nell’anfiteatro Flavio e in quello Cumano.
La vittima, appesa alla croce sarebbe in questo caso una donna, il cui nome Alcimilla è tracciato all'altezza della testa.
Tra testimonianza religiosa e scena di violenza
Il graffito di via Terracciano è importante perché mostra quanto fosse complesso attribuire un significato univoco alle immagini della crocifissione. La prima interpretazione lo collegava direttamente alla passione di Gesù e alla presenza dei primi seguaci cristiani nelle città portuali della Campania.
L’ipotesi alternativa lo riconduce invece agli spettacoli violenti degli anfiteatri, nei quali la crocifissione poteva essere rappresentata come forma di supplizio o di esecuzione pubblica. In questa prospettiva, il nome Alcimilla e la possibile identificazione femminile della vittima spostano l’immagine dal racconto evangelico alla cronaca della violenza romana.
| Elemento | Interpretazione |
|---|---|
| Luogo | La caupona di via Terracciano |
| Datazione | I sec. d.C. |
| Scoperta | 1959 |
| Autore | Anonimo viaggiatore del I sec. d.C. |
| Vittima | Una donna chiamata Alcimilla |
| Possibile significato | Testimonianza della passione di Gesù oppure scena collegata ai massacri circensi |
Purtroppo da qualche tempo le pareti, un vero gioiello archeologico unico al mondo, soffrono il passare del tempo, mostrando crepe e spaccature. Il deterioramento infatti si fa sentire e nonostante le pareti intonacate siano distaccate dalle mura per limitare i danni causati dall’umidità, oggi gli intonaci necessitano di un intervento di restauro conservativo che purtroppo stenta ad arrivare.
La crocifissione nell’immaginario cinematografico
La recente strage a Parigi nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, e il dibattito che ne è seguito sulle vignette satiriche ritenute offensive dalla comunità musulmana, e non solo, hanno indotto a pensare che l’occidente e il cristianesimo si siano da molto tempo liberati di ogni problema rispetto alla raffigurazione dell’immagine del Cristo.
Non è così. Soprattutto nella storia del cinema, che nel secolo scorso si è assunto l’onere maggiore di rendere il realismo dell’immagine.
Per un lungo periodo, dalla nascita del sonoro (1927) agli inizi degli anni sessanta, i produttori e i registi cinematografici americani hanno spesso preferito non mostrare il volto e la figura di Gesù, ma accennarla attraverso i dettagli delle mani, come nel Kolossal Ben Hur di Wyler (1959), o di spalla.
Segno che mettere in scena il Messia metteva perlomeno in soggezione.
Dall’altro canto, appena nato (1895) il cinema manifesta subito un grande interesse per la storia di Gesù e già due anni dopo viene proiettata La passion du Christ (1897) di Léar, purtroppo andata perduta: si trattava di tableax vivants ripresi durante una vera via crucis a Parigi.
Anche in questo primo caso si sollevarono delle voci contrarie a vedere la figura di Gesù proiettata su uno schermo.
Le tre direttrici della rappresentazione di Gesù
Da quel momento, però, la vicenda di Gesù e del cinema si snoda secondo tre direttrici.
- La prima è produttiva: ci si rende conto della grande curiosità e interesse del pubblico verso questo tipo di rappresentazione.
- La seconda, speculare alla prima, è invece critica/polemica/censoria: non sempre i tempi sono maturi per accettare uno sguardo non ortodosso dei cineasti verso la vicenda umana di Gesù.
- La terza, forse la più interessante, sono le continue citazioni, allusioni, influenze cristologiche in film che non trattano esplicitamente la figura di Gesù.
Per quanto riguarda l’aspetto produttivo, bisogna subito dire che il soggetto “Gesù” è stato tra i più trattati nel cinema: quasi 200 film.
Anche i Lumière fanno il loro Gesù nel 1987, Vues représent ant la vie et la Passion de Jésus Christ, di nuovo una serie di quadri viventi, e Mélies l’anno dopo propone Le Christ marchant sur les eaux, pieno di effetti speciali a cui il titolo allude.
Passa però la linea documentativa-realistica dei Lumiére rispetto a quella fantastica di Mélies.
Intolerance di Griffith sono quattro episodi sull’intolleranza, tra cui quella che porto alla morte di Cristo: un grande film per il grande pubblico di allora.
Dalla spettacolarità alla ricostruzione religiosa
Dopodiché arrivano i grandi budget, i grandi divi, il sonoro prima, il colore poi: De Mille filma il The King of King già nel 1927; poi, The Robe (la tunica) di Koster del 1953 con Richard Burton; The greatest story ever told ever told (La più grande storia mai raccontata) di Stevens del 1965 con Max von Sydow, Charles Heston, Sidney Poitier.
In questi film la vita di Gesù è soprattutto spettacolare, così come lo sono le scenografie.
Venendo più vicino ai giorni nostri, tra i grandi film non si può non ricordare il Gesù di Nazareth di Zeffirelli del 1976 La storia viene trattata qui in modo ancora tradizionale, però con attenzione per la ricostruzione filologica, almeno per quanto riguarda l’iconografia della tradizionale occidentale: Gesù è bellissimo e Maria non è da meno.
