Non esistono, nel materiale disponibile, elementi documentati che colleghino i sacerdoti buddisti alla mafia orientale come fenomeno generale. Il buddhismo è una tradizione religiosa articolata, nella quale monaci, maestri e comunità monastiche sono descritti soprattutto in rapporto alla meditazione, alla disciplina etica, allo studio e all’assistenza spirituale.
Le vicende riportate riguardano invece monaci arrestati dalle autorità cinesi in Tibet e le restrizioni imposte alla pratica del buddhismo tibetano. Tali episodi appartengono al contesto della repressione politica e dei rapporti tra religione e potere statale, non costituiscono una prova di legami con organizzazioni mafiose.
Chi sono i sacerdoti e i monaci buddisti
Ogni tradizione buddhista ha i suoi santi, anche se non sono canonizzati in maniera ufficiale come nel cattolicesimo. In sostanza, le persone considerate sante nel contesto del buddhismo sono saggi che hanno raggiunto l’illuminazione e sono rinomati per la loro integrità e compassione.
I primi santi buddhisti erano i monaci illuminati vicini al Buddha stesso. Noti come arahant (in Pali, la lingua di alcuni dei primi testi buddisti) o arhat (in sanscrito), erano contemporanei del Buddha e ne seguivano gli insegnamenti, e in molti ne hanno trasmesso gli insegnamenti.
Due dei discepoli più importanti furono Śāriputra, rinomato per la sua saggezza, e Maudgalyāyana, famoso per i suoi poteri psichici; nelle rappresentazioni artistiche sono spesso raffigurati accanto al Buddha.
Le principali figure venerate nelle tradizioni buddhiste
Col diffondersi del Buddismo in Asia, le tradizioni locali, nel corso della loro evoluzione, svilupparono i propri santi. Bodhidharma era un monaco cinese vissuto nel V o VI secolo d.C. e si ritiene che abbia portato il Buddhismo Chán dall’India alla Cina.
È venerato come santo nelle scuole buddhiste cinesi, giapponesi e di altri Paesi dell’Asia orientale. Altro esempio è Eihei Dōgen: maestro del XIII secolo che introdusse lo Zen (Chán), con la sua enfasi sulla meditazione in posizione seduta, in Giappone.
Fu uno scrittore prolifico ed è uno dei maestri più venerati dello Zen. Anche il buddhismo tibetano ha la sua schiera di santi, con leggende che raccontano le loro vite straordinarie e i miracoli da loro compiuti per dimostrare la potenza degli insegnamenti del Buddha.
Molte di queste figure, tra cui Milarepa, Tsongkhapa e Padmasambhava, vissuti nel Medioevo e presenti nelle opere d’arte buddhiste tibetane, sono evocati e visualizzati - come modelli della mente illuminata - in una pratica nota come guru yoga (unione con il maestro).

Maestri buddhisti moderni e autorità spirituali
Ci sono anche santi buddhisti moderni, come Ajahn Mun Buridhatta (1870-1949), un maestro di meditazione thailandese che ha fondato un lignaggio buddhista noto come «Tradizione della foresta thailandese».
Il suo allievo Ajahn Lee Dhammadharo (1907-1961) è stato un grande insegnante di meditazione sul respiro ed è considerato un santo da molti buddhisti contemporanei della tradizione theravāda.
Nella tradizione tibetana, Dilgo Khyentse Rinpoche (1910-1991) è uno dei tanti santi del XX secolo. Khyentse Rinpoche è un santo per aver incarnato gli insegnamenti del Buddha in maniera ineccepibile e per la sua condizione di tertön (cioè di persona che è in grado di scoprire la posizione degli insegnamenti nascosti), così come per il suo approccio non settario nella veste di detentore del lignaggio in tutte le scuole del buddhismo tibetano.
La vita monastica e i principi etici
Cosa significa davvero essere un monaco buddista? Come si svolge la loro giornata e quali sono i principi che guidano la loro esistenza? La vita monastica è scandita da una routine rigorosa, ma colma di significato.
Ogni giornata segue un ritmo preciso, progettato per favorire la pratica della consapevolezza e della disciplina interiore. La giornata inizia molto presto, spesso intorno alle 4 o 5 del mattino.
Prima ancora che il sole sorga, i monaci si riuniscono per la prima meditazione della giornata. Seduti in silenzio, concentrano la mente sul respiro, sui mantra o sulla contemplazione della natura dell’esistenza.
Questo momento è essenziale per coltivare la calma interiore e prepararsi alla giornata. Dopo la meditazione, i monaci si dedicano alla questua del cibo, un rituale antico ancora praticato in molti paesi asiatici, come Thailandia, Myanmar e Sri Lanka.
Con le loro ciotole per le elemosine (alms bowl), camminano a piedi scalzi nei villaggi, ricevendo offerte di cibo dai fedeli. Questo gesto non è solo un modo per nutrirsi, ma rappresenta anche un’opportunità per la comunità laica di praticare la generosità (dāna), uno dei pilastri del Buddismo.
