La valenza eucaristica dell’icona nasce dal suo rapporto con l’Incarnazione, con la liturgia e con la presenza sacramentale di Cristo. L’icona è fondata teologicamente sull’Incarnazione di Dio «che ha reso visibile il suo Volto nel nostro Signore Gesù Cristo».
D’uso liturgico o domestico, l’icona è una «immagine» conforme alla Parola di Dio, elaborata dalla fede e dalla meditazione della Chiesa, e riguarda la Rivelazione. Scrive nella materia il messaggio della Buona Notizia: Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, che è morto e risorto […].
L’icona come immagine dell’Incarnazione
L’icona non si lascia definire da una sola prospettiva. È insieme immagine teologica, forma visiva e oggetto rituale, e solo tenendo insieme questi livelli si può cominciare a capire cosa sia e che funzione abbia.
Il termine, dal greco εἰκών (eikón), designa l’immagine, ma nella tradizione orientale ha assunto un’estensione più ampia di quella che l’uso occidentale moderno gli ha attribuito: comprende mosaici, affreschi, arredi - l’intero orizzonte visivo dello spazio sacro.
L’icona è l’espressione del messaggio cristiano affermato nel Vangelo attraverso le parole. L’icona è una scrittura.
La funzione dell’icona è essenziale per il cristiano. Rappresenta il significato e il valore dei segni del mistero che ci permetto di prendere coscienza sulla grandezza di Dio. È un modo per rendere reale e vedere con i propri occhi la parola del Signore che ascoltiamo e a cui ci affidiamo ogni giorno.
L’immagine si presenta come un punto di riferimento, sia attraverso i nostri occhi fisici che per gli occhi del nostro cuore. Immaginala come una finestra aperta sul mistero per entrare in piena comunione con Gesù, Maria e tutti i Santi.
L’icona è una “finestra” - “verso questa realtà, verso l’essenziale”, come ha detto Lechintan. Apre a qualcosa che non si vede, ma che si può esperire. Mette l’invisibile in relazione con chi guarda, lo coinvolge direttamente. È un’immagine che chiede una risposta.

La venerazione dell’immagine e il suo prototipo
Rappresentando Cristo, la sua Madre, i santi, la Chiesa venera nelle loro immagini la loro persona […]. Venerare una icona è una confessione di fede: l’onore reso all'immagine va al suo prototipo, e colui che venera l’icona venera la persona che vi è rappresentata (VII Concilio).
Quale sia la forma che prende l’icona, siccome la venerazione non si rivolge alla materia ma alla persona che rappresenta, conviene trattarla non come un semplice oggetto, né come un elemento decorativo, ma con rispetto, poiché è un luogo di incontro con Dio.
La Chiesa benedice l’icona ed essa diventa così un “sacramentale”. I Sacramentali cosa sono? Non sono riti istituiti da Cristo (come i Sacramenti e la proclamazione della Parola), ma nascono dalla Chiesa in base alla sua preoccupazione pedagogica, cioè educativa: sono “segni sacri”, “azioni sacre” per mezzo dei quali per intercessione della Chiesa gli uomini vengono disposti a ricevere l’effetto principale dei Sacramenti e le varie circostanze della vita vengono santificate.
E’ come se essi ci associno alla preghiera della Chiesa e alla sua unione col Redentore. Un Sacramentale è, ad esempio, la benedizione di una persona per il ministero della distribuzione della Eucarestia, la dedicazione di una Chiesa e dell’altare, la benedizione dei cimiteri, delle campane, dell’acqua, del fuoco, delle icone.
Per tale ragione le icone vengono venerate. Una volta benedetta, l’icona entra nel messaggio della Rivelazione che essa veicola, e tutto sbiadisce davanti alla Presenza.
L’icona e la preghiera
Davanti ad un’icona di prega. Spesso scopriamo di essere guardati dal personaggio principale (il Cristo, la Vergine, un santo, ecc.) che sta di fronte a noi e pertanto ci introduce ad un faccia a faccia.
Davanti ad una icona non si è mai degli spettatori e basta, si è interpellati, chiamati; l’icona, infatti, richiede di partecipare a ciò che essa mostra, che è l’invisibile nel visibile.