Più recente ancora il Jesus: un film di Roger Young per la RAI del 1999 dalle ambizioni internazionali, come ben si capisce dal cast: Jerremy Sisto, Jacqueline Bisset, Armin Mueller-Stahl, e anche il nostro Luca Zingaretti.
Tuttavia i film su Gesù che si sono maggiormente impressi nella memoria collettiva sono il musical Jesus Christ Superstar (1973) e Il vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini: entrambi ci permettono di aprire la seconda direttrice d’indagine, quella della discussione, a volte polemica, sulla figura di Cristo.
La parodia della Passione e il conflitto con la censura
Il Gesù musicale è un hippy, i soldati romani hanno un mitra in mano, Giuda è un cantante di colore e il tutto si svolge in mezzo al deserto dove, appunto, un gruppo di hippy mette in scena gli ultimi giorni di vita del Nazareno.
Siamo negli anni 70, in piena contestazione giovanile, e anche Gesù fatica ad acconsentire al volere del Padre.
Papa Paolo VI chiede una proiezione privata, il Vaticano attacca il film.
Lontani ormai dai quei giorni e quei climi, il film oggi viene perlopiù accettato dai cattolici, anche perché rimane una delle più straordinarie e viste opere rock mai realizzate.
Il film di Pasolini (1972) invece è assolutamente attento al dettato del testo.
Il regista infatti dichiarò di voler “seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo, senza omissioni o aggiunte, senza una frase di spiegazione”, cioè scevro di ogni interpretazione cristiana, almeno nelle intenzioni.
“L’Osservatore Romano” dirà poi che si tratta di un film “fedele al racconto, non all’ispirazione del Vangelo”.
In realtà c’è molto dello spirito del Concilio Vaticano II: la scelta pauperistica di girare le scene interamente tra i Sassi di Matera, la dedica alla “cara, lieta e familiare memoria di Giovanni XXIII” e soprattutto il coraggio di far interpretare il ruolo di Maria sotto la Croce alla propria anziana madre, superando così l’iconografia consolidata di una Madonna perennemente giovane e bellissima.
La censura invece si era accanita su un altro film di Pasolini, l’episodio La ricotta (1963) in cui la Passione viene trattata in modo parodistico.
Accusato di blasfemia, le copie del film furono sequestrate e Pasolini accusato di vilipendio alla religione.
La crocifissione come simbolo di sacrificio
Pasolini rimane comunque uno degli autori più fortemente interrogato dalle parole di Gesù, le quali in parte si riverberano anche nella vicenda del suo personaggio forse più importante: Accattone del 1961.
Polemiche seguono anche due film opposti per intenti ed esiti: L’ultima tentazione di Cristo (1988) di Scorsese, in cui Gesù sembra voler rinunciare al suo sacrificio, e The Passion (2004) di Mel Gibson, che invece è permeato di un crudo realismo, fino all’eccesso di violenze sul corpo martoriato di Gesù durante la crocifissione.
Entrambi i film scatenarono accese discussioni, ma ormai la censura aveva le armi spuntate: veniva lasciato scegliere al pubblico.
Molto più interessante è invece andare a ricercare nel cinema le allusioni, i riferimenti, le citazioni, a volte esplicite, a Cristo.
Sono veramente innumerevoli: dalla scena della tortura in Roma, città aperta di Rossellini (19459, dove l’immagine è decisamente composta secondo i canoni tipicamente cristologici, a Passion (1982) di Godard che si rifà alla tradizione con bellissimi tableaux vivants , ma anche la morte finale del protagonista di A bout de soufflé è in fondo “un sacrificio”.
Invece nel Cattivo tenente di Ferrara il riferimento diventa esplicito nel finale (appare un Gesù muto), come è esplicito il riferimento ne La via lattea di Bunuel, un “ateo per grazia di Dio”, come diceva di sé il regista, però sempre molto attento e rigoroso su religione e fede.
L’ultimo film di un Tarkovskij s’intitola Il sacrificio, cioè quell’idea tipica di tutta la cristianità che un solo sacrificio possa salvare il mondo; e come non pensare a Gesù quando Giovanni dalle Bande Nere ne Il mestiere delle Armi di Olmi pronuncia questa semplice frase sul letto di morte: “vogliatemi bene quando non ci sarò più”.
Anche un film angosciosamente senza Dio, come la Camera Verde di Truffaut (1978), in realtà non può fare a meno di cercare con disperazione una fede (nella memoria) di fronte alla morte: le ultime immagini in una cappella mortuaria piena di candele accese ancora una volta richiamano nello spettatore, seppur nel contrasto dichiarato dal regista, la morte e la luce che ha cambiato la storia.
La vignetta satirica contemporanea
La tradizione della rappresentazione irriverente di Gesù prosegue nella satira contemporanea, dove la crocifissione può diventare una scena breve e immediatamente riconoscibile, capace di commentare eventi politici e sociali.
La parola del Signore ma non fatelo incazzare.
