La «Quasi oliva speciosa in campis» di Nicolò Barabino è una grande Madonna con Bambino dipinta per la chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena e diventata, tra Otto e Novecento, una delle immagini devozionali più diffuse e riconoscibili. L’opera è conosciuta anche come «Madonna dell’ulivo» per la presenza delle fronde d’ulivo e del rametto che Gesù tiene in mano.
La versione oggi conservata nella chiesa sampierdarenese è la replica realizzata da Barabino dopo l’acquisto della prima tela da parte della regina Margherita di Savoia nel 1887. La prima versione, trasferita nella camera da letto della sovrana presso la Villa Reale di Monza, è andata dispersa dopo la Seconda guerra mondiale.
Il significato del titolo e l’immagine della Madonna
«Quasi oliva speciosa in campis», «come un olivo splendido nei campi», è il titolo del dipinto che raffigura una Madonna col Bambino, eseguito da Nicolò Barabino per la chiesa di Santa Maria della Cella in Sampierdarena. Il titolo fa riferimento a un versetto biblico, e paragona Maria a un maestoso albero d’ulivo che svetta tra i campi.
La «Quasi oliva speciosa in campis» è un capolavoro della pittura dell’Ottocento ed è un'immagine diventata molto popolare. L’opera di Nicolò Barabino «Quasi oliva speciosa in campis» è il titolo del dipinto che raffigura una Madonna col Bambino, eseguito da Nicolò Barabino per la chiesa di Santa Maria della Cella in Sampierdarena.
Qui si trova, davanti agli occhi dei visitatori, un’opera di verismo neocinquecentesco, fresca e immediata, nella quale convivono il profumo dell’olio, quello delle arance e la ricchezza vegetale dell’ulivo. Nella «Oliva» vi è una maestà insieme altera e benevola, che richiama le Madonne di Giorgione e Giovanni Bellini, quelle regine calme e inquiethe, assenti e titubanti, sovrane del cielo e della terra.
Ma nell’immagine è presente anche una vena popolare che mancava ai precedenti di Barabino. Il volto della Vergine appare vicino, umano e riconoscibile: i genovesi della fine dell’Ottocento potevano ritrovare in quel volto ovale, negli occhi tristi e nelle labbra sottili una ragazza incontrata nei caruggi, al mercato, sulle rive dove sostavano le barche dei pescatori o lungo le strade che conducevano alle corderie, ai cotonifici e agli zuccherifici.
Una ragazza di Sampierdarena come molte altre divenne Maria attraverso lo sguardo dell’artista. Barabino trasformò una figura quotidiana in una presenza solenne, rivestita dei colori del cielo e inserita in un’immagine destinata a superare la dimensione originaria della pala d’altare.
Nicolò Barabino e il legame con Sampierdarena
Nicolò Barabino (1832-1891) fu protagonista di primissimo piano della pittura italiana del secondo Ottocento. La sua fama durante la vita dipese soprattutto dagli affreschi e dall’attività come direttore di importanti imprese decorative, mentre la sua produzione sacra, pur non essendo marginale, non rappresentava la parte maggioritaria della sua opera.
Barabino era nato a Sampierdarena, allora ancora comune autonomo del ponente genovese, figlio di un sarto e di una sarta. Quando nacque, Sampierdarena era ancora poco più di un villaggio di pescatori; quando dipinse la sua «Oliva», il panorama era già cambiato e il viadotto ferroviario aveva soffocato la vista del mare.
Le ville del patriziato genovese erano state circondate da un’estensione compatta di fabbriche, mentre i treni passavano dove un tempo si trovava la spiaggia. Il manto bianco della Madonna di Barabino emerse così tra i fumi dei comignoli, il rumore dei telai e le bocche incandescenti delle fonderie.
