È normale provare sentimenti di rabbia. Anche se potremmo non essere in grado di controllare le situazioni che ci fanno provare rabbia, possiamo decidere come reagire. Se guardiamo a Gesù Cristo, Egli può aiutarci a reagire come farebbe Lui.
La rabbia è un’emozione primaria, affine alla paura, al disgusto e alla gioia, legata alle dimensioni primordiali della nostra biologia umana. Provare rabbia non è un peccato in sé, come per tutte le emozioni.
Che cos’è la rabbia?
L’ira è come un fuoco che esce dal profondo e scatena in noi che spesso la proviamo una forza che spaventa, proprio per i risvolti violenti e le reazioni incontrollabili che può generare. Reazioni che accomunano tutti gli uomini, di tutti i tempi e a tutte le latitudini.
Eppure - ce lo dice chi studia queste cose - proprio la rabbia, come le altre emozioni, in sé non è né buona né cattiva: ci attraversa, punto e basta. A noi il compito ingrato di incanalare questa energia straordinaria, senza arrecare eccessivo danno a noi e agli altri.
La rabbia svolge un ruolo vitale che garantisce la crescita degli individui. La rabbia aiuta a percepire l’invasione dei propri confini vitali da parte di altri, vissuti come pericolosi.
Essa emerge a scopo difensivo, per renderci consapevoli che qualcosa non va. Esiste una collera «sana» di chi si batte per la verità e la giustizia, e può essere una grande forza per il cambiamento.
Emozione e comportamento non sono la stessa cosa
È facile conservare in memoria ricordi di quando genitori e insegnanti ci chiedevano, in modi più o meno delicati, di stare buoni, di non dare fastidio, di non gridare, di non fare rumore, di non essere invidiosi, di non arrabbiarci, di non aver paura, ecc.
L’elenco delle cose da non fare contiene azioni che si possono controllare, ossia comportamenti, ed emozioni che non è possibile controllare, come invidia, rabbia e paura. I due concetti vengono infatti frequentemente confusi.
Cercheremo di evidenziare, invece, l’esistenza di due processi, completamente diversi, su cui abbiamo potere decisionale totalmente differente: le emozioni e la loro espressione.
Non abbiamo, infatti, alcun potere decisionale sulle emozioni che proviamo: non vi è alcuna possibilità di controllarle razionalmente. Le emozioni sono, quindi, preziose informazioni a nostra disposizione per aiutarci a decidere del nostro comportamento successivo.
Una spiegazione per i ragazzi
Tutti provano rabbia. Proprio come è normale che all’interno di una lattina che viene scossa aumenti la pressione, è normale che proviamo sentimenti di rabbia. Tuttavia possiamo scegliere come reagire a questi sentimenti.
La lattina può rappresentare noi e la soda le nostre emozioni. Lo scuotimento può riflettere azioni, situazioni o interazioni che possono portare a un accumulo di tensione, cioè sentimenti di rabbia, dentro di noi.
Che cosa succede all’interno di una lattina non aperta se la scuotete ripetutamente? Che cosa succederebbe se la apriste?
Come si può paragonare questo esempio a quando proviamo rabbia?
Perché ci arrabbiamo?
Ma, in fin dei conti, quando ci si arrabbia davvero? Sicuramente per tanti motivi, legati a volte alla nostra immaturità o egoismo, spesso banali, addirittura drammatici.
Ma a ben guardare la fonte della nostra ira si può aggirare intorno ad alcuni poli ricorrenti: un’occasione mancata, un bene sottratto, un’ingiustizia subita.
La nostra esperienza ci insegna che, vivendo con gli altri, almeno occasionalmente troveremo i nostri desideri frustrati. Il risultato è abbastanza probabile che proviamo un sentimento di rabbia per non aver “ottenuto ciò che volevamo”.
La rabbia non è solo un evento negativo, può essere costruttiva, in quanto espressione di attenzione verso qualcosa o qualcuno, che ci sta a cuore ed è calpestato. Occorre far confluire «l’energia scatenata» in un’azione di prospettiva e cambiamento.
