Il sommo sacerdote Anania e Giacomo martire

Il rapporto tra il sommo sacerdote Anania e Giacomo martire si colloca nella Gerusalemme del I secolo, in un contesto segnato dalla subordinazione della Giudea al potere romano e dalle tensioni tra autorità sacerdotali, Sinedrio e comunità cristiana. Secondo le principali testimonianze antiche, Ananos il Giovane approfittò dell’intervallo tra la morte del procuratore Porcio Festo e l’arrivo del suo successore Albino per convocare il Sinedrio e sottoporre Giacomo a condanna.

Giacomo, chiamato anche “il Giusto” e tradizionalmente identificato con Giacomo il Minore, era una delle figure più autorevoli della Chiesa di Gerusalemme. Il suo martirio viene generalmente collocato nel 62 d.C.: fu gettato dal pinnacolo del Tempio, lapidato dopo essere sopravvissuto alla caduta e infine ucciso con un colpo alla testa inferto da un follatore.

La Gerusalemme del I secolo e il potere romano

La Giudea del primo secolo era una terra asservita all’Impero Romano, la cui Legge ebraica ancestrale non poteva entrare in contrasto con quella di Roma. Una esigenza imperiale che valeva per tutte le religioni, nei confronti delle quali le autorità romane avevano istituito un apposito collegio sacerdotale col compito di sorvegliare i culti stranieri per accertare la fondatezza di eventuali contenuti dogmatici nazionalisti insofferenti all’assoggettamento imposto dalla potenza dominante.

In linea con questo principio, i Cesari, unici depositari dell’insieme dei poteri dello Stato (imperium), investiti del supremo grado religioso dell’Impero Romano (Pontifex Maximus) sovrintendevano su tutto ciò che si riferiva al culto - pertanto al di sopra di tutti i Sommi Sacerdoti “ἀρχιερεῖς” (Archiereis) di ogni credo - e conferivano il diritto di uccidere (ius gladii) soltanto ai Governatori delle Province romane, le più alte autorità di quelle circoscrizioni, comandanti di adeguati contingenti militari con un potere egemonico territoriale assoluto.

Erano Magistrati, spesso sacerdoti pagani, con la prerogativa di fungere da accusatori e, al contempo, giudici nei confronti degli abitanti denunciati di reato, fatta eccezione di quei sudditi che godevano della cittadinanza romana attestata da un diploma rilasciato dall’Imperatore. Questi ultimi dovevano essere sottoposti a processo da un tribunale composto da più giudici e, se non esisteva nel territorio in cui era stato commesso il crimine, gli imputati erano inviati a Roma in catene con la prima trireme che vi si recava.

Il ius gladii veniva concesso anche ai Re clienti, Tetrarchi ed Etnarchi che governavano le regioni sotto protettorato romano, i quali potevano dotarsi di un esercito con armamento leggero sufficiente a garantire l’ordine pubblico e la riscossione dei tributi. Un potere militare romano enorme, basato su un diritto funzionale a mantenere aggregato un Impero vastissimo.

Al contrario dei Governatori provinciali, a nessun sacerdote delle molteplici divinità, oggetto di culto nei territori sottomessi a Roma, era concesso l’arbitrio di ammazzare sudditi del Pontefice Massimo e Princeps dell’Impero. Conseguentemente un Sommo Sacerdote del Tempio di Gerusalemme non poteva sopprimere nessun abitante della Provincia romana di Giudea senza il preventivo consenso del Luogotenente imperiale, anche in caso di violazione della Legge mosaica la quale non vincolava il funzionario romano.

Chi era Anania, sommo sacerdote

Il sommo sacerdote Anania, chiamato Ananos da Flavio Giuseppe, era figlio di Nebedeo. Fu creato sommo sacerdote nel 47 d.C. circa e venne inviato prigioniero a Roma nel 52, tornando poi prosciolto in Palestina.

Presiedette il Sinedrio innanzi al quale fu condotto san Paolo, che percosse sinché questi rispose vivacemente, ignorando che fosse il sommo sacerdote; con altri accusò poi san Paolo innanzi al procuratore Felice.

Secondo alcuni, Anania non sarebbe stato più sommo sacerdote in quell’anno; secondo altri, fu destituito nel 59 circa. Sarebbe stato ucciso all’inizio della rivolta giudaica dai sicari comandati da suo figlio Eleazaro.

