«Se uno mi ama, osserverà la mia parola»: il significato dell’insegnamento di Benedetto XVI

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). In questa frase del Vangelo secondo Giovanni, Benedetto XVI riconosce il nucleo della vita cristiana: l’amore per Gesù non è un sentimento astratto, ma diventa ascolto, accoglienza e obbedienza concreta alla sua Parola.

Chi ama Cristo custodisce la sua parola nel cuore e lascia che essa orienti la propria vita. A questa risposta d’amore Gesù collega una promessa straordinaria: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vengono ad abitare nella persona credente, trasformandola in una dimora viva della Trinità.

La Parola di Gesù e la risposta dell’amore

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola», dice Gesù all’inizio del brano evangelico odierno. «La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato» (Jn 14,23-24). Come Gesù trasmette le parole del Padre, così lo Spirito ricorda alla Chiesa le parole di Cristo (cfr Jn 14,26). E come l’amore per il Padre portava Gesù a cibarsi della sua volontà, così il nostro amore per Gesù si dimostra nell’obbedienza alle sue parole.

Amare nel Vangelo non è l’emozione che intenerisce, la passione che divora, lo slancio che fa sconfinare. Amare si traduce sempre con un verbo: dare, «non c’è amore più grande che dare la propria vita» (Gv 15,13). Si tratta di dare tempo e cuore a Dio e fargli spazio.

Gesù ci rivela una verità profonda: l'amore per Lui non è solo un sentimento, ma si manifesta nell'ascolto e nell'obbedienza alla sua parola. E quando viviamo questo amore concreto, accade qualcosa di meraviglioso: Dio stesso viene a fare casa dentro di noi.

La fedeltà di Gesù alla volontà del Padre può comunicarsi ai discepoli grazie allo Spirito Santo, che riversa l’amore di Dio nei loro cuori (cfr Rm 5,5). Il cristiano, quindi, non vive l’obbedienza come una semplice sottomissione esteriore, ma come la forma concreta di una relazione d’amore.

«Osservare» la Parola non significa soltanto rispettare una legge

«Osserverà la mia parola», e noi abbiamo capito male: osserverà i miei comandamenti. E invece no, la Parola è molto di più di un comando o una legge: guarisce, illumina, dona ali, conforta, salva, crea.

La Parola semina di vita i campi della vita, incalza, sa di pane, soffia forte nelle vele del tuo veliero. La Parola culmine di Gesù è tu amerai. Custodirai, seguirai l’amore.

Nel Vangelo di Giovanni, «le mie parole» sono spesso sinonimo di «i miei comandamenti». Il cristiano è dunque chiamato ad osservare i comandamenti di Gesù. Essi però non vanno tanto intesi come un catalogo di leggi.

Occorre piuttosto vederli tutti sintetizzati in quello che Gesù ha illustrato con la lavanda dei piedi: il comandamento dell’amore reciproco. Dio comanda ad ogni cristiano di amare l’altro fino al dono completo di sé, come Gesù ha insegnato ed ha fatto.

Allora potrai osservare la sua Parola, potrai conservarla con cura, così che non vada perduta una sola sillaba, come un innamorato con le parole dell’amata; potrai seguirla con la fiducia di un bambino verso la madre o il padre.

L’amore che diventa vita concreta

Un amore che non è mero sentimentalismo, ma si traduce in vita concreta e, precisamente, nell’osservare la sua Parola. E’ a quest’amore del cristiano, verificato dai fatti, che Dio risponde col suo amore: la Trinità viene ad abitare in lui.

Se uno ama, genera Vangelo. Se ami, anche tu, come Maria, diventi madre di Cristo, gli dai carne e storia, tu «porti Dio in te» (san Basilio Magno).

Seguire il Signore, vivere la fede è riconoscere l’amore del Signore. Spesso si dice: se sono buono, se mi comporto bene, verrò accolto dal Signore e merito il Paradiso. Ma non è così.

Gesù ci dice il contrario, capovolge completamente questo modo di pensare. Perché prima di tutto noi siamo amati. È Dio che ci ama e siamo chiamati ad accogliere questo amore dentro la nostra vita. Solo così saremo poi capaci di amare.

Attuando con tutto il nostro cuore, con radicalità e perseveranza appunto l’amore reciproco fra noi. In questo, principalmente, il cristiano trova anche la via di quella profonda ascetica cristiana che il Crocifisso esige da lui.

