Juri Camisasca, il cantante eremita ai piedi dell’Etna

Juri Camisasca è un cantautore, compositore, artista italiano noto per il profondo legame con la spiritualità e la lunga collaborazione con Franco Battiato. Oggi vive alle pendici dell’Etna, immerso nel silenzio e nella contemplazione, e da anni si dedica anche alla pittura di icone sacre.

La sua vicenda artistica e umana unisce musica sperimentale, ricerca interiore, esperienza monastica, vita eremitica e una produzione spirituale lontana dai canoni del consumismo discografico. Il suo percorso parte dal disco d’esordio La finestra dentro, attraversa la collaborazione con Battiato e con numerosi artisti italiani, passa per undici anni di vita benedettina e conduce infine al romitaggio ai piedi dell’Etna.

Juri Camisasca alle pendici dell’Etna

Un artista tra musica, silenzio e ricerca spirituale

Juri Camisasca è tra le personalità più anomale e sfuggenti del nostro tempo. Nato nel 1951, ha esordito poco più che ventenne, nel 1974, con un disco sperimentale, La finestra dentro, pubblicato dalla Bla Bla di Pino Massara, con Franco Battiato dietro le quinte.

È un artista controcorrente, lontano dalla commercializzazione della musica, originale per il suo pop religioso, dove il gregoriano si fonde con il minimalismo sacro e le sonorità della mystic music. Camisasica è un artista fuori dai canoni del consumismo discografico.

È un cantautore e pittore di icone sacre, scoperto da Franco Battiato che lo ha introdotto nel mondo discografico. La musica è anche compagna di viaggio, sia fisico che mentale e di certo è una compagna di viaggio anche per Juri Camisasca.

Ascoltando le numerose produzioni musicali di Juri (Roberto) Camisasca, sembra che la sua carriera musicale si possa distinguere in due parti: da un lato il disagio esistenziale degli anni Settanta e dall’altro la spiritualità illuminata dei brani più recenti, ma in fondo c’è un fil rouge che tiene unite le due parti, ed è la ricerca continua e profonda per scoprire se stesso.

Il legame con Franco Battiato

Proprio il sodalizio con Battiato è forse l’aspetto più noto della vita di Camisasca: dal progetto Telaio Magnetico a Genesi, Gilgamesh e Telesio, la collaborazione con il grande musicista e cantautore siciliano non si è mai interrotta.

Juri nasce in una periferia di Milano e durante il servizio militare ad Udine incontra casualmente Franco Battiato. Da qual momento fra loro nasce non solo una collaborazione musicale, ma anche una profonda amicizia.

Nel 1974 inizia la collaborazione con Franco Battiato, prestando la sua voce nei cori, all’interno dell’album Clic. L’incontro con Franco Battiato avvenuto nel 1974 durante le registrazioni di Clic, quarto disco del cantautore siciliano (al quale Camisasca partecipa), offre al giovane Juri la possibilità di entrare nella storica scuderia Bla Bla, label interessata a lavori d’avanguardia in linea con i primi tre dischi dello stesso Battiato, ossia Fetus, Pollution e Sulle corde di Aries.

Negli anni successivi Juri non incide nulla. Presta però la sua voce a Franco Battiato per "Clic" (1974) e "Juke Box" (1978), oltre a collaborare nei cori di Alfredo Cohen per l’album "Come barchette dentro un tram" (1976).

Nel 1987 rompe il suo silenzio per partecipare ad alcune rappresentazioni dell’opera teatrale "Genesi" di Franco Battiato (come voce recitante). Nel 1992 Juri presta la sua voce alla nuova opera di Battiato “Gilgamesh” e all’album “L’attesa” di Lino “Capra” Vaccina, con cui collabora anche nel 1995 per “In cammino tra i sette cieli”.

Nel 2008 si ricongiunge proprio a Battiato cantando in duetto la sua “La musica muore”. Il suo legame con Franco Battiato intanto non si è mai spezzato.

La finestra dentro: l’esordio sperimentale del 1974

Il suo esordio discografico avviene nel 1975 con un album surreale, La finestra dentro, prodotto da Franco Battiato e da Pino Massara e distribuito dalla storica etichetta Bla Bla. Nel 1974, il suo esordio musicale; esce “La finestra dento”, album originalissimo, intimo, astratto.

