Il complesso del Santa Maria della Pietà, adagiato sulle verdi pendici di Monte Mario in prossimità della Via Trionfale e della stazione ferroviaria di Sant’Onofrio sulla linea Roma-Viterbo, è una vera e propria “città nella città”, dove vicende sociali, mediche, urbanistiche, naturali e artistiche si sono intrecciate per secoli.
La sua storia comincia nel 1548 con l’Hospitale de’ poveri, forestieri et pazzi dell’Alma Città di Roma e attraversa il trasferimento a Piazza Colonna, la sede settecentesca di Via della Lungara, la costruzione del grande villaggio manicomiale inaugurato nel 1914, la riforma psichiatrica del 1978 e la chiusura definitiva dell’ospedale psichiatrico alla fine del 1999.
Oggi il Santa Maria della Pietà conserva il valore storico degli edifici e del parco, ospita servizi sanitari, sociali e amministrativi, accoglie il Museo Laboratorio della Mente e presenta numerose opere di street art che hanno trasformato alcuni padiglioni in un museo a cielo aperto.
Le origini del Santa Maria della Pietà
Nel 1548 per opera della Confraternita di Santa Maria della Pietà viene realizzato l’Hospitale de’ poveri, forestieri et pazzi dell’Alma Città di Roma.
L’istituzione del Santa Maria della Pietà ha origini antiche risalenti al XVI secolo.
Fu fondato nel 1548 per volontà e opera del sacerdote sivigliano Ferrante Ruiz e dei due laici Angelo Bruno e il figlio Diego, legati a Ignazio di Loyola.
La prima sede, nei pressi di Piazza Colonna a Roma, fu inizialmente preposta all’accoglienza dei numerosi pellegrini attesi per l’Anno Santo del 1550, mentre in seguito si specializzerà in aiuto ai poveri, vagabondi ma soprattutto nell’accudimento dei matti.
Dalla piccola sede del monastero di Santa Caterina dei Funari viene trasferito nel 1550 in una casa a Piazza Colonna.
Già nel 1572 l’istituzione si concentrò specificamente sui “poveri pazzerelli”.
In quell’epoca, la malattia mentale era spesso incompresa e chi ne soffriva veniva emarginato.
L’istituzione nacque come un primo tentativo, seppur severo, di dare un rifugio a queste persone.
La sede di Via della Lungara
Benedetto XIII dispone nel 1725 il passaggio delle competenze amministrative e mediche della Confraternita al Commendatore della Confraternita del Santo Spirito, trasferendo la sede dell’ospedale in un edificio che Filippo Raguzzini realizzerà in Via della Lungara.
Nel 1725 Papa Benedetto XIII accorpò l’ospizio all’arcispedale di Santo Spirito ed il trasferimento a via della Lungara, allora ben lontana dal centro città: l’isolamento del pazzo dal contesto sociale cominciò a richiederne anche l’isolamento fisico dalla società civile.
L’isolamento ed il numero sempre maggiore di ricoverati portarono ad un periodo di decadenza dell’ospedale.
Nei secoli successivi seguirono numerosi dibattiti, provvedimenti per il risanamento, nuovi regolamenti e visite apostoliche che videro annettersi alla struttura principale anche Villa Barberini, per i degenti più facoltosi, e Villa Gabrielli sul Gianicolo.
Dopo l’annessione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia, la gestione del Santa Maria della Pietà, situato in via della Lungara, viene affidata alla Provincia di Roma con il Regio Decreto del 1894 firmato dal Re Umberto I.
Con l’Unità d’Italia il Santa Maria della Pietà venne riconosciuto come Opera Pia, mentre dal 1907 la sua amministrazione fu affidata completamente alla Provincia.
Il progetto del nuovo manicomio a Monte Mario
La nuova Amministrazione provinciale, influenzata dalle spinte organicistiche della psichiatria tedesca, impone il modello di manicomio a padiglioni con una forte omologazione dei malati, preannunciando così la costruzione del moderno manicomio provinciale di Roma a S. Onofrio in Campagna presso Monte Mario.
Seguendo le nuove idee in psichiatria e la Legge Giolitti del 1904, si adottò il modello a padiglioni.
Il concorso per la progettazione di una “Città della e per la pazzia” viene vinto nel 1907 dagli ingegneri Edgardo Negri e Silvio Chiera e dovrà rispondere “alle più moderne esigenze della igiene e della tecnica manicomiale”.