Giacomo il Minore e Giacomo il Giusto

Sono verosimilmente la stessa persona il Giacomo, fratello dell’apostolo Giuda Taddeo, che i Vangeli e gli Atti elencano tra i dodici apostoli chiamandolo figlio di Alfeo, e il Giacomo che altrove gli stessi Vangeli chiamano “fratello” del Signore, figlio di Maria, una delle donne presenti ai piedi della croce di Gesù, moglie di Cleofa, “sorella” della Madonna.

Cleofa e Alfeo potrebbero essere infatti due nomi della stessa persona, o meglio due forme dello stesso nome aramaico. Il Giacomo “fratello” di Gesù è nominato da Paolo come una delle “colonne” della Chiesa, con Pietro e Giovanni, a Gerusalemme, dove fu vescovo dalla partenza di Pietro per Roma, l’anno 44, fino al martirio avvenuto durante la Pasqua del 62.

In più parti del Nuovo Testamento, san Giacomo è presentato come uno dei fratelli del Signore. Questa sua familiarità con Gesù nel corso dei secoli ha dato adito a diverse controversie che hanno toccato fortemente la verginità di Maria.

Ma la Chiesa, illuminata dal Santo Spirito, lungi dal rimanere legata alle versioni distruttive della bellezza e della luminosità del Vangelo, ha subito chiarito che la familiarità di Giacomo a Gesù non è da intendere come segno della mancata verginità di Maria, ma come espressione del normale linguaggio familiare che era in uso nell’antichità, quando le famiglie erano clan che includevano anche i cugini, chiamati normalmente fratelli.

Un’altra tradizione ha considerato Giacomo il figlio di un precedente matrimonio di Giuseppe, che giunse alle nozze con Maria già vedovo e in età avanzata. Giacomo definito il Giusto, aveva un ruolo di primo piano nella Chiesa di Gerusalemme, affidatogli da Gesù.

In Gal 1,19 è da Paolo definito “apostolo”. Giuseppe Flavio afferma che divenne il capo della Chiesa di Gerusalemme dopo la morte di Gesù e ne colloca la morte nel 62 d.C. per lapidazione su comando del sommo sacerdote Anania.

Il ruolo di Giacomo nella Chiesa di Gerusalemme

Giacomo figlio di Alfeo, ricordato insieme all’apostolo Filippo poiché le loro reliquie furono deposte insieme nella chiesa dei Dodici Apostoli a Roma, viene detto il Minore per distinguerlo da Giacomo figlio di Zebedeo, fratello di Giovanni, detto il Maggiore e da secoli venerato come Santiago a Compostela.

Da San Luca sappiamo che Gesù sceglie tra i suoi seguaci dodici uomini “ai quali diede il nome di apostoli”, e tra essi c’è appunto Giacomo di Alfeo, il Minore. Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo dice che Gesù, dopo la risurrezione “apparve a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli”.

Lo chiamano “Giusto” per l’integrità severa della sua vita. Incontra Paolo, già duro persecutore dei cristiani e ora convertito: e lo accoglie con amicizia insieme a Pietro e Giovanni.

Poi, al “concilio di Gerusalemme”, invita a “non importunare” i convertiti dal paganesimo con l’imposizione di tante regole tradizionali. Si mette, insomma, sulla linea di Paolo.

Dopo il martirio di Giacomo il Maggiore nell’anno 42 e la partenza di Pietro, Giacomo diviene capo della comunità cristiana di Gerusalemme. Ed è l’autore della prima delle “lettere cattoliche” del Nuovo Testamento.

In essa, si rivolge “alle dodici tribù disperse nel mondo”, ossia ai cristiani di origine ebraica viventi fuori della Palestina. È come un primo esempio di enciclica: sulla preghiera, sulla speranza, sulla carità e inoltre, con espressioni molto energiche, sul dovere della giustizia.

Il Giacomo “fratello” di Gesù è nominato da Paolo come una delle “colonne” della Chiesa, con Pietro e Giovanni, a Gerusalemme. Oggi la critica si divide, certo è che Giacomo è stata una figura talmente importante nella prima Chiesa da divenire il vessillo e la colonna di tutti i giudei cristiani non solo di Gerusalemme ma anche della diaspora.