E’ lì, infatti, nell’amore reciproco, che fioriscono nel suo cuore le varie virtù ed è lì che può corrispondere alla chiamata della propria santificazione. La Parola non rimane così un messaggio ascoltato soltanto con la mente, ma diventa una forma di vita.

La Trinità prende dimora nel credente

«La sua presenza dunque si può realizzare fin d’ora nei cristiani ed in mezzo alla comunità; non occorre aspettare il futuro. Il tempio che la accoglie non è tanto quello fatto di muri, ma il cuore stesso del cristiano, che diventa così il nuovo tabernacolo, la viva dimora della Trinità.

«Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Jn 14,23). Ogni cristiano, perciò, è chiamato a diventare pietra viva di questa stupenda «dimora di Dio con gli uomini».

Ma come può il cristiano arrivare a tanto? Come portare in sé Dio stesso? Quale la via per entrare in questa profonda comunione con lui? E’ l’amore verso Gesù.

Che è la casa di Dio, il cielo dove abita, ecco perché verremo e prenderemo dimora in lui. Dio cerca casa, Dio sta cercando la tua casa, e la casa è il tuo cuore.

Non avere paura di aprire il tuo cuore e lasciarti raggiungere da quello sguardo, da quella tenerezza, da quell’amore, dall’amore di Dio. È quell’amore che ti rimetti in piedi, che ti dona forza, che ti spinge a non darti mai per vinto, a non arrenderti, ad andare avanti.

La presenza di Dio non è spettacolare, ma interiore

Gesù sta rivolgendo agli apostoli i suoi grandi ed intensi discorsi di addio, e li assicura, fra il resto, che essi lo avrebbero visto di nuovo, perché egli si sarebbe manifestato a coloro che lo amano.

Il discepolo desiderava una grande manifestazione esterna di Gesù che avrebbe potuto cambiare la storia e sarebbe stata più utile, secondo lui, alla salvezza del mondo.

Gesù risponde invece che la sua manifestazione non sarebbe avvenuta in modo spettacolare ed esterno. Essa sarebbe stata una semplice, straordinaria «venuta» della Trinità nel cuore del fedele, che si attua là dove vi è fede ed amore.

Con questa risposta Gesù precisa in quale modo egli rimarrà presente in mezzo ai suoi dopo la sua morte e spiega come sarà possibile avere contatto con lui. La sua presenza non dipende da una dimostrazione pubblica di potere, ma dalla comunione viva con chi lo ama e custodisce la sua parola.

Lo Spirito Santo, maestro interiore e memoria viva

Altre due parole di Gesù, oggi, da ospitare in noi: una è promessa, verrà lo Spirito Santo; una è realtà: vi do la mia pace. Verrà lo Spirito, vi insegnerà, vi riporterà al cuore tutto quello che io vi ho detto.

Come Gesù trasmette le parole del Padre, così lo Spirito ricorda alla Chiesa le parole di Cristo (cfr Jn 14,26). I capi della Chiesa discutono e si confrontano, ma sempre in atteggiamento di religioso ascolto della Parola di Cristo nello Spirito Santo.

Lo Spirito accompagna la Chiesa nel lungo cammino che si distende tra la prima e la seconda venuta di Cristo: «Vado e tornerò a voi» (Jn 14,28), disse Gesù agli Apostoli.

Lo Spirito Santo è la presenza viva che ci guida nel cammino della fede. Egli ci dona la sua pace. Non una pace come quella del mondo, fragile e condizionata, ma una pace profonda che nasce dalla comunione con Dio.

Lo Spirito è il Maestro Interiore proprio perché ci insegna, ci insegna a cogliere il senso delle cose che viviamo, anche quando sembrano assurde, anche quando ci riesce difficile capire; e ci aiuta a leggere la nostra storia per aiutarci a accogliere l’opera di Dio nella nostra vita, che non viene mai meno.

E vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto. Ricordare significa riportare al cuore. Riportare al cuore vuol dire che oggi più che mai abbiamo bisogno di questo cuore.

Riporterà al cuore gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita, e diceva parole di cui non si vedeva il fondo. Ma non basta, lo Spirito apre uno spazio di conquiste e di scoperte: vi insegnerà nuove sillabe divine e parole mai dette ancora.

Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto in quei giorni irripetibili e insieme sarà la genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. La memoria dello Spirito non è un ricordo sterile, ma una presenza capace di rendere attuale la parola di Gesù nelle situazioni concrete.

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace»

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace». Non un augurio, ma un annuncio, al presente: la pace “è” già qui, è data, oramai siete in pace con Dio, con gli uomini, con voi stessi.

Non come la dà il mondo, io ve la do… il mondo cerca la pace come un equilibrio di paure oppure come la vittoria del più forte; non si preoccupa dei diritti dell’altro, ma di come strappargli un altro pezzo del suo diritto.

La pace che ci dona Gesù non è assenza di inquietudini, sono mani sporche di dubbi, di fatiche, anche della fatica di credere, ma con la certezza che il Signore è presente nella tua vita e non ti abbandona mai.

È questo che ti permette di cogliere il senso della pace; è quella che nasce dal sentirsi amati, custoditi, protetti. Questa è la presenza di Dio nella nostra vita, ed è da qui che nasce la pace.

Scende pace, piove pace sui cuori e sui giorni. Basta col dominio della paura: il drago della violenza non vincerà.

È pace. Miracolo continuamente tradito, continuamente rifatto, ma di cui non ci è concesso stancarci. La pace che non si compra e non si vende, dono e conquista paziente, come di artigiano con la sua arte.

Shalom invece vuol dire pienezza: «il Regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (G. Vannucci).

«Non sia turbato il vostro cuore»

Gesù e i suoi amici. Sono tristi. Li guarda. Tra poco li avrebbe lasciati, era vicina la sua ora.

Mentre li guarda, con l’emozione di chi lascia, lui desidera in qualche modo prepararli all’ora in cui non sarà con loro, perché lui va al Padre. Dà indicazioni. Sono indicazioni anche per noi, per il tempo in cui Gesù non è fisicamente tra noi, è andato al Padre.

Gesù non vuole che siamo tristi. E’ venuto perché noi siano nella gioia. «Non sia turbato il vostro cuore. Non abbiate paura».

Il cuore racconta la nostra esperienza. Abbiamo paura di essere soli. Paura di essere giudicati. A volta non siamo capiti. Paura di essere abbandonati, di non riuscire, di non farcela.

E allora rispondiamo con la chiusura in noi stessi. Ci sentiamo abbandonati. A volte anche i nostri sogni sono ormai svaniti. Sovente viviamo con superficialità questo grigiore o vuoto.

Andiamo avanti così, con una vita insipida. Senza colore e calore. Ma ci pesa tanto. Perché ci teniamo alla compagnia.

Il nostro cuore non può palpitare senza un incontro, senza sentire parole che ci rassicurano, ci capiscano, un abbraccio che ci scaldi, una carezza, coccole che ci fanno sentire protetti, perdonati, amati, così, senza meritarcelo.

Infatti la fede ci dice che Gesù è presenza affettuosa, è sempre con noi, è amico fedele, che ci accompagna, che nulla e per nessun motivo ci lascia soli, mai ci castiga, o si dimentica di noi.

Ma Gesù non permette che soffriamo così. Ecco la sua parola: “Non sia turbato il vostro cuore, e non abbiate paura. Vi mando il Consolatore, lo Spirito Santo che vi riporterà al cuore ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Il Consolatore e la guarigione del cuore

Lo Spirito dialoga con noi senza pausa. Consolatore è il suo nome, e non perché esorcizza solitudini, lacrime o fallimenti, guaritore delle mie paure di vivere, ma perché è il maestro della strada verso il tempio del cuore, verso la liturgia del cuore.

Perché ci salva da una vita senza cuore, da azioni e parole senza cuore. «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore». «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».

Riportare al cuore vuol dire che oggi più che mai abbiamo bisogno di questo cuore. Ritorniamo alla liturgia del cuore. Ritorniamo ai riti del cuore.

Ne abbiamo tutti bisogno, perché se non c’è il cuore, qualunque cosa facciamo, qualunque cosa diciamo, stiamo semplicemente fingendo, stiamo indossando una maschera; ma davanti a Dio le maschere non funzionano.

Torniamo al cuore. Ripartiamo dal cuore e lasciamo che il nostro cuore venga davvero abitato dalla presenza dello Spirito, Dio comunione.

