Salvini querela sacerdote per una frase pronunciata durante l’omelia

Matteo Salvini ha querelato don Alberto Vigorelli, sacerdote e missionario di Mariano Comense, per una frase pronunciata durante una messa nel novembre 2016: «O siete cristiani o siete con Salvini». Il sacerdote, accusato di diffamazione, ha sostenuto di aver predicato il Vangelo e di non aver offeso il leader della Lega.

La vicenda è nata durante un’omelia dedicata all’accoglienza dei migranti, nella quale don Alberto aveva citato il Vangelo secondo Matteo: «Ero straniero e mi avete accolto». Salvini ha ritenuto che quelle parole costituissero un attacco personale e una forma di attribuzione di «patenti di cristianità».

La frase pronunciata durante la messa

Nel novembre del 2016, in un’omelia durante la messa, parlando delle polemiche sulla chiusura dei porti ai migranti, don Alberto aveva citato il Vangelo secondo Matteo: «”Ero straniero e mi avete accolto”. Quindi o si è cristiani o si sta con Salvini».

In un’omelia durante la messa, nel novembre del 2016, don Alberto aveva detto ai fedeli «O si è cristiani o si è con Salvini», parlando della tematica dell’accoglienza ai migranti, citando «Ero straniero e mi avete accolto» dal vangelo secondo Matteo.

Durante un’omelia, commentando il versetto del Vangelo che recita «ero straniero e mi avete accolto», il parroco si fece scappare una frase non proprio politicamente corretta. «O siete cristiani o siete Salvini».

La querela di Matteo Salvini

La querela era stata depositata in Procura a Como dall’avvocato di Matteo Salvini, il segretario nazionale della Lega, che aveva accusato il sacerdote di voler distribuire «patenti di cristianità».

«Come si permette questo sacerdote di dare patenti di cristianità, insultando non solo me, ma milioni di italiani? Episodio vergognoso, stavolta non lasciamo perdere» (Ansa, 8-11-201&).

«Siamo stati attaccati durante un’omelia, in un contesto in cui proprio non si doveva neppure parlare di politica».

A un anno e mezzo dati fatti, la richiesta di archiviazione presentata dal pm è stata respinta dal giudice di pace: don Alberto dovrà dunque rispondere di diffamazione.

Le accuse rivolte al sacerdote

Don Alberto è citato in giudizio con l’accusa di aver diffamato Salvini. All’epoca del fatto, che aveva avuto un clamore mediatico importante e nazionale, don Alberto si era mostrato sereno.

Don Vigorelli è andato a processo per aver detto durante una messa nel 2016 «o siete cristiani o siete di Salvini» mentre parlava dell’accoglienza ai migranti. Il sacerdote è accusato di diffamazione.

«Non capisco davvero cosa mi contestino. Ho detto semplicemente che i cristiani non possono essere discepoli di Salvini e di Cristo, o una cosa o l’altra. O si segue Gesù o Salvini».

«Tra l’altro, non era certo mia intenzione fare politica. Ho detto quella frase commentando un preciso brano del Vangelo. Ho ribadito, come dicono le Sacre Scritture, che i cristiani accolgono lo straniero. Niente di più».

La posizione di don Alberto Vigorelli

«Non ho niente di cui scusarmi, ho predicato il Vangelo e quindi non ho offeso Salvini».

Intervistato dal Corriere della Sera, lui però fa spallucce: «Se sono stato un buon cristiano me lo dirà il Padre Eterno e non il Tribunale».

E ancora: «Sono vecchio, mi interessa il giudizio di Dio e non quello degli uomini».

«Io non rinnego il Vangelo», ha commentato il sacerdote nel lasciare l’aula del giudice di pace di Como.

Fuori dall’aula, tra i suoi sostenitori, il parroco ha ribadito: «Non capisco perché voglia le scuse, io non l’ho offeso, ho predicato il Vangelo».

La proposta di accordo

«Se chiede scusa e paga 1000 euro ad una associazione di disabili ritiro la querela», la proposta di Salvini, rispedita al mittente.

Il leader del Carroccio ha fatto comunque capire che se dovessero arrivare le scuse sarebbe disposto a ritirare la querela. In caso contrario si arriverà in Tribunale: «Non c’è accanimento nei confronti del sacerdote - dice Salvini - ma la vicenda farà il suo corso».