La stessa cronologia viene indicata anche nella scheda discografica dell’album: nello stesso anno, vede quindi la luce il primo album solista di Juri Camisasca, il celeberrimo La Finestra dentro.

Ne “La finestra dentro” (1974) Juri riesce a miscelare gli elementi propri del folk con allucinanti virate acid- prog, dipingendo storie e paesaggi inquietanti ma, nello stesso tempo, anche estremamente suggestivi.

Arrangiato da Battiato coi fidi musicisti della scuderia Bla-Bla (Gianni Mocchetti, Gianfranco D’Adda, Mario Ellepi e Lino “Capra” Vaccina tra gli altri), Camisasca costruisce un disco incredibilmente compiuto e maturo, omogeneo nel sincretismo tra elementi surreali e piccole storie quotidiane dal vago sapore fantascientifico.

L’utilizzo della voce, ora rauco ora celebrativo, resta il perno centrale di tutta l’opera, grazie alla modulazione che l’artista effettua scorrendo di brano in brano sfruttando le sonorità eteree costruite dal VCS 3, suonato dall’amico Battiato, intessendo una trama che rinsalda alla perfezione brani come Un fiume di luce ed Il regno dell’Eden.

La forza eversiva dell’iniziale Un galantuomo resta comunque inarrivabile: la descrizione in prima persona di un essere pervaso da forme di vita che divengono paradigma delle ansie e delle pulsioni della società contemporanea, raffigurate in un quadro straniante dai toni decadenti, rende questo brano una perla di rara bellezza e concisione.

Ho un grande vuoto nella testa accorpa la disillusione a considerazioni di stampo nichilista in Metamorfosi, fino a deflagrare nell’invettiva di Scavando col badile, sei minuti di pura follia narrativa nei quali gli avvenimenti descritti sembrano quasi teorizzare un ipotetica palingenesi civile con gli animali che rovesciano gli umani in un collage di orwelliana memoria.

John è una commossa rievocazione della scomparsa di un conoscente che affonda il coltello nel qualunquismo sociale raccontando una struggente storia di prostituzione transessuale.

AlbumAnnoBrani indicati
La finestra dentro1974Un galantuomo; Ho un grande vuoto nella testa; Metamorfosi; Scavando col badile; John; Un fiume di luce; Il regno dell’Eden

La Finestra dentro resta, dopo quasi quattro decenni, un piccolo capolavoro che fa la spola tra il progressive del periodo ed uno sperimentalismo dai toni avanguardistici. La rarità dell’edizione originale dell’LP la dice lunga sulla considerazione degli appassionati per quest’opera.

Fortunatamente, l’etichetta GDR ne ha recentemente pubblicato un’ottima ristampa in versione digipack, rispolverando definitivamente un disco legato a doppio filo alla personalità di un autore considerato di culto nonostante l’esiguità della propria produzione, tanto irregolare quanto coerente.

Il Telaio Magnetico e le collaborazioni degli anni Settanta

Nel 1975 Juri entra a far parte del super-gruppo del Telaio Magnetico insieme a Franco Battiato, Mino Di Martino, Terra Di Benedetto, Roberto Mazza e Lino "Capra" Vaccina; il progetto tuttavia nasce e si esaurisce nell'arco di un piccolo tour nel Sud Italia, la cui unica testimonianza rimane il disco postumo "Live '75" (1995).

Bisognerà attendere il 1988 per avere un secondo album. In quei quattordici anni tante cose però. Le collaborazioni con Lino Capra Vaccina, Telaio Magnetico, Battiato, Alfredo Cohen, i concerti.

In quei giorni Juri continua a vivere inquieto nel capoluogo lombardo e per trovare conforto studia sui libri di filosofia orientale e si isola dagli amici, rientrando in società soltanto per lavorare come animatore negli asili.

La conversione e la scelta monastica

Sulla fine degli anni settanta, la ricerca interiore che l’ha sempre accompagnato trova risposta nella ricerca religiosa, e così decide di prendere i voti e divenire monaco benedettino, ritirandosi a vita monastica per circa undici anni.

Quando gli capita tra le mani un libro di Santa Teresa d’Avila, inizia tuttavia a capire finalmente cosa manca nella sua vita. Così, da seguace del mito di Woodstock e della bit generation, avviene l’incontro con Dio che gli cambia l’esistenza e alla fine degli anni ’70 sceglie di prendere i voti e di ritirarsi in un convento benedettino.

