Papa Benedetto XVI può fare paura non per una presunta minaccia personale, ma perché la sua figura mette in discussione molte sicurezze contemporanee: l’idea di una Chiesa sempre pronta ad adeguarsi alla moda, la convinzione che la libertà consista nell’assenza di vincoli e l’illusione che l’uomo possa bastare a se stesso. Joseph Ratzinger è stato insieme teologo progressista e pontefice della tradizione, riformatore conciliare e difensore dell’identità cattolica, uomo dell’obbedienza e protagonista di una decisione senza precedenti come la rinuncia al ministero petrino.
A dispetto di tutti coloro che hanno cercato di incasellarlo in un ruolo stereotipato, l’unica veritiera descrizione è quella che si lasciò sfuggire una volta il suo vecchio collega e poi avversario Hans Küng: Ratzinger è, essenzialmente, “un enigma”. L’unica veritiera descrizione è quella che si lasciò sfuggire una volta Hans Küng: Ratzinger è, essenzialmente, “un enigma”.
La paura davanti a un uomo difficile da classificare
Che proprio lui, Benedetto XVI (nato Joseph Aloisius Ratzinger, classe 1927), il papa della tradizione e della continuità, con una fama di rigorismo dottrinale costruitosi nei lunghi anni di prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, potesse rompere la tradizione millenaria che non prevede altra scadenza per la carica di successore di san Pietro se non la morte, nessuno lo credeva possibile.
Eppure, Ratzinger aveva già smentito una volta le attese dei suoi sostenitori: tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta quello che all’epoca era considerato uno dei più brillanti teologi del fronte progressista cattolico, in grado di far vacillare le fondamenta della Chiesa tridentina, si trasformò quasi all’improvviso in uno dei massimi esponenti della linea tradizionalista.
La sua traiettoria sfugge quindi alle categorie semplici. Non è soltanto il custode di una dottrina immobile, né soltanto il teologo innovatore che avrebbe voluto adattare il cristianesimo all’età moderna. La sua forza nasce proprio dalla tensione tra questi elementi: la fedeltà alla tradizione e la necessità di comprenderla nuovamente, l’obbedienza alle gerarchie e la capacità di contestare impostazioni teologiche consolidate, la continuità ecclesiale e la disponibilità a prendere decisioni radicali.
Un’infanzia segnata dalla fede, dallo studio e dalla timidezza
Ha quattro anni quando decide di diventare cardinale. È il giorno in cui osserva rapito il potente porporato Michael von Faulhaber - l’arcivescovo di Monaco in visita alla sua parrocchia - che l’autista aiuta a scendere dalla vettura, sontuosamente fasciato di rosso e nero.
A sei anni, nella sua lettera a Gesù Bambino per Natale, il piccolo Joseph chiede un vestito da messa verde, un Cuore di Gesù e un messale romano con traduzione in tedesco. Con il fratello maggiore Georg, assistito dalla sorella Maria, gioca infatti a celebrare la messa in casa.
Ma il messale gli serve per capire cosa significano quelle formule in latino che sente in chiesa e che ripete a casa: fin da piccolo desidera andare al di là dei paraventi, per scoprire cosa si nasconde in profondità.
La scelta di diventare sacerdote è naturale. Il padre Joseph, gendarme del governo, la domenica va a messa tre volte; più domestica ma altrettanto solida la fede della madre Maria. Il fratello Georg lo ha di poco preceduto nell’entrare in seminario.
C’entra, probabilmente, anche la consapevolezza di essere un ragazzino timido, impacciato, poco a suo agio nel mondo, che trova il suo massimo piacere studiando e leggendo tutto il giorno (i compagni lo chiamano Bücher-Ratz, “topo di biblioteca”, giocando col suo cognome).
Potrebbe fare l’insegnante, e a lungo mediterà in seminario se lasciar perdere il sacerdozio e insegnare teologia da laico: lo preoccupano i doveri del pastore in cura d’anime, che deve consolare i parenti ai funerali, prendere in braccio i bambini ai battesimi, animare i gruppi giovanili, vegliare i moribondi.
