Rancore dei nostri padri: testo, memoria e identità nell’esodo giuliano-dalmata

Il tema del rancore dei nostri padri è legato alla memoria degli esuli istriani, fiumani e dalmati, al trauma dell’abbandono della terra d’origine e alla necessità di trasmettere alle nuove generazioni una storia fondata sulla conoscenza, sull’identità e sulle tradizioni, non sulla rabbia.

«Emerge qui quel che ci hanno insegnato i nostri padri: l’amore per la nostra terra di origine e le nostre tradizioni, per il nostro dialetto e per la nostra identità, non il rancore o la rabbia.»

Il significato del testo

Il testo prende le mosse dalla memoria degli esuli dalmati, istriani e fiumani e dal lungo percorso attraverso cui la loro vicenda storica è tornata a essere parte riconosciuta della storia d’Italia. «Inaugurare la Mostra sugli Esuli Dalmati, Istriani e Fiumani in uno dei luoghi simbolo dell’unità d’Italia porta a ulteriore compimento gli auspici della Legge 92 del 2004 che istituiva il Giorno del Ricordo.»

La memoria non viene presentata come uno strumento di contrapposizione, ma come una forma di responsabilità civile. «E questo stiamo trasmettendo alle nuove generazioni dell’esodo e agli italiani che sempre più numerosi vogliono conoscere e scoprire queste pagine di storia nazionale, d’ora in poi anche attraverso questa mostra.»

La storia dei padri e il Giorno del Ricordo

«Fu proprio in occasione di una delle prime cerimonie istituzionali del 10 Febbraio al Quirinale che l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi suggerì al compianto Lucio Toth e al professor Giuseppe de Vergottini, due tra i nostri più autorevoli rappresentanti, di pensare ad una mostra che raccontasse le foibe e l’esodo all’interno del Vittoriano.»

«Questa idea è rimasta ben presente in noi man mano che il Giorno del Ricordo acquisiva sempre più importanza agli occhi dell’opinione pubblica e sempre più consapevolezza si diffondeva sulla storia del confine orientale nei mass media, nel mondo accademico e nelle scuole.»

«Quell’idea è diventata un progetto, uno studio di fattibilità ed infine una proposta concreta che si è materializzata grazie all’Istituto del Vittoriano e di Palazzo Venezia che, sotto gli auspici del Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, ha stipulato con FederEsuli la convenzione che ci ha consentito di cominciare a lavorare veramente alla realizzazione di questa mostra.»

Il trauma dell’abbandono

Una fotografia diventa il punto di contatto fra la protesta del passato e il riconoscimento del presente. «Tra le tante foto che ho visto confluire in questo percorso espositivo completamente digitalizzato, ce n’è una che raffigura una manifestazione di profughi giuliano-dalmati proprio qui, davanti al Vittoriano, che il 10 febbraio 1947 protestano contro le mutilazioni territoriali del Trattato di Pace.»

«Nei decenni successivi le loro sofferenze, i loro lutti, il trauma dell’abbandono della loro terra, il tormentato reinserimento nell’Italia del dopoguerra attraverso la permanenza nei centri raccolta profughi e le incomprensioni politiche di cui furono oggetto scomparvero gradualmente dall’attenzione degli italiani.»

«Fu l’oblio e per quasi mezzo secolo furono quasi esclusivamente le associazioni degli esuli a conservare storia, memoria e testimonianza delle foibe e dell’esodo, come ha riconosciuto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in uno dei suoi interventi in occasione del Giorno del Ricordo.»

Il ruolo delle associazioni degli esuli

«Sono state quindi le associazioni degli esuli a realizzare questa mostra, facendo confluire qui i risultati di un lavoro che hanno svolto incessantemente per far conoscere la nostra storia attraverso convegni e pubblicazioni, conferenze e testimonianze nelle scuole, mostre e documentari.»