Inizialmente a Praglia (Pd) e poi a San Silvestro Abate sul Montefano, nelle Marche. Uscirà da quei chiostri undici anni dopo alla ricerca di qualcosa di ancora più estremo.

Per rispondere bene a questa domanda dovrei scrivere un libro. Diciamo che una sera mi sono coricato e il mattino dopo ero una persona completamente diversa. Ho incominciato a vedere il mondo con occhi nuovi, mi si sono aperti orizzonti straordinari.

Entrare in monastero è stata una necessità dettata dalla mia sete di scandagliare i misteri dell’anima. Avevo bisogno di vivere in un’atmosfera ordinata e silenziosa, lontana dalle frenesie e dai clamori del mondo.

L’esperienza conventuale è stata un’autentica palestra dello spirito, mi ha irrobustito interiormente e mi ha insegnato a comprendere le ragioni degli altri, ad accettare anche chi non è in sintonia con la tua visione.

La conversione - ovvero la percezione della chiamata di Dio - è una realtà straordinaria. Dai grandi racconti, comprendiamo come possa accadere in tanti modi e in circostanze assai diverse.

Di punto in bianco o quasi, in maniera totalmente gratuita, senza che io facessi nulla, sono stato travolto da una “ondata di beatitudine”, di bene, di gioia: ma dico così perché non so quali altre parole usare.

Vero è che, quando passavo davanti ad una chiesa - vivevo a Milano vicino a Porta Ticinese - sentivo il bisogno fisico di entrarvi, come attratto da un magnete. Penso di aver visitato tutte le chiese della città in quel periodo.

Un giorno, è accaduto che mi trovassi in Duomo mentre si stava celebrando una Messa e che, senza alcuna premeditazione o preparazione, avvertissi l’esigenza di fare la Comunione.

Da quel momento, ciò che era stata la mia vita precedente ha cessato di interesse: non mi interessava più l’affermazione artistica, non mi interessava più il mondo di prima. Solo la dimensione spirituale aveva per me interesse.

Poi mi misi alla ricerca di un monastero in cui entrare. Eravamo alla fine degli anni Settanta. Non avevo ancora trent’anni.

La formazione benedettina

Naturalmente, non conoscevo i monasteri d’Italia. La cosa ha del grottesco: mi misi a cercare sulle pagine gialle dove fossero i monasteri. Poi ho preso a girarli dal nord al sud.

Sono stato dapprima in monasteri francescani, ma mi è parso di respirare un clima sin troppo gioioso, un po’ troppo spensierato, mentre io avevo bisogno, per me stesso, di qualcosa di più “severo”.

Rimasi affascinato quando, per la prima volta, entrai in un monastero benedettino. C’era tanto silenzio e venni colpito dal fatto che, durante i pasti, i monaci non parlassero ma ascoltassero le letture dalla Scrittura.

Sono stato un anno e mezzo nel monastero di Fonte Avellana, non ancora monaco, prima di fermarmi in pianta stabile - dalla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta - nel monastero di San Silvestro di Fabriano, sempre nelle Marche.

Ho fatto la scelta benedettina anche se, in quello stesso periodo, leggevo molti testi spirituali carmelitani. Ne ero sedotto. Avvertivo una grande sintonia con le parole di santa Teresa d’Avila e con san Giovanni della Croce, con Teresa di Lisieux ed Elisabetta della Trinità.

Certamente stare in monasteri benedettini per dieci anni mi ha dato tantissimo, vivendo la Regola di San Benedetto, nello studio dei Padri del deserto: Evagrio Pontico e Antonio il Grande fra tutti.

Dal monastero sono uscito nel 1991. Ma essere monaco non vuol dire soltanto portare l’abito: è un’attitudine di vita interiore. In questo senso lo sono rimasto.

La vita eremitica ai piedi dell’Etna

Una scelta ancora più estrema, dopo aver preso i voti, è stata quella (se non sbaglio intorno al 1988) di lasciare il monastero e andare a vivere ai piedi dell’Etna, in solitudine. La decisione di diventare eremita.