La rabbia nel corpo e nella mente
Le reti neurali, ossia le strutture formate dai neuroni che vengono percorse dalle informazioni provenienti dai cinque sensi, creano quelli che noi sentiamo come correlati fisiologici, ossia sensazioni fisiche, di rabbia, paura, gioia, tristezza e disgusto, senza alcuna comunicazione diretta con la corteccia cerebrale, cioè con la parte cosciente e razionale.
In presenza di un grosso cane che sta abbaiando ferocemente rivolto a noi, le informazioni che arrivano agli occhi e alle orecchie arrivano a parti del cervello sottocorticali, tra cui l’amigdala, l’ippocampo e l’ipotalamo, che formano quello che viene chiamato il sistema limbico e che non svolgono funzioni collegate al pensiero.
Svolgono invece funzioni legate all’allarme in caso di pericolo, al rilascio di ormoni e neurotrasmettitori che attivano una reazione immediata di sopravvivenza e alla memoria.
Quest’ultimo particolare spiega perché non tutti reagiamo esattamente allo stesso modo davanti a uno stimolo: sin dal livello di elaborazione più basilare e incosciente, infatti, la nostra reazione è legata alla memoria.
Le aree del cervello che formano il circuito limbico possono “solo” innescare reazioni comportamentali di fuga, attacco, tra cui rientra l’urlo involontario dopo il forte rumore, o, in situazioni estreme, congelamento.
Queste reazioni non possono essere controllate: non può essere controllato l’aumento del battito cardiaco, né la sudorazione, né la frequenza respiratoria correlate a un’emozione.
Non è quindi possibile, messi di fronte a uno stimolo che la eliciti, non provare un’emozione e le sensazioni a essa connesse.
Quando la rabbia diventa aggressività?
Un percorso di educazione alla o della rabbia richiede una traiettoria da seguire, per giungere a distinguere il contenuto dell’emozione dalla forma, come un gesto violento.
La rabbia è da «accogliere» ed «educare», per non lasciarsi accecare da essa. Sono da evitare modalità esplosive e incontrollate, fatte di urla, offese e gesti aggressivi, per scegliere modalità alternative che, attraverso il dialogo e la discussione, aiutino a canalizzarne l’energia in modo «creativo e costruttivo».
Il collerico è insofferente, critico, intollerante; tende a far del male all’altro, o almeno ad accusarlo. È veramente forte la persona che sa orientare le proprie pulsioni al bene e che trova modi intelligenti per esprimere le proprie ragioni, modificare le situazioni critiche e allentare le tensioni.
La rabbia incontrollata danneggia sia chi è dominato da questo stato d’animo sia chi gli sta accanto.
Quando la rabbia è lasciata a se stessa è come un fiume ingrossato da piogge torrenziali: si gonfia fino a straripare, seminare distruzione e, perfino, morte.
Basta entrare un attimo in noi stessi, ripensare a qualche nostro comportamento rispetto a situazioni e persone che ci stanno un po’ strette: prima tolleriamo, poi mugugniamo e, se invece di prendere in mano la situazione, ingoiamo sempre ogni cosa, prima o poi diventiamo una sorta di pentola a pressione.
La rabbia nella Bibbia
La Bibbia contiene dei princìpi che si rivelano utili per gestire la rabbia.
No. In alcuni casi la rabbia può essere giustificata. Per esempio, Neemia, un fedele servitore di Dio, ‘si arrabbiò molto’ quando venne a sapere che alcuni suoi compagni di fede subivano ingiustizie.
A volte anche Dio si arrabbia. Comunque, la rabbia non è una caratteristica predominante della personalità di Geova Dio. La sua ira è sempre giustificata e controllata.
Arrabbiarsi è sbagliato quando la rabbia è ingiustificata o incontrollata, cosa che accade spesso nel caso degli esseri umani imperfetti.
Questi esempi mostrano che, quando si parla di esseri umani imperfetti, “l’ira dell’uomo non ha come risultato la giustizia di Dio”.
Caino ed Esaù: quando l’ira distrugge le relazioni
Nel racconto dell’assassinio di Abele da parte del fratello Caino, la Scrittura rivela la presenza di rabbia e invidia nell’uomo, conseguenze del peccato originale, fin dall’inizio della storia umana.
