Differenza tra risurrezione dei corpi e risurrezione della carne

Nel linguaggio cristiano, le espressioni «risurrezione dei corpi», «risurrezione dei morti» e «risurrezione della carne» indicano sostanzialmente lo stesso mistero: alla fine dei tempi Dio restituirà la vita ai morti, riunendo ciascun corpo alla propria anima e trasformandolo in un corpo incorruttibile e glorioso. La formula «risurrezione della carne» mette però in evidenza che sarà risuscitato l’uomo intero, nella sua concreta esistenza personale, e non soltanto un’anima spirituale.

La differenza è quindi soprattutto terminologica e di accento: «risurrezione dei corpi» descrive ciò che accade al corpo; «risurrezione della carne» afferma che la salvezza riguarda l’uomo nella sua corporeità, debolezza, mortalità, storia e identità personale. Non si tratta né della reincarnazione in un altro corpo né del semplice ritorno alla vita terrena, ma della trasformazione definitiva del nostro corpo a somiglianza del corpo glorioso di Cristo risorto.

Che cosa significa «risurrezione della carne»

Il termine «carne» designa l'uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. La «risurrezione della carne» significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell'anima immortale, ma che anche i nostri «corpi mortali» (Rm 8,11) riprenderanno vita.

Nel lessico biblico, carne, basar, non è semplicemente il corpo. La “carne” è l’uomo vivo, nella sua interezza (anima e corpo). La vita che abbiamo, la vita che siamo, la vita per la quale crediamo, speriamo e amiamo (è questo il senso del termine “carne”) la concepiamo come divisa in due, in maniera netta: quella prima della morte - piena di umanità e di carnalità - che chiamiamo vita mortale, corruttibile, che è destinata a finire; quella dopo la morte, invece, la svuotiamo di eventi, la prosciughiamo di emozioni e di affetti, perché è fatta di sola durata spirituale (prendendo in prestito la filosofia greca diciamo che è l’anima), svuotata quindi di umanità, di carnalità.

La fede cristiana non considera la corporeità un elemento estraneo alla salvezza. «La carne è il cardine della salvezza». Noi crediamo in Dio che è il Creatore della carne; crediamo nel Verbo fatto carne per riscattare la carne; crediamo nella risurrezione della carne, compimento della creazione e della redenzione della carne.

La resurrezione della carne significa che rimarremo umani anche nel grembo felice di Dio: anzi, saremo umani come non lo siamo mai stati. Non diventeremo come delle amebe del Cosmo, come degli ectoplasmi della Natura, come delle particelle aeree dell’Universo. Continueremo ad avere il nostro nome.

«Risurrezione dei corpi» e «risurrezione della carne»: sono espressioni diverse?

La risurrezione dei morti è stata rivelata da Dio al suo popolo progressivamente. La speranza nella risurrezione corporea dei morti si è imposta come una conseguenza intrinseca della fede in un Dio Creatore di tutto intero l'uomo, anima e corpo.

Il dogma della risurrezione dei morti, se da un lato parla della pienezza della vita immortale alla quale l’uomo è destinato, dall’altro ricorda con vivezza la sua dignità, specialmente nel suo aspetto corporale. Parla della bontà del mondo, del corpo, del valore della storia vissuta giorno per giorno, della vocazione eterna della materia.

La risurrezione dei corpi consiste dunque nella restituzione della vita al corpo morto; la risurrezione della carne precisa che quel corpo appartiene alla persona umana concreta e che la salvezza coinvolge nuovamente l’unità di anima e corpo. Le due espressioni non indicano due eventi differenti.

EspressioneAccento principale
Risurrezione dei corpiIl corpo morto riceve nuovamente la vita e viene riunito all’anima.
Risurrezione della carneL’uomo intero, nella sua corporeità e identità personale, entra nella vita gloriosa.
Risurrezione dei mortiTutti gli uomini morti saranno chiamati alla risurrezione, per la vita o per la condanna.

Perché l’uomo deve risorgere anche nel corpo

Perché l’uomo non è soltanto anima, ma è anima e corpo. Quando muore il corpo, muore anche la persona. Per questo parliamo delle anime dei defunti e non delle persone dei defunti.

Con la morte, separazione dell'anima e del corpo, il corpo dell'uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù.