L’icona è dipinta per la preghiera, sia in chiesa sia nelle singole case sia durante i viaggi (esistevano anche le icone da viaggio, solitamente in metallo perché più resistenti). In casa è collocata in un angolo “bello”, con un lumino davanti, e “parla”, “guarda”, “richiama”, cioè rende presente in qualche modo ciò che raffigura nel suo corpo celeste.
D’uso liturgico o domestico, l’icona appartiene quindi a una pratica di incontro. La bellezza di questo evento si manifesta quando il fedele lo vive interiormente, nel più profondo del suo cuore.
Il rapporto tra icona e liturgia
L’icona trova il suo luogo nella liturgia, di cui è parte interna. “È la liturgia che innalza l’icona al suo vero status”, afferma Lechintan.
Fuori dalla celebrazione l’icona è ancora un oggetto straordinario; dentro, diventa altro. La chiesa intera - architettura, affreschi, mosaici, arredi - costituisce, nella visione orientale, un’unica icona gigantesca.
Il rapporto con l’immagine è corporeo e rituale: l’icona viene toccata, baciata, incensata, illuminata. “Si comporta come un essere vivente in quella liturgia”. Partecipa alla celebrazione, vi è inserita come risposta visibile alla parola.
L’icona è parte integrante della liturgia. In chiesa si trova sulle pareti dell’edificio e nell’”Iconostasi”, letteralmente “luogo delle icone”; l’Iconostasi è un tramezzo ricoperto di icone che divide la navata dal presbiterio: ricorda la storia della salvezza e simboleggia tutto il mondo celeste e la nuova umanità della quale tutti noi siamo chiamati a far parte.
L’icona appartiene dunque allo stesso orizzonte nel quale la Parola proclamata e l’Eucaristia celebrata formano un unico atto di culto. La liturgia della Parola non è semplicemente una parte introduttiva, quasi una sorta di premessa al dopo, ma è parte essenziale della celebrazione eucaristica: «Le due parti che costituiscono in certo modo la Messa, cioè la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica, sono congiunte così strettamente tra di loro da formare un solo atto di culto», ricorda Sacrosanctum concilium 56.
E l’Introduzione al Lezionario spiega che: «Nella Parola di Dio si annunzia la divina alleanza, mentre nell’Eucaristia si ripropone l’alleanza stessa, nuova ed eterna. Lì la storia della salvezza viene rievocata nel suono delle parole, qui, la stessa storia viene ripresentata nei segni sacramentali della liturgia» (n. 10).
Parola, immagine e mensa eucaristica
Per comprendere il legame tra Parola e Convito, basta riferirsi al racconto di Emmaus (Lc 24, 13-35), in cui risalta la presenza di Cristo che parla e opera. Gesù spezza anzitutto ai discepoli il pane della Parola, spiegando in tutte le Scritture - cominciando da Mosè e da tutti i profeti - il proprio mistero, e quindi, spezzando il Pane della vita, li rende partecipi del suo mistero.
Sia l’Antico che il Nuovo Testamento hanno al centro la luce di Cristo: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo», ammonisce san Girolamo (Commento sul profeta Isaia, Prologo). La rivelazione a parole dell’amore che si dona infinitamente, si concretizza nel gesto eucaristico della frazione del Pane, che è comunione vitale con il Risorto.
L’icona, come la liturgia della Parola e l’Eucaristia, rende visibile il mistero di Cristo senza separarlo dalla sua origine biblica. L’icona di una festa o di un santo si appoggia su di un fondamento biblico e, a volta, su di un inno liturgico.
La dinamica dialogica che attraversa l’intera celebrazione viene così spiegata da Sacrosanctum concilium: «Nella liturgia Dio parla al suo popolo; Cristo annunzia ancora il suo Vangelo. Il popolo, a sua volta, risponde a Dio con il canto e la preghiera» (n. 33).
Dalla Parola si ascolta il significato della celebrazione che si sta compiendo e questa interpreta la Parola che viene proclamata (cfr. Introduzione al Lezionario, 3). In tale prospettiva risalta il movimento seguente: la Parola genera la preghiera della Chiesa e la preghiera ri-genera la Parola.
