Sgarbi difende il crocifisso: simbolo della storia, della cultura e della civiltà occidentale

Vittorio Sgarbi difende la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche perché lo considera un simbolo appartenente alla tradizione di un Paese cristiano e, più in generale, alla storia e alla cultura occidentale. Secondo Sgarbi, rimuoverlo significherebbe confondere la fede personale con il valore storico di una figura che ha cambiato il mondo.

«Non ci vedo niente di singolare, anzi. E' un simbolo che appartiene alla nostra tradizione di Paese cristiano: è un'idiozia scambiare la fede personale con la Storia». «I laici sono anti-clericali, non sono anti-cristiani. C'è una bella differenza: Cristo è un personaggio storico che ha cambiato il mondo».

Il crocifisso tra fede personale e identità culturale

La posizione di Sgarbi nasce dalla distinzione tra la dimensione religiosa privata e il significato storico e culturale del crocifisso. «A qualcuno verrebbe mai in mente di togliere dal muro di una scuola il ritratto di Leopardi, di Socrate o di Platone? Non credo. Allora mi chiedo: perché l'immagine di Cristo dà tanto fastidio?».

Per Sgarbi, la presenza del crocifisso in classe non rappresenta necessariamente un’imposizione della fede cristiana, ma il riconoscimento di una componente decisiva della storia europea. «Si. Basti pensare che la storia si divide in ante Cristo e dopo Cristo: i ragazzi sono abituati a studiarla così».

Vittorio Sgarbi è uno dei pochi intellettuali italiani ad avere coraggio e dignità ed andare contro corrente, non per partito preso, ma per difendere idee e principi bistrattati e conculcati senza ragione e senza cognizione. È doveroso segnalare la sua perorazione per il valore del crocifisso, simbolo della religione cristiana, ma in primo luogo della civiltà e cultura occidentale.

La polemica sulla rimozione dalle scuole

Questo forse non è chiaro al nostro ministro della pubblica istruzione, Fioramonti, che supinamente si adagia al popolo bue ed intende rimuovere, senza motivazione alcuna, dalle scuole e dagli uffici il crocifisso: “meglio una cartina o la Costituzione al posto del Crocifisso”, ha recentemente affermato.

La proposta aveva riacceso il confronto sul significato del crocifisso negli spazi pubblici, soprattutto nelle scuole. La discussione non riguardava soltanto la libertà religiosa, ma anche il rapporto tra la memoria storica dell’Italia, la tradizione cristiana e la natura laica delle istituzioni.

«Il crocifisso allora resti dov'è, in classe?» «Si. Basti pensare che la storia si divide in ante Cristo e dopo Cristo: i ragazzi sono abituati a studiarla così».

Il richiamo a Natalia Ginzburg

Già 30 anni fa sulle colonne de “L’Unita”, Natalia Ginzburg, prestigiosa intellettuale (non cristiana), scrisse un articolo “Non togliete quel crocifisso”, che dimostra, ad opera di un’atea, l’inconcusso valore della Croce, anche per chi non è cristiano.

Natalia Ginzburg in un articolo uscito sull'Unità nel 1988 chiedeva di non togliere il crocifisso dalle classi. Ed era ebrea e comunista.

“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte…”.

“Il crocifisso fa parte della storia del mondo… Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti…”.

In questa prospettiva, il crocifisso non sarebbe soltanto il segno di una confessione religiosa, ma anche la rappresentazione di una storia umana fatta di sofferenza, sacrificio, persecuzione e solidarietà. Il suo significato potrebbe quindi essere riconosciuto anche da chi non professa la fede cristiana.

“Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero”.

“Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente… Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Il crocifisso fa parte della storia del mondo” (“L’Unità”, 22 marzo 1988).

Il crocifisso come simbolo del dolore e dell’uguaglianza

La riflessione attribuita a Natalia Ginzburg insiste sul carattere non aggressivo del crocifisso: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace”. Il simbolo viene presentato come immagine di una rivoluzione spirituale e culturale che ha diffuso l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini.