Nel 1909 per iniziativa del senatore Alberto Cencelli sulla collina di Monte Mario, in località S. Onofrio, cominciarono i lavori per il nuovo ospedale psichiatrico progettato da Edgardo Negri e Eugenio Chiesa e denominato Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà.
L’area di Sant’Onofrio in campagna, destinata ad ospitare il moderno Manicomio della Provincia di Roma, è localizzata a Monte Mario a 6 km dalla città accanto alla Via Trionfale e alla linea ferroviaria Roma-Viterbo; con una altitudine di 120 m sembra presentare le condizioni terapeutiche ottimali per accogliere i 1.000 posti letto previsti.
Il nuovo manicomio cominciò a funzionare il 28 luglio 1913 e fu inaugurato ufficialmente da Vittorio Emanuele III il 31 maggio 1914.
Il 31 maggio 1914 Re Vittorio Emanuele III inaugurava la nuova sede del Manicomio della Provincia di Roma diretto da Augusto Giannelli.

La “città della pazzia”: impianto urbanistico e architettura
Il complesso concepito con lo spirito del manicomio-villaggio si estendeva su circa centotrenta ettari e comprendeva quarantuno edifici ospedalieri, di cui ventiquattro erano padiglioni di degenza.
Qui sorse un vero e proprio “villaggio manicomiale” con 37 padiglioni immersi in un immenso parco di centotrenta ettari.
L’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà era un nosocomio enorme, il più grande d’Europa con gli oltre trenta padiglioni che ne costituivano il complesso insieme al grande edificio della direzione generale, che ha una sua bellezza liberty, e ai locali di servizio.
Gli edifici, immersi in un grande parco di piante a fusto alto e collegati l’un l’altro da una rete stradale di circa sette chilometri complessivi, costituivano così il più grande Ospedale Psichiatrico d’Europa con una capacità di più di mille posti letto.
La sua forma, osservata dall’alto, assomiglia ad un fiore: un grande cerchio con petali più o meno simmetrici che si sporgono verso l’esterno, al centro arabeschi e volute eleganti.
La struttura a padiglioni permetteva di distribuire le diverse funzioni all’interno di un sistema articolato, separato dal tessuto urbano ma organizzato come un piccolo insediamento autonomo.
L’idea era offrire aria aperta e spazi verdi, considerati allora rivoluzionari per la “terapia” della mente.
La separazione tra area maschile e area femminile
Il Santa Maria della Pietà si presentava diviso in due sezioni rigidamente separate: l’area maschile e quella femminile che rimarranno ben differenziate nella gestione fino agli anni ’70.
Alla sinistra sorgono i padiglioni di degenza femminili e a destra, in posizione simmetrica, quelli maschili.
I padiglioni dislocati nel bellissimo parco erano riservati alle varie categorie di alienati: Osservazione, Infermeria, Tranquilli, Sudici, Semiagitati, Agitati, Prosciolti, Sorvegliati.
Ogni padiglione aveva una funzione specifica per i diversi tipi di pazienti.
La planimetria dei padiglioni
I padiglioni presentano generalmente una analoga planimetria, un medesimo impianto: al primo piano la zona notte con un’ampia camerata con due file di letti, e un pian terreno che accoglieva la sorveglianza interna, una stanza dove far soggiornare i pazienti durante l’intera giornata, i refettori, i soggiorni e qualche dormitorio.
La disposizione era pensata per tenere di giorno tutti i malati riuniti, con la necessaria assistenza, nei locali e nei giardini cintati, annessi a ciascun padiglione.
Sempre al piano terreno sono sistemate le camere da bagno, le docce e tutto ciò che può formare il conforto dei ricoverati.
Tutte le strutture sono progettate con l’intento di poter essere ingrandite a seconda del bisogno.
Ogni padiglione era una realtà a sé stante.
Gli edifici e i servizi generali
In posizione centrale sono i Servizi generali: guardaroba, forno, pastificio e macello, e l’edificio per la produzione dell’energia elettrica; ed infine l’edificio necroscopico, situato in prossimità dell’ingresso secondario.
Nella Direzione, con la sua maestosa facciata, oltre agli uffici di direzione erano ospitati una farmacia e l’annesso laboratorio farmaceutico, una biblioteca, un laboratorio analisi.
L’edificio d’ingresso portava agli uffici direzionali, a una biblioteca, a una farmacia con laboratori, ad alloggi per suore e a una camera mortuaria.
E poi ci sono la chiesa, la cucina, la lavanderia, l’alloggio per le suore, la camera mortuaria, due portinerie che smistano i visitatori ai padiglioni a destra e a sinistra, l’officina, la centrale elettrica.