Ad interpretare e interiorizzare il messaggio della liturgia della Parola intervengono e contribuiscono, con specifica fisionomia, sia le preghiere che i canti della messa. La preghiera liturgica, infatti, non è altro che la reazione della Chiesa a ciò che esce dalla bocca di Dio.
Sono risposta le preghiere che il sacerdote rivolge a Dio a nome di tutti, in particolare la Preghiera eucaristica: il ringraziamento innalzato al Padre per il dono del suo Figlio, incessantemente elargito nel sacramento, non sarebbe compreso senza riferimento alla divina Parola.
L’icona come presenza visibile del mistero
Una tradizione cristiana mondiale ha riconosciuto nell’icona una “immagine densa di una Presenza”. Così come afferma il Concilio d’Oriente “l’icona, immagine densa di una Presenza, lo annuncia coi colori e lo rende presente”.
La presenza non significa che la materia dell’immagine venga confusa con la persona raffigurata. La venerazione non si rivolge alla materia ma alla persona che rappresenta. L’immagine diventa luogo di relazione.
Radica le sue ragioni nel mistero dell’Incarnazione, nell’idea che Dio si sia reso visibile e accessibile nell’umano. Il volto dipinto rimanda al Volto assunto dal Verbo e, attraverso la materia, orienta verso la comunione con il Cristo vivente.
Mediante l’Eucaristia, il Risorto ri-appare tra i suoi, mostrandosi ad essi vivo per parlare loro di sé ed assimilarli al suo mistero. Diceva bene san Leone Magno che «quanto del nostro Redentore era visibile è passato nei sacramenti» (De Ascensione Domini ii, 2); e sant’Ambrogio: «Nei tuoi sacramenti, Cristo, io ti incontro faccia a faccia» (De Apologia prophetae David, 12,58).
La valenza eucaristica dell’icona
La valenza eucaristica dell’icona si comprende alla luce del fatto che l’Eucaristia rende presente il sacrificio di Cristo e comunica alla Chiesa il suo dono. L’Eucaristia è commemorazione nel senso di attualizzazione sacramentale del sacrificio di Gesù Cristo sulla croce.
Più precisamente, l’Eucaristia è commemorazione nel senso di attualizzazione sacramentale del sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, così come confessiamo nella preghiera, soprattutto nella terza preghiera eucaristica: “Celebrando il memoriale della passione redentrice del tuo Figlio, della sua mirabile risurrezione e ascensione al cielo, nell’attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo, o Padre, in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo”.
E lo diciamo con chiarezza ancora maggiore nella prima preghiera eucaristica: “memores igitur offerimus” - “celebriamo… e offriamo”. Commemorando, nella celebrazione eucaristica, il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, questo sacrificio si attualizza, e noi siamo condotti al suo interno in modo tale che la nostra stessa vita diventi eucaristica.
L’icona non è l’Eucaristia e non sostituisce il sacramento. La sua valenza eucaristica consiste nel condurre lo sguardo, la memoria e la preghiera verso il mistero di Cristo che l’Eucaristia celebra e rende sacramentalmente presente.
L’icona mostra nella materia ciò che la liturgia proclama nella Parola e attualizza nei segni sacramentali. È una risposta visibile alla Parola e una forma contemplativa di partecipazione al mistero celebrato.
La parola rivolta a Tommaso, Gesù la rivolge ora a quanti si accostano alla Comunione: non sono più i segni dei chiodi ma i “santi segni” del corpo e sangue del Signore che suscitano la fede, concedendo di fare pasqua a chi vi partecipa.
Ossia, di aprirsi alla confessione: «Mio Signore e mio Dio», davanti al Cristo realmente presente nel pane e nel vino consacrati, rivivendo la medesima esperienza che fu di san Tommaso.
Il sacrificio di Cristo e l’immagine del Crocifisso
Il significato eucaristico dell’icona emerge in modo particolarmente chiaro nell’immagine del Crocifisso. Nelle rappresentazioni iconografiche bizantine il Crocifisso non viene mai rappresentato nel suo realismo della carne spossata e morta né nell’agonia.