Ma il sacerdozio è una sicurezza. Vuol dire entrare a far parte di un sistema dove tutto viene deciso dall’alto: è il direttore di seminario che decide quale carriera lo attenderà, la diocesi quale parrocchia avrà assegnata, il vescovo quali incarichi diocesani riceverà, il rettore quale cattedra occuperà, la curia romana se farlo vescovo, il papa se farlo cardinale.
A più non può ambire: è dal tempo di Adriano VI, nel 1521, olandese, che i papi sono tutti italiani.
La guerra e la scoperta dei rischi del potere collettivo
In mezzo c’è però la guerra. Viene iscritto d’ufficio alla Gioventù Hitleriana ma non parteciperà mai a nessun raduno, più per sottrarsi all’attività fisica che per convinzioni politiche.
A sedici anni, nel 1943, è chiamato all’addestramento nella Wehrmacht. È assegnato ai fucilieri del battaglione di riserva, ma per sua fortuna non si verificano scontri con il nemico.
Alla notizia del suicidio di Hitler decide di disertare e tornare a casa, a Traunstein, dove pochi giorni dopo, con la firma dell’armistizio, arrivano gli americani. È fatto prigioniero di guerra e per quaranta giorni patisce la fame in un campo a Ulm, dove riesce però anche a seguire le lezioni di teologia dei docenti del seminario - prigionieri come lui - per mettersi in pari.
Non può lamentarsi: un terzo dei suoi compagni è morto in guerra. Dell’esperienza del nazismo gli resterà la consapevolezza di dove si possono spingere le masse quando i princìpi umani si eclissano, il pericolo esistenziale del superomismo, dell’essere umano che vuole farsi Dio, che rintraccerà tanto nel comunismo quanto nel liberismo consumista.
Alla dittatura del “grosso animale”, come lo aveva definito Platone (una metafora che Simone Weil riprenderà proprio negli anni della guerra), Ratzinger contrappone il “personalismo”, che scopre dalla lettura di filosofi cattolici come Romano Guardini e John Henry Newman e dal chassidismo dell’ebreo Martin Buber.
La centralità della persona nell’esperienza umana è suffragata dal fatto che Dio si presenta come “Dio di persone”. Come scriverà nell’Introduzione al cristianesimo: “Lo si può incontrare non solo in qualche luogo, ma dovunque l’uomo è e dove si lascia da lui trovare”.
Questa impostazione spiega una parte della paura suscitata da Benedetto XVI: la sua critica non colpisce soltanto le ideologie politiche, ma anche ogni forma di collettivismo culturale, di conformismo sociale e di autosufficienza individuale. L’essere umano, secondo questa prospettiva, non deve dissolversi nella massa e non può nemmeno trasformarsi in un individuo chiuso nella propria autonomia.
Agostino contro l’aridità della neoscolastica
Forte è l’influenza di Agostino d’Ippona. Delle Confessioni, Ratzinger dirà a ragione che è un’opera di cui non si avverte la distanza nel tempo, quasi come fosse scritta oggi.
Ma la teologia che si insegna in quegli anni nelle facoltà cattoliche è la neoscolastica, imposta da Leone XIII nel 1879 con la bolla Aeterni Patris: quel complesso sistema filosofico nato con Tommaso d’Aquino e sviluppato da generazioni di chiosatori, che cerca di incardinare la fede nel razionalismo aristotelico, si presta perfettamente agli obiettivi di un’apologetica che ancora vuol dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio e superare le controversie teologiche con i sillogismi.
Ratzinger opporrà fin dall’inizio al rigorismo logico di Tommaso la spontaneità del pensiero di Agostino, all’aridità della neoscolastica le nuove tendenze della teologia: la teologia esistenziale degli evangelici Karl Barth e Rudolf Bultmann, e la nouvelle théologie di Henri de Lubac, Marie-Dominique Chenu, Yves Congar, autori che Roma aveva messo all’Indice con l’accusa di modernismo per la loro ambizione di voler interpretare le Scritture sulla base del metodo storico-critico, anziché rifarsi esclusivamente al magistero della Chiesa.