Vi erano inoltre la fagotteria, dove venivano depositati gli effetti personali dei ricoverati, la chiesa, l’alloggio delle suore, i laboratori dei fabbri e dei falegnami.
La struttura era una piccola città dove i servizi interni erano garantiti dalla presenza di un impianto termico centralizzato, la cucina, la dispensa, la lavanderia e in seguito anche una piccola sala operatoria.
La colonia agricola
Il complesso manicomiale era circondato da una Colonia agricola, composta di 23 edifici tra cui una vaccheria ed una porcilaia, dove lavoreranno i “malatini”, i pazienti tranquilli che accedono all’ergoterapia.
L’Ospedale era parzialmente autosufficiente, perché comprendeva una tenuta agricola in cui venivano allevati animali da cortile e coltivato il grano.
Vi lavoravano alcuni degli stessi pazienti, quelli più miti e che creavano meno problemi, detti anche i “malatini”.
Facevano poi parte dell’ospedale servizi come la falegnameria, le cucine, l’officina, il forno ed ovviamente la chiesa.
Recinzioni e sistemi di controllo
Tutto il complesso era chiuso da una recinzione metallica nascosta da una fitta siepe, mentre le recinzioni in muratura erano utilizzate per i padiglioni destinati ai criminali ed ai soggetti in osservazione giudiziaria.
La sezione dedicata al manicomio criminale era più isolata rispetto agli altri padiglioni e chiusa all’interno di mura alte quattro metri: una prigione nella prigione.
In posizione periferica erano collocati gli Ospedaletti per i contagiosi e per i tubercolosi.
Il parco storico e il patrimonio botanico
Il parco del Santa Maria della Pietà costituisce uno degli elementi più importanti dell’impianto architettonico e paesaggistico del complesso.
Era un grande parco di piante a fusto alto, con boschetti e giardini pieni di essenze arboree che non avevano nulla da invidiare a quelle dell’orto botanico.
Il Parco di Santa Maria della Pietà conserva un patrimonio importante dal punto di vista botanico e naturalistico, con cedri, cipressi, pini, eucalipti, lecci, querce e tigli.
Tra le specie più insolite o rare nel panorama floristico romano si trovano la sequoia, la palma azzurra, la canfora e la quercia rossa.
Il parco comprende viali, piazze e fontane.
La sua urbanistica era quasi piacevole, con vialetti e piazze abbellite da fontane, ma sempre un manicomio era, e non era certo un bel posto dove vivere, reclusi nel fisico e abbandonati nella psiche.
La Legge Giolitti e la condizione dei ricoverati
La Legge n. 36 del 14 febbraio 1904, meglio nota come Legge Giolitti, segnò il primo vero intervento a livello nazionale sui malati mentali, che venivano ufficialmente definiti “alienati”.
Questa normativa stabiliva il ricovero obbligatorio nei manicomi: “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo”, riflettendo una visione del malato più come un soggetto pericoloso da contenere che da curare.
All’epoca la legge prevedeva il ricovero delle persone sulla base di un certificato attestante uno stato di pericolosità per sé o per gli altri o per atteggiamenti di pubblico scandalo.
Finire in manicomio era assai meno difficile di quanto si possa immaginare: si veniva ricoverati perché si davano segni di squilibrio, perché non ci si adeguava al comune senso civico, perché bastava un certificato medico che attestasse uno stato di pericolosità per se stessi o per gli altri.
I ricoverati venivano privati degli effetti personali, identificati con un numero e costretti a indossare un’uniforme, subendo spesso trattamenti degradanti e “torture” per ogni comportamento considerato eversivo, arrivando ad annullarne l’identità personale.
Chi soffriva di malattie psichiatriche o comunque finiva al manicomio veniva marchiato per tutta la vita e la sua condizione veniva addirittura annotata nel casellario giudiziario, quale che fosse avere problemi psichici, come se essere matti fosse una colpa da espiare.
La classificazione dei pazienti
A differenza della moderna concezione psichiatrica, al Santa Maria della Pietà i pazienti non erano suddivisi per patologia, in modo da poter essere curati in modo omogeneo ed efficiente, ma erano semplicemente suddivisi per tipologia di comportamento e di modalità di relazione con gli altri.
C’erano i padiglioni destinati ai tranquilli, quelli dei “malatini” e quelli in cui erano rinchiusi coloro che non avevano cura di se stessi, i “sudici”.
In altri, ben sorvegliati, venivano relegati i violenti, gli agitati e chi doveva essere sorvegliato con attenzione, e fin troppo spesso contenuto con cinghie, per evitare che facesse del male a se stesso e agli altri.