Pur essendo morto, il Cristo non ha perduto nulla della sua regale e divina nobiltà. Infatti il Salvatore in croce non è semplicemente un Cristo morto, è il Kyrios, il Signore della propria morte e della vita.
Egli non ha subito alcuna alterazione dal fatto della Passione: resta il Verbo, la Vita eterna che si consegna alla morte e la vince. La croce rivela quindi il sacrificio come dono di sé e come vittoria dell’amore.
Il vero e nuovo sacrificio di Gesù Cristo non consiste più nel dono di animali e cose a Dio, ma nel dono di sé che il Figlio fa al Padre per la salvezza degli uomini.
Nel dono di sé fatto da Gesù, i sacrifici animali del tempio sono sostituiti dal nuovo culto offerto da Cristo sulla croce al Padre, come sottolinea Papa Francesco nella sua Lettera apostolica sulla formazione liturgica del popolo di Dio: “Se non avessimo avuto l’ultima Cena, vale a dire l’anticipazione rituale della sua morte, non avremmo potuto comprendere come l’esecuzione della sua condanna a morte potesse essere l’atto di culto perfetto e gradito al Padre, l’unico vero atto di culto.”
Il dono della vita è il sacrificio che Gesù ha fatto per offrirci il suo amore senza limiti. Guardando la croce di Gesù, il teologo russo-ortodosso Alexander Schmemann ha mostrato molto bene che il concetto cristiano di sacrificio è essenzialmente legato “non al peccato e al male, ma all’amore” ed è quindi “autorivelazione e autorealizzazione dell’amore”.
La croce di Cristo è il talamo nuziale su cui ogni coppia di sposi deve stipulare le proprie nozze, come Gesù con la Chiesa. Quest'ultima infatti nasce ai piedi della croce, dal costato dello Sposo, "carne della sua carne,ossa delle sue ossa", generata dal suo amore che è fedele ed eterno, e in virtù del quale viene guarita e risanata ogni infedeltà.
Cristo è la roccia sulla quale viene convocata, eletta, purificata ed edificata la sua sposa, la Chiesa, tramite la fecondità dell’acqua battesimale e del sangue eucaristico sacrificale, rappresentati dalle acque intorno al trono e dal costato aperto dell’Agnello.
La Chiesa e l’Eucaristia
La liturgia della Chiesa è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa” e, al tempo stesso, “la fonte da cui promana tutta la sua energia”. Quanto la Costituzione del Concilio Vaticano Secondo sulla Sacra Liturgia “Sacrosanctum concilium” afferma a proposito della liturgia della Chiesa in generale si applica in modo particolare alla celebrazione dell’Eucaristia, che costituisce il fulcro della Chiesa, il fulcro da cui scaturisce e a cui ritorna tutta la vita di fede.
Questo mostra lo stretto legame esistente tra Chiesa ed Eucaristia, e il fatto che la Chiesa non solo celebra l’Eucaristia, ma nasce continuamente nell’Eucaristia, come sottolinea il famoso teologo conciliare Henri de Lubac con la sua memorabile frase: “C’est l’Église qui fait l’Éucharistie, mais c’est aussi l’Éucharistie qui fait l’Église.”
L’assemblea eucaristica è il luogo privilegiato in cui Cristo rivela e realizza il mistero della comunione con Dio e con i fratelli. A creare e a ri-creare la Chiesa è l’inveramento sacramentale in essa di ciò che il Vangelo annuncia: in breve, l’ascolto muove i figli della Chiesa a consegnare se stessi alla volontà del Padre, per Cristo, nello Spirito Santo.
La chiesa intera - architettura, affreschi, mosaici, arredi - costituisce, nella visione orientale, un’unica icona gigantesca. L’immagine non è quindi isolata dalla comunità, ma appartiene alla forma visibile della Chiesa radunata, che celebra, ascolta, risponde e riceve il dono di Cristo.
L’icona come memoria sacramentale del mistero pasquale
Le icone del Cristo, della Madre di Dio e dei santi non presentano semplicemente episodi del passato. Esse rendono presente alla preghiera della Chiesa la memoria viva della salvezza.