A Monaco, invece, Ratzinger non perde una lezione di Friedrich Wilhelm Maier, docente di esegesi neotestamentaria condannato anni prima da Roma, il cui metodo - egli dirà - “creava una nuova immediatezza con le Sacre Scritture e liberava dimensioni del testo che non erano più percettibili nella lettura eccessivamente cristallizzata del dogma”.
Ad Agostino dedica il suo lavoro di dottorato, commissionatogli da Gottlieb Söhngen, che insegna Teologia fondamentale. Si tratta di capire cosa il filosofo d’Ippona intendesse con l’espressione “popolo di Dio”, che i teologi tedeschi contrari a Roma intendono contrapporre al concetto di “corpo mistico di Cristo” con cui Pio XII, con l’enciclica Mystici corporis Christi (1943), ha voluto definire la Chiesa.
Concetto, quest’ultimo, che sembra suggerire che la mera appartenenza alla Chiesa garantisca la salvezza, come se fosse quest’ultima e non Dio la fonte della grazia. Agostino sosteneva invece nella Città di Dio che la Chiesa intesa “come universale popolo di Dio” è la sposa di Cristo, ma ciò non basta per essere salvati perché “questa sposa può essere infedele, ma è comunque la sua unica compagna”.
Si tratta di mettere in discussione il “trionfalismo ecclesiastico” di Roma. Ratzinger opporrà fin dall’inizio al rigorismo logico di Tommaso la spontaneità del pensiero di Agostino.
La rivelazione come realtà viva nella storia
Nel 1952 Ratzinger inizia a insegnare come professore straordinario, dato che non ha ancora l’idoneità all’insegnamento: deve prima discutere la tesi di abilitazione, dedicata alla teologia della storia di Bonaventura da Bagnoregio, il Doctor Seraphicus che guidò l’ordine francescano nel prendere le distanze dall’eccessiva influenza del gioachimismo con i suoi fermenti millenaristici.
La questione è capire - riassumerà l’autore - “se sia possibile per un cristiano concepire una sorta di compimento all’interno delle vicende di questo mondo, se sia possibile cioè una specie di utopia cristiana, una sintesi di utopie e di escatologia”.
Lungi dall’essere una questione di pura erudizione storica, si trattava per Ratzinger di affermare la sua idea di rivelazione, la quale non consisterebbe solo in un insieme di proposizioni raccolte nelle Scritture, ma si sostanzierebbe nell’azione storica di Dio nel mondo: perciò la rivelazione preesiste alle Scritture e prosegue nel corso della storia, il che implica che la comprensione della rivelazione può mutare con il mutare delle vicende umane.
Questa considerazione, che rappresenta la parte centrale della dissertazione di Ratzinger (quasi 700 pagine dattiloscritte), gli costa l’accusa di modernismo.
Il suo correlatore, l’ordinario di Teologia dogmatica Michael Schmaus, esperto di cristianesimo medievale, decide di rigettarla, riempiendo le pagine della tesi di talmente tante note e sottolineature che Ratzinger dovrebbe impiegare anni per riscriverla, perdendo così ogni speranza di continuare l’insegnamento. Vuol dire la fine della sua carriera.
Altri si sarebbero scoraggiati, o forse addirittura avrebbero provato a drammatizzare lo scontro presentandosi come vittime di una nuova inquisizione, come in seguito farà il suo alter ego Hans Küng. Ma Ratzinger non è uomo da mettere in discussione le gerarchie, né incline alla disubbidienza.
La soluzione è quella di espungere tutta la discussione teologica e mantenere solo la parte conclusiva, meno di duecento pagine di mera analisi storico-teologica.
L’escamotage riesce, anche se durante l’esame di abilitazione Schmaus e il relatore di Ratzinger, Söhngen, litigano furiosamente sull’ortodossia del candidato. La sua obbedienza viene premiata con la cattedra di Teologia dogmatica e fondamentale alla Scuola di alti studi filosofico-teologici di Frisinga, nonostante l’accusa di modernismo solo per un pelo non finisca per spedirlo a insegnare all’Istituto pedagogico di Monaco.