Il settore criminale, per chi aveva commesso reati, era isolato da mura alte quattro metri, con aree specifiche per prosciolti, sorvegliati e persone sotto osservazione.
Tra i diversi padiglioni si ricordano il XVIII dei criminali con mura di cinta di quattro metri, il XIV degli agitati, il XXII dei cronici, il XII dei pericolosi per tentativi di fuga e di suicidio, il VIII e XC dei bambini, il XXX delle lavoratrici e i padiglioni specifici per pazienti con TBC, come il XVI.
Il padiglione più grande, il XXII, detto il Bisonte, ospitava più di trecentoventi pazienti tra epilettici, dementi senili e schizofrenici.
La vita quotidiana nel manicomio
Ogni padiglione era un mondo a sé da cui i pazienti, rigorosamente suddivisi per sesso, potevano uscire solo in casi eccezionali, in rarissime occasioni legate a feste religiose o, appunto, per lavorare nella colonia agricola o nei servizi dell’Ospedale.
Non erano previsti percorsi di cura e di terapia occupazionale, men che meno momenti di socializzazione strutturati.
I malati erano per lo più lasciati a se stessi, a riempire di noia giornate tutte uguali, trascinandosi dalle enormi camerate che ospitavano i letti ai saloni dove le ore scorrevano lente, tra urla, gemiti, stati allucinati e gesti di autolesionismo.
I medici e gli infermieri avevano più un compito di vigilanza che di assistenza.
Il team di infermieri, la suora caporeparto e il medico di ogni padiglione si trovavano così a gestire un insieme disomogeneo di degenti altamente diversi per gravità della patologia, terapia ed età.
Comuni erano invece l’inattività, l’abbandono e la regressione dei pazienti, che sviluppavano di conseguenza un carattere aggressivo.
Donne, bambini e internamenti per devianza sociale
La storia dell’ex ospedale psichiatrico svela anche un’altra pagina amara rispetto alle donne internate non per malattia, ma per “devianza” sociale.
Fu infatti anche uno strumento per silenziare e disciplinare la libertà femminile, attraverso il controllo e la repressione.
Durante la Prima Guerra Mondiale, molte finirono recluse per sintomi depressivi o traumi legati al conflitto.
In epoca fascista, chi non rispettava l’ideale di “sposa e madre esemplare” veniva etichettata “malacarne” e internata, usando l’istituzione per imporre l’ideologia.
Anche nel dopoguerra, un temperamento ribelle o “avventure amorose” potevano bastare per l’internamento.
Questo dimostra come il luogo abbia, per troppo tempo, disciplinato e tolto voce a chi non si conformava.
Venivano internati anche gli anziani dementi, chi tentava il suicidio, gli schizofrenici, perfino gli epilettici.
Non era infrequente la presenza di bambini, tant’è che vi erano padiglioni appositamente dedicati.
La separazione per sesso e comportamento, insieme alla rigida organizzazione dei padiglioni, rendeva il complesso uno spazio di controllo e di isolamento molto più che un luogo di cura nel senso contemporaneo del termine.
La crescita dell’istituto e le attività scientifiche
Nel 1926 il complesso assume la denominazione di “Ospedale psichiatrico provinciale di Santa Maria della Pietà per le malattie mentali” con un moderno laboratorio di anatomo-patologia, una Stazione di Malarioterapia e una sezione della Clinica psichiatrica universitaria della Sapienza.
Nel 1936, con la realizzazione dell’ultimo padiglione, la capienza di questo grande “villaggio manicomiale” raggiunge i 2602 posti letto e 3681 ricoverati l’anno.
La struttura arrivò a ospitare fino a tremila pazienti dopo la Prima Guerra Mondiale.
| Anno | Avvenimento |
|---|---|
| 1548 | Fondazione dell’Hospitale de’ poveri, forestieri et pazzi dell’Alma Città di Roma |
| 1725 | Trasferimento della sede in Via della Lungara per disposizione di Benedetto XIII |
| 1894 | Affidamento della gestione alla Provincia di Roma |
| 1907 | Vittoria del concorso per la progettazione della nuova “Città della e per la pazzia” |
| 1914 | Inaugurazione della sede di Monte Mario |
| 1926 | Assunzione della denominazione di Ospedale psichiatrico provinciale di Santa Maria della Pietà per le malattie mentali |
| 1936 | Raggiungimento di 2602 posti letto e 3681 ricoverati l’anno |
| 1978 | Approvazione della Legge 180 |
| 1999 | Chiusura definitiva dell’ospedale psichiatrico |
Per la sua rilevanza nazionale l’Istituto ospiterà dal 1938 l’Ufficio statistico per le malattie mentali.