Il pasto principale viene consumato prima di mezzogiorno, poiché i monaci, secondo la tradizione, non mangiano dopo questo orario. Il cibo viene accettato con gratitudine, senza preferenze o richieste particolari: il monaco impara così a non essere attaccato ai piaceri del palato e a sviluppare l’equanimità.
Studio, meditazione e servizio
Dopo il pasto, i monaci dedicano tempo allo studio dei testi sacri e agli insegnamenti del Buddha. Alcuni leggono i sutra (i discorsi del Buddha), altri ascoltano lezioni dai monaci più anziani, mentre altri ancora praticano la recitazione di preghiere e mantra.
Nei monasteri dove vivono anche studenti o praticanti laici, i monaci possono tenere lezioni o guidare sessioni di meditazione per i visitatori. Essere monaci non significa solo meditare e studiare: molte ore della giornata sono dedicate a lavori pratici.
A seconda della tradizione e della posizione del monastero, i monaci possono occuparsi della manutenzione del tempio, della pulizia, della cucina o della cura del giardino. In alcune comunità, si dedicano anche a opere sociali, come l’assistenza ai poveri o l’insegnamento nelle scuole.
La giornata si conclude con un’altra sessione di meditazione e preghiera collettiva. In questo momento, i monaci riflettono sulle proprie azioni della giornata, recitano mantra di benevolenza e si preparano al riposo.
Dopo il tramonto, il monastero si avvolge in un silenzio profondo, interrotto solo dal suono del vento o dai passi discreti di chi ancora pratica la meditazione notturna.
Il Vinaya e le regole della vita monastica
Diventare monaco buddista significa abbracciare uno stile di vita basato su principi etici molto rigidi. Il codice monastico, noto come Vinaya, stabilisce regole precise che variano a seconda della tradizione.
Tuttavia, ci sono alcuni precetti fondamentali che tutti i monaci seguono:
- Non uccidere nessun essere vivente.
- Non rubare né prendere ciò che non è dato.
- Non avere relazioni sessuali.
- Non mentire né usare parole dannose.
- Non consumare sostanze intossicanti.
- Non mangiare dopo mezzogiorno.
- Non partecipare a spettacoli mondani o intrattenimenti frivoli.
- Non usare profumi, gioielli o abiti decorativi.
- Non dormire in letti alti e lussuosi.
- Non maneggiare denaro.
Queste regole servono a coltivare il distacco dai desideri materiali e a favorire la concentrazione sulla pratica spirituale. Molti monaci scelgono questa vita per il desiderio di trovare una pace più profonda, di comprendere la natura della sofferenza e di aiutare gli altri nel loro percorso spirituale.
Alcuni entrano nei monasteri da giovani, spesso per volontà delle famiglie, mentre altri lo fanno da adulti, dopo aver vissuto nel mondo e sentito il bisogno di un cambiamento radicale. In alcune culture, diventare monaco anche solo per un breve periodo (ad esempio per alcuni mesi o anni) è considerato un atto di grande valore spirituale.
In paesi come la Thailandia, molti giovani uomini trascorrono un periodo in monastero prima di tornare alla vita laica. La vita dei monaci buddisti può sembrare austera agli occhi di chi è abituato al comfort e alla velocità del mondo moderno.
Monasteri buddhisti e contesto politico in Tibet
I monaci sono stati bloccati nel monastero di Karma, teatro di manifestazioni anti-cinesi negli ultimi anni. Tre di loro sono stati rilasciati, uno è agli arresti domiciliari e l’ultimo ancora in galera.
Lhasa (AsiaNews) - Le autorità cinesi in Tibet hanno arrestato cinque monaci buddisti sulla base di accuse che non sono ancora state rese note. Tre religiosi sono stati rilasciati in un secondo momento, uno è agli arresti domiciliari e l’ultimo è ancora in prigione.
Il gruppo viveva nel monastero di Karma, nella prefettura di Chamdo, teatro negli ultimi anni di accese proteste contro il dominio cinese nell’area. I primi arresti sono avvenuti il 13 giugno, quando la polizia ha preso e portato via due monaci identificati come Kargyal e Tenzin.
Altri due religiosi - Barma Kunkyab e Shedrub Dawa - sono stati portati in custodia nel pomeriggio dello stesso giorno. Tranne Kargyal, ancora in prigione, gli altri tre sono stati rilasciati nella notte dello stesso giorno.
Non è chiaro il motivo che ha spinto le autorità a trattenere il monaco. Il giorno dopo i poliziotti hanno preso il quinto monaco, Tashi Gyaltsen, che è stato picchiato durante la custodia della polizia.
Le autorità lo hanno rilasciato, ma gli hanno imposto i domiciliari in casa del fratello. Anche se non vi sono accuse ufficiali, è probabile che gli arresti rientrino in una campagna di intimidazione lanciata dal governo cinese contro il monastero, che negli ultimi anni è divenuto un centro di mobilitazione contro la repressione comunista nel Tibet.