Caino “si infuriò” quando Dio respinse il suo sacrificio. Covò la rabbia al punto da arrivare a uccidere suo fratello.
Isacco e Rebecca ebbero due gemelli, Esaù e Giacobbe. Esaù, essendo il maggiore, aveva il diritto di ricevere da suo padre la benedizione della primogenitura.
A causa delle azioni empie di Esaù, fu Giacobbe a ricevere invece la benedizione della primogenitura. Quando Esaù venne a sapere che suo padre aveva impartito a Giacobbe la benedizione della primogenitura, reagì con rabbia.
Quale fu il risultato della rabbia di Esaù? I due fratelli rimasero separati per vent’anni fino a quando alla fine si riconciliarono.
Giona e la rabbia contro la misericordia
Il profeta Giona “si infuriò” quando Dio mostrò misericordia agli abitanti di Ninive.
Dio corresse Giona chiedendogli: “Ti sembra giusto arrabbiarti così tanto?” Lo aiutò a capire che avrebbe dovuto provare compassione per quei peccatori pentiti.
Gesù e la rabbia del Tempio
I Vangeli non lo dicono esplicitamente, ma è indubbio che una volta anche Gesù si sia arrabbiato, e non poco.
L’episodio di questa terza domenica di Quaresima, uno dei più noti della sua missione pubblica, ce lo racconta nei particolari: colpi di frusta, bancarelle per aria, cacciata in malo modo di cambiamonete e mercanti.
Siamo nel Tempio, luogo centrale per Israele dell’incontro con Dio, e in quel frangente lo immaginiamo affollato da moltitudini chiassose di pellegrini provenienti da ogni dove, nell’ambiguo contesto di ogni grande apparato sacro che mescola la preghiera con tanto altro.
Gesù, che è il nostro esempio in tutte le cose, offre un esempio di ciò che San Tommaso d’Aquino chiama rabbia “zelante” quando scaccia i cambiavalute e i commercianti di bestiame dal tempio.
Gli studiosi possono sostenere che questi individui erano necessari per i sacrifici del tempio, ma il punto di Gesù, apparentemente, è che stanno esercitando il loro mestiere nel posto sbagliato.
E nel racconto di San Matteo, Gesù sottolinea alcune delle losche pratiche commerciali dei commercianti, che hanno trasformato il tempio “in una spelonca di ladri”.
Quando San Giovanni descrive l’ira di Gesù nel tempio, la spiega con un riferimento ai Salmi: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”.
Che cosa denuncia Gesù?
Con l’ira di Gesù si consuma una volta per tutte il fragoroso gran finale di questa religione.
Il centro fondante del culto di Jahvè è stato depravato nella sua stessa funzione: ha messo in commercio Dio stesso.
È il rischio di ogni religione del sacrificio: diventare culto esteriore, vernice che salva l’apparenza, logica del “dare - avere”, fare le cose sacre.
Ma a Dio non serve che gli venga offerto proprio nulla! Non ha bisogno di offerte che lo plachino, di privazioni che lo rabboniscano, di rinunce che lo comprino.
Di per sé non c’è bisogno nemmeno di un luogo fisico per adorarlo. È il nostro cuore il vero tempio ed è esso che deve cambiare, in modo magari nascosto, per avvicinarsi al cuore di Dio.
Ecco il nuovo modo di concepire la religione: tutto ciò che compiamo in termini di rinuncia è esercizio che innanzitutto lotta contro il nostro egoismo, che ci avvicina a Dio stesso, che attinge al suo Amore e che ci smuove verso la libertà di amare davvero.
La “santa” rabbia di Gesù di oggi è allora spinta di un Cuore che ama per difendere la scoperta di questo grande dono.
Gesù ci libera per essere liberi, per riconoscerlo nei fratelli, per essere contenti del bene che possiamo compiere; non ci condanna a servire un Despota da schiavi spaventati, a sentirci sempre in difetto, a non piacergli mai abbastanza, a non scoprire mai il bello di credere.
Rabbia giusta e rabbia peccaminosa
Se concepita in questo modo, la rabbia può - ben inteso, può - essere forza che sprigiona e difende il bene supremo; può rivelarsi un motore di vita.