Nel 1946 accoglie l’Istituto Neurologico Provinciale per l’assistenza e cura del parkinsonismo encefalitico.
Con la direzione di Francesco Bonfiglio si potenzia l’attività scientifica: nasce nel 1947 la rivista “Il Lavoro neuropsichiatrico”.
Per fronteggiare il sovraffollamento, nel 1952 viene aperto il primo Centro d’Igiene Mentale, un “dispensario neuropsichiatrico” nel centro della città diretto da Bonfiglio e gestito con personale del manicomio.
Dal 1955, sotto la direzione di Umberto De Giacomo, si sviluppa l’uso degli psicofarmaci cercando di creare un ambiente terapeutico meno restrittivo.
L’elettroshock e la trasformazione della psichiatria
Qui nel 1938 Ugo Cerletti dà avvio alla pratica dell’elettroshock con l’auspicio di “abbandonare questo metodo aggressivo e violento per metodi meno drastici alla cui ricerca sto lavorando attivamente: sarò il primo a rallegrarmi quando l’elettroshock non verrà più applicato”.
Quasi inutile ricordare che, tra le procedure mediche praticate almeno fino all’avvento delle nuove teorie di Basaglia e della Legge 180 del 1978, vi era quella atroce barbarie dell’elettroshock, utilizzato per “curare” e calmare i malati.
Nel novembre del 1963 si celebra il cinquantenario del Santa Maria della Pietà presieduto dal Presidente della Repubblica On. Antonio Segni, il Ministro Mariotti e delegati della Santa Sede, che dona la copia della Pietà di Michelangelo attualmente esposta nel Padiglione 26.
Dalla Legge Mariotti alla Legge Basaglia
Dal 1967, con Gerlando Lo Cascio, si avvia una riorganizzazione dell’attività assistenziale che guarda con interesse ai nuovi percorsi deistituzionalizzanti avviati da Franco Basaglia.
La nuova organizzazione prevede una continuità terapeutica tra ospedale e servizi del territorio.
Nel 1968 la Legge 431, la cosiddetta Legge Mariotti, introducendo il ricovero volontario da parte del paziente abolisce l’obbligo dell’annotazione sul casellario giudiziario.
Fu solo nel 1968, con la Legge Mariotti, che vennero introdotte le prime significative riforme volte a umanizzare le condizioni di vita e di cura all’interno degli ospedali psichiatrici.
Le nuove condizioni sociali maturate dalla metà degli anni ’60, che rivendicavano protagonismo e soggettività anche nel diritto alla salute, porteranno il 13 maggio 1978 all’approvazione della Legge 180.
La Legge 180, poi inclusa nella Legge 833 che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale, vieta nuovi ricoveri negli ospedali psichiatrici con la consapevolezza che “La tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana”.
La svolta epocale nella cura della salute mentale in Italia giunse con la Legge 180 del 1978, più nota come Legge Basaglia, che sancì l’abolizione dei manicomi.
Sebbene un processo di riforma fosse già stato avviato nel 1967 sotto la guida di Gerlando Lo Cascio, fu questa normativa a imprimere una direzione irreversibile al cambiamento.
“Entrare fuori, uscire dentro”
Il principio ispiratore di questa profonda riforma è racchiuso nell’ossimoro “Entrare fuori, uscire dentro”, coniato dallo stesso Franco Basaglia.
Espressione con cui si invitava l’individuo a “entrare” attivamente nella realtà esterna per riappropriarsi delle proprie radici e del legame con il proprio contesto sociale e comunitario e contestualmente ad abbandonare, a “uscire” da quel “dentro” che era emblema di costrizione, alienazione e spersonalizzazione imposte dal sistema manicomiale.
La visione di Basaglia ha così spostato il focus dalla sola patologia alla persona nella sua interezza, rivoluzionando per sempre l’approccio alla salute mentale e aprendo la strada a una psichiatria più etica e inclusiva.
Il lungo percorso verso la chiusura
Alla fine del 1978, anno di promulgazione della Legge n. 180, nell’Ospedale Psichiatrico S. Maria della Pietà erano ancora presenti 1076 ricoverati.
Nel 1981 i ricoverati scendono a 898.
Dal 1982 al 1990 la popolazione si riduce di 456 unità, delle quali 306 sono i decessi e 150 le dimissioni.
Sono anni molto difficili.