La demondizzazione della Chiesa
Pesa a quanto sembra un suo articolo uscito sulla rivista cattolica Hochland, in cui il giovane teologo accusa la Chiesa dell’era moderna di essere diventata Chiesa dei pagani: “Non più, come un tempo, Chiesa di pagani divenuti cristiani, bensì Chiesa di pagani che si chiamano ancora cristiani ma in verità sono diventati pagani”.
È qui che presenta per la prima volta la sua teoria della demondizzazione: che non vuol dire che la Chiesa debba rompere con il mondo ed estraniarsi dalla realtà, ma abbandonare la sua tentazione di ammantarsi di mondanità, di perseguire il potere temporale.
Per Ratzinger è tempo che la Chiesa torni “a essere ciò che è: comunità dei credenti”. La formula è significativa perché non indica una fuga dalla realtà, ma una critica alla trasformazione della Chiesa in un apparato di potere, in una struttura troppo dipendente dal prestigio, dal consenso e dalla mondanità.
Questa idea può risultare inquietante perché non risparmia nessuno: non accusa soltanto la società secolarizzata, ma anche la Chiesa quando cerca di presentarsi secondo criteri estranei alla propria missione. La paura nasce dunque dalla possibilità che il cristianesimo venga giudicato non dalle sue dichiarazioni esteriori, ma dalla sua capacità di vivere ciò che proclama.
Il riformatore del Concilio Vaticano II
Il nuovo papa, Giovanni XXIII, è un uomo bonario che non appartiene all’aristocrazia clericale e rompe con il tradizionale isolamento del Vaticano. Quasi all’inizio del pontificato annuncia la volontà di indire un nuovo concilio ecumenico, che sarà completamente diverso dai precedenti, perché non avrà l’obiettivo di condannare eresie o annunciare dogmi ma “aggiornare” il cristianesimo ai tempi nuovi.
L’ultimo, il Concilio Vaticano I, si era interrotto nel 1871 con l’annessione di Roma al Regno d’Italia. Prima di allora bisogna tornare al Concilio di Trento, chiusosi nel 1563.
È una grande occasione che Ratzinger ha l’opportunità di vivere da protagonista. Un giorno alle sue lezioni all’università di Bonn, dove nel frattempo si è trasferito, si presenta il cardinale Josef Frings, arcivescovo di Colonia.
Il cardinale è stato colpito da un’osservazione fatta da Ratzinger al consiglio di facoltà, secondo cui la bozza di proposte per il concilio predisposta da Frings, che riguardava questioni meramente organizzative, è troppo timida.
Ha proposto invece di inserire tra i temi il rapporto tra Scrittura e Tradizione, le due fonti della rivelazione cristiana. Frings vuole sapere perché il giovane teologo la ritenga una questione tanto importante.
Gli chiede allora di preparare un discorso sul concilio imminente per una conferenza che dovrà tenere a Genova. Per Ratzinger è tempo che la Chiesa torni “a essere ciò che è: comunità dei credenti”.
Attraverso la voce di Frings, in quella conferenza prendono corpo le idee di Ratzinger sul bisogno di riformulare la fede cristiana perché sia in grado di rappresentare un’alternativa percorribile nell’era moderna, dando una bella imbiancata a tutto l’impianto ecclesiologico perché, dietro le polverose tappezzerie di broccato, rispunti fuori una fede “più povera nei contenuti e nella forma”, ma sicuramente “più profonda”.
Il papa è entusiasta e convoca Frings in Vaticano per complimentarsi con lui; questi gli rivela che il vero autore del discorso è un giovane teologo bavarese, da cui ormai il vecchio cardinale non può più separarsi.
Appena iniziano ad arrivare gli schemi conciliari - ossia le bozze dei documenti che l’assemblea è chiamata a discutere, predisposti in prima battuta dalla curia - Frings non li guarda nemmeno e li spedisce a Ratzinger.