«Auspichiamo un componimento bonario della vicenda ma servono le scuse del parroco per quanto detto in chiesa».

«Per noi c’è la volontà di arrivare a un accordo bonario - ha dichiarato l’avvocato di Salvini che non era in aula- ma vogliamo la formalizzazione delle scuse per quanto dichiarato nella messa».

Il rifiuto delle scuse

Dura la reazione dell’avvocato Dominioni: «La parola scusa non è contemplata Don Vigorelli ha predicato il Vangelo e per questo non può certo scusarsi. Si è detto che don Alberto odia Salvini ma anche questo non è corretto. La predicazione del Vangelo è ispirata solo dall’amore e non dall’odio».

Don Alberto però non ci sta e a prendere la parola è il suo difensore: «La parola ‘scuse’ non suona bene, l’animo di don Vigorelli è quello di chi ha predicato il Vangelo quel giorno, un’azione della quale non può scusarsi. Però sia chiaro, lui non odia nessuno e anche le parole di quel giorno non sono nate dall’odio bensì dall’amore».

La prima udienza a Como

Il 18 febbraio di quest’anno il giudice di pace di Como ascolta le parti.

Oggi dunque prima udienza in Tribunale a Como: aula penale gremita, con i sostenitori di don Alberto Vigorelli che non solo hanno occupato tutti i posti a sedere ma si sono posizionati anche in piedi in ascolto fin fuori dall’aula.

Don Alberto, come sempre sereno, è stato a confronto con il suo avvocato difensore fino all’ultimo minuto, prima di fare ingresso in aula e stringere le mani dei tanti che gli sorridono e lo sostengono.

L’aula del giudice di pace era affollata da decine di sostenitori del sacerdote, che hanno anche manifestato all’esterno del Tribunale lariano.

Tribunale di Como e sostenitori sacerdote

La difesa di don Vigorelli

Don Alberto è assistito dall’avvocato Oreste Dominioni, uno dei più famosi penalisti italiani.

Don Alberto in aula è assistito dall’avvocato Oreste Dominioni, docente universitario, uno dei più famosi penalisti italiani.

«La parola scusa non è contemplata Don Vigorelli ha predicato il Vangelo e per questo non può certo scusarsi. Si è detto che don Alberto odia Salvini ma anche questo non è corretto. La predicazione del Vangelo è ispirata solo dall’amore e non dall’odio».

Il rinvio del processo

Il processo è stato aggiornato al 14 maggio prossimo. Sembra da escludere un accordo tra le parti.

Per il momento quindi nessun accordo e il giudice ha dovuto rinviare l’udienza al 14 maggio, sperando però che le parti riescano a trovare un accordo prima di quel momento.

Il processo è aggiornato al 14 maggio.

Il profilo di don Alberto Vigorelli

Don Alberto Vigorelli, il sacerdote di 81 anni di Mariano Comense, per oltre trent’anni missionario in Africa e in Sud America, è comparso davanti al giudice di pace Salvatore Falcone per la prima udienza del processo.

La frase pronunciata dal pulpito della chiesa di «Santo Stefano» a Mariano Comense, durante la messa della domenica nel novembre 2016, costringerà don Alberto Vigorelli, 79 anni, a presentarsi di fronte al Giudice di Pace di Como.

Il prete del Comasco querelato da Salvini che nel 2016 disse: «O siete cristiani, o siete con lui».

Da sempre la sua primaria preoccupazione è quella di occuparsi di chi si trova in situazioni di povertà.

Don Alberto è un sacerdote e missionario che ha alle spalle anni e anni tra i poveri dell’Africa e del Sud America.

I confratelli raccontano di un «prete di battaglia» fin dai primi mesi della sua ordinazione con il pericolo di esporsi «sopra il rigo», che paga la sua libertà di parola con un’emarginazione al tempo dell’arcivescovo Colombo.

Campa facendo scuola e lavorando con gli scout. Diventa prete fidei donum in Africa e poi in America latina (Lima, Perù).

Con Martini rientra a pieno titolo e il suo attuale vescovo, Mario Delpini, gli ha espresso la sua solidarietà.