Il ritorno di Paolo a Gerusalemme

Il racconto degli Atti degli Apostoli descrive il ritorno di Paolo a Gerusalemme alla fine del terzo viaggio paolino: «Dopo questi giorni, fatti i preparativi, salimmo a Gerusalemme. Vennero con noi anche alcuni discepoli da Cesarèa, i quali ci condussero da un certo Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora, dal quale ricevemmo ospitalità. Arrivati a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero festosamente.

Il giorno dopo Paolo fece visita a Giacomo insieme con noi; c'erano anche tutti gli anziani. Dopo aver rivolto loro il saluto, si mise a raccontare nei particolari quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo del suo ministero».

Pietro De Ambroggi analizza l’accoglienza riservata all’apostolo delle genti: «ufficiale, cordiale, ma piuttosto riservata, diplomatica. Anche nella Chiesa madre erano giunte le calunnie dei giudaizzanti sul conto di Paolo.

Le elemosine portate da Paolo e dai suoi delegati per la tribolata Chiesa di Gerusalemme servivano a conciliare gli spiriti, ma rimanevano alcuni punti oscuri, che lasciavano sussistere un certo riserbo.

Si vociferava che Paolo obbligasse i Giudei della diaspora a trasgredire la Legge di Mosè e a non circoncidere più i loro bambini. Veramente Paolo, pur insegnando che la Legge mosaica e la circoncisione non erano più necessarie per la salvezza, non aveva proibito ai Giudei convertiti di osservarle.

Lui stesso, anzi, quando non vi era pericolo di fraintesi, osservava le norme della Legge, per devozione, o per ragioni di opportunità. Aveva fatto circoncidere Timoteo; offriva voti e sacrifici al Tempio e rispettava le feste tradizionali».

Giacomo e gli anziani consigliano Paolo

Questo clima di tensione emerge dal capitolo 21 degli Atti. In esso si legge anche che Giacomo e gli anziani diedero, per tal motivo, a Paolo questi consigli: «Fa' dunque quanto ti diciamo. Vi sono fra noi quattro uomini che hanno fatto un voto.

Prendili con te, compi la purificazione insieme a loro e paga tu per loro perché si facciano radere il capo. Così tutti verranno a sapere che non c'è nulla di vero in quello che hanno sentito dire, ma che invece anche tu ti comporti bene, osservando la Legge.

Quanto ai pagani che sono venuti alla fede, noi abbiamo deciso e abbiamo loro scritto che si tengano lontani dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, da ogni animale soffocato e dalle unioni illegittime».

Allora Paolo prese con sé quegli uomini e, il giorno seguente, fatta insieme a loro la purificazione, entrò nel tempio per comunicare il compimento dei giorni della purificazione, quando sarebbe stata presentata l'offerta per ciascuno di loro.

Si trattava, con molta probabilità, del voto di nazireato. «Chi pagava le spese per i nazirei, che allo scadere del termine non erano in grado di offrire le vittime per i sacrifici richiesti, diventava egli pure partecipe del loro voto».

Per Paolo «in fondo, si trattava di compiere un atto di devozione, secondo i riti della Legge di Mosè, nella città dove tutti i cristiani convertiti dal giudaismo lecitamente li osservavano. Si trattava con quell’atto di riconciliare la Chiesa madre di Gerusalemme con quelle convertite dal paganesimo. Per questi motivi Paolo accondiscese».

Paolo «talora si fece accompagnare anche dagli amici non circoncisi provenienti dalle sue missioni. A questi, naturalmente, non permetteva di entrare nei cortili più interni del Tempio, riservati agli israeliti legalmente mondi.

Gli altri dovevano limitarsi a sostare nell’atrio più esterno, detto appunto atrio dei Gentili».

L’arresto di Paolo e il Sinedrio presieduto da Anania

Una settimana dopo, Paolo venne arrestato, con l’accusa di aver condotto con sé, nell’atrio del Tempio, un pagano, Trofimo di Efeso. Si trattava di una falsa accusa, in quanto Trofimo si era fermato nell’atrio dei Gentili, ma ciò di cui l'apostolo venne incolpato rappresentava un reato gravissimo, punito con la morte.

«Tutta la città fu presto in subbuglio. La folla accorsa trascinò Paolo fuori del sacro recinto, di cui furono subito sbarrate le porte e, percuotendolo ferocemente, intendeva farne giustizia sommaria.