A partire dall’inizio degli anni ’90 il processo di superamento assume un’inversione di tendenza tra il numero dei decessi ed il numero dei dimessi.
Infatti, dal 1991 al 1995, si ha una netta riduzione della popolazione ricoverata che passa da 433 a 206 unità con 117 dimissioni.
Il processo di dismissione dell’ospedale psichiatrico fu esteso e complesso, protraendosi per 22 anni: dai 1076 pazienti del 1978 si arrivò alla chiusura definitiva nel dicembre del 1999 con l’uscita degli ultimi due ricoverati.
Alla fine del 1999 l’ospedale viene definitivamente chiuso.
La chiusura nel 1999 dell’Ospedale Psichiatrico del Santa Maria della Pietà ha segnato uno spartiacque per la storia di questo straordinario complesso.
“Chiudere il manicomio di Roma, anche se con imperdonabile ritardo, fu la conferma che queste persone che avevano condotto un’esistenza mortificata, nonostante la loro malattia, potevano tornare a vivere nella città di tutti”.
La copia della Pietà di Michelangelo nel Padiglione 26
Nel novembre del 1963, in occasione del cinquantenario del Santa Maria della Pietà, delegati della Santa Sede donarono una copia della Pietà di Michelangelo.
La copia della Pietà di Michelangelo è attualmente esposta nel Padiglione 26.
Il Padiglione 26 ospita inoltre la Biblioteca Scientifica Alberto Cencelli dell’ASL Roma 1.
Fondata nel 1914 come biblioteca dell’allora ospedale psichiatrico, vanta una ricca collezione di oltre 9.000 volumi su neurologia, psichiatria e psicoterapia.
La biblioteca conserva anche un’importante sezione dedicata alle riviste degli utenti dei servizi di salute mentale, rappresentando un punto di riferimento culturale e storico inestimabile.

Il Museo Laboratorio della Mente
Nel 2000 il Padiglione VI è diventato la sede del Museo Laboratorio della Mente, museo del disagio psichico che ripercorre la storia del manicomio di Roma.
Il museo ospita un archivio audiovisivo e numerose testimonianze video di persone che hanno vissuto al Santa Maria, inclusi alcuni ex pazienti.
Attraverso installazioni interattive, propone non solo un percorso tra le memorie del manicomio, ma anche una elaborata riflessione sull’alterità e l’esclusione sociale.
Fondato nel 2000, il museo, che fa parte dell’Organizzazione Museale Regionale del Lazio, ha fin da subito promosso una riflessione sui delicati paradigmi di salute e malattia, sul concetto di “diversità” e sull’importanza dell’inclusione sociale.
Il museo educa, commuove, spinge al confronto e ricorda che la cura della mente è una responsabilità collettiva e che la dignità umana non conosce confini.
Nel 2008 ha ulteriormente arricchito la sua offerta con un nuovo e significativo percorso espositivo, curato in collaborazione con Studio Azzurro.
Attualmente, il Museo Laboratorio della Mente è chiuso al pubblico per importanti lavori di ristrutturazione del Padiglione 6 e di ampliamento del percorso espositivo, nell’ambito del PNRR, puntando a una riapertura in autunno.
Nonostante la chiusura fisica, è possibile vivere l’esperienza museale attraverso il virtual tour gratuito.
Progetti innovativi come Portatori Sani di Diversità, le installazioni Ricordare il Futuro e il podcast Voci dalle Cartelle dimostrano l’impegno costante a trasformare la memoria in educazione e progresso sociale.
Il podcast Voci dalle Cartelle racconta le storie di chi è stato internato al manicomio di Santa Maria della Pietà.
MUSEO LABORATORIO DELLA MENTE
La street art del progetto Caleidoscopio
Non si può visitare il Santa Maria della Pietà senza essere piacevolmente colpiti dai tanti murales che oggi abbelliscono i muri dei vecchi padiglioni.
Le opere fanno parte del progetto “Caleidoscopio”, realizzato nel 2015 dagli artisti di Muracci Nostri con il supporto della Asl Rm E.
Il progetto ha trasformato il complesso in un vero e proprio museo a cielo aperto, riportando a nuova vita un luogo di dolore e sofferenza.
Gomez de Teran ha lasciato la sua impronta su diversi padiglioni e si tratta di affreschi riconoscibilissimi, realistici, nei quali la malattia si trasforma in bellezza.
In alcuni casi, alla realizzazione hanno collaborato i pazienti delle strutture riabilitative ancora operanti nel complesso ospedaliero.