L’icona della Natività, per esempio, unisce l’Incarnazione alla Pasqua. Il bambino è posto in una culla che sembra un sepolcro, avvolto in bende incrociate che rimandano alla sepoltura.
Il bambino coricato nelle tenebre è la discesa del Verbo agli inferi, "la luce splende nelle tenebre" (Gv 1,5). Per penetrare l’abisso il Cristo nasce all’ombra della morte.
Quelle stesse fasce che ora sono indicate dagli angeli ai pastori come un segno di riconoscimento del bambino divino, saranno l’unico segno del risorto per le donne, per Pietro e per Giovanni davanti al sepolcro vuoto.
Tutto richiama ed indica la vittoria sulla morte e sugli inferi resa possibile dall' incarnazione. L’immagine iconica raccoglie così in un’unica visione l’Incarnazione, la morte, la discesa agli inferi e la Risurrezione.
Il linguaggio iconico della luce
Per esprimere la divino-umanità di Cristo e la santità, l’icona ha un suo linguaggio proprio, sulla luce, sulla prospettiva invertita, sul modo di disegnare e sui colori.
La luce non è una luce naturale che parte da una fonte esterna, ma si riferisce alla luce divina che proviene da Cristo stesso, come la sperimentarono gli apostoli nella Trasfigurazione. Questa luce trinitaria sale dall’interno, illumina il cuore dei santi e li trasfigura.
Così, «la salita della luce» su di un volto o una veste si fa poco a poco, per strati successivi. All’inizio, il volto ha un colore «terra» per ricordare che l’uomo, Adamo, è stato creato dalla Terra (Adamo significa il «terroso». Cfr Gen 1 e 2).
In seguito toni sempre più chiari sottolineeranno i tratti del volto e del corpo. È questa Luce che s’irradia nell’aureola.
Il fondo oro è luce increata, spazio sottratto al tempo. Le icone medio-bizantine erano concepite per la luce mobile della liturgia - candele, incenso, processioni.
Sotto quella luce i colori si muovevano, le superfici sembravano respirare. La loro materialità era il canale della contemplazione, non il suo ostacolo.
La prospettiva invertita e lo sguardo
La prospettiva invertita: le linee di questa prospettiva non si incontrano in un punto di fuga collocato dietro l’icona, ma in un punto collocato davanti, diretto verso colui che guarda l’icona; il cuore del credente in questo modo è sollecitato ad aprirsi al Mistero della fede che è rappresentato.
Al centro dell’esperienza iconica sta lo sguardo. Il volto non guarda nel vuoto: guarda chi sta davanti. “È tutto questione di uno sguardo”, dice Lechintan.
Davanti all’icona si è osservati, interpellati. È la struttura stessa dell’esperienza che l’icona produce. L’immagine non si limita a essere osservata, ma stabilisce una relazione con chi prega.
Con l’aspetto severo e gli occhi fissi sull’osservatore si indica che è l’Icona che guarda dentro il fedele, non il contrario, è il soggetto dell’icona che ha la luce.
Il disegno e i colori
Il rigore del tratto è diretto verso l’essenziale, così da poter leggere una forma, un movimento, e ci coinvolge in questa dinamica. L’icona è una scrittura.
I colori hanno significati che possono cambiare secondo il contesto. (Per esempio, il rosso può significare il fuoco dello Spirito o il fuoco brillante della Passione).
Anche il colore ha una funzione attiva. Riprendendo le parole dello storico dell'arte Mikhail Alpatov, Lechintan ricorda che il colore nell’icona orienta interiormente chi guarda, fino a suggerire una direzione morale.
- Il blu, ad esempio, rappresenta il colore della trascendenza, mistero della vita divina.
- Il rosso è indubbiamente il colore più vivo presente nelle icone: è simbolo dell'umano e del sangue versato dai martiri.
- Il verde è spesso usato come simbolo della natura, della fertilità e dell'abbondanza.
- Il marrone, invece, simboleggia ciò che è terrestre e nella sua natura più umile e povero.
- Il bianco è il colore dell'armonia, della pace, il colore del divino che rappresenta la luce che è vicina.