Si dedica alla meditazione e sceglie di ritirarsi a vita da eremita alle pendici dell'Etna. La scelta di vita monastica del cantautore, infatti, è mutata nella forma ma non nei contenuti: oggi Juri Camisasca riversa il suo talento sull’arte pittorica, sempre in solitudine ma al di fuori del convento, bensì da placido eremita ai piedi dell’Etna.

Sì ancora adesso vivo alle pendici dell’Etna. Senza la scuola monastica e senza l’esperienza meditativa non sarebbe possibile portare avanti uno stile di vita eremitico, o meglio, lo potresti anche fare ma rischieresti di condurre una vita vegetativa che nulla ha a che vedere con la spiritualità e la contemplazione.

Saper restare da soli non è così semplice, la mente può giocare brutti scherzi e turbare la quiete interiore. Bisogna avere una certa solidità psichica ed essere orientati verso i valori superiori, sentire l’armonia del silenzio, avere la capacità di vivere nel presente, percepire il senso della comunione universale con l’esistenza, ma soprattutto sentirsi in compagnia di Dio.

Questo è lo status nel quale cerco di mantenermi. Amo il silenzio e la solitudine. Vivo alle pendici dell’Etna, immerso in un ambiente naturale stupendo.

Essere eremita, in fondo, per me, significa solo questo. Penso si possa e si debba essere eremiti sia in cima a una montagna così come in un ufficio in città, se si è in grado di creare lo spazio interiore che consente di stare permanentemente a contatto col sacro o col santo di Dio.

Il controllo del pensiero, il controllo delle emozioni, la purezza del cuore, sono le caratteristiche dell’eremita, così che tutti possiamo essere eremiti, in questo senso. Certamente, le condizioni di vita facilitano o meno. Io ho scelto quelle che facilitano.

Solitudine e presenza

C’è solitudine e solitudine, come sappiamo. C’è una solitudine triste, di cui si soffre, perché mancante della compagnia. E c’è una solitudine che non è affatto triste perché è abitata dalla pienezza.

In questa, non ci si sente soli, perché si è, in realtà, in presenza, sempre, di Qualcuno. Chi vive profondamente dentro una tale esperienza, parla appunto di inesprimibile bellezza, di sensazione gioiosa, di musica e di danza della vita.

Dal tempo della mia conversione penso di non essere mai uscito da questo tipo di percezione della Presenza. Un percorso scosceso e meandrico nella spiritualità.

Paesaggio vulcanico alle pendici dell’Etna

La musica come preghiera

La musica, fin dalle origini dell’uomo, ha sempre avuto un ruolo catartico. Ha accompagnato e accompagna ancora oggi, la meditazione, lo scandire del tempo, delle stagioni, del giorno e della notte.

“Live your dream, you will find your dimension live in your soul, you will find peace and freedom. Love is the angel of the world Love is the angel of the world”. Queste sono alcune delle parole che si ritrovano nel testo della canzone Love is the angel of the world, contenuta all’interno dell’ultimo album di Juri Camisasca dal titolo "Cristogenesi".

La musica è fondamentalmente la comunicazione di emozioni. Se non c’è comunicazione di emozioni non c’è vera musica.

Distinguo, ormai chiaramente, una musica di carattere urbano da una musica di carattere elevante, nel senso che dicevo prima, a proposito della discesa/ascesa. A me interessa, ora, solo questa.

La musica che mi eleva è il canto gregoriano, ad esempio, in Occidente, oppure i canti indiani, in Oriente. Il potere della musica è veramente straordinario.

Dico così: la musica entra direttamente nel cuore o nell’anima, senza passare attraverso il cervello. Il musicista comunica quello che ha dentro di sé, le sue frustrazioni o le sue emozioni.

In passato, prima della mia conversione - da musicista rock - esprimevo in musica il mio disagio esistenziale. Poi, la musica è divenuta la possibilità di comunicare il mio stato interiore pacificato - o beatificato - in una maniera che non avrei egualmente potuto esprimere con le parole.

Con la mia musica, quindi, cerco di comunicare o trasmettere le emozioni che provo nella mia vita spirituale, quelle che mi sono donate. Vorrei che fossero l’espressione di una preghiera permanente.

Questo vorrebbe esser vero anche quando interpreto le canzoni di altri. Ultimamente. nei miei concerti, ho interpretato canzoni di Fabrizio de André: non era un musicista “religioso”, eppure la sua musica - con la sua voce - comunica quel che penso della musica spirituale.