La vita cristiana come incontro

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Benedetto XVI, Deus caritas est).

La bellezza di un incontro: tutto il resto venne dopo. Gesù e i suoi amici.

In principio era l’amicizia, nel cui grembo è fiorita la più bella tra le storie d’amore possibili: quella tra Dio e l’uomo, intrecciate di cielo e terra, sposalizio di miseria con grandezza.

La vita è fatta di incontri. La bellezza nell’incontro, la Pentecoste nell’incontro.

Se pensassimo alla grazia degli incontri, i nostri, che custodiscono questa affascinante possibilità: di comunicarci reciprocamente momenti di bellezza, di entusiasmo, di gioia, di consolazione, di sostegno, di fedeltà?

Dio è abbraccio, amore, passione, una voglia matta di unirsi all’umanità. «Verremo» Bellissimo questo venire di Dio: il suo nome è Colui-che-viene, colui che ama la vicinanza, che abbrevia instancabilmente le distanze.

Non vede l’ora di incontrarci. «E prenderemo dimora presso di lui». In me il Misericordioso senza casa cerca casa.

Maria, l’abbraccio e la presenza dello Spirito

Ci ricordiamo l’incontro di Maria. «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito santo».

Lo Spirito sull’uscio di casa. Pentecoste offerta da un saluto, dentro un abbraccio. Le due donne si strinsero i grembi rigonfi, e lei, Elisabetta, già colma della sua creatura, fu colmata dallo Spirito Santo.

Il fascino dell’abbraccio di Maria! Un abbraccio diventa Pentecoste, compagnia dello Spirito. In un abbraccio tenero di donne!

Se ami, anche tu, come Maria, diventi madre di Cristo, gli dai carne e storia, tu «porti Dio in te» (san Basilio Magno).

La Vergine Maria ottenga alla Chiesa in America Latina e nei Caraibi di essere abbondantemente rivestita di potenza dall’alto (cfr Lc 24,49) per irradiare nel Continente e in tutto il mondo la santità di Cristo.

La Parola nella missione della Chiesa

Il Nuovo Testamento ci presenta Cristo come missionario del Padre. Specialmente nel Vangelo di Giovanni, tante volte Gesù parla di sé in relazione al Padre che lo ha inviato nel mondo.

In questo momento, cari amici, siamo invitati a fissare lo sguardo su di Lui, perché la missione della Chiesa sussiste solo in quanto prolungamento di quella di Cristo: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Jn 20,21).

E l’evangelista mette in risalto, anche plasticamente, che questo passaggio di consegne avviene nello Spirito Santo: «Alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Jn 20,22).

La missione di Cristo si è compiuta nell’amore. Egli ha acceso nel mondo il fuoco della carità di Dio (cfr Lc 12,49).

E’ l’Amore che dà la vita: per questo la Chiesa è inviata a diffondere nel mondo la carità di Cristo, perché gli uomini e i popoli «abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Jn 10,10).

La Chiesa si sente discepola e missionaria di questo Amore: missionaria solo in quanto discepola, cioè capace di lasciarsi sempre attrarre con rinnovato stupore da Dio, che ci ha amati e ci ama per primo (cfr 1Jn 4,10).

La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per «attrazione»: come Cristo «attira tutti a sé» con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore.

La Chiesa come comunità che ascolta lo Spirito

La prima Lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, fa riferimento al cosiddetto «concilio di Gerusalemme», che affrontò la questione se ai pagani diventati cristiani si dovesse imporre l’osservanza della legge mosaica.

Questa pagina degli Atti è molto appropriata per noi, che pure siamo qui convenuti per una riunione ecclesiale. Ci richiama il senso del discernimento comunitario intorno alle grandi problematiche che la Chiesa incontra lungo il suo cammino.

Le grandi questioni vengono chiarite dagli «apostoli» e dagli «anziani» con la luce dello Spirito Santo, il quale, come dice il Vangelo odierno, ricorda l’insegnamento di Gesù Cristo (cfr Jn 14,26) e così aiuta la comunità cristiana a camminare nella carità verso la piena verità (cfr Jn 16,13).

I capi della Chiesa discutono e si confrontano, ma sempre in atteggiamento di religioso ascolto della Parola di Cristo nello Spirito Santo. Perciò alla fine possono affermare: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi» (Ac 15,28).