La fede come scelta personale e controcorrente
Il Pontefice lo ha detto all’udienza generale del mercoledì spiegano la figura di Abramo, padre nella fede. Il Papa ricorda che i credenti sono «portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l’opinione del momento» e devono essere coscienti che questi valori «non appartengono al comune modo di pensare» e non devono «avere paura di vivere controcorrente, resistendo alla tentazione di uniformarsi», in società nelle quali «Dio è diventato il grande assente» e siamo circondati da «idoli».
Benedetto XVI lo ha detto nell'udienza generale nell'aula Paolo VI, davanti a circa duemila persone, spiegano la figura di Abramo, «padre nella fede» e «benedetto da Dio» perché «egli credette, saldo nella speranza» e anche contro ogni evidenza: la moglie era sterile e la terra che gli veniva promessa era lontana.
Eppure Abramo si affidò a Dio, credette alla sua promessa e partii'. Benedetto XVI nella udienza generale ha spiegato la storia di Abramo e, a partire dal capitolo undici della lettera agli Ebrei, anche il «fondamento di ciò che si spera e si prova» «temendo Dio e costruendo una società di uomini degni».
«Nel progetto divino, - ha ricordato papa Ratzinger - Abramo è destinato a diventare padre di una moltitudine di popoli e abitare una terra» con il suo popolo. Eppure quella terra «non gli apparterrà mai veramente», la terra dei cananei gli viene donata, ma non gli apparterrà mai pienamente''.
Anche da questo, ha sottolineato papa Ratzinger, il vero credente può trarre un insegnamento: a «non avere avere meriti e possesso, a sentire sempre la propria povertà», che è la «condizione spirituale di chi accetta di seguire Cristo, di chi decide di partire», seguendo la «promessa», «segno della invisibile e potente benedizione di Dio».
Abramo, ha ricordato ancora Benedetto XVI, di fronte alla sterilità di Sarà «non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede lode a Dio pienamente cosciente» del fatto che «ciò che aveva promesso» «Dio avrebbe portato a termine».
Quello di Abramo, ha sottolineato il Papa, è un «percorso paradossale, perché è benedetto ma senza i segni visibili della benedizione». Il credente «è benedetto perché sa discernere la benedizione divina andando al di là delle apparenze e confidando nella presenza di Dio anche quando le sue vie gli appaiono misteriose».
Il significato del «Credo»
Cari fratelli e sorelle, in quest’Anno della fede, vorrei iniziare oggi a riflettere con voi sul Credo, cioè sulla solenne professione di fede che accompagna la nostra vita di credenti.
Il Credo comincia così: "Io credo in Dio". E’ un’affermazione fondamentale, apparentemente semplice nella sua essenzialità, ma che apre all’infinito mondo del rapporto con il Signore e con il suo mistero.
Credere in Dio implica adesione a Lui, accoglienza della sua Parola e obbedienza gioiosa alla sua rivelazione. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, «la fede è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela» (n. 166).
Poter dire di credere in Dio è dunque insieme un dono - Dio si rivela, va incontro a noi - e un impegno, è grazia divina e responsabilità umana, in un’esperienza di dialogo con Dio che, per amore, «parla agli uomini come ad amici» (Dei Verbum, 2), parla a noi affinché, nella fede e con la fede, possiamo entrare in comunione con Lui.
Dove possiamo ascoltare Dio e la sua parola? Fondamentale è la Sacra Scrittura, in cui la Parola di Dio si fa udibile per noi e alimenta la nostra vita di "amici" di Dio.
Tutta la Bibbia racconta il rivelarsi di Dio all’umanità; tutta la Bibbia parla di fede e ci insegna la fede narrando una storia in cui Dio porta avanti il suo progetto di redenzione e si fa vicino a noi uomini, attraverso tante luminose figure di persone che credono in Lui e a Lui si affidano, fino alla pienezza della rivelazione nel Signore Gesù.
Abramo e il cammino nell’ignoto
Molto bello, a questo riguardo, è il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei, che abbiamo appena sentito. Qui si parla della fede e si mettono in luce le grandi figure bibliche che l’hanno vissuta, diventando modello per tutti i credenti.