La discografia spirituale

Per avere un seguito a “La finestra dentro” bisognerà aspettare fino al 1988, anno di uscita di “Te deum”, opera sin dal titolo marcata da un forte influsso religioso, composta da una serie di canti gregoriani e brani originali arrangiati elettronicamente dallo stesso Camisasca.

Nella primavera del 1988, esce un nuovo album, il Te Deum, per l’etichetta dell’amico Battiato, L’ottava. Si tratta di un album di canti gregoriani, arrangiato elettronicamente e composto da brani della tradizione cristiana e composizioni originali, rivisitati e musicati dallo stesso Camisasca.

Nel 1990 è l’anno de Il Carmelo di Echt, un album di brani inediti di grande intensità, tra i quali spicca Nuvole bianche, espressione di una profonda ricerca interiore.

Nel 1991 Camisasca ritorna ufficialmente con “Il carmelo di Echt”, testimonianza di fede in musica che vede la supervisione artistica di Mauro Pagani della Pfm, personaggio che influenza comunque poco il risultato finale, accostabile al rock elettronico e colto di Battiato.

L’album, permeato ancora da un grande misticismo contemplativo. Il 1999 è un anno molto importante per Juri, perché dopo nove anni di silenzio arriva sul mercato discografico un nuovo album di inediti, Arcano enigma, prodotto da Battiato e suonato con la collaborazione dei Bluvertigo.

Nel 1999 è quindi il turno di “Arcano enigma”, disco dalle avvolgenti sonorità elettro-pop in cui l’ammirazione di Camisasca per Sant’Agostino. Oltre al ritorno alla produzione di Battiato, il disco vede la partecipazione in studio dei Bluvertigo.

Nel maggio del 2016 avviene il ritorno discografico di Camisasca, che, in coppia con il musicista Rosario Di Bella, realizza e pubblica il disco Spirituality, distribuito dalla Warner Music.

L 2016 vede l’inaspettato ritorno di Juri al mondo musicale, assieme all’amico Rosario Di Bella. Così, dopo 17 anni di silenzio discografico, Juri ritorna sulle scene incidendo la sua personale idea di "spiritualità", contrassegnata da sfondi elettronici e canti gregoriani, che invita alla ricerca della pace e all’armonia della natura.

E la sua misurata produzione discografica costituisce, per visione, un corpus unico: “Il carmelo di Echt” (1991), “Arcano enigma” (1999) con gli arrangiamenti dei Bluevertigo, “Spirituality” (2016), “Laudes” (2019), “CristoGenesi” (2021).

Il suo lavoro è l’album “Cristogenesi”(2021), un’avventura intrapresa con le edizioni Paoline, ricco di sicilianità, sia nei contenuti sonori che nelle collaborazioni coi musicisti. Solitudine, ascesi, ricerca interiore, sono temi cari all’artista che si ritrovano tra le note del disco e nel brano di chiusura, “La mia genesi” Juri Camisasca canta che un giorno “ci libereremo in volo nell’infinita Vita Divina”.

AlbumAnnoCaratteristiche
La finestra dentro1974Album sperimentale e surreale
Te Deum1988Canti gregoriani e composizioni originali arrangiati elettronicamente
Il Carmelo di Echt1991Brani inediti di forte intensità spirituale
Arcano enigma1999Sonorità elettro-pop e collaborazione dei Bluvertigo
Spirituality2016Realizzato con Rosario Di Bella
Laudes2019Produzione discografica spirituale
CristoGenesi2021Sfondi elettronici, canti gregoriani e sicilianità

Le canzoni scritte per altri artisti

Nel 1985 scrive il noto brano Nomadi, eseguito da Carla Bissi, in arte Alice e successivamente inserito da Franco Battiato nell’album Fisiognomica.

Negli stessi anni Juri collabora come autore di canzoni di altri artisti scrivendo "Nomadi" per Alice ("Park Hotel", 1986), che sarà inclusa anche nell'album di Franco Battiato "Fiosognomica" (1988) e in "Voce prigioniera" di Giuni Russo (1998).

Proprio per Alice scriverà alcune delle sue più belle canzoni, in gran parte comprese all'interno del suo "Il sole nella pioggia" (1989) e, sempre nello stesso anno, firmerà anche una serie di brani per "Svegliando l'amante che dorme" di Milva (“Potemkin”, “Angelo del rock”, “Una storia inventata”).