Dalla vicina Torre Antonia che dominava i recinti del Tempio, vigilava il tribuno romano Claudio Lisia, il quale, all’annuncio della sommossa, accorse con alcuni soldati e alcuni centurioni.

Strappò dalle mani della folla il malcapitato e lo fece legare con ben due catene. Frattanto interrogava or l’un or l’altro per sapere chi fosse e che cosa avesse fatto: ma chi gridava una cosa chi un’altra.

Non riuscendo a venirne a capo tra quella baraonda, tra quelle grida in aramaico, ordinò che l’accusato fosse tratto nella fortezza. I soldati dovettero portarlo a spalla fino ai piedi della scalinata della Torre Antonia per sottrarlo al furore della folla inferocita che voleva linciarlo.

Livido per le percosse e grondante sangue, Paolo salì quella scala che venticinque anni innanzi era stata intrisa dal sangue del Salvatore flagellato e coronato di spine. Lassù Pilato aveva mostrato Cristo alla folla».

Paolo riuscì a parlare al popolo in lingua ebraica e ricordò il suo passato di fariseo zelante e di persecutore dei cristiani, ma soprattutto la sua conversione.

Quando la folla reagì con violenza, il comandante ordinò di portare Paolo nella fortezza e di interrogarlo a colpi di flagello. Paolo fece allora valere la propria cittadinanza romana.

La legge romana vietava di flagellare un cittadino romano in assenza di condanna. Paolo venne allora liberato e condotto dinanzi al Sinedrio.

Il tribuno riteneva infatti di avere a che fare con una questione prettamente religiosa, di competenza delle relative “autorità”. «Il tribunale supremo della nazione giudaica era presieduto dal sommo sacerdote Anania. I giudici erano in parte farisei e in parte sadducei».

Paolo affermò di aver agito «dinanzi a Dio in piena rettitudine di coscienza». Furono parole che provocarono l’indignazione del sommo sacerdote e degli altri giudici.

L'apostolo, tuttavia, avocando la sua appartenenza al gruppo dei farisei, «io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti», riuscì a ottenere lo scioglimento dell’adunanza e provocò una divisione tra gli stessi giudici.

Infatti alcuni scribi, appartenenti anch’essi ai farisei, lo difesero, affermando di non trovare in lui alcun motivo di condanna. «La disputa si accese a tal punto che il comandante, temendo che Paolo venisse linciato da quelli, ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza.

La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: “Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”».

La congiura contro Paolo e il trasferimento a Cesarea

Una quarantina di Giudei ordirono una congiura per uccidere Paolo. Si erano resi conto che, nel tragitto dalla Torre Antonia alla sala del Sinedrio, Paolo era stato accompagnato dal solo tribuno, in assenza di scorta militare.

Un’altra occasione del genere sarebbe stata utilissima per creare nuovamente tumulto e uccidere l’apostolo. Per tal motivo, i congiurati si recarono dal sommo sacerdote, avanzando la richiesta che questi invocasse al tribuno un nuovo processo davanti al Sinedrio.

Lungo il tragitto per lo spostamento, avrebbero attuato il loro piano. Trapelò tuttavia qualcosa di quel progetto: il figlio di una sorella di Paolo ne ebbe notizia, e riuscì ad avvisare suo zio, e a recarsi, su invito di questi, a metterne al corrente anche il tribuno Claudio Lisia.

Claudio Lisia salvò Paolo dalla congiura, inviandolo sotto scorta a Cesarea, sede del procuratore romano, con questa lettera di accompagnamento: «Claudio Lisia all'eccellentissimo governatore Felice, salute.

Quest'uomo è stato preso dai Giudei e stava per essere ucciso da loro; ma sono intervenuto con i soldati e l'ho liberato, perché ho saputo che è cittadino romano.

Desiderando conoscere il motivo per cui lo accusavano, lo condussi nel loro sinedrio. Ho trovato che lo si accusava per questioni relative alla loro Legge, ma non c'erano a suo carico imputazioni meritevoli di morte o di prigionia.

Sono stato però informato di un complotto contro quest'uomo e lo mando subito da te, avvertendo gli accusatori di deporre davanti a te quello che hanno contro di lui».

Anania accusa Paolo davanti al governatore Felice

«A Cesarea lo raggiunsero il sommo sacerdote Anania e alcuni Giudei che lo accusarono formalmente di fronte al governatore, ma Felice non si pronunciò né per la condanna né per la scarcerazione, permettendogli di godere durante la sua detenzione di una certa libertà fino allo scadere del suo mandato, due anni dopo.