Se siamo arrabbiati perché una persona ha fatto del male, o perché una situazione o un’istituzione è ingiusta, la nostra rabbia è appropriata, finché identifichiamo correttamente l’oggetto della nostra rabbia e impieghiamo la nostra rabbia per ripristinare l’ordine che dovrebbe essere appropriato alla comunità cristiana.
Gli antichi definivano la rabbia come desiderio di vendetta, e questo suona piuttosto terrificante. Finché non consideriamo che la vendetta è diversa dalla ritorsione.
La vendetta è “l’atto di punire un altro per un torto o un danno che ha commesso”. La ritorsione, d’altro canto, è “l’intenzione di causare danno”.
La vendetta può essere necessaria; la ritorsione non ha posto nella società cristiana.
Così, osserva Tommaso d’Aquino, “[l’ira] può capitare che sia un peccato mortale se attraverso la ferocia della sua ira un uomo si allontana dall’amore di Dio e del suo prossimo”.
Due atteggiamenti che rendono l’ira peccaminosa
Il primo è arrabbiarsi troppo in fretta, o senza una causa sufficiente. Il secondo è permettere alla nostra ira di persistere.
Ognuno degli evangelisti registra l’incontro di Gesù con i commercianti, ma in tutti i resoconti, una volta terminato l’incidente, è finito; il sole è tramontato sull’ira di Gesù, ed egli è in cammino.
San Paolo scrive: Se sei arrabbiato, fallo senza peccato. Il sole non deve tramontare sulla tua ira; non dare al diavolo la possibilità di agire su di te.
La chiave dell’ammonimento di San Paolo è la sua comprensione che, sebbene siamo stati creati come individui, siamo parte di una società ampia e complessa.
La rabbia e le relazioni sociali
Vivere in una comunità, come facciamo noi, significa che dobbiamo considerare gli obiettivi e i beni degli altri, non semplicemente i nostri.
Il dono della ragione, che ci distingue dal resto della creazione di Dio, fornisce la chiave che ci consente di vivere in armonia con gli altri.
San Paolo consiglia agli Efesini - e a noi - di mettere da parte la falsità e di dire solo la verità, e di lavorare non solo per soddisfare i nostri bisogni, ma anche quelli degli altri.
Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma se ne avete di buone e di edificazione, affinché conferiscano grazia a chi ascolta.
Via da voi ogni amarezza, ira, clamore e maldicenza con ogni malizia; siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda.
Il nostro riguardo per noi stessi è al centro di entrambe le scelte, e quando considera i peccati capitali, San Tommaso d’Aquino nota: “Il peccato è causato da un amor proprio in cui ci rivolgiamo alle cose del mondo e ci allontaniamo da Dio”.
La mansuetudine non è debolezza
I domenicani amano citare la massima: In medio stat virtus, “La virtù sta nel mezzo”. Questo è lo spirito di moderazione che San Paolo ci esorta ad abbracciare.
Un aiuto a questo obiettivo è la virtù della mitezza, che Gesù raccomanda nelle Beatitudini.
La mansuetudine è la virtù che modera la rabbia. Non ha nulla a che fare con la timidezza, la debolezza di carattere o una cattiva immagine di sé.
La mansuetudine, come l’umiltà, è spesso fraintesa come un atteggiamento servile e modesto. In realtà, è molto di più.
Quando Gesù dice che i mansueti erediteranno la terra, ci dice che i mansueti sono gli stessi individui che avrebbero potuto facilmente prenderla con la forza ma che si lasciano frenare dall’esempio di Cristo che è mite e umile di cuore.
La vera forza è il dominio di sé
Chi non riesce a controllare la propria rabbia non rivela forza, ma una grave debolezza.
“Come una città demolita, senza mura, è l’uomo che non riesce a controllare il proprio temperamento”.
D’altro canto, quando impariamo a dominare la rabbia mostriamo vera forza e buon senso.
La Bibbia dice: “Chi è paziente, o lento all’ira, è migliore di un uomo potente”.
La mansuetudine ci ricorda che non troveremo sicurezza attraverso la rabbia.
La clemenza e la misericordia
Quando considera la mansuetudine, che modera l’ira, San Tommaso d’Aquino la collega alla virtù della clemenza, che modera la punizione.