I tratti stilizzati rimandano alla theosis: alla partecipazione dell’umano alla vita divina. La stilizzazione sottrae il volto alla fisionomia naturale per indicare una trasformazione avvenuta: il santo raffigurato come è, nella trasfigurazione.
La forma iconica e la trasfigurazione
La fissità della forma iconica è concentrazione linguistica. L’icona elimina il superfluo e costruisce un codice essenziale e reiterato.
Le grandi tipologie mariane - la Glykophilousa (del dolce bacio), la Hodegetria (colei che indica la via), la Theotokos orans (Madre di Dio che prega) - sono variazioni su una forma che si approfondisce attraverso la ripetizione, senza decadere.
L’icona vuole rendere visibile una condizione: il volto come appare dopo la trasfigurazione, con il segno di ciò che lo ha attraversato. Dentro questa stabilità vive una tensione tra individualità e tipo.
I volti dei santi rappresentati nelle icone sono chiamati lichi: ovvero volti che si trovano fuori dal tempo, eternati dalla pittura iconografica. È un volto trasfigurato e trasformato che ha abbandonato la dimensione della passioni terrene ed è totalmente inserito in quella spirituale, al di là del tempo e dello spazio.
Pur essendo trascinati e coinvolti in questa dimensione, mantengono la loro dimensione umana: restano uomini e in qualità d'essere umani mantengono l'immagine di Dio sul loro volto.
Le dimensioni degli edifici non obbediscono ad una logica naturalista, le forme sono invece rappresentate con proporzioni alogiche. La prospettiva delle icone annulla l’accidentale per concentrarsi sul tipico e l’astratto.
L’icona del Cristo Pantocratore
Nella veste di Pantocratore (dal greco pantocrator, governante di tutte le cose), Cristo è il principio ordinatore del reale, la sintesi degli elementi cosmici e delle coordinate spaziali, l'unità originaria di tutte le creature viventi.
Il trionfo sulla morte rende manifesto il suo dominio universale. Il Cristo Pantocratore è ritratto a figura intera o solo di busto, seduto in trono o astante, può essere rinchiuso in una mandorla oppure semplicemente avere un'aureola crociata dorata e cesellata.
Il Cristo Pantocratore regge con la sinistra un libro e con la destra esegue il gesto della mano parlante, gesto trasformatosi in atto di benedizione.
Quando il libro è aperto, (in tal caso si tratta del Vangelo) vi troviamo delle iscrizioni che sono la voce stessa di Cristo, come "Ego sum lux mundi" (da Giovanni 8,12). Quando il libro è chiuso con sigilli si raffigura il Signore che verrà a giudicare alla fine del mondo.
Le lettere greche in alto a sinistra IC e a destra XC, rispettivamente indicano Iesus e Christos (C=S, in greco, X =CHI). Le icone del Cristo presentano sempre la dicitura "IC XC" e anche "Ω O N" ("colui che è") il simbolo è generalmente inserito nell'aureola.
Analizzando il personaggio raffigurato si osserva che la mano destra in atto benedicente, sono mostrate 3 dita per indicare le tre Persone della Trinità (Padre Figlio e Spirito Santo) ed in particolare 2 dita si toccano a indicare le due nature: la natura umana e divina del Figlio.
Nell'icona posta dietro l'altare, con il Cristo a mezzobusto, i colori delle vesti indicano le due nature del Figlio: il rosso scarlatto della tunica indica la natura divina, ricoperta dal mantello (imation) di colore blu-verde che indica l'umanità.
Nell'icona, posta sotto il leggio, con il Cristo a figura intera e posto dentro una mandorla di gloria i colori delle vesti giallo-oro indicano la natura gloriosa e regale del Cristo risorto.
La Madre di Dio e la comunione con Cristo
La Vergine della tenerezza esprime il rapporto tra la maternità divina, l’umanità del Figlio e la compassione per tutta la creazione. È una forma iconica nella quale la relazione con Cristo diventa anche una scuola di partecipazione al suo amore.