Le principali opere murali
- Le cose che non si vedono.
- Le voci degli amanti.
- Bimba pensante di Tina Loiodice.
- Ascolto Fetale di Violetta Carpino.
- La grande quiete di Jerico.
Un affresco molto bello è Bimba pensante di Tina Loiodice.
È da segnalare anche Violetta Carpino con il suo Ascolto Fetale e la street art di Jerico con La grande quiete.
Un itinerario nel parco consente di alternare la lettura degli edifici alla scoperta dei murales, osservando come l’arte contemporanea intervenga su un’architettura segnata da una memoria difficile.

Il Santa Maria della Pietà nella memoria culturale
Visitare il Santa Maria della Pietà significa fare i conti con una realtà che è stata a lungo dimenticata, insieme alle migliaia di uomini, donne e bambini che in questi spazi ci hanno vissuto.
È un luogo in cui la bellezza aspra del luogo diventa memoria del passato doloroso.
C’è un qualcosa di non detto e di incredibilmente potente che si trascina dietro le storie dei “pazzi”.
Una pazzia lo stesso Ospedale, con ciò che resta degli edifici sospeso tra la perfezione dell’architettura e la melma densa delle vite che li hanno abitati.
La vita nel complesso è stata raccontata anche attraverso testimonianze letterarie e audiovisive.
Con “L’altra verità. Diario di una diversa” la grande poetessa Alda Merini racconta, con una prosa lucida ma evocativa, i suoi anni di segregazione e sofferenza trascorsi in manicomio, segnati dalla privazione di ogni libertà, dalla pratica dell’elettroshock e dall’assoluto senso di distacco dal proprio corpo che non sentiva più suo.
Non mancano le immagini di alcune pellicole che sono state girate all’interno del complesso.
La riqualificazione del complesso dopo la chiusura
La chiusura dell’ospedale non ha risolto automaticamente il problema della conservazione del complesso.
Una storia fatta di dolore e sofferenza, ma anche di numerose battaglie portate avanti dai cittadini del territorio, dalle istituzioni locali, da associazioni ed intellettuali affinché, a valle della chiusura dell’Ospedale, il Santa Maria della Pietà non cadesse nell’oblio e in una lenta ed inesorabile decadenza.
Molti sono stati i progetti di riqualificazione avanzati negli anni passati, che tuttavia nel tempo non hanno portato i risultati sperati.
Attualmente, diversi padiglioni del compendio sono chiusi ed inutilizzati, altri sono occupati e solo una parte ospita servizi attivi, essenzialmente quelli della ASL Roma 1, che detiene in proprietà anche il meraviglioso parco.
A partire dall’anno 2016, attraverso la DGR 787/2016, la Regione Lazio ha avviato un ambizioso programma di valorizzazione dell’ex Ospedale, destinando ingenti risorse economiche volte a riqualificare progressivamente il compendio.
L’obiettivo è ripristinare la fruibilità e le condizioni di sicurezza del patrimonio immobiliare e del Parco del Comprensorio del Santa Maria della Pietà attraverso un programma di interventi di risanamento conservativo, ristrutturazione e adeguamento funzionale.
Con tale delibera e con le successive DGR 810/2016, DGR 871/2019 e DGR 764/2020, sono state destinate dalla Regione Lazio al Comprensorio risorse complessive pari a 14,5 milioni di euro.
Le risorse sono volte alla ristrutturazione di diversi padiglioni, all’attivazione di nuove funzioni e ad una imponente riqualificazione del parco pubblico.
A queste risorse si aggiungono oltre 10 milioni di euro utilizzati dalla ASL Roma 1 per interventi di manutenzione del verde e per interventi su altri padiglioni già finanziati in precedenza dalla Regione Lazio.
Nel 2018, attraverso il protocollo di intesa sottoscritto tra Regione Lazio, ASL Roma 1, Roma Capitale, Città Metropolitana di Roma Capitale e Municipio XIV, è stata avviata una collaborazione interistituzionale per coordinare i vari progetti di riqualificazione in atto.
La collaborazione mira anche a portare a compimento la pianificazione della Centralità Urbana di iniziativa pubblica che comprende, da Piano Regolatore, oltre al complesso del Santa Maria della Pietà, un territorio circostante di ulteriori 25 ettari.
Il polo sanitario, sociale e culturale
Il complesso ospita oggi una varietà di enti e servizi, che lo rendono un centro nevralgico per la comunità.
L’ASL Roma 1 ha qui concentrato presidi sanitari fondamentali, restituendo al luogo una funzione legata alla cura, ma con approcci e finalità profondamente aggiornati.