Le lettere del politico al card. Scola (allora ancora arcivescovo di Milano) e al card. Stella, prefetto della Congregazione del clero, non hanno prodotto censure di sorta.

Il dibattito sul rapporto tra fede e politica

La vicenda ha riportato al centro il rapporto tra la predicazione religiosa, l’accoglienza dei migranti e il confronto politico.

Don Alberto ha sostenuto di aver pronunciato la frase nel corso di un commento al Vangelo e di non aver avuto l’intenzione di fare politica.

Salvini, invece, ha affermato che il sacerdote lo avrebbe attaccato durante un’omelia, in un contesto nel quale, a suo giudizio, non si sarebbe dovuto parlare di politica.

La questione giudiziaria riguarda quindi anche l’interpretazione delle parole pronunciate in chiesa e il confine tra una predicazione ispirata al Vangelo e un riferimento diretto a un esponente politico.

Un’altra querela di Salvini contro un sacerdote

La vicenda di don Alberto Vigorelli è stata accostata a quella di don Giorgio De Capitani, il sacerdote lecchese condannato per diffamazione dopo una querela presentata da Matteo Salvini.

Don Giorgio De Capitani, il prete 81enne lecchese condannato per diffamazione a seguito di una querela di Matteo Salvini, ha denunciato a sua volta il leader della Lega per lo stesso reato.

Lo ha riferito lo stesso don De Capitani all’ANSA spiegando che «Matteo Salvini durante l’udienza, che si è tenuta nel settembre scorso, ha dichiarato sotto giuramento alcuni fatti falsi e, cosa forse ancor più penalmente punibile, mi ha accusato di aver commesso un gravissimo reato, pur essendo ben consapevole della mia estraneità».

Le accuse di don Giorgio De Capitani

L’ex parroco di Monte di Rovagnate (Lecco) ha spiegato che «durante la testimonianza Salvini, evidentemente ben conscio della gravità e degli effetti che tale fatto avrebbe potuto rappresentare anche nel mio processo, ha dichiarato palesemente il falso, affermando un fatto diametralmente opposto rispetto a quello che in modo inequivocabile emerge dai documenti prodotti».

Secondo don Giorgio «è un fatto, a mio parere, molto grave: un ex vicepremier ed ex ministro dell’Interno non può, in vista del proprio tornaconto, mentire deliberatamente, sotto giuramento, davanti ad un tribunale penale».

«Ma il fatto per me ancor più grave - ha aggiunto don De Capitani- è stato che Salvini, nella stessa udienza e sempre sotto giuramento, ha anche ripetutamente affermato che nei suoi confronti avrei detto, in un mio video, ‘è un ladro, uccidiamolo’».

La condanna di don De Capitani

Lo scorso lunedì 11 novembre don De Capitani è stato condannato a pagare 7.500mila euro, e al risarcimento danni per ulteriori 7mila, per aver diffamato Salvini.

I fatti risalgono al periodo tra marzo e ottobre 2015, quando don Giorgio aveva pubblicato sul proprio blog e sui social alcuni post ritenuti diffamatori nei confronti del leader della Lega, che poi lo ha querelato.

«Condannatemi ancora nei tribunali uscirò sempre a testa alta, ‘onorato’ di aver dato per lo meno fastidio al potere, e di aver suscitato qualche allarme tra la massa che pensa solo a campare».

«Spezzatemi pure ma non mi piegherò!»: così ha scritto sul proprio sito don Giorgio De Capitani, condannato a Lecco per diffamazione dopo una querela di Matteo Salvini.

«I miei difensori hanno evidenziato che Salvini ha detto il falso sotto giuramento» ha scritto il sacerdote sottolineando che «hanno evidenziato che mi ha accusato di un reato grave, sapendo bene che non avevo istigato nessuno ad ucciderlo».

«Né le querele né le condanne mi frenano - sottolinea l’ex parroco di Monete di Rovagnate (Lecco) - anzi servono a stimolarmi con maggiore determinazione».

Le dichiarazioni di Salvini nel caso De Capitani

Matteo Salvini ha raggiunto il Tribunale di Lecco per l’udienza relativa alla querela a don Giorgio De Capitani, ex parroco di Monte di Rovagnate, per le affermazioni di quest’ultimo sul suo blog personale.