Il dipinto testimonia il forte legame dell’artista con la propria città d’origine, mai dimenticata nonostante il trasferimento a Firenze. La tela era stata originariamente dipinta per la chiesa sampierdarenese, alla quale Barabino era affettivamente legato, come conferma anche il dipinto in mostra «La domenica delle palme» (1886-88).
La prima versione e l’acquisto della regina Margherita
La grande Madonna con Bambino fu eseguita da Barabino per la chiesa di Santa Maria della Cella, nella sua città natale. Prima di essere collocata nella chiesa, la prima versione dell’opera fu presentata all’Esposizione Nazionale di Venezia del 1887.
La tela, che il pittore aveva originariamente dipinta per la chiesa sampierdarenese, fu tuttavia acquistata, in occasione della sua presentazione all’Esposizione Nazionale di Venezia del 1887, dal re Umberto I per la sua consorte, la regina Margherita. La sovrana la conservò nella propria camera da letto presso la Villa Reale di Monza.
Margherita di Savoia vide la «Oliva», se ne innamorò e la volle nella propria camera da letto presso la Villa Reale di Monza. Umberto I pagò settemila lire per assecondare il desiderio della moglie, una somma che oggi corrisponderebbe a trentacinquemila euro.
La prima versione fu dispersa dopo la Seconda guerra mondiale e di essa si sono purtroppo perse completamente le tracce. La versione acquistata dalla regina non è quindi oggi visibile nella mostra dedicata all’opera.
La replica per Santa Maria della Cella
Barabino dovette realizzare una nuova versione del dipinto per Sampierdarena. La replica fu collocata sull’altare della chiesa il 21 ottobre 1888 e oggi è esposta negli spazi del Museo Diocesano di Genova in occasione della mostra.
La replica non è una semplice copia meccanica della prima tela. Barabino vi apportò alcune varianti iconografiche significative, intervenendo soprattutto nella scelta degli elementi di contorno.
In sostituzione delle arance poggiate sul pavimento compaiono nella nuova opera i fiori di campo e ricche fronde di ulivo, mentre Gesù regge in mano un rametto d’ulivo. Proprio questi elementi contribuirono a rendere comune e popolare la denominazione di «Madonna dell’olivo» o «Madonna dell’ulivo».
Nella seconda versione furono inoltre modificati alcuni dettagli dell’ambientazione: vennero sostituite le arance con elementi vegetali e floreali, furono ridimensionati i tessuti preziosi e la base marmorea del trono venne coperta con un tappeto color ocra.
| Elemento | Prima versione | Replica per Sampierdarena |
|---|---|---|
| Destinazione iniziale | Santa Maria della Cella | Santa Maria della Cella |
| Presentazione | Esposizione Nazionale di Venezia del 1887 | Collocazione sull’altare il 21 ottobre 1888 |
| Destinazione successiva | Camera da letto della regina Margherita presso la Villa Reale di Monza | Chiesa di Santa Maria della Cella, poi Museo Diocesano di Genova |
| Elementi vegetali | Presenza simbolica delle arance | Fronde d’ulivo, fiori di campo e rametto d’ulivo tenuto da Gesù |
| Stato di conservazione | Dispersa dopo la Seconda guerra mondiale | Versione superstite |
La ricerca di Barabino sulla figura mariana
La «Quasi oliva speciosa in campis» rappresenta il punto culminante di una ricerca sviluppata da Barabino intorno alla figura della Madonna. Il percorso prende avvio dalla «Consolatrix Afflictorum» e prosegue con la «Madonna del Rosario dell’Immacolata», rappresentata dal prezioso modelletto conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Genova.
La «Consolatrix Afflictorum» del 1859, realizzata per la cappella dell’Ospedale San Paolo di Savona e oggi conservata presso la Pinacoteca Civica della città, è evocata nella mostra attraverso un’incisione che riproduce l’originale. L’opera aveva ottenuto un successo forse superiore alle aspettative dello stesso Barabino.