Con la morte l'anima viene separata dal corpo, ma nella risurrezione Dio tornerà a dare la vita incorruttibile al nostro corpo trasformato, riunendolo alla nostra anima. Come Cristo è risorto e vive per sempre, così tutti noi risusciteremo nell'ultimo giorno.

San Tommaso d’Aquino ritiene che la risurrezione dei morti sia naturale in relazione al destino dell’uomo (perché l’anima immortale è fatta per rimanere unita al corpo, e viceversa), ma è soprannaturale in relazione a Dio che è colui lo porta a compimento.

Che cosa accade subito dopo la morte

La risurrezione della carne non avviene immediatamente al momento della morte. La «risurrezione della carne» non avverrà fino all’Ultimo Giorno, quando «il volto di questo mondo passerà» (cfr 1 Cor 7,31).

La morte, la perdita della vita umana, la separazione di anima e corpo, ci appare come il male più grande nell’ordine naturale. La morte è certamente un evento naturale in quanto l’anima può separarsi dal corpo. Essa segna la fine del pellegrinaggio terreno.

Subito dopo la morte l’anima andrà in cielo, all’inferno o nel purgatorio, passando per quello che si chiama giudizio particolare. L’anima, realtà di ordine spirituale, incontra allora Dio che le fa vedere in un lampo tutta la verità della sua vita e la introduce o subito nella gioia eterna, o in uno stato intermedio di purificazione (questo è il purgatorio), o nelle tenebre esteriori se quest’anima si è purtroppo fissata sulla morte in atteggiamento di rifiuto di Dio e della sua misericordia.

In questo modo, la dottrina cristiana distingue due momenti: dopo la morte l’anima continua a vivere davanti a Dio, ma attende ancora la riunione con il proprio corpo; alla fine dei tempi avverrà la risurrezione universale, nella quale corpo e anima saranno nuovamente uniti.

La risurrezione riguarda tutti

Tutti gli uomini che sono morti: «Usciranno [dai sepolcri], quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» (Gv 5,29).

La risurrezione dell’uomo, come quella di Cristo, avverrà per tutti, dopo la morte, alla fine dei tempi. La Chiesa proclama la sua fede nella risurrezione di tutti i morti alla fine dei tempi.

La risurrezione dei morti coincide con quello che la Sacra Scrittura chiama la venuta di «nuovi cieli e di una terra nuova». Non soltanto l’uomo arriverà alla gloria, ma l’intero universo, nel quale egli vive e opera, sarà trasformato.

Vi sarà sicuramente una continuità tra questo mondo e il mondo nuovo, ma anche una importante discontinuità segnata dalla perfezione, dalla permanenza e dalla più completa felicità.

La differenza tra risurrezione e reincarnazione

C’è una differenza abissale tra la risurrezione della carne e la credenza nella reincarnazione. La risurrezione della carne consiste nel prendere un corpo spirituale, come emerge dalla prima lettera ai Corinzi: “È seminato corpo animale, risorge corpo spirituale” (1 Cor 15,44). La reincarnazione invece consiste nel riprendere sempre il corpo animale.

La dottrina della risurrezione finale esclude le teorie della reincarnazione, secondo le quali l’anima umana, dopo la morte, emigra verso un altro corpo, ripetute volte se occorre, fintantoché non si compie definitivamente la sua purificazione. La vita umana è unica, non si ripete, e questo dà spessore a tutto quello che facciamo giorno per giorno.

La risurrezione cristiana non è il ritorno dell’anima in un altro corpo, non è la successione di molte esistenze terrene e non è un processo di purificazione ottenuto attraverso vite successive. È l’atto unico e definitivo con cui Dio risuscita la persona e porta a compimento la sua vocazione.

La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell'uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è «finito l'unico corso della nostra vita terrena», noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. «È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta» (Eb 9,27). Non c'è «reincarnazione» dopo la morte.

La risurrezione non è una rianimazione

Gesù Cristo è risorto con il suo proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena. Allo stesso modo, in lui, «tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti», ma questo corpo sarà trasfigurato in corpo glorioso, in «corpo spirituale» (1 Cor 15,44).

La resurrezione di Gesù non fu la rianimazione di un corpo cadaverico, non fu un ritorno alla vita fisica, ma fu un evento in cui Dio attraverso la potenza dello Spirito santo vinse la morte e trasfigurò il corpo mortale di Gesù in un corpo vivente per l’eternità.