Religione e controllo statale
La politica di Pechino per “domare” la provincia passa sempre più spesso dalla religione, con serie restrizioni alla pratica del buddismo tibetano e persino un ordine che prevede l’obbligo per i “buddha viventi” di essere riconosciuti dallo Stato, ufficialmente ateo.
Questi elementi descrivono un rapporto conflittuale tra autorità politiche, istituzioni monastiche e libertà religiosa. Non indicano, da soli, l’esistenza di un rapporto tra i monaci arrestati e la mafia orientale.

Il monte Kailash e gli scambi religiosi tra India e Cina
Negli stessi giorni, Pechino ha invece inaugurato una nuova rotta via terra per i pellegrini indù che dall’India vogliono visitare il monte Kailash, luogo sacro dell’induismo e dello stesso buddismo.
Il primo gruppo è entrato dal passo, aperto sull’Himalaya, questa mattina: il viaggio, spiega l’agenzia di Stato cinese Xinhua, è lungo 12 giorni e passerà anche da un lago sacro.
Sempre secondo la Xinhua, la decisione di aprire il passo “promuoverà ancora di più gli scambi religiosi fra le due nazioni dell’Asia”. Fino a oggi, invece, era molto difficile per i cittadini indiani visitare i luoghi sacri in Tibet.
Oltre alle effettive problematiche legate a un viaggio in aree così remote, le tensioni fra Pechino e Delhi avevano portato a una politica restrittiva nella concessione dei visti.
Il buddhismo tibetano in Italia
Da circa cinquant'anni la tradizione del buddhismo tibetano riscuote in Italia il sincero interesse di molti praticanti occidentali e studiosi. Lama Yesce e Ghesce Ciampa Ghiatso maturarono l’idea di realizzare un monastero per monaci e monache mentre si trovavano insieme a Kopan, in Nepal, alla fine degli anni ’70.
Quella visione sta ora prendendo forma in una cava dismessa, a Pomaia, a circa 2 km dall’Istituto Lama Tzong Khapa. Abbiamo trovato il sito ideale per edificare il futuro monastero che sarà costruito sulla roccia proprio come i monasteri del Tibet.
Sua Santità il XIV Dalai Lama, Tenzin Ghiatso, è nato il 6 luglio 1935 da una famiglia contadina nel piccolo villaggio di Taktser, nel nord-est del Tibet. All’età di due anni fu riconosciuto come la reincarnazione del suo predecessore.
Il nostro Sangha trae ispirazione da Lama Yesce e Lama Zopa Rinpoche, ideatori della Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT) e nostre guide. Ghesce Ciampa Ghiatso, maestro residente dell’Istituto Lama Tzong Khapa per 27 anni, è stato nostro primo abate, e il principale ispiratore della comunità monastica e dell’Associazione Sangha Onlus.
Il buddhismo tibetano in Italia si presenta quindi attraverso monasteri, comunità, insegnanti, ritiri di meditazione e attività di studio. Dal 18 al 25 luglio 2026, il cuore di Assisi ha accolto un gruppo di praticanti per il Ritiro di meditazione dedicato all’impermanenza, guidato dalla monaca Ciampa Tashi, dal monaco Marco Castaldi e da Stefano Gaviglio, insegnante accreditato FPMT.
Perché il termine “mafia orientale” richiede cautela
L’espressione “mafia orientale” è ampia e può riferirsi, in modo generico, a fenomeni criminali diversi tra loro. Non può essere applicata automaticamente a comunità religiose, monasteri o sacerdoti sulla base della loro origine geografica o della loro appartenenza culturale.
Nel buddhismo, la vita monastica è formalmente associata a precetti che vietano di rubare, mentire, usare parole dannose e consumare sostanze intossicanti. Il Vinaya stabilisce inoltre regole destinate a favorire il distacco dai desideri materiali e la concentrazione sulla pratica spirituale.
La presenza di monaci in un contesto segnato da conflitti politici, arresti o proteste non dimostra un rapporto con la criminalità organizzata. Per sostenere un’accusa di legame con una mafia sarebbero necessarie prove specifiche, come procedimenti giudiziari, documenti verificabili o ricostruzioni investigative attendibili, che nel materiale disponibile non vengono riportati.
La funzione sociale e spirituale dei monaci
La vita dei monaci buddisti può sembrare austera agli occhi di chi è abituato al comfort e alla velocità del mondo moderno. Eppure, questa esistenza è colma di serenità, disciplina e consapevolezza.
Ogni gesto, ogni passo, ogni respiro è un’opportunità per approfondire la comprensione della realtà e liberarsi dalla sofferenza. Non tutti sono destinati a diventare monaci, ma chiunque può imparare qualcosa dal loro stile di vita: la semplicità, la gratitudine, il valore del momento presente.
Forse, nel nostro mondo frenetico, potremmo trovare un po’ di pace anche solo fermandoci per un attimo, respirando profondamente e osservando il silenzio che ci circonda.