Un’altra tappa è costituita dalla «Madonna del Rosario con i santi Domenico e Caterina da Siena» (1874-75), realizzata per la basilica di Santa Maria Immacolata. Il modelletto del trittico è esposto nella mostra.
Il percorso prosegue nella replica privata del trittico Rossi, nella raffinata «Charitas», oggi conservata nella Galleria BPER, e nella rielaborazione proposta da Giulio Monteverde nella tomba Balduino, della quale viene esposto il bozzetto proveniente dai Musei di Nervi - GAM.
Barabino continuò a lavorare sull’idea di una Madonna insieme vicina e lontana, divina e terrena, umile e regale. Morelli e Barabino erano accomunati da intenzioni, idee e visioni; è quindi naturale che alcune delle loro immagini possano dare l’impressione di coincidere.
Nel catalogo Sergio Rebora ricorda che qualcuno aveva notato una forte somiglianza tra la «Oliva» e una Madonna dipinta alcuni anni prima da Domenico Morelli: la «Vergine delle rose», al centro di un trittico presentato dal pittore napoletano all’Esposizione Nazionale di Milano del 1872.
Esiste un’affinità evidente, ma Barabino non fu fermato da accuse di plagio, che non impedirono la fortuna della sua «Oliva». La sua immagine rimase il risultato di una ricerca autonoma, fondata sulla fusione tra modelli della tradizione, esperienze pittoriche recenti e una nuova immediatezza devozionale.
La composizione e i dettagli dell’opera
La Vergine è rappresentata come una giovane donna dall’aspetto composto e nobile. Il volto ha un’aria quotidiana e insieme solenne, mentre gli occhi abbassati e ombreggiati conferiscono alla figura una dimensione silenziosa e meditativa.
La Madonna è avvolta in un pesante manto di tessuto perlaceo e indossa una tunica color oltremare. Barabino allunga le gambe, accuratamente nascoste sotto la veste, per accentuare il senso di dignità ieratica.
Il Bambino è tenuto tra le braccia della madre e appare tranquillo, con i capelli biondi come il grano e gli occhi scuri. Nella mano tiene un rametto d’ulivo, elemento che contribuisce a definire il carattere simbolico e popolare della composizione.
L’ambiente è ricoperto di rami d’ulivo e di altri elementi vegetali destinati a evocare le qualità della Vergine. Le piante traducono in immagini i versi del libro del Siracide, trasformando la metafora dell’albero maestoso in una presenza concreta e riconoscibile.
La prima versione era caratterizzata da tessuti ancora più preziosi e da una composizione nella quale avevano un ruolo importante le arance. La replica destinata alla chiesa presenta invece una maggiore vicinanza alla devozione popolare, grazie alle fronde d’ulivo e ai fiori di campo.

Una devozione vicina alla vita quotidiana
La forza dell’immagine risiede anche nella capacità di unire la regalità della Madonna alla familiarità di un volto umano. La giovane donna dipinta da Barabino non appare come una figura astratta e distante, ma come una presenza che i fedeli potevano riconoscere nei luoghi della vita quotidiana.
Il dipinto propone una Madonna insieme solenne e popolare, lontana e vicina, celeste e terrena. La sua immediatezza rese possibile una diffusione che oltrepassò i confini della chiesa e della liturgia.
La «Quasi oliva» divenne un’immagine domestica, appesa sopra la testata del letto o collocata sulla console dell’ingresso. In occasione della Domenica delle Palme, le famiglie potevano decorarla con rami d’ulivo, integrandola nelle pratiche religiose e nei ricordi personali.
La sua diffusione raggiunse anche le comunità italiane emigrate oltre oceano. L’immagine viaggiò sulle navi a vapore che, quando Barabino era ancora in vita, partivano dal porto di Genova portando migliaia di connazionali verso le Americhe.
Dalla pala d’altare all’immagine pop
Non è scontato che un dipinto di soggetto religioso diventi, pur nell’ambito della dimensione devozionale, un’icona pop replicata in molteplici forme espressive e stilistiche. Eppure questo è ciò che accadde con la «Quasi oliva speciosa in campis».