Questo è il «metodo» con cui operiamo nella Chiesa, nelle piccole come nelle grandi assemblee. Non è solo una questione di procedura; è il riflesso della natura stessa della Chiesa, mistero di comunione con Cristo nello Spirito Santo.

«Lo Spirito Santo e noi». Questo è la Chiesa: noi, la comunità credente, il Popolo di Dio, con i suoi Pastori chiamati a guidarne il cammino.

Lo Spirito Paraclito è Avvocato, Difensore e Consolatore. Egli ci fa vivere alla presenza di Dio, nell’ascolto della sua Parola, liberi dal turbamento e dal timore, con nel cuore la pace che Gesù ci ha lasciato e che il mondo non può dare (cfr Jn 14,26-27).

Discepoli fedeli e missionari coraggiosi

Ecco il tesoro inestimabile di cui è ricco il Continente latinoamericano, ecco il suo patrimonio più prezioso: la fede in Dio Amore, che in Cristo Gesù ha rivelato il suo volto.

Voi credete in Dio Amore: questa è la vostra forza, che vince il mondo, la gioia che nulla e nessuno potrà togliervi, la pace che Cristo vi ha conquistato con la sua Croce!

E’ questa fede che ha fatto dell’America il «Continente della speranza». Non un’ideologia politica, non un movimento sociale, non un sistema economico; è la fede in Dio Amore, incarnato, morto e risorto in Gesù Cristo, l’autentico fondamento di questa speranza.

Il Papa Giovanni Paolo II vi ha chiamato ad una nuova evangelizzazione, e voi avete accolto il suo mandato con la generosità e l’impegno che vi sono tipici. Io ve lo confermo e, con le parole di questa Quinta Conferenza, vi dico: siate fedeli discepoli, per essere coraggiosi ed efficaci missionari.

La missione nasce quindi dall’ascolto e dall’amore. Nessuno può annunciare autenticamente Cristo se prima non si lascia formare dalla sua Parola e dalla presenza dello Spirito Santo.

Parola e vita devono camminare insieme

Questo momento che stiamo vivendo, questa nostra celebrazione, serve fermarci affinché possiamo davvero verificare il cammino della nostra fede e della nostra vita, per essere davvero cristiani dentro; cristiani che hanno fatto la scelta di prendere tra le mani il Vangelo, di non vergognarsi mai del Vangelo, di viverlo, perché sanno che il Vangelo è la forza della loro vita.

Quella parola che è Gesù stesso. Quella parola che dona direzione ai nostri passi, senso alla nostra esistenza come cristiani, come credenti. Siamo tutti chiamati ad aprire il nostro cuore per accogliere questa Parola dentro la nostra vita.

Ma nessuno potrà mai evangelizzare se prima non si lascia evangelizzare. Lasciatevi evangelizzare. Ci sia sempre questa familiarità con la parola di Dio.

Pregatela. Meditatela. Lasciate che questa parola vi abiti nel cuore. E poi potrete proclamarla e annunciarla.

Oggi più che mai questo mondo, questa storia ha bisogno della parola di Dio, perché ha sete di Dio. Ma fate che prima di tutto sia la vostra vita a parlare, che non ci sia dissonanza tra la parola che annunciamo e la vita che viviamo.

Parola e vita devono camminare sempre insieme. Vale per tutti noi. Per questo è importante sentire il desiderio di conversione, perché sempre di più il Signore possa essere Signore dentro al nostro cuore, dentro la nostra vita.

La Gerusalemme celeste e la Chiesa come dimora di Dio

La seconda Lettura ci ha presentato la stupenda visione della Gerusalemme celeste. E’ un’immagine di splendida bellezza, in cui nulla è decorativo, ma tutto concorre alla perfetta armonia della Città santa.

Scrive il veggente Giovanni che questa «scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio» (Ap 20,10). Ma la gloria di Dio è l’Amore; pertanto la Gerusalemme celeste è icona della Chiesa tutta santa e gloriosa, senza macchia né ruga (cfr Ep 5,27), irradiata al suo centro e in ogni sua parte dalla presenza di Dio Carità.

E’ chiamata «sposa», «la sposa dell’Agnello» (Ap 20,9), perché in essa trova compimento la figura nuziale che attraversa dal principio alla fine la rivelazione biblica.