«Quando uno vomita insulti da 4 anni e non chiede scusa provo pietà umana», afferma l’ex ministro che attende di essere convocato nella sala monocratica del Tribunale.

«Anziché distribuire parole di saggezza e di amore mi augura la morte e mi insulta, dovrebbe chiedere scusa - aggiunge - se non lo fa lui spontaneamente qualcuno glielo farà fare».

«Mi stupisce che nessuno all’interno della chiesa abbia preso provvedimenti» nei confronti di don Giorgio De Capitani.

«Siamo in Italia e mi rivolgo alla giustizia italiana, poi c’è la giustizia divina e il signore giudicherà tutti e anche me che sono un peccatore. Domenica costui porta la parola del Signore e non penso che il Signore sia fiero di avere come portavoce uno come don Giorgio».

«Accetto critiche e insulti da tutti - ha aggiunto - ma non da un prete».

«Quando auguri la morte a una persona e la insulti chiedi scusa - spiega Salvini - una persona normale ed educata fa cosi, ma quando uno da quattro anni continua a vomitare insulti provo pietà umana, perché teoricamente dovrebbe essere lui a distribuire parole di saggezza e di amore e non dare della merda a uno augurandogli la morte».

«Se non chiede scusa spontaneamente - aggiunge l’ex ministro - qualcuno glielo farà fare, del resto nella vita si sbaglia, basta chiedere scusa ed è finita lì».

«Se io do della m. a qualcuno - sottolinea - è colpa mia, non di chi viene insultato».

«Vi sembra normale che un prete auguri la morte a qualcuno? - si chiede - uno che dà la comunione e perdona i peccati e dice a un altro che è una merda e gli augura la morte?».

Comunque, secondo Salvini, che ha querelato don Giorgio, «occuparsi di un prete che dà del pezzo di m. al prossimo non è il modo migliore per impegnare le aule di giustizia, basta che uno chieda scusa e dia qualcosa in beneficienza ed è finita là».

«Qualcuno deve dirgli che non è educato, men che meno da parte di un prete, insultare il prossimo».

«Da un parroco mai - ha detto Salvini davanti al giudice - da un avversario politico sì, ma da un prete no».

Alla domanda postagli a margine dell’udienza se non ritiene di doversi rivolgere al tribunale ecclesiastico Salvini ha replicato: «Mi stupisce che nessuno abbia preso provvedimenti, se per loro è normale che qualcuno con abito talare possa usare certi termini, non mi permetto di giudicare la Chiesa, ma da cattolico penso che non sia bello farlo».

«Da uno che la domenica officia la messa mi aspetto parole diverse, da avversari politici ci sta, a volte anche qualche insulto, ma non è normale che un prete scriva pezzo di merda nel suo blog».

Il rinvio dell’udienza nel caso De Capitani

L’ex-ministro degli Interni ha lasciato il tribunale di Lecco dopo la sua deposizione senza ascoltare quella di don Giorgio, da lui querelato per insulti, né incontrarlo di persona.

«Mi aspettano a Genova, debbo scappare», ha detto a chi gli chiedeva il motivo della decisione di lasciare il Palazzo di Giustizia.

Intanto l’udienza è stata rinviata all’11 novembre. Il giudice monocratico Nora Lisa Passoni ha accolto la richiesta dell’avvocato Claudia Eccher di Trento, che rappresenta Salvini, di ascoltare la testimonianza di Luca Morisi, dello staff di Salvini.

Richiesta accolta anche dalla difesa.

Don Giorgio De Capitani si è detto «arrabbiato» per l’ennesimo rinvio dell’udienza del processo a suo carico.

Il parroco ha spiegato: «Ho ottant’anni, sono malato e questa settimana mi debbono operare. Faccio fatica - ha aggiunto - è da due anni che vengo in Tribunale e viene sempre rinviato tutto perché lui (Salvini ndr) non viene e oggi si rinvia ancora perché manca un teste».

«È giustizia questa?» si è chiesto il sacerdote che non ha voluto rilasciare altre dichiarazioni lasciando l’aula.

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