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In questo caso la battuta accosta la figura di Cristo al conflitto in Ucraina, al Vaticano e alla figura di Zelensky, trasformando l’espressione religiosa “la parola del Signore” in una frase dal tono colloquiale e provocatorio.
La comicità nasce dalla frizione tra il registro solenne della religione e il linguaggio quotidiano, diretto e aggressivo. L’immagine del Cristo non viene utilizzata soltanto per ridicolizzare la fede, ma anche per mettere in discussione chi invoca Dio, la morale o la religione mentre sostiene posizioni politiche e conflitti.
La vignetta può quindi essere letta come un rimprovero rivolto agli uomini che coinvolgono il divino nelle proprie controversie. La crocifissione diventa lo sfondo simbolico di una protesta contro la guerra e contro la tendenza a giustificare le decisioni umane attraverso un’autorità superiore.
Il carattere satirico dell’immagine dipende anche dalla possibilità di interpretarla in modi diversi. Alcuni lettori vedono nella battuta una critica alla guerra e alle responsabilità di entrambe le parti, mentre altri la considerano insulsa, offensiva o priva di senso.
Secondo me sta dicendo: “Perché ogni volta che combinate i vostri casini, poi tirante in ballo me? Ma che m’ho fatto?”
Qui, Zelensky ha ragione da vendere!
Questo è il senso che mi sembra giusto attribuire alla vignetta, laddove per “Signore” si può e si deve intendere la coscienza dei popoli, a cominciare proprio da russi e ucraini.
La pluralità delle reazioni conferma che la satira religiosa non comunica mai in modo completamente neutro. Una stessa vignetta può essere percepita come critica politica, blasfemia, invito alla riflessione o semplice battuta.
Questa vignetta la trovo insulsa e senza senso.
Le solite stronzate di Natangelo!!!
Le reazioni opposte fanno parte dello stesso meccanismo satirico: l’immagine costringe il pubblico a prendere posizione sulla relazione tra religione, potere e responsabilità. La discussione non riguarda soltanto il gusto personale, ma il limite tra libertà d’espressione, critica politica e rispetto del sentimento religioso.
Perché la crocifissione è così efficace nella satira
La croce è immediatamente riconoscibile e possiede un forte valore simbolico. Per questo può essere inserita in una vignetta con pochi elementi, senza bisogno di lunghe spiegazioni.
- richiama la sofferenza e il sacrificio;
- evoca l’ingiustizia e la punizione;
- mette in relazione la responsabilità umana e la volontà divina;
- permette di contrapporre il linguaggio sacro al linguaggio politico o quotidiano;
- rende visibile il conflitto tra compassione, potere e violenza.
La crocifissione consente inoltre di rappresentare una vittima che osserva dall’alto le azioni degli uomini. Nella satira questo punto di vista può diventare ironico: Cristo non è soltanto il personaggio della Passione, ma anche colui che sembra chiedere perché gli esseri umani continuino a chiamarlo in causa per giustificare i propri casini.
La stessa immagine può assumere un tono drammatico quando insiste sul corpo martoriato, come in The Passion (2004) di Mel Gibson, oppure un tono parodistico quando la Passione viene reinterpretata con elementi contemporanei, come in La ricotta di Pasolini o in Jesus Christ Superstar.
Il passaggio dalla devozione alla satira non elimina necessariamente il riferimento religioso. Al contrario, la satira funziona proprio perché il pubblico riconosce l’importanza dell’immagine e comprende la distanza tra il suo significato tradizionale e l’uso provocatorio che ne viene fatto.
La croce nell'arte
Il rapporto tra blasfemia, libertà e interpretazione
Accusato di blasfemia, le copie del film furono sequestrate e Pasolini accusato di vilipendio alla religione.
La censura invece si era accanita su un altro film di Pasolini, l’episodio La ricotta (1963) in cui la Passione viene trattata in modo parodistico.
Papa Paolo VI chiede una proiezione privata, il Vaticano attacca il film.
Entrambi i film scatenarono accese discussioni, ma ormai la censura aveva le armi spuntate: veniva lasciato scegliere al pubblico.
Queste vicende mostrano che la rappresentazione di Cristo non è mai stata separata dalle condizioni storiche e culturali nelle quali è stata prodotta. Un’immagine può essere considerata accettabile in un’epoca e provocatoria in un’altra; può apparire rispettosa a un pubblico e offensiva a un altro.
La satira sulla crocifissione vive precisamente dentro questa tensione. Da una parte utilizza un simbolo religioso conosciuto e venerato; dall’altra lo colloca in una situazione inattesa, spesso politica, per rivelare contraddizioni e responsabilità.
Il confine tra parodia e offesa non è quindi stabilito soltanto dall’immagine, ma anche dal contesto, dall’intenzione, dal pubblico e dal momento storico. La storia del cinema e quella delle vignette mostrano che la discussione sulla rappresentazione di Cristo accompagna da sempre l’uso pubblico delle immagini religiose.
La crocifissione, dalla caupona romana alle vignette contemporanee, continua così a essere una forma visiva capace di concentrare in pochi segni la sofferenza, il conflitto, il sacrificio e la critica del potere.
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