Egli trova un immenso valore in questi doni, perché, consentendoci di “resistere alle inclinazioni malvagie”, ci assistono nella nostra ricerca della santità personale, così come nel nostro sforzo per l’armonia con coloro tra cui viviamo.
San Tommaso scrive: «…l’ira, che è mitigata dalla mansuetudine, è, a causa della sua impetuosità, un grandissimo ostacolo al libero giudizio dell’uomo sulla verità: perciò la mansuetudine soprattutto rende l’uomo padrone di sé».
La clemenza, egli osserva, “…nella misura in cui mitiga la punizione, sembrerebbe avvicinarsi… alla carità, la più grande delle virtù, poiché con essa facciamo del bene al nostro prossimo e impediamo il suo male”.
Papa Francesco sottolinea che la misericordia e la giustizia sono una realtà unita che si traduce in amore.
Accettando umilmente la misericordia di Dio, progrediamo nel nostro pellegrinaggio spirituale, guidati dall’amore di Dio.
Perché la pazienza non significa ignorare il male
L’esempio di Gesù dimostra che la rabbia virtuosa e zelante ha un posto nella vita cristiana.
Possiamo ammirare quegli individui placidi che non sembrano mai arrabbiarsi, ma se questa apparente calma è il risultato dell’ignorare mali che dovrebbero essere affrontati, ha un costo, che può essere tanto dannoso quanto la rabbia disordinata.
San Giovanni Crisostomo ammonì: Chi non si arrabbia, mentre ha motivo di esserlo, pecca.
Perché la pazienza irragionevole è il focolaio di molti vizi, alimenta la negligenza e incita non solo i malvagi, ma anche i buoni a fare il male.
Gesù condanna la rabbia, ma anche lui reagisce in maniera energica alla falsità dei farisei e a difesa della santità del Tempio.
La rabbia come energia creativa
Occorre un’educazione alla creatività anche a partire dalla rabbia: occorre che l’energia della rabbia, che può essere distruttiva, sia canalizzata da parte dell’educatore o dell’educatrice verso orizzonti che mostrano il suo potenziale creativo.
Lavorando con i giovani è possibile chiedere loro se sia più efficace, per esprimere la propria rabbia, una pedata sul muro o un articolo sul giornale.
Si può chiedere se sia più catartico rompere un lampione o fare un artistico graffito.
Siamo del tutto convinti che in entrambi i casi sia la seconda alternativa a dover essere rafforzata; ma per poter condurre la rabbia a una «buona» soluzione pedagogica occorre anzitutto legittimarla.
In certe situazioni è normale provare rabbia, è giusto sentirsi arrabbiati, forse sarebbe assurdo il contrario.
Una scuola che offra ai ragazzi un sostituto simbolico del vandalismo, una scuola che sappia accogliere la rabbia dei ragazzi e delle ragazze e trasformarla in creatività, una scuola che si faccia vandalizzare a livello simbolico e nonviolento potrebbe davvero insegnare la creatività della rabbia di contro al suo sfogo meramente distruttivo.
Educare a partire dalla rabbia significa mostrare il lato positivo della distruzione: che è più faticoso del lato meramente distruttivo e che mette a dura prova la creatività del soggetto.
La rabbia dei ragazzi va ascoltata
È importante ascoltare con serenità di cos’è fatto il mondo delle emozioni dei ragazzi, anche di quelle forti e violente.
Uno degli scherzi che può fare la rabbia, quando si anestetizzano le emozioni, è l’apatia, l’incapacità di reagire e di vivere.
Della rabbia, invece, abbiamo bisogno: se ascoltata, gestita, genera forza.
Quanti professori sono rimasti sconcertati davanti a un ragazzo che prendeva con atarassia e apparente disinteresse l’insufficienza meritata nel compito?
E quanti invece hanno colto nella rabbia del suo compagno, magari espressa in modo violento, il segno di un investimento comunque presente nella disciplina o nella relazione con il docente?
Accettare la rabbia dell’educando significa però accettare anche le proprie rabbie nei confronti dell’educando e saperle trattare.
Attività per il catechismo
1. La scala della rabbia
Su una scala da 1 a 5, dove 1 significa “mai” e 5 significa “spesso”, quanto spesso vi arrabbiate?