Il motivo di questo attesa può essere dovuto all'incertezza e alla prudenza con la quale i governatori romani esitavano a pronunciarsi circa le questioni religiose ebraiche, a loro indifferenti.

Non sembra comunque che Felice lo trovasse colpevole, apparendo al contrario ben disposto nei suoi confronti, anche se lo lasciò in prigione “volendo dimostrare benevolenza verso i Giudei”».

Paolo De Ambroggi fa anche notare che «Paolo poteva godere di una prigionia meno dura e solo la cupidigia del procuratore Felice, che sperava di spillare soldi dall’accusato, gliela prolungò».

Allo scadere del mandato di Felice gli successe Porcio Festo. Anche in questo caso il governatore mostrò incertezza, non pronunciandosi né per una condanna né per la scarcerazione, e Paolo si appellò al giudizio dell'imperatore, suo diritto in quanto cittadino romano.

Festo dovette acconsentire: «Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai». Dopo un tempo indeterminato giunse a Cesarea il re Agrippa con sua moglie Berenice e chiese di poter ascoltare Paolo.

Al termine del suo lungo racconto, nel quale narrò nuovamente la sua chiamata da parte di Gesù risorto, sia il re che il governatore sembrano convinti della sua innocenza.

Il martirio di Giacomo secondo Giuseppe Flavio

Il martirio di Giacomo, noto dalla notizia di Giuseppe Flavio nelle Antichità giudaiche, ci viene descritto nei dettagli da Eusebio di Cesarea, che riferisce per esteso in particolare la precedente narrazione di Egesippo.

Morto il prefetto di Giudea Festo, e mentre era ancora in viaggio da Roma il suo successore designato Albino, il sommo sacerdote Ananos il Giovane approfittò del momento per convocare il sinedrio e condannare Giacomo alla lapidazione. Siamo nell’anno 62.

Giacomo fu gettato giù dal pinnacolo del Tempio e, poiché non era morto, fu lapidato; e poiché, messosi in ginocchio, pregava per coloro che lo stavano lapidando, «uno di loro, un follatore, preso il legno con cui batteva i panni, colpì sulla testa il Giusto, che morì martire in questo modo.

Fu quindi sepolto sul luogo, vicino al Tempio, dove si trova ancora il suo monumento».

Secondo lo storico Eusebio di Cesarea, Giacomo viene ucciso nell’anno 63 durante una sollevazione popolare istigata dal sommo sacerdote Hanan, che per quel delitto sarà poi destituito.

Morì ucciso con un bastone e poi il corpo venne gettato giù dal tempio di Gerusalemme probabilmente nel 62 d.C. Il suo simbolo è appunto un bastone da gualcheraio, usato per cardare la lana che aveva un’estremità di metallo, triangolare ed uncinata.

La testimonianza di Giuseppe Flavio e il problema della procedura

Da Antichità Giudaiche XX 196-203: «Saputo questo, il Re diede il sommo sacerdozio a Giuseppe, soprannominato Kabi, figlio del Sommo Sacerdote Simone. Venuto a conoscenza della morte di Festo, Cesare, Nerone, inviò Albino come Procuratore della Giudea.

Il Re Agrippa II poi allontanò dal sommo sacerdozio Giuseppe e gli diede come successore nell’ufficio il figlio di Anano, il quale si chiamava anch’egli Anano.

Con il carattere che aveva, Anano pensò di avere un’occasione favorevole alla morte di Festo mentre Albino era ancora in viaggio: così convocò i Giudici del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, detto Cristo, e certi altri, con l’accusa di avere trasgredito la Legge e li consegnò perché fossero lapidati.

Ma le persone più equanimi della città, considerate le più strette osservanti della Legge, i Giudici del Sinedrio, si sentirono offese da questo fatto.

Perciò inviarono segretamente legati dal Re Agrippa supplicandolo di scrivere una lettera ad Anano dicendogli che il suo primo passo non era corretto, e ordinandogli di desistere da ogni ulteriore azione.

Alcuni di loro andarono incontro ad Albino che era in cammino da Alessandria informandolo che Anano non aveva alcuna autorità di convocare il Sinedrio senza il suo assenso.