Gesù oltrepassò la barriera della morte, il suo corpo morì realmente ma non fu soggetto alla corruzione (cf. At 13,34-37), perché “si alzò”, “si svegliò” di tra i morti ed entrò nella vita eterna.

La differenza tra rivitalizzazione e resurrezione è decisiva: chi viene riportato temporaneamente alla vita terrena continua a essere soggetto alla morte; Cristo risorto, invece, vive per sempre e inaugura una condizione definitiva, gloriosa e incorruttibile.

Il rapporto tra la risurrezione di Cristo e la nostra

Il Credo cristiano - professione della nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e nella sua azione creatrice, salvifica e santificante - culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna.

Noi fermamente crediamo e fermamente speriamo che, come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, così pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto, e che egli li risusciterà nell'ultimo giorno.

La nostra risurrezione è strettamente legata alla risurrezione di Gesù; il fatto che Egli è risorto è la prova che esiste la risurrezione dei morti. Lui è risorto, e perché Lui è risorto anche noi risusciteremo.

Come la sua, anche la nostra risurrezione sarà opera della Santissima Trinità: «Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rm 8,11).

Solo la partecipazione alla risurrezione di Cristo può darci un’idea di che cosa significhi risorgere dei morti. La speranza cristiana nella risurrezione è contrassegnata dagli incontri con Cristo risorto. Noi risusciteremo come lui, con lui, per mezzo di lui.

Come sarà il corpo risorto

«Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore, e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco. Si semina corruttibile e risorge incorruttibile. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità (1 Cor 15,35-37.42.52-53).

Il corpo risuscitato sarà reale e materiale, ma non terreno né mortale. San Paolo si oppone all’idea di una risurrezione come trasformazione umana all’interno della storia, e per questo parla del corpo risuscitato come “glorioso” e “spirituale”.

Come Gesù è risorto con il suo proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena, così noi risorgeremo con i nostri corpi che saranno trasfigurati in corpi gloriosi.

La nostra personalità - spirito, anima, corpo - sarà allora pienamente ripristinata, e l’anima ritroverà questo corpo a cui dà forma, e di cui ha bisogno per essere pienamente se stessa.

Questo nuovo corpo, veste dell’anima, sarà per ciascuno il proprio corpo, portando la memoria dei suoi atti passati. Ma gli eletti allora si saranno rivestiti di Cristo: corpo e anima saranno perfettamente armonizzati, uniti e integrati nella perfezione di Cristo risorto nella gloria di Dio.

I corpi risorti sono corpi totalmente trasformati dalla luce generatrice di Dio: ma sono nondimeno i nostri corpi, con la nostra carne, la nostra singolarità, le nostre relazioni, la memoria dei nostri affetti e l’immaginazione di tutta la vita che ci rimane da vivere.

Continuità e trasformazione del corpo

La risurrezione non significa che il corpo risorto sia un corpo completamente estraneo a quello vissuto sulla terra. Significa invece che il corpo personale viene trasformato, liberato dalla corruzione e portato alla sua pienezza.

Nella risurrezione saremo trasformati, non sostituiti. La «resurrezione della carne» non è il ritorno a lucido dei miei atomi imputriditi, ma il modo in cui esseri limitati possono diventare vivi (creativi, originali, innamorati) ogni ora di più e sempre.

Il corpo di Cristo risorto è il modello della continuità nella trasformazione: è veramente il corpo del Crocifisso, tanto che porta i segni della passione, ma non è più sottoposto alla sofferenza, alla morte e ai limiti della vita terrena.

È Gesù; è sempre Gesù il figlio di Maria, quel Gesù il cui corpo i discepoli hanno visto e palpato (cf. 1Gv 1,1), eppure, è un Gesù che ormai è in Dio, glorificato quale Signore e Dio (cf. Gv 20,28).

Le qualità del corpo glorioso

Alla risurrezione il nostro corpo sarà «riformato, trasfigurato nella forma del corpo di gloria» (cfr Fil 3,21) di Cristo risorto «alla destra del Padre».

Sarà un corpo glorioso vivo della luce e della vita di Dio: i sensi, la memoria, l’intelligenza, tutte le facoltà del corpo e dell’anima saranno unite in un atto semplice e perfetto di contemplazione di Dio, e sbocceranno nel suo amore.