Le due versioni della pala d’altare ottennero rapidamente un successo straordinario. La diffusione fu favorita innanzitutto dalla fotografia e poi dalle tecniche di riproduzione seriale, che resero l’immagine disponibile a ceti sociali diversi.
La «Quasi oliva» fu riprodotta in fotografie, cartoline, immaginette, stampe cromolitografiche, disegni, copie di dilettanti, finti arazzi e stendardi. L’immagine comparve inoltre in sbalzi metallici, statuine in maiolica policroma e manufatti ceramici di note manifatture, tra cui la Minghetti di Bologna e la Ginori di Doccia.
Si sviluppò così una produzione di oggettistica di «consumo pop» che anticipava strategie mediatiche e commerciali tipiche dei nostri giorni. Il fenomeno ricorda, per la rapidità e l’ampiezza della circolazione, la viralità dei contenuti digitali contemporanei.
| Forma di diffusione | Tipologia di oggetto |
|---|---|
| Riproduzione grafica | Fotografie, cartoline, immaginette, stampe cromolitografiche |
| Produzione amatoriale | Copie di dilettanti e disegni |
| Oggettistica devozionale | Finti arazzi, stendardi e sbalzi metallici |
| Produzione ceramica | Statuine in maiolica policroma e manufatti ceramici |
| Scultura | Versione in bronzo realizzata da Enrico Pandiani nel 1895 |
Le reinterpretazioni in ceramica, bronzo e scultura
La diffusione dell’immagine non si limitò alle riproduzioni bidimensionali. La «Oliva» assunse la consistenza della ceramica e della maiolica, trasformandosi in un ornamento luminoso e smaltato, in un esercizio decorativo realizzato sulla terracotta dipinta.
Tra le opere ispirate al dipinto si trovano manufatti ceramici di grande raffinatezza messi a disposizione da prestatori privati. Le statuine della manifattura Minghetti di Bologna costituiscono una delle testimonianze più note di questa fortuna materiale.
Una versione in bronzo, datata 1895 e realizzata dal milanese Enrico Pandiani, decora la cappella dedicata alla Madonna di Loreto dell’aeroporto di Linate. L’immagine della Madonna barabiniana si trova persino nell’Italian Chapel costruita e decorata da alcuni prigionieri italiani della Seconda guerra mondiale a Lamb Holm, nelle isole Orcadi, nel Mare del Nord.
La «Quasi oliva» ispirò anche opere prestigiose, come la tomba Balduino realizzata da Giulio Monteverde per il Cimitero di Staglieno. L’opera cita direttamente l’immagine di Barabino e nella mostra è rappresentata dal bozzetto.
Le repliche commissionate a Barabino
Le prime repliche furono realizzate dallo stesso Barabino, che ricevette richieste per riprodurre il dipinto in formato più piccolo. La clientela borghese desiderava una «Oliva» delle dimensioni adatte a un ambiente domestico e abbastanza facoltosa da poterla commissionare direttamente all’artista.
Tra queste repliche vi è quella richiesta dal figlio di un armatore che importava grano da Mariupol. Il committente chiese a Barabino di rifare la prima versione della «Oliva» e di inserirla al centro di un piccolo trittico destinato alla propria abitazione.
Con il tempo, però, l’immagine sfuggì al controllo dell’artista. Le repliche seriali, le interpretazioni artigianali e le riproduzioni in materiali diversi trasformarono la Madonna in un oggetto capace di circolare autonomamente, indipendentemente dall’originale e dalla volontà del suo autore.
La mostra «Sacro & Pop» al Museo Diocesano di Genova
Al Museo Diocesano di Genova la «Quasi oliva speciosa in campis» è presentata nel contesto della mostra «Sacro & Pop», curata da Lilli Ghio, Paola Martini, Caterina Olcese Spingardi e Sergio Rebora.