La corona di spine e i chiodi richiamano le sofferenze di Cristo, mentre la croce collocata idealmente sulla cima del monte evoca la solitudine della morte. Il crocifisso diventa così un’immagine del dolore umano, comprensibile anche al di fuori della fede.

La croce rappresenta inoltre tutte le persone che hanno affrontato persecuzioni, tradimenti e martirio per la propria fede, per il prossimo o per le generazioni future. Anche se i loro volti non sono raffigurati sulle pareti delle scuole, il crocifisso, secondo questa interpretazione, li rappresenta tutti.

Il riferimento a Pasolini

Fioramonti forse non conosce neppure una poesia di Pasolini, altro intellettuale scomodo contro l’omologazione del potere. Alcuni versi suonano così: “Tutte le piaghe sono al sole ed Egli muore sotto gli occhi di tutti: perfino la madre sotto il petto, il ventre, i ginocchi, guarda il Suo corpo patire…”.

“Bisogna esporsi (questo insegna il povero Cristo inchiodato?), la chiarezza del cuore è degna di ogni scherno, di ogni peccato di ogni più nuda passione. ” (Pasolini, Dalla raccolta Versi dal paese dell’anima, La Crocifissione).

Nei versi di Pasolini, la crocifissione appare come una scena pubblica di dolore, esposizione e vulnerabilità. Il corpo di Cristo, osservato dalla madre e dagli altri, diventa il centro di una riflessione sulla sofferenza e sulla necessità di esporsi senza nascondere la verità del cuore.

Sgarbi e la difesa dell’arte religiosa

La difesa del crocifisso si collega anche alla concezione che Sgarbi ha dell’arte e della libertà di rappresentazione. "L’arte è arte e non ammette ingerenze. E poi, mi scusi, fondamentalmente chi se ne frega!".

Vittorio Sgarbi - irrefrenabile e irriverente, come di consueto - commenta la polemica della collocazione del Trittico di Roberto Buttazzo, raffigurante la ’Traslazione delle reliquie del Santo’ in onore di San Vito, patrono del paese, commissionato dal Comune di Lequile.

«L’artista è libero di rappresentare la realtà come meglio crede, senza costrizioni. Non è tenuto a fare quello che dicono gli altri e non è un fotografo. È così da secoli».

Secondo questa impostazione, un’opera d’arte non deve necessariamente riprodurre la realtà in modo fotografico. L’artista può interpretarla, deformarla e rappresentarla secondo una propria visione, senza essere vincolato dalle aspettative di chi osserva l’opera.

La polemica sul Trittico di Roberto Buttazzo

«E poi (ride. ndr) chi l’ha detto che quel volto sia veramente quello dell’assessore? Magari assomiglia, si sono confusi nell’attribuirgli le fattezze».

Il maestro Buttazzo potrebbe essere considerato un novello Caravaggio? «Ribadisco, mi sembra una questione talmente irrilevante da non dover essere neanche discussa. Non andiamo a scomodare i geni del passato».

«Ho un consiglio da dare all’autore per uscire da questa empasse: cambi un dettaglio al presunto volto dell’assessore, magari gli occhi, il naso, le orecchie, qualunque cosa, tanto per confondere le acque. Così non è più lui e questa inutile polemica rientra».

«Anzi sa cosa faccio? Mi impegno a chiamare il vescovo e mettere una buona parola a favore di una migliore collocazione della tela di Buttazzo. Ecco, lo scriva, Sgarbi interviene nella polemica di Buttazzo».

Il Crocifisso attribuito a Donatello

In fondo si sa da sempre che Vittorio Sgarbi è critico d’arte ma, a volte in modo preponderante, critico e basta. La questione del Crocefisso della chiesa di Santa Maria dei Servi di Padova, attribuito alle nobili mani di Donatello, ormai sta prendendo la piega di una telenovela sapientemente diretta dal noto storico dell’arte ferrarese.

Il caso è scoppiato qualche giorno fa, in occasione della presentazione del restauro del crocefisso, avvenuta proprio qui a Udine. È infatti nei laboratori della Soprintendenza udinese che si stanno compiendo gli interventi, sotto la supervisione del friulano Angelo Pizzolongo e di Catia Michielan, finalizzati a liberare l’opera dalla preparazione a finto bronzo che la riveste da secoli e far così rivedere la luce al legno scolpito da quella mano che Federico Cagliotti, docente dell’Università “Federico II” di Napoli, ha identificato come quella di Donatello.