La Città-Sposa è patria della piena comunione di Dio con gli uomini; in essa non c’è bisogno di alcun tempio né di alcuna fonte esterna di luce, perché la presenza di Dio e dell’Agnello è immanente e la illumina dall’interno.

Questa stupenda icona ha valore escatologico: esprime il mistero di bellezza che già costituisce la forma della Chiesa, anche se non è ancora giunto alla sua pienezza. E’ la meta del nostro pellegrinaggio, la patria che ci attende e alla quale aneliamo.

Vederla con gli occhi della fede, contemplarla e desiderarla, non deve costituire motivo di evasione dalla realtà storica in cui la Chiesa vive condividendo le gioie e le speranze, i dolori e le angosce dell’umanità contemporanea, specialmente dei più poveri e sofferenti (cfr Cost. Gaudium et spes GS 1).

Se la bellezza della Gerusalemme celeste è la gloria di Dio, cioè il suo amore, è proprio e solo nella carità che possiamo avvicinarci ad essa e in qualche misura già abitarvi.

Chi ama il Signore Gesù e osserva la sua parola sperimenta già in questo mondo la misteriosa presenza di Dio Uno e Trino, come abbiamo sentito nel Vangelo: «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Jn 14,23).

Una Chiesa tutta animata e mobilitata dalla carità di Cristo, Agnello immolato per amore, è l’immagine storica della Gerusalemme celeste, l’anticipo della Città santa, splendente della gloria di Dio.

Essa sprigiona una forza missionaria irresistibile, che è la forza della santità.

Diventare costruttori di comunione e artigiani di pace

Bellissimo questo noi verremo. Dio è comunione e viene sempre, continuamente viene, come continuamente chiama.

Allora, oltre alla Parola, la consegna è quella di essere sempre, ovunque, costruttori di comunione. Questo sarà possibile nella misura in cui sarete capaci di amare la nostra Chiesa.

Amate la Chiesa. Questa Chiesa, con le sue contraddizioni, con le sue fragilità, con la sua povertà, amatela e servitela. Con gioia.

Questo dono del Diaconato, questo ministero che vi viene affidato, questo servizio a cui siete chiamati - perché è un servizio, non è un luogo di potere, non è un privilegio - sia sempre dettato dall’amore per la Chiesa.

E, poi, ancora: vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo, io la do a voi. Per essere a nostra volta artigiani di pace nei contesti in cui siamo chiamati a vivere.

Perciò: non sia turbato il vostro cuore; è Gesù che ce lo sta chiedendo. La pace è già dentro di noi, nel nostro cuore.

Dinanzi alle ingiustizie non voltarti dall’altra parte, fai la tua parte, diventa anche tu artigiano di pace, grida la pace.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace, dice Gesù, per dirci che la pace è possibile ed è il primo dono del Signore risorto. È possibile e dobbiamo crederci.

La Parola, il servizio e i poveri

Servizio della parola. Costruttori di comunione. Artigiani di pace.

Il Vangelo è connesso con i poveri. I poveri mi hanno insegnato a leggere il Vangelo e a viverlo.

Ma ricordatevi che non c’è servizio se non c’è condivisione. Scegliere di servire i poveri significa condividere la storia e la vita dei nostri poveri e significa anche lasciarsi evangelizzare da loro, perché si parte sempre non dalla loro povertà, ma dalla loro libertà.

La Parola di Cristo conduce così alla carità concreta, alla comunione e alla responsabilità verso le persone più fragili. Chi accoglie Dio nel cuore non può restare indifferente davanti alla sofferenza degli altri.

Una parola da custodire nel cuore

Come vivere bene questa Parola? Come arrivare al punto in cui il Padre stesso ci amerà e la Trinità prenderà dimora in noi?

Chi ama Cristo ascolta la sua Parola e la custodisce nel cuore: così Dio abita in lui e lui in Dio.

Non dobbiamo temere di dimenticare o di sbagliare: lo Spirito è la presenza viva che ci guida nel cammino della fede.

Oggi possiamo chiederci: lascio spazio allo Spirito Santo nella mia vita? Mi affido alla pace che Gesù mi dona?

Signore Gesù, vieni ad abitare nel mio cuore con il Padre e lo Spirito Santo. Donami la tua pace che non passa e rendimi attento alla tua parola. Fa’ che il tuo amore guidi ogni mio passo.

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