La trasmissione della memoria passa così attraverso più strumenti: la ricerca, la testimonianza orale, la scuola, la divulgazione e la conservazione delle immagini. «MEDIF raccoglie questo bagaglio di esperienza e lo mette a frutto in un percorso espositivo moderno e dinamico, attento alla ricostruzione storica, ma con lo sguardo rivolto al futuro.»

Dalla rabbia alla conoscenza

Il cuore del messaggio è la distinzione fra memoria e rancore. Ricordare le sofferenze dei padri non significa trasformare il dolore in odio, ma riconoscere una storia e comprenderne le conseguenze. «Nella cornice europea, nel reciproco riconoscimento di lutti e sofferenze con Slovenia e Croazia e nei rapporti con gli italiani autoctoni dell’Adriatico orientale cogliamo le nuove coordinate entro cui raccontare la nostra vicenda ed il patrimonio culturale che l’italianità adriatica ha rappresentato nei secoli.»

La frase «non il rancore o la rabbia» assume quindi un valore preciso: il passato deve essere conservato senza essere manipolato, e l’identità deve essere difesa senza trasformarsi in ostilità verso gli altri.

Elemento della memoriaSignificato nel testo
Terra d’origineLuogo dell’identità, delle tradizioni e dei ricordi
DialettoPatrimonio culturale trasmesso tra generazioni
EsodoEsperienza storica di abbandono e reinserimento
RancoreSentimento da non trasformare in rabbia o odio
MemoriaConoscenza condivisa della storia nazionale

La trasmissione dell’identità

«Ringrazio quindi il comitato scientifico che si è adoperato per realizzare quel che state per vedere: accademici, ricercatori e operatori culturali e dell’informazione che in gran parte non avevano rapporti diretti con questa storia, ma hanno voluto raccontarla e renderla comprensibile pur nella sua complessità a quei milioni di turisti provenienti da tutto il mondo che ogni anno visitano il Vittoriano.»

La memoria familiare si unisce così alla memoria pubblica. «È un ringraziamento che proviene dai nostri padri, che sono morti sperando di vedere riconosciuta la loro storia.»

«Viene da chi si è consumato dalla malinconia nello squallore di un campo profughi e viene da chi ha ricostruito passo dopo passo con onestà e laboriosità la propria vita in esilio.»

«Viene dalle nuove generazioni dell’esodo che riscoprono con orgoglio la propria identità.»

Il riconoscimento pubblico

Il percorso della memoria si compie quando coloro che furono costretti all’esilio non sono più considerati soltanto destinatari di una commemorazione, ma diventano protagonisti della narrazione nazionale. «Viene da quegli istriani fiumani e dalmati che quel 10 febbraio 1947 protestavano davanti al Vittoriano e oggi entrano al Vittoriano da protagonisti.»

«Protagonisti di una storia che è patrimonio della comunità nazionale e non più solamente eredità del popolo dell’Esodo.»

Il valore delle tradizioni

Nel testo, l’identità non coincide soltanto con un territorio perduto. Essa comprende il dialetto, le consuetudini, i canti, le relazioni familiari e il modo di raccontare la vita quotidiana. L’amore per la terra d’origine viene quindi custodito attraverso una cultura viva, capace di parlare anche a chi non ha vissuto direttamente l’esodo.

La memoria dei padri comprende il dolore, ma non si esaurisce nel dolore. Comprende la malinconia, ma anche la laboriosità, la ricostruzione e la volontà di trasmettere alle generazioni successive un patrimonio culturale riconoscibile.

Una memoria rivolta al futuro

«MEDIF raccoglie questo bagaglio di esperienza e lo mette a frutto in un percorso espositivo moderno e dinamico, attento alla ricostruzione storica, ma con lo sguardo rivolto al futuro.»

Il futuro richiede una memoria precisa e condivisa, capace di riconoscere lutti e sofferenze senza alimentare nuove divisioni. In questa prospettiva, il ricordo dei nostri padri non è rancore: è conoscenza della storia, difesa dell’identità e responsabilità verso le nuove generazioni.

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