Il restauro mirava dunque a liberare la superficie lignea dalla preparazione a finto bronzo accumulatasi nel corso dei secoli. L’intervento avrebbe dovuto rendere nuovamente visibile il legno scolpito e permettere una valutazione più diretta dell’opera.

Restauro del Crocifisso ligneo attribuito a Donatello

Le perplessità di Sgarbi sull’attribuzione

«Il Crocefisso presentato a Udine sta a Donatello - ha però tuonato ieri Sgarbi nelle pagine de “Il Giornale” - come il Cristo delle polemiche acquistato dallo Stato qualche anno fa sta a Michelangelo. Sono emozioni, entusiasmi di critici d’arte che, invece di occuparsi di opere importanti e documentate di artisti meno noti, si eccitano al grande nome cui sperano di legare il loro».

Ora, che ci si ponga il dubbio dell’autenticità delle fonti (il rinvenimento di un esemplare del 1550 delle «Vite» del Vasari alla Yale University (Usa), con inedite note manoscritte che attribuiscono il “Crucifixo” allo scultore fiorentino) è lecito, ma è lo stesso Sgarbi ad ammettere, nell’articolo uscito ieri, di muovere le sue perplessità da uno studio non accurato della scultura in fase di restauro.

«Da quello che si vede nelle fotografie - scrive - lasciando intuire di non aver osservato il Crocefisso dopo la pulizia dalla patinatura, il modellato del costato è assolutamente inerte e inespressivo rispetto a quello tormentato del bronzo della Basilica del Santo».

restauro di un crocifisso ligneo eseguito dallo Studio d'Arte TAU

Documenti, restauri e prudenza critica

La tesi di Sgarbi poggia dunque sulla scarsa espressività dell’opera lignea, che lo stesso attribuisce piuttosto «a uno scultore suggestionato da Donatello e attivo qualche decennio dopo la sua partenza da Padova».

Ma perché, dunque, la squadra di studiosi e restauratori che si sta muovendo attorno al Crocifisso pare non avere dubbi riguardo alla sua origine donatelliana? «Adesso agisce una suggestione letteraria senza fondamento e senza documento. Questo dovrebbe imporre prudenza - conclude Sgarbi nel suo articolo - e invece ha determinato uno sproporzionato finanziamento per il restauro da parte del Ministero di 80 mila euro».

Il Direttore per i beni culturali e paesaggistici del Veneto, Ugo Soragni, che ha partecipato alla presentazione del restauro udinese, ha invece dichiarato in una recente intervista che l'operazione è «a basso costo e utilizza risorse e competenze interne all’amministrazione».

Le posizioni contrapposte riguardavano quindi sia l’attribuzione a Donatello sia la valutazione delle risorse impiegate nel restauro. Da una parte Sgarbi chiedeva maggiore prudenza davanti a un’attribuzione fondata, a suo giudizio, su una suggestione letteraria; dall’altra veniva sottolineato l’impiego di risorse e competenze interne all’amministrazione.

Il rapporto tra il crocifisso e la storia dell’arte

La controversia sul Crocifisso ligneo mostra quanto sia complesso stabilire l’autore di un’opera antica. Il riferimento a Donatello può accrescere l’interesse pubblico e scientifico, ma proprio per questo l’attribuzione richiede documenti, confronti stilistici e valutazioni prudenti.

La difesa del crocifisso da parte di Sgarbi si sviluppa quindi su due piani distinti ma collegati: da un lato il valore culturale e storico del simbolo cristiano, dall’altro la necessità di giudicare le opere d’arte senza lasciarsi condizionare dalla fama del nome a cui vengono attribuite.

Forse, la verità sarà svelata solo insieme alla magnificenza del Crocefisso restaurato, durante l’esposizione al Museo diocesano di Padova, dal 27 marzo al 26 luglio prossimi.

Grazie Vittorio Sgarbi, per la tua battaglia.

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