Secondo san Tommaso, dopo la risurrezione, l’anima informerà il corpo in modo così intenso che in esso saranno riflesse tutte le sue qualità morali e spirituali.

Il corpo risorto non sarà più un corpo corruttibile, malato, invecchiato o destinato alla morte. Sarà un corpo spirituale, cioè pienamente vivificato dallo Spirito e perfettamente ordinato alla comunione con Dio.

La gloria non cancellerà la singolarità della persona. Questa luce vestirà, penetrerà, assorbirà ciascuno degli eletti. Li farà risplendere come dei soli, ciascuno nella propria forma desiderata, creati e amati da Dio in ciò che ha di unico.

Perché il corpo non è un fardello

Il corpo non è un fardello, come poteva pensare Platone. Ma è quella realtà che ci permette di essere santificati attraverso i sacramenti. È attraverso il corpo che viviamo nella dedizione a noi stessi e al prossimo.

È attraverso il corpo che commettiamo dei peccati, ma è anche attraverso il corpo che facciamo penitenza e li espiamo. È attraverso il corpo che cresciamo nell’amore di Dio e del prossimo.

Il corpo e l’anima del credente già partecipano alla dignità di essere «in Cristo»; di qui l'esigenza di rispetto verso il proprio corpo, ma anche verso quello degli altri, particolarmente quando soffre: «Il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo. Dio poi che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? [...] Non appartenete a voi stessi. [...] Glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6,13-15.19-20).

Per questo anche il corpo di ciascuno di noi è risonanza di eternità, quindi va sempre rispettato; e soprattutto va rispettata e amata la vita di quanti soffrono, perché sentano la vicinanza del Regno di Dio, di quella condizione di vita eterna verso la quale camminiamo.

La beatitudine dell’anima e la risurrezione del corpo

La domanda è comprensibile: se l’anima che si è salvata è già in paradiso e gode della visione beatifica di Dio, perché dovrebbe riacquistare un corpo?

La felicità del cielo arriva al suo pieno compimento con la risurrezione dei morti. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.

Risurrezione del corpo aggiunge una beatitudine che i teologi chiamano accidentale rispetto a quella che già gode l’anima, la beatitudine essenziale, che consiste nella visione beatifica.

L’anima separata dal corpo è in qualche modo incompleta perché la funzione dell’anima è proprio quella di essere il principio vitale del corpo. Lo vuole vitalizzare.

Con la risurrezione del corpo la beatitudine essenziale dell’anima non viene aumentata, ma viene dilatata, come per estensione. E avverte un benessere nuovo perché la sua tensione verso il corpo trova finalmente soddisfazione.

La felicità cristiana, dunque, non consiste nell’abbandono definitivo del corpo, ma nella piena ricomposizione della persona. Dio non salva un’anima isolata dalla sua storia: salva l’uomo intero, creato come unità di anima e corpo.

La vita eterna non è una vita disincarnata

La vita eterna promessa da Dio con la risurrezione non è post-umana. Rimane umana. Semmai, il problema riguarda il “come”.

Se apriamo i Vangeli vediamo che gli incontri dei discepoli con il Risorto sono descritti come relazioni e colloqui reali e pieni di affetti e di emozioni.

Gesù risorto - che entra nel cielo con il suo corpo “risorto” -, sigilla l’inaudito e impensabile ingresso dell’umano in Dio. È il regno di Dio di cui Gesù ha parlato così a lungo: la risurrezione è il mondo nel quale Dio regna con le sue amate creature.

Ma in questo modo le nostre qualità migliori - la libertà e la creatività, la scoperta e l’immaginazione, la relazione delle persone e la signoria del mondo - non hanno più campo nella beatitudine della vita della creatura umana con Dio.

La risurrezione della carne significa che l’uomo non perde la propria identità, la propria storia e la propria capacità di relazione, ma le vede pienamente liberate e ordinate nell’amore di Dio.

Quando avverrà la risurrezione

Definitivamente «nell'ultimo giorno» (Gv 6,39-40.44.54; 11,24); «alla fine del mondo». Infatti, la risurrezione dei morti è intimamente associata alla parusia di Cristo: «Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell'arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo» (1 Ts 4,16).

La risurrezione di tutti noi avverrà nell’ultimo giorno, alla fine del mondo, ad opera della onnipotenza di Dio, il quale restituirà la vita al nostro corpo riunendolo all’anima, in forza della risurrezione di Gesù.