Dice il testo nel primo versetto: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» (11,1). Gli occhi della fede sono dunque capaci di vedere l’invisibile e il cuore del credente può sperare oltre ogni speranza, proprio come Abramo, di cui Paolo dice nella Lettera ai Romani che «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (4,18).
Ed è proprio su Abramo, che vorrei soffermarmi e soffermare la nostra attenzione, perché è lui la prima grande figura di riferimento per parlare di fede in Dio: Abramo il grande patriarca, modello esemplare, padre di tutti i credenti (cfr Rm 4,11-12).
La Lettera agli Ebrei lo presenta così: «Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (11,8-10).
L’autore della Lettera agli Ebrei fa qui riferimento alla chiamata di Abramo, narrata nel Libro della Genesi, il primo libro della Bibbia.
Che cosa chiede Dio a questo patriarca? Gli chiede di partire abbandonando la propria terra per andare verso il paese che gli mostrerà, «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1).
Come avremmo risposto noi a un invito simile? Si tratta, infatti, di una partenza al buio, senza sapere dove Dio lo condurrà; è un cammino che chiede un’obbedienza e una fiducia radicali, a cui solo la fede consente di accedere.
Ma il buio dell’ignoto - dove Abramo deve andare - è rischiarato dalla luce di una promessa; Dio aggiunge al comando una parola rassicurante che apre davanti ad Abramo un futuro di vita in pienezza: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome… e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2.3).
La benedizione senza possesso
La benedizione, nella Sacra Scrittura, è collegata primariamente al dono della vita che viene da Dio e si manifesta innanzitutto nella fecondità, in una vita che si moltiplica, passando di generazione in generazione.
E alla benedizione è collegata anche l’esperienza del possesso di una terra, di un luogo stabile in cui vivere e crescere in libertà e sicurezza, temendo Dio e costruendo una società di uomini fedeli all’Alleanza, «regno di sacerdoti e nazione santa» (cfr. Es 19,6).
Perciò Abramo, nel progetto divino, è destinato a diventare «padre di una moltitudine di popoli» (Gen 17,5; cfr Rm 4,17-18) e ad entrare in una nuova terra dove abitare.
Eppure Sara, sua moglie, è sterile, non può avere figli; e il paese verso cui Dio lo conduce è lontano dalla sua terra d’origine, è già abitato da altre popolazioni, e non gli apparterrà mai veramente.
Il narratore biblico lo sottolinea, pur con molta discrezione: quando Abramo giunge nel luogo della promessa di Dio: «nel paese si trovavano allora i Cananei» (Gen 12,6).
La terra che Dio dona ad Abramo non gli appartiene, egli è uno straniero e tale resterà sempre, con tutto ciò che questo comporta: non avere mire di possesso, sentire sempre la propria povertà, vedere tutto come dono.
Questa è anche la condizione spirituale di chi accetta di seguire il Signore, di chi decide di partire accogliendo la sua chiamata, sotto il segno della sua invisibile ma potente benedizione.
E Abramo, "padre dei credenti", accetta questa chiamata, nella fede.
Scrive san Paolo nella Lettera ai Romani: «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento»(Rm 4,18-21).
La fede conduce Abramo a percorrere un cammino paradossale. Egli sarà benedetto ma senza i segni visibili della benedizione: riceve la promessa di diventare grande popolo, ma con una vita segnata dalla sterilità della moglie Sara; viene condotto in una nuova patria ma vi dovrà vivere come straniero; e l’unico possesso della terra che gli sarà consentito sarà quello di un pezzo di terreno per seppellirvi Sara (cfr Gen 23,1-20).
Abramo è benedetto perché, nella fede, sa discernere la benedizione divina andando al di là delle apparenze, confidando nella presenza di Dio anche quando le sue vie gli appaiono misteriose.
Una fede che orienta tutta l’esistenza
Confidare in Dio, affidarsi a lui, significa, ha incitato il Papa, non guardare a Dio «come a qualcuno cui dedicare qualche momento della giornata e della settimana» o solo «quando sono in difficoltà»: «io credo in Dio significa - ha ammonito Benedetto XVI - fondare su Dio la mia vita, lasciando che mi orienti nelle scelte concrete».