Tra i numerosi servizi attivi, il Parco del Santa Maria della Pietà accoglie poliambulatori, consultori familiari, centri di radiologia e diagnostica, servizi di riabilitazione per diverse fasce d’età e necessità.
Sono presenti anche centri per le demenze e per disturbi del comportamento alimentare, oltre a presidi dedicati alla sanità animale e all’igiene.
Funzioni vitali come l’assistenza domiciliare, la farmacia territoriale e gli uffici amministrativi e istituzionali del Municipio Roma XIV di Roma Capitale trovano qui la loro sede.
Il complesso ospita inoltre la Direzione del Distretto XIV e quella del Dipartimento di Salute Mentale, confermando la sua vocazione di polo sanitario, sociale e culturale.
Questa concentrazione di servizi sanitari, sociali e amministrativi in un unico complesso facilita l’accesso dei cittadini alle prestazioni e promuove una maggiore sinergia tra le diverse sfere della vita urbana.
Il Piano Integrato e il Parco della Salute e del Benessere
Un impulso determinante per la riqualificazione del complesso è arrivato grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con il “Piano Integrato Santa Maria della Pietà”.
Il piano è il risultato di un progetto partecipativo tra la Regione Lazio, Roma Capitale, ASL Roma 1, Città Metropolitana e Municipio XIV di Roma Capitale.
Il programma sostiene la ristrutturazione dell’intero complesso, inclusi numerosi padiglioni e l’esteso parco monumentale.
L’obiettivo generale è la creazione di un vero e proprio Parco della Salute e del Benessere, un concetto ampio che ingloba il benessere fisico, psichico e mentale e mira a promuovere l’inclusione sociale e l’assistenza.
Si tratta di un vasto programma di interventi che prevede l’apertura di nuovi spazi di grande rilevanza culturale e sociale.
- La nuova biblioteca civica nel Padiglione 28.
- Un centro diurno di supporto per persone con disabilità cognitive.
- Progetti di housing first.
- Un centro di educazione ambientale con laboratori didattici per le scuole.
- Aree dedicate al coworking.
Tra le migliorie specifiche figurano la nuova illuminazione progettata secondo il piano originale del complesso, la pedonalizzazione e la riqualificazione dell’intera area del parco, l’implementazione di zone smart working con Wi-Fi gratuito e il restauro delle fontane.
I lavori, avviati a dicembre 2022, hanno come termine il marzo 2026, a dimostrazione di un impegno concreto per il completamento di questo ambizioso polo.
Visitare il Santa Maria della Pietà
Uno slowtour alla scoperta della storia e della street art del Santa Maria della Pietà permette di attraversare gli antichi padiglioni dell’Ospedale Santa Maria della Pietà e di ripercorrerne la storia, dalla fondazione nel 1548 alla definitiva chiusura nel 1999 come ospedale psichiatrico in seguito alla Legge Basaglia.
Il percorso nel Parco Santa Maria della Pietà consente di passeggiare tra gli edifici storici, osservare la struttura urbanistica del villaggio manicomiale e ammirare le opere di street art del progetto “Caleidoscopio”.
Il tour può terminare presso il padiglione che ospita il Museo Laboratorio della Mente, che attraverso installazioni interattive propone un percorso tra le memorie del manicomio e una riflessione sull’alterità e sull’esclusione sociale.
Oggi il Santa Maria della Pietà è un luogo piacevole, utilizzato dai cittadini per praticare sport, andare in bici e riposarsi, mentre alcuni padiglioni sono stati restaurati e riconvertiti in uffici del Municipio o in centri medici.
Nell’aria resta, vuoi per la suggestione di trovarsi in un luogo “difficile”, vuoi per i numerosi edifici abbandonati o comunque bisognosi di un vigoroso restauro, una latente sensazione di struggente disperazione che finisce per entrare nell’animo.
Come arrivare
Il complesso si trova in Piazza Santa Maria della Pietà 5, nel quartiere di Monte Mario, a Roma.
È possibile raggiungerlo con la linea ferroviaria Roma-Viterbo, oggi indicata anche come FM3, con fermata “Monte Mario”.
Il collegamento è disponibile anche attraverso alcune linee urbane dell’ATAC: 46, 49, 546, 911, 912, 913, 916 e 990.
La linea 46 parte da Piazza Venezia, mentre le altre linee hanno fermate nei pressi del complesso ospedaliero.
Il Parco di Santa Maria della Pietà è indicato come aperto dal mattino al tramonto.