E' una delle tipologie classiche delle icone mariane dette della Tenerezza che, colme di umano sentimento e d'amore, sono definite soprattutto dalla posizione guancia a guancia tra la Madre e il Bambino e che qui richiama la dolce e perfetta intimità tra Gesù bambino e Sua Madre.
Il manto rosso dice amore e partecipazione alla Redenzione operata da Cristo e i fregi dorati sul manto indicano sia la sua regalità che le grazie particolari di cui Maria è stata fatta oggetto.
Sulla fronte e sulle spalle (ne è visibile solo una sulla spalla sinistra) tre stelle annunciano la Verginità di Maria prima, durante e dopo il parto.
Lo sguardo della Vergine non è rivolto al Bambino, ma a colui che guarda l’icona per introdurlo all’incontro con il Cristo portatore della buona novella (il rotolo della Parola) con la medesima intimità, con lo stesso amore perfetto. Lei è la Mediatrice.
In assoluto le icone della Tenerezza esprimono l'aspetto umano della maternità divina e del Divino Infante; esse sottolineano con maggiore forza il fatto che l'umanità della Madre è anche quella del Figlio, da cui Ella è inseparabile per via del suo concepimento.
Il Bambino è qui lo stesso Emmanuele delle icone del tipo Odigitria, vestito con un abito luminoso che ne indica la divinità. Ma rappresentandone i sentimenti umani - la paura, la sua tenerezza - attraverso i gesti l'icona ne sottolinea l'umanità.
Questa compassione che conduce "a rassomigliare a Dio", trasfigura l'aspetto più istintivo della natura umana, quello che la apparenta a tutta la creazione, la maternità.
L’iconografo e la fedeltà alla Tradizione
L’arte dell’icona domanda una fedeltà creatrice da parte di «colui che scrive l’icona» (significato della parola «iconografia») nella misura in cui si riappropria della fede di cui si nutre.
Al servizio della comunità ecclesiale, si sforza di restituire ciò che riceve dalla Tradizione, e ciò passa attraverso il mistero della sua stessa persona in comunione.
Per questo l’iconografo non firma l’icona, come per sottrarla ad ogni affermazione di sé. Le icone ben dipinte erano considerate opera di Dio stesso, che esprimeva la sua perfezione attraverso le mani dell’iconografo, risultava dunque inopportuno porre sull’icona il nome della persona di cui Dio "si era servito".
L'iconografia era un'arte grandissima che richiedeva grande preparazione tecnica e spirituale. Il pittore si preparava appositamente per creare l'opera iconografica: un atto che gli permetteva di entrare in stretto rapporto con il divino ed esigeva una profonda purificazione mentale, spirituale e fisica.
Queste regole insistono anche sullo spirito di preghiera e di fede che governa l’elaborazione dell’icona, con ciò che ne consegue riguardo al digiuno dei sensi, alla sobrietà spirituale, e all’essere impregnati dalla Parola di Dio.
La materia dell’icona e la sua funzione rituale
Le icone erano dipinte su tavolette di legno, generalmente di tiglio, larice o abete. Sullo strato interno della tavoletta in genere era effettuato un solco che veniva chiamato "scrigno".
Sulla superficie che veniva così a crearsi, si cominciava a tratteggiare il disegno. Si partiva con uno schizzo della rappresentazione, il successivo processo era quello della pittura.
S'iniziava con il dorare tutti i particolari (bordi dell'icona, pieghe dei vestiti, sfondo e corone). Quindi si cominciava con il dipingere i vestiti, gli edifici e il paesaggio.
Le ultime pennellate venivano effettuate con la pura biacca. L'effetto tridimensionale veniva reso da tratti più scuri distribuiti in modo uniforme.
Successivamente balenii di luce chiari, ottenuti con l'ocra mescolata alla biacca, erano posti sulle parti in rilievo del volto: zigomi, naso, fronte e capelli.
La materialità dell’icona non è un ostacolo alla contemplazione. La materia riceve una forma, un colore e una luce che la orientano verso il mistero dell’Incarnazione.
Il Concilio di Nicea e la difesa delle immagini
La questione dell’immagine fu proprio al centro della crisi iconoclasta, che scosse l’impero bizantino tra VIII e IX secolo: una messa in discussione profonda del modo in cui il cristianesimo orientale aveva scelto di trasmettere la fede attraverso le immagini.