Convinto da queste parole, Albino, sdegnato, inviò una lettera ad Anano minacciandolo che ne avrebbe espiato la pena dovuta. E il Re Agrippa, per la sua azione, depose Anano dal sommo pontificato che aveva da tre mesi, sostituendolo con Gesù, figlio di Damneo».

La responsabilità di Anania nella condanna

Innanzitutto rileviamo che Anano “consegnò” degli uomini “perché fossero lapidati” e non “li fece lapidare”. Su quegli uomini pendeva un capo d’imputazione gravissimo, contemplato dalla legge mosaica, che prevedeva la pena di morte.

Anano non poteva lapidare nessuno senza il benestare del Procuratore, e questo il Pontefice lo sapeva benissimo. Pertanto si limitò a praticare di propria iniziativa una misura restrittiva della libertà agli accusati dopo aver emesso il decreto prima dell’arrivo del funzionario imperiale Lucceio Albino, quindi scavalcando le modalità della prassi prevista dal potere di Roma.

La richiesta, inoltrata dai legati dei giudici del Sinedrio al Re Agrippa II per ordinare ad Anano “di desistere da ogni ulteriore azione”, vuole significare che la lapidazione non era ancora stata eseguita.

Anano sapeva benissimo che il “diritto di uccidere” era prerogativa assoluta del Procuratore romano cum iure gladii e il minimo che gli poteva accadere, se si fosse arrogato lui quel potere, era di finire in catene.

Il massimo prelato ebraico era certo, “col carattere che aveva”, che la logica della grave motivazione prevalesse sull’iter formale della procedura la quale prevedeva la presenza del rappresentante di Roma per poter convocare il Sinedrio.

Questa norma consentiva all’Imperatore, attraverso il suo funzionario di fiducia, di controllare politicamente cosa decideva il Sinedrio fantoccio di Gerusalemme.

Della lapidazione di Giacomo o chicchessia, per aver violato la Legge ebraica, a Lucceio Albino non importava affatto. Quando il Sinedrio si riuniva, il Procuratore lo voleva sapere e, preso visione di persona degli argomenti che venivano trattati, poteva, a suo giudizio insindacabile, approvarli o meno prima di essere deliberati.

La fazione sacerdotale in quel momento contraria al Sommo Sacerdote Anano colse l’occasione per scalzarlo dal suo uffizio e alcuni di loro andarono ad Alessandria ad intercettare Albino.

Al Procuratore non fu denunciato il reato, consistente nella lapidazione di alcune persone, perché non era stata eseguita la sentenza impossibile senza la ratifica del funzionario di Roma; la delazione si riferiva soltanto alla convocazione del Sinedrio avvenuta senza la sua approvazione.

Giacomo non venne neanche nominato ad Albino, né avrebbe potuto conoscerlo; pertanto il Procuratore fece intervenire il Re vassallo Agrippa II e gli ordinò di deporre Anano che aveva osato convocare il Sinedrio senza il suo assenso.

Al suo posto fu nominato l’altro papabile Sommo Sacerdote: Gesù, figlio di Damneo, fratello di Giacomo.

La lettura critica dell’episodio

La ricostruzione del rapporto tra Anania e Giacomo dipende dalla valutazione comparata di fonti diverse: gli Atti degli Apostoli, Giuseppe Flavio, Eusebio di Cesarea, Egesippo e le tradizioni ecclesiastiche successive.

La Chiesa d’Oriente distingue tuttora tra l’apostolo e il vescovo di Gerusalemme, sulla base di una tradizione introdotta da scritti pseudoclementini tra la fine del II e l’inizio del III secolo e seguita in particolare da Eusebio di Cesarea e Giovanni Crisostomo, ma non da altri numerosi Padri greci.

Per la Chiesa d’Occidente il Concilio di Trento ha affermato l’identità dell’uno con l’altro. La distinzione tra Giacomo figlio di Alfeo, Giacomo “fratello del Signore” e Giacomo figlio di Zebedeo resta tuttavia una delle questioni più discusse della tradizione cristiana antica.

La trasmissione dei testi cristiani patristici antichi dal Nuovo Testamento alla Historia Ecclesiastica di Eusebio, dalle opere più importanti di Tertulliano e Origene a quelle di molti altri Padri della Chiesa è stata oggetto di studio da parte di filologi classici, paleografi e biblisti.