La mostra intende presentare a un vasto pubblico la versione superstite della «Quasi oliva speciosa in campis», valorizzandone gli aspetti culturali senza trascurare quelli di culto e contestualizzandola nell’ambito della ricerca dell’artista intorno all’immagine mariana.
L’esposizione è ospitata negli spazi del Museo Diocesano di Genova e fa parte dell’iniziativa più articolata «Ottocento svelato. Racconti di collezioni e musei nella Genova del XIX secolo». Il progetto riunisce diverse iniziative dedicate ad aspetti meno noti del patrimonio culturale genovese dell’Ottocento.
«Sacro & Pop» è la mostra con cui il Museo Diocesano di Genova partecipa al programma di eventi pensato per riscoprire l’Ottocento genovese. Partendo dalla famosa opera di uno dei più importanti pittori genovesi del XIX secolo, l’esposizione esplora i meccanismi attraverso i quali un’immagine devozionale è diventata una vera icona pop, diffusa e riprodotta in tutta Italia.
La mostra è organizzata dal Museo Diocesano in collaborazione con la Fondazione San Lorenzo Impresa Sociale, con il patrocinio della Regione Liguria e in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio.
Il percorso espositivo
La pala di Barabino è collocata nella seconda sala, dopo una sezione introduttiva dedicata all’artista e alla sua produzione sacra. L’opera si trova quasi schiena contro schiena con una Madonna in maiolica della manifattura Sansebastiano & Moreno, realizzata alcuni anni prima della «Oliva».
La «Oliva» è presentata all’interno di una riproduzione della cornice originale, decorata con ghirlande e fiori, gigli, rose, felci e margherite. Il dipinto è accostato a una grande vetrina che raccoglie manufatti collegati alla fortuna dell’immagine.
Il percorso documenta la ricerca di Barabino sulla figura mariana attraverso la «Consolatrix Afflictorum», la «Madonna del Rosario dell’Immacolata», la replica privata del trittico Rossi, la «Charitas» e la rielaborazione della tomba Balduino.
Nella parte conclusiva della mostra è riservato uno spazio all’oggettistica pop prodotta dalla fortuna visiva dell’opera. Qui la «Quasi oliva» appare attraverso le numerose forme che ne hanno accompagnato la diffusione nella devozione domestica e nella memoria familiare.
Una mostra partecipata dalla memoria delle famiglie
La mostra è stata concepita anche come un progetto partecipato. Chi conserva in casa, tra i ricordi dei nonni o nelle soffitte, un’immagine della «Quasi oliva» è invitato a comunicarlo al Museo.
Le testimonianze possono comprendere i dati dell’opera, il materiale, le misure, un’immagine e, se possibile, un pensiero o un ricordo capace di spiegare il significato dell’oggetto all’interno della memoria familiare.
Gli oggetti raccolti vengono raccontati in mostra attraverso un video destinato ad arricchirsi di nuove versioni della famosa immagine e delle storie affettive legate ai loro possessori.
In questo modo la fortuna della «Quasi oliva» non viene documentata soltanto attraverso la storia dell’arte, ma anche attraverso la continuità della devozione privata, degli oggetti conservati nelle abitazioni e dei ricordi trasmessi tra generazioni.
Il rapporto tra culto, arte e cultura popolare
La «Quasi oliva» si colloca in una zona di confine tra immagine liturgica, opera d’arte e oggetto domestico. La sua storia mostra come un dipinto possa cambiare funzione senza perdere la propria riconoscibilità.
In origine la tela era destinata a una chiesa e nasceva come pala d’altare. Dopo la presentazione veneziana, la prima versione entrò nella dimensione privata della corte; la replica rimase invece legata alla comunità di Sampierdarena.
Le fotografie, le stampe, le ceramiche, le statuine, i tessuti e le riproduzioni domestiche trasformarono poi la composizione in un’immagine disponibile a tutti. La sua presenza non dipendeva più soltanto dal luogo sacro, ma dalla possibilità di possederla, conservarla e inserirla nella vita quotidiana.