Quando affermiamo: "Io credo in Dio", diciamo come Abramo: "Mi fido di Te; mi affido a Te, Signore", ma non come a Qualcuno a cui ricorrere solo nei momenti di difficoltà o a cui dedicare qualche momento della giornata o della settimana.
Dire "Io credo in Dio" significa fondare su di Lui la mia vita, lasciare che la sua Parola la orienti ogni giorno, nelle scelte concrete, senza paura di perdere qualcosa di me stesso.
Nel battesimo, ha ricordato Benedetto XVI, la «triplice risposta» alle verità di fede è «al singolare: `io credo´ - ha rimarcato - perché è la mia esistenza personale che deve ricevere una svolta, che deve convertirsi».
Quando, nel Rito del Battesimo, per tre volte viene richiesto: "Credete?" in Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo, la santa Chiesa Cattolica e le altre verità di fede, la triplice risposta è al singolare: "Credo", perché è la mia esistenza personale che deve ricevere una svolta con il dono della fede, è la mia esistenza che deve cambiare, convertirsi.
Dobbiamo crederci, ha incitato, «come viviamo quotidianamente il grande dono della fede» e «Abramo lo straniero ci indica la vera patria, la fede ci rende pellegrini inseriti nella storia ma in cammino verso la patria celeste, portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l'opinione del momento».
Ogni volta che partecipiamo ad un Battesimo dovremmo chiederci come viviamo quotidianamente il grande dono della fede.
Perché la coerenza può diventare inquietante
Credere in Dio ci rende dunque portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l’opinione del momento, ci chiede di adottare criteri e assumere comportamenti che non appartengono al comune modo di pensare.
Il cristiano non deve avere timore di andare "controcorrente" per vivere la propria fede, resistendo alla tentazione di "uniformarsi".
In tante nostre società Dio è diventato il "grande assente" e al suo posto vi sono molti idoli, diversissimi idoli e soprattutto il possesso e l’"io" autonomo.
E anche i notevoli e positivi progressi della scienza e della tecnica hanno indotto nell’uomo un’illusione di onnipotenza e di autosufficienza, e un crescente egocentrismo ha creato non pochi squilibri all’interno dei rapporti interpersonali e dei comportamenti sociali.
Questa critica è una delle ragioni per cui Benedetto XVI può fare paura: non offre semplicemente un’opinione religiosa privata, ma propone criteri capaci di giudicare il modo in cui una società organizza il desiderio, il possesso, la libertà e il rapporto con il progresso.
Il suo messaggio non promette una tranquillità immediata. Chiede di rinunciare alla sicurezza garantita dall’adeguamento, di accettare la povertà del pellegrino, di riconoscere i limiti dell’uomo e di vivere secondo valori che possono non coincidere con l’opinione dominante.
Eppure, la sete di Dio (cfr. Sal 63,2) non si è estinta e il messaggio evangelico continua a risuonare attraverso le parole e le opere di tanti uomini e donne di fede.
La rinuncia al pontificato e la paura della libertà
La sera dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio a 266° papa della Chiesa cattolica un telefono squilla insistente, a vuoto: è quello dell’appartamento a Castel Gandolfo dove si è ritirato il suo predecessore, Benedetto XVI, che ora sta seguendo ipnotizzato con i suoi più stretti collaboratori la diretta televisiva e il fumo bianco che esce dal comignolo sopra la Cappella Sistina.
Le ultime tre volte in cui è accaduto lui era dentro, tra i cardinali che elessero prima, a strettissimo giro, Albino Luciani e poi Karol Wojtyla nel 1978, e infine lui stesso, nel 2005.
Ma non è tanto questo pensiero che gli occupa la mente; è soprattutto la consapevolezza di essere il primo pontefice della storia moderna ad assistere all’elezione del suo successore.
È proprio lui che sta cercando vanamente di raggiungerlo a telefono prima ancora di apparire dalla loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro per presentarsi al mondo.