Oggi spetta agli storici analisti indagare tramite la lettura comparata di fonti diverse e senza essere condizionati dalla fede le vicende evangeliche, calandosi nel contesto dell’epoca con una visione generale dei fatti.

La sorte delle reliquie di Giacomo

Il suo cippo sepolcrale, secondo la testimonianza di Girolamo, rimase al suo posto fino al tempo dell’imperatore Adriano, 117-138; poi se ne dovettero perdere le tracce.

Si ha la notizia dell’invenzione, cioè del ritrovamento, verso la metà del IV secolo, del corpo di Giacomo, insieme a quelli dei martiri Simeone e Zaccaria, a opera di un eremita, Epifanio.

Il corpo di Giacomo fu temporaneamente traslato dentro Gerusalemme dal vescovo Cirillo il 1° dicembre 351, poi successivamente fu riportato nella chiesa costruita presso il luogo dell’invenzione.

Infine si ha notizia di una traslazione, ancora il giorno 1° di dicembre, in un’altra chiesa in Gerusalemme, costruita sotto l’imperatore bizantino Giustino II e dedicata a Giacomo.

Le varie notizie si integrano con difficoltà. Si deve infatti collegare con una traslazione di parte delle reliquie da Gerusalemme, o forse da Costantinopoli, a Roma, l’avvio della costruzione, al tempo di papa Pelagio I, di una basilica dedicata agli apostoli Giacomo e Filippo.

La basilica fu completata da papa Giovanni III e attualmente è intitolata ai santi XII Apostoli. Nel gennaio 1873 venne fatta, a opera di una commissione scientifica, una ricognizione sotto l’altare della chiesa dei Santi XII Apostoli a Roma.

Le reliquie appartenevano a due distinti individui. Quello di corporatura più robusta, del quale si conservavano solo scaglie e frammenti ossei, anche se in quantità consistente, oltre a un femore presente ab immemorabili in Basilica, fu identificato con Giacomo il Minore.

Nel 1879 le reliquie furono deposte in un’arca di bronzo all’interno di un sarcofago di marmo che venne collocato nella cripta della chiesa, al di sotto dell’altare centrale e del luogo dove erano state rinvenute; e lì sono anche oggi.

La reliquia del femore fu invece collocata in un reliquiario appositamente fabbricato, attualmente non esposto ai fedeli.

A Santiago di Compostela si venera la reliquia della testa di Giacomo il Minore; secondo una tradizione la portò in Occidente il vescovo di Braga Mauricio Burdino, dopo averla prelevata verso il 1104 da Gerusalemme durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa.

Verso il 1116 Urraca, regina di Castiglia e León, se ne impadronì e la donò alla chiesa di Santiago, dove tuttora è custodita in un busto-reliquiario nella cappella dedicata all’apostolo.

Ma un altro cranio attribuito a Giacomo il Minore è noto dal Medioevo ad Ancona, ora custodito nel Museo diocesano annesso alla chiesa cattedrale di San Ciriaco: esaminato a seguito della ricognizione delle reliquie conservate a Roma, risultò con esse compatibile.

La festa e la memoria di Giacomo il Minore

San Giacomo il Minore è celebrato il 3 maggio insieme all’apostolo Filippo. Giacomo, figlio di Alfeo, detto il Giusto, resse per primo la Chiesa di Gerusalemme e, durante la controversia sulla circoncisione, aderì alla proposta di Pietro di non imporre quell’antico giogo ai discepoli convertiti dal paganesimo, coronando infine il suo apostolato con il martirio.

Il suo ascetismo gli conquistò la stima anche di ebrei ortodossi, molti dei quali si convertirono. Sembra sia stato lapidato nel 62 d.C.

Il suo simbolo è il bastone da gualcheraio, strumento con cui, secondo la tradizione riferita da Egesippo, venne colpito mortalmente alla testa. San Giacomo è considerato patrono dei fabbricanti di cappelli, cardatori, droghieri e farmacisti.

Come discepolo del Signore tu hai accolto o giusto il Vangelo; come martire possiedi l'immutabile saldezza, la franchezza, come fratello di Dio, l'intercessione come pontefice. Intercedi presso Dio per la salvezza delle anime nostre.

Giacomo il Giusto davanti al Tempio

Gerusalemme, festa grande per i cristiani armeni. Si celebra il martirio di San Giacomo

tags: #sommo #sacerdote #anania #giacomo #martire