In che modo gli altri valuterebbero la frequenza con cui vi arrabbiate? Qual è la vostra reazione più frequente quando provate sentimenti di rabbia?
Mentre studiate oggi, cercate la guida dello Spirito Santo affinché vi aiuti a capire come il Padre Celeste e Gesù Cristo vi aiuteranno a gestire i sentimenti di rabbia.
2. Riconoscere ciò che accade
Questa parte della lezione può aiutare gli studenti a mettere in pratica questi passi per gestire i sentimenti di rabbia:
- Riconoscere cosa ha innescato i sentimenti di rabbia.
- Individuare le emozioni di fondo.
- Scegliere delle strategie per calmarsi.
Poiché nella scheda vengono poste alcune domande personali, gli studenti possono completarla individualmente.
3. Leggere un episodio biblico
Per portare un esempio tratto dalle Scritture sulle conseguenze della rabbia, si può proporre quello di Esaù in Genesi 27.
Si può leggere Genesi 27:41-45, prestando attenzione a come reagì Esaù quando venne a sapere che suo padre aveva impartito a Giacobbe la benedizione della primogenitura.
Si può chiedere: Quale fu il risultato della rabbia di Esaù? Quali altre conseguenze potrebbero derivare quando si agisce con rabbia?
4. Cercare la lentezza all’ira
Leggete questi versetti, prestando attenzione a ciò che imparate su come reagire ai sentimenti di rabbia: Salmi 103:8 e Proverbi 16:32.
Come riassumereste ciò che possiamo imparare su come gestire la rabbia?
Quando siamo lenti all’ira, seguiamo l’esempio del Signore.
Che cosa significa per voi essere lenti all’ira? Pensate a un esempio in cui Gesù è stato lento all’ira.
Se necessario, si possono leggere episodi come Luca 9:51-56, in cui Gesù viene respinto da un villaggio samaritano, Luca 23:8-11, in cui Erode interroga Gesù, e Giovanni 19:3-12, in cui Gesù viene arrestato.
5. Trasformare le parole
Due cittadini hanno scritto due lettere piuttosto pesanti a un giornale della sera. I cittadini sono arrabbiati, come si vede, però forse è possibile riscrivere le loro lettere mantenendo la loro indignazione, ma cercando di usare un linguaggio che metta insieme la rabbia con il rispetto delle regole di educazione.
L’esercizio serve per abituare i ragazzi e le ragazze a distinguere tra la libertà di espressione della rabbia e la necessità di scegliere una modalità accettabile per esprimerla.
Si può chiedere ai ragazzi di trasformare un messaggio pieno di insulti in una comunicazione che descriva i fatti, esprima il disagio e proponga una soluzione.
6. Dalla rabbia al perdono
Non basta «volerlo» per superare la naturale inclinazione alla rabbia come vendetta o ritorsione.
Chiediamo, perciò, al Signore di aiutarci a trasformare la rabbia in perdono, l’odio in amore.
Il segno dell’abbraccio ratifica l’impegno al sostegno reciproco.
Come gestire la rabbia nella vita quotidiana
Riconosci i pericoli della rabbia incontrollata. C’è chi pensa che dare sfogo alla rabbia sia segno di forza.
Domina la rabbia prima che ti porti a fare qualcosa di cui ti pentirai. Salmo 37:8 dice: “Allontana l’ira e abbandona il furore; non indignarti e non fare il male”.
Quando ci arrabbiamo, dunque, sta a noi decidere se dare sfogo alla rabbia o fermarci prima di arrivare a “fare il male”.
Efesini 4:26 dice: “Adiratevi ma non peccate”.
Se è possibile, vai via prima di perdere il controllo. La Bibbia dice: “Dare il via a una disputa è come aprire una diga; vattene prima che scoppi la lite”.
Anche se è giusto appianare subito i contrasti con gli altri, a volte è meglio prima calmarsi e poi affrontare la questione a mente fredda.
Accertati di conoscere i fatti. “La perspicacia di un uomo certamente frena la sua ira”, dice Proverbi 19:11.