Il II Concilio di Nicea (787) riaffermò quel valore: l’immagine è parte strutturale della vita della Chiesa, costitutiva della trasmissione del sacro.
Nel Concilio di Nicea del 787, viene definita la reale natura delle icone affermando che in quest’arte è presente l’Incarnazione del Figlio di Dio e per questo è possibile unire la natura umana a quella divina, così come sottolinea anche San Giovanni Damasceno.
Nel Concilio di Efeso invece, l’icona viene rappresentata come un “tempio”, ovvero un luogo in cui colui che viene raffigurato è anche presente.
Nella raffigurazione, Dio si avvicina a noi e ci ricorda che anche noi umani siamo un’icona di Dio, poichè il nostro destino è quello di diventare come Lui.
L’icona come partecipazione alla vita eucaristica
L’Eucaristia vuole infatti trasformare coloro che vi partecipano. In forza dell’Eucaristia, possiamo e dobbiamo imparare continuamente cosa significa vivere come cristiani.
Non deve pertanto sfuggire che l’ascolto liturgico di Dio è finalizzato all’esegesi vissuta della Parola, dal momento che la manifestazione del volere divino è diretta a plasmare la vita dei credenti: qui la Parola divina raggiunge l’effetto per cui è uscita dalla bocca dell’Altissimo ed è stata proclamata nella messa.
Commemorando, nella celebrazione eucaristica, il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, questo sacrificio si attualizza, e noi siamo condotti al suo interno in modo tale che la nostra stessa vita diventi eucaristica.
La partecipazione all’icona non è quindi soltanto contemplazione estetica. L’arte dell’icona propone un cammino. Un’estetica si contempla, si giudica, si confronta; un cammino si percorre, e chi lo percorre ne viene modificato.
Per questo l’icona mantiene una sua interlocuzione anche con chi non condivide la fede che l’ha generata. In un tempo dominato dalla proliferazione delle immagini, questa interlocuzione ha un peso specifico.
La pratica del Vangelo è la sua interpretazione più convincente e credibile. L’esegesi del Vangelo è la carità!
L’immagine liturgica conduce così dalla visione alla conversione, dalla memoria alla comunione, dalla contemplazione alla disponibilità verso Dio e verso gli uomini.
La Chiesa come offerta viva
L’Eucaristia come sacrificio di Cristo è anche sacrificio della Chiesa e del singolo credente. L’insistenza sul fatto che l’Eucaristia, in quanto sacrificio di Cristo, è anche sacrificio della Chiesa e del singolo credente, dice “tutta la densità esistenziale implicata nella trasformazione della nostra realtà umana afferrata da Cristo”.
La Chiesa non solo offre il sacrificio di Cristo, ma deve diventare essa stessa un’offerta, secondo le parole della Preghiera eucaristica, e in particolare della quarta: “Guarda con amore, o Dio, il sacrificio che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa; e a tutti coloro che parteciperanno a quest’unico pane e a quest’unico calice, concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, diventino offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria.”
Chiediamo a Dio che l’offerta di sé fatta da Cristo a Dio e agli uomini, che celebriamo nell’Eucaristia, diventi qualcosa di interiore e che noi stessi possiamo essere trasportati nel flusso dell’amore di Gesù che si dona agli altri.
In altre parole: chiediamo a Dio che noi stessi diventiamo come Cristo e con Cristo Eucaristia, e così graditi a Dio e disponibili verso gli uomini.
Il fine dell’Eucaristia è “l’offerta di tutto il Cristo, capo e membra”, ovvero “l’offerta di noi stessi con Lui, la partecipazione al dono di sé fatto da Gesù Cristo, il dono di sé da parte della comunità, della Chiesa come ostia viva nella quotidianità del mondo”.
In questa prospettiva, l’icona diventa un invito visibile a lasciarsi conformare a Cristo, a entrare nel dinamismo del suo dono e a trasformare la propria vita in risposta eucaristica.
tags: #valenza #eucaristica #icona