Negli anni ’90 e nel terzo millennio Camisasca contribuisce ad arricchire il canzoniere italiano di composizioni la cui importanza va ben al di là del loro riscontro commerciale.

Canzoni, di cui è autore o coautore, resistenti al passare tempo: Il sole nella pioggia, Visioni, Tempo senza tempo per Alice; I processi del pensiero, Potemkin per Milva.

Negli anni Novanta e Duemila, Camisasca continua a scrivere brani per Giuni Russo e Alice e firma assieme a Battiato “Nuvole nere” per la Pfm, presente in “Serendipity” (2000).

La collaborazione con Battiato e “Torneremo ancora”

Sia nella musica di Franco che nella mia, come hai notato, c’è molto “Oriente”. Ma, naturalmente, andrebbero fatti molti distinguo.

Franco, ad un certo punto, è stato preso dalle teorie di Georges I. Gurdjieff. Il suo album La voce del padrone ne è intriso. Quindi ha fatto un suo percorso: si è avvicinato al buddhismo e, verso la fine, si è avvicinato anche al cristianesimo, anche nella sua musica.

Io ho sempre avuto interesse e simpatia per le religioni orientali, tanto da considerare, come ho detto, mie guide spirituali, insieme a santa Teresa d’Avila, Sri Aurobindo che, da mistico indiano, ha espresso un pensiero accostabile a quello di Teilhard de Chardin, per quanto riguarda la visione di un mondo in evoluzione, verso la vita piena.

Tu e Franco Battiato avete scritto e composto insieme la sua ultima canzone, “Torneremo ancora”. La canzone doveva essere per un altro cantante. Franco mi ha chiesto di partecipare al lavoro di stesura.

A quel tempo il tema dei migranti era all’ordine del giorno. Il titolo doveva essere I migranti di Ganden. Pensavamo ai monaci del Tibet che, volontariamente e in maniera totalmente non violenta, hanno lasciato i loro monasteri e la loro terra a seguito della invasione della Cina.

Non abbiamo voluto però scrivere una canzone politica: abbiamo inteso la migrazione come migrazione di anime. Su un foglio di carta scrivevamo le idee che, a mano a mano, ci venivano in testa.

Poi, Franco, alla tastiera ha creato i primi accordi con cui costruire le melodie da accompagnare alle parole e alle strofe. Io mi sono occupato, in particolare, dell’inciso musicale (o ritornello), quello che dice: lo sai/ che il sogno è realtà/e un mondo inviolato/ ci aspetta da sempre/i migranti di Ganden/in corpi di luce/su pianeti invisibili.

La pittura delle icone

Juri Camisasca è anche iconografo e pittore di icone sacre. A fare da ponte tra il suo percorso musicale che divora il sacro e le sue scelte di vita vi è anche l’attività di pittore di icone.

Ho conosciuto il mondo dell’Icona mentre ero in monastero. Sono rimasto affascinato dall’aspetto ascetico-liturgico di quest’arte.

Una monaca, esperta di iconografia e con un gran talento per la pittura, mi insegnò i primi rudimenti. Pian piano feci progressi. Ora credo di realizzare dei buoni lavori.

Voglio sottolineare il fatto che l’icona non è un semplice oggetto decorativo, essa è realmente un veicolo che ti eleva spiritualmente. È una presenza.

Florenskij nel suo capolavoro Le porte regali cita la Trinità di Andrej Rublëv come una delle prove dell’esistenza di Dio. Ovviamente è tutto un discorso legato alla profondità di preghiera che il pittore è in grado di raggiungere.

Non per niente quest’arte è sempre stata esercitata nei monasteri. I più grandi pittori di Icone in realtà sono stati dei grandi mistici.

Si dice scrivere le Icone, anziché dipingerle, perché le Icone sono immagini rivelatrici della Parola di Dio. Le Icone sono il Vangelo tradotto in immagini.

Anticamente aiutavano quelle persone che non erano in grado di leggere la Sacra Scrittura, il Nuovo Testamento in particolare (anche se non mancano nelle Icone elementi dell’Antico Testamento).