Sarebbe bene conoscere tutti i fatti prima di trarre conclusioni. Quando si ascoltano i vari punti di vista su una questione, è meno probabile che ci si arrabbi senza un valido motivo.
Prega per avere pace interiore. La preghiera può aiutarti a provare “la pace di Dio che è al di là di ogni comprensione”.
Pregare è uno dei modi principali per ricevere lo spirito santo di Dio, che può produrre in noi qualità come pace, pazienza e autocontrollo.
Scegli bene i tuoi amici. In genere tendiamo ad assomigliare alle persone che frequentiamo.
La Bibbia giustamente avverte: “Non stare in compagnia di chi è irascibile e non frequentare chi è incline alla collera”. Perché? “Per non imparare a camminare nei loro sentieri e per non rimanere intrappolato”.
Parlare con Dio quando si è arrabbiati
Per prima cosa, Dio vuole che parliamo con Lui della nostra rabbia.
Provare rabbia non è un peccato in sé, come per tutte le emozioni. La rabbia, tuttavia, può portare molto facilmente ad altri peccati, come la collera peccaminosa, e culminare in desideri estremamente dannosi.
Se si agisce in preda alla rabbia, questa può provocare alcuni dei mali più grandi, danneggiando il rapporto con Dio. Ma non dev’essere sempre così.
Dio vuole essere coinvolto nella nostra vita, anche quando siamo arrabbiati. Spesso quando parliamo con Dio e siamo arrabbiati riusciamo a calmarci, e Dio ripristina la pace nel nostro cuore.
“A Lui piace, quando tu ti arrabbi e gli dici in faccia quello che senti, perché è Padre”.
Una breve preghiera
In alternativa, se siete veramente infuriati, recitate questa breve preghiera, che può essere ripetuta finché la rabbia non sbollisce:
Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore.
Una preghiera di fiducia
O Signore, mostrami la Tua misericordia e rallegra il mio cuore. Sono come l’uomo sulla via di Gerico assalito dai briganti, ferito e dato per morto.
O Buon Samaritano, vieni in mio aiuto. Sono come la pecora smarrita. O Buon Pastore, cercami e riportami a casa secondo la Tua volontà.
Permettimi di dimorare nella Tua casa tutti i giorni della mia vita e di lodarti nei secoli dei secoli con chi vi abita. Amen.
Maria, Gesù e la misericordia
Tutta la sua vita è stata modellata sulla presenza della misericordia fatta carne.
Ai piedi della croce, Maria è stata testimone delle parole di perdono pronunciate da Gesù.
Questa espressione suprema della misericordia verso coloro che lo hanno crocifisso ci mostra fin dove può arrivare la misericordia di Dio.
Maria attesta che la misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e si estende a tutti, senza eccezioni.
Rivolgiamoci a lei con le parole della Salve Regina, perché non si stanchi mai di rivolgere a noi i suoi occhi misericordiosi e ci renda degni di contemplare il volto della misericordia, suo Figlio Gesù.
Una responsabilità affidata
Nelle parabole del Vangelo, il servitore più fidato è l’amministratore, che detiene le chiavi che chiudono dentro tutto ciò che è prezioso e chiudono fuori tutto ciò che è pericoloso.
Essere amministratori di Dio è un immenso onore, ma non dobbiamo dimenticare l’ammonimento di Gesù: “molto sarà richiesto a colui a cui è stato affidato molto”.
Essere amministratori di Dio significa trattare la creazione come fa Dio, e significa vivere ogni giorno non come se fosse l’ultimo, ma come se il regno di Dio fosse già qui, pienamente rivelato in mezzo a noi.
Abbracciare la mitezza significa mettere da parte, o almeno moderare, la nostra rabbia, così che i nostri rapporti con il mondo possano assomigliare più chiaramente a quelli di Dio.
Questa è la sfida che Gesù pone quando descrive il “servo fedele e prudente che il padrone metterà a capo dei suoi servi”.
Alcuni studenti possono pensare che sia impossibile per loro non perdere la pazienza. Grazie alla Sua Espiazione, Gesù Cristo può trasformare le nostre debolezze in punti di forza, come riuscire a gestire la nostra rabbia.

Gesù insegna riguardo al nascere di nuovo
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