Questa trasformazione, questa trasfigurazione del nostro corpo viene preparata in questa vita dal rapporto con Gesù, nei Sacramenti, specialmente l’Eucaristia.

La partecipazione all’Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo: «Come il pane che è frutto della terra, dopo che è stata invocata su di esso la benedizione divina, non è più pane comune, ma Eucaristia, composta di due realtà, una terrena, l'altra celeste, così i nostri corpi che ricevono l'Eucaristia non sono più corruttibili, dal momento che portano in sé il germe della risurrezione».

La risurrezione è già iniziata nella vita cristiana

Se è vero che Cristo ci risusciterà «nell'ultimo giorno», è anche vero che, per un certo aspetto, siamo già risuscitati con Cristo. Infatti, grazie allo Spirito Santo, la vita cristiana, fin d'ora su questa terra, è una partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo.

I credenti, uniti a Cristo mediante il Battesimo, partecipano già realmente alla vita celeste di Cristo risorto, ma questa vita rimane «nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). «Con lui, [Dio] ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù» (Ef 2,6).

La vita eterna incomincia già in questo momento, incomincia durante tutta la vita, che è orientata verso quel momento della risurrezione finale.

Già siamo risuscitati, infatti, mediante il Battesimo, siamo inseriti nella morte e risurrezione di Cristo e partecipiamo alla vita nuova, che è la sua vita. Pertanto, in attesa dell’ultimo giorno, abbiamo in noi stessi un seme di risurrezione, quale anticipo della risurrezione piena che riceveremo in eredità.

La morte alla luce della risurrezione

La morte è conseguenza del peccato. Interprete autentico delle affermazioni della Sacra Scrittura e della Tradizione, il Magistero della Chiesa insegna che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell'uomo.

Sebbene l'uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato.

La morte corporale, dalla quale l'uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, è pertanto «l'ultimo nemico» (1 Cor 15,26) dell'uomo a dover essere vinto.

Anche Gesù, il Figlio di Dio, ha subìto la morte, propria della condizione umana. Ma, malgrado la sua angoscia di fronte ad essa, egli la assunse in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà del Padre suo.

L’obbedienza di Gesù ha trasformato la maledizione della morte in benedizione. Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tm 2,11).

Le conseguenze pratiche della fede nella risurrezione della carne

La consapevolezza che il corpo risorgerà aiuta a trattarlo con rispetto tanto in vita quanto in morte.

Una manifestazione chiara della fede della Chiesa nella risurrezione del proprio corpo è la venerazione delle reliquie dei santi, così viva nella pietà dei credenti.

Sebbene la cremazione non sia illecita, sempre che non venga scelta per motivi contrari alla fede, la Chiesa consiglia vivamente di mantenere la pia consuetudine di seppellire i corpi; il corpo, nella sua materialità, è parte integrante della persona, risuscita alla fine dei tempi, ha avuto contatti con i sacramenti istituiti da Cristo ed è stato tempio dello Spirito Santo.

La fede nella risurrezione della carne dà inoltre valore alla vita quotidiana. La vita umana è unica, non si ripete, e questo dà spessore a tutto quello che facciamo giorno per giorno.

L’inesorabilità della morte serve all’uomo per indirizzare bene la propria vita, per utilizzare bene il tempo e gli altri talenti che Dio gli ha dato, per comportarsi con rettitudine, per spendersi al servizio agli altri.

Perché la risurrezione è il cuore della fede cristiana

Credere nella risurrezione dei morti è stato un elemento essenziale della fede cristiana fin dalle sue origini. «La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali».

«Come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...]. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,12-14.20).

La fede nella resurrezione della carne è il cuore della fede cristiana, perché indissolubilmente legata alla fede nella resurrezione di Gesù Cristo.

Per Paolo l’intero cristianesimo ruota attorno alla risurrezione di Gesù e alla nostra, compresa. La fede ci assicura: chiunque si avvicina a Gesù e si lascia affascinare da lui, viene coinvolto anche nella sua resurrezione.

Risurrezione di Cristo e corpo glorioso

La risurrezione cristiana non è dunque la sopravvivenza di un principio spirituale separato dal corpo, né il ritorno ciclico dell’anima sulla terra. È la vittoria di Dio sulla morte, la ricostituzione dell’uomo intero e la partecipazione definitiva alla vita gloriosa di Cristo.

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