Tra la mia attività di scrittore di Icone - quindi la pittura - e l’attività musicale c’è, per me, un profondo rapporto: in fondo, in entrambe le arti, si tratta di realizzare lo svuotamento di me stesso, nel verso della Kenosis cristica.

Padre Pavel Florenskij, a proposito della Icone, parlava di un’arte della salita e della discesa: la salita avviene quando si dà una propria interpretazione, la discesa quando ci si svuota e si lascia che sia lo Spirito ad interpretare.

L’analogia tra la scrittura delle Icone e la composizione musicale sta proprio in tale ascesa e discesa (o discesa e ascesa): quando, cioè, accade qualcosa - la cosiddetta ispirazione - che lascia spazio all’Altro, che viene da sé.

Una formazione tra cristianesimo e Oriente

Ho studiato teologia per quattro anni nel monastero benedettino di Praglia (Padova). La mia formazione è stata, quindi, quella teologica classica, sui grandi autori del pensiero cristiano, sino, naturalmente, ai contemporanei.

I miei interessi culturali erano e restano piuttosto variegati. Come ti ho detto, sin da bambino, ho avuto interessi artistici, soprattutto nell’ambito della pittura, della scultura e della musica.

Adesso ascolto solo musica classica e musica che ritengo di natura spirituale. Ascolto e studio molto i suoni con effetto meditativo che mi giungono dall’Oriente.

La letteratura è stata un altro mio interesse. Ho letto i grandi autori russi (Puškin e Dostoevskij su tutti), francesi (Balzac, Guy de Maupassant, Flaubert, Voltaire…), con uno speciale trasporto, ad esempio, per i libri dello svizzero tedesco Hermann Hesse o di Thomas Mann.

Ora leggo, quasi esclusivamente, autori spirituali: molti orientali - quali Sri Aurobindo, Shankara, Krishnamurti, Osho - dopo aver letto i testi classici dell’Oriente (Upanishad e Bhaghavad Gita).

Tra i grandi teologi cattolici avverto una grande affinità elettiva con Teilhard de Chardin. Ma anche con gli autori monaci Henry Le Saux e Thomas Merton.

Dai tempi del monastero non ho mai cessato di leggere e di interrogare i Padri del deserto e i mistici carmelitani, santa Teresa e san Giovanni della Croce su tutti.

Qualcuno mi ha dato del “sincretista”. Non mi piace questa definizione. Io sono semplicemente uno che cerca di allargare il proprio orizzonte, per quanto più possibile.

Sono cristiano, cattolico. Ma per me è di fondamentale importanza ampliare e integrare il pensiero cristiano.

Sono convinto che l’Oriente non contamini il pensiero cristiano, anzi mi aiuti ad essere più cristiano: cattolico nel senso di universale.

Ritengo che le tecniche meditative orientali abbiano molta profondità da conferire al vivere cristiano, senza rinunciare affatto a Cristo.

Il docufilm Non cercarti fuori

Il docufilm Non Cercarti fuori di Francesco Paolo Paladino è un viaggio attraverso i paesaggi siciliani situati alle pendici dell’Etna, dove Juri Camisasca vive quotidianamente il lento scorrere del tempo, il rapporto con il silenzio, con lo Spirito, con il luogo che lo ospita, con il Suono come manifestazione di qualcosa di più alto.

L’artista racconta gli aspetti salienti del suo percorso esistenziale e spirituale. La collaborazione con Antonello Cresti è iniziata con la realizzazione del docufilm Non cercarti fuori, regia di Francesco Paladino.

Il docufilm sarà presentato e proiettato, con la presenza di Juri Camisasca e del produttore e ideatore del progetto Antonello Cresti. Dopo la proiezione, Juri si esibirà in un mini-LIVE acustico di alcuni fra i più significativi brani del suo repertorio.

Antonello Cresti

Produttore e ideatore del progetto “Non cercarti fuori” è saggista, compositore ed agitatore culturale. Si è laureato con lode in Scienze dello Spettacolo presso l’Università di Firenze.

Ha già pubblicato dieci libri, usciti con varie case editrici, dedicati a musica underground, cultura britannica, controcultura e esoterismo.

Attualmente concentra i suoi sforzi maggiori nella divulgazione delle “musiche altre” sul territorio nazionale.

Francesco Paolo Paladino

Regista del DocuFilm. Dopo aver partecipato ai più importanti Festival del cortometraggio nazionali ed esteri, ha iniziato nel 2000 a dedicarsi alla videoarte.

Insieme a Maria Assunta Karini ha formato i Kapa; dal 2003 collabora con importanti musicisti di tutto il mondo realizzando audio/video denominati “trancesfilm”.

Il libro e la parola del silenzio

Le edizioni La Vela, per cura di Antonello Cresti, hanno pubblicato La risposta nel silenzio, libro in cui Juri Camisasca riassume i tratti salienti della sua cerca.

Abbiamo discusso della possibilità di pubblicare un libro-intervista ed è nato La risposta è nel silenzio.

Nel bellissimo libro-intervista “La risposta è nel silenzio” ripercorre tutte le tappe salienti della sua vita e della sua carriera musicale. Interessante soprattutto la parte in cui vengono scandagliati le liriche delle sue canzoni.

L’attenzione assolutamente pura è preghiera. [L’ombra e la grazia, Simone Weil]

Il rapporto con la società contemporanea

Sul piano musicale non mi pare ci siano state delle innovazioni. I gruppi attuali stanno percorrendo le strade tracciate dalle grandi band del passato.

Ci sono vocalist e strumentisti di notevole livello, complessi molto forti, ma in linea di massima vedo un work in regress, manca la voglia di esplorare, di osare. Però ammetto che ogni tanto esce qualcosa di buono.

Per quanto riguarda i festival degli anni Settanta, più che altro erano un modo per ritrovarsi insieme all’insegna della libertà, una libertà che era sottolineata anche da una tendenza musicale protesa verso la sperimentazione.

C’era la necessità di sganciarsi dagli stereotipi imposti dalla società per cercare altre dimensioni. Molte cose potevano essere discutibili, come ad esempio una certa spiritualità troppo evanescente ed affettata, e a volte paradossalmente contaminata dalla politica.

Ora invece ci siamo incapsulati nei cellulari. Tutto questo progresso tecnologico è un’arma a doppio taglio.

Da un lato ci offre possibilità straordinarie sul piano professionale, dall’altro stiamo perdendo progressivamente i contatti naturali a favore dei contatti virtuali.

Ci stiamo dimenticando che la vita è anche poesia, non guardiamo più il cielo, non passeggiamo più nei boschi, o al limite ci andiamo con gli smartphone accesi.

I social network stanno atrofizzando la nostra sensibilità a favore della polemica e dell’aggressività. È tutto molto triste.

La morte, la meditazione e la luce

Il grande mistero della morte mi terrorizza e affascina al tempo stesso. Per molti significa abbracciare una nuova vita, quella forse promessa dal cristianesimo. Per altri significa semplicemente scomparire nel buio.

Sono allarmato dal pensiero del non essere più, del non esserci più, all’improvviso e per sempre. Questa nostra avventura terrena è un breve episodio, ma è anche un grande mistero.

Essa si manifesta all’interno di due eventi sui quali non abbiamo alcun dominio, la nascita e la morte. Non conosco il pensiero di Sergio Quinzio, ma i saggi orientali dicono che i nostri patimenti e le nostre paure derivano dalla cosiddetta Avidyā, ovvero l’ignoranza.

In pratica noi non sappiamo niente della vita e di noi stessi. Noi non sappiamo chi siamo.

Alcune grandi anime hanno avuto esperienze di rapimenti in dimensioni di beatitudine e di luce inimmaginabile. Questa Luce Mistica Immortale è il fondamento ultimo del nostro essere.

Conoscere questo fondamento ultimo significa conoscere la propria eternità. Tutte le paure vengono superate e l’esistenza si trasforma in un ringraziamento continuo, anche nella sofferenza.

C’è solo una strada che ti porta a scoprire tutto questo: la meditazione. Noi non possiamo morire, e un giorno ci faremo una bella risata di tutte le nostre paure.

Solo tre cose ci vengono richieste: rispetto per gli altri, retta coscienza e una fiamma nel cuore che arda verso l’alto.

Ma è dal vivo che si può essere davvero presi dalle correnti ascensionali. C’è un quid metafisico che supera la dimensione della religione e pure della fede: l’attenzione al punto prezioso e segreto che ognuno ha dentro.

È là che converge lo sguardo interiore, a patto di lasciar cadere le difese e sciogliere il beffardo che è in noi.

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