La «Oliva» non è più soltanto un’immagine liturgica e forse non è più soltanto un capolavoro. La sua identità si è ampliata fino a comprendere il culto, la memoria, la riproduzione seriale e il consumo visivo.
Un’immagine diventata presenza collettiva
La storia della «Quasi oliva» può essere interpretata come uno slittamento progressivo: l’opera perde la propria consistenza originaria, si moltiplica, si dissolve nelle riproduzioni e proprio in questo processo diventa una nuova presenza collettiva.
Quando l’oggetto si allontana dall’originale, l’immagine produce qualcosa che non può essere spiegato soltanto attraverso i tradizionali paradigmi della storia dell’arte. La sua fortuna dipende da chiarezza, semplicità, bellezza, riconoscibilità e storia: qualità che ne fecero un’icona sacra perfetta per l’Italia postunitaria.
Barabino non avrebbe potuto prevedere questa forza generativa. La diffusione dell’immagine seguì una logica razionale, fondata sulle tecniche di riproduzione e sulla sua immediata efficacia visiva, ma il risultato superò i progetti dell’artista.
La «Quasi oliva» divenne così una presenza collettiva proprio quando l’originale scomparve e le sue copie iniziarono a vivere in chiese, abitazioni, collezioni, oggetti devozionali e luoghi lontani da Genova.
Informazioni sulla visita
La mostra «Sacro & Pop. La Quasi oliva speciosa in campis di Nicolò Barabino, capolavoro della pittura dell’Ottocento» è stata allestita al Museo Diocesano di Genova nell’ambito della rassegna «Ottocento svelato».
La mostra è indicata nel programma del Museo Diocesano dal 20 novembre 2025 al 16 marzo 2026. Altre comunicazioni relative all’esposizione ne indicano la conclusione il 15 o il 23 febbraio 2026; la data del 16 marzo 2026 è quella riportata nella scheda del Museo Diocesano.
Il Museo Diocesano organizza visite guidate alla mostra alle ore 15.30 e alle ore 16.30. La visita guidata comprende l’ingresso al museo e la visita all’esposizione.
Il Museo Diocesano osserva i seguenti orari: lunedì dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00; martedì chiuso; da mercoledì a domenica dalle 14.00 alle 18.00.
Il Carnet Barabino e gli altri luoghi delle opere
In occasione del progetto «Ottocento svelato» e della mostra «Sacro & Pop» è stato realizzato un carnet dedicato a cinque sedi che presentano e illustrano altre opere di Nicolò Barabino.
- Museo Diocesano di Genova;
- Palazzo Doria Tursi - Sale Paganiniane;
- Palazzo Orsini;
- Basilica dell’Immacolata;
- Palazzo Celesia.
Il percorso permette di seguire la presenza dell’artista in diversi edifici e collezioni genovesi. Sono inoltre previste visite negli altri luoghi dove si trovano opere di Barabino, tra cui Palazzo Celesia, Palazzo Orsini e la Galleria BPER.
L’accesso al Museo Diocesano e alle Sale Paganiniane di Palazzo Doria Tursi è libero nel rispetto degli orari di apertura al pubblico. Le visite a Palazzo Orsini, alla Basilica dell’Immacolata e a Palazzo Celesia si svolgono in giorni e orari stabiliti, previa prenotazione.
Il programma del carnet comprende visite a Palazzo Orsini il 31 gennaio e il 21 febbraio 2026, alla Basilica dell’Immacolata il 31 gennaio e il 21 febbraio 2026 e a Palazzo Celesia il 7 e il 28 febbraio 2026.
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Sagep, che raccoglie i materiali e gli approfondimenti dedicati alla «Quasi oliva speciosa in campis», alla pittura sacra di Barabino e alla diffusione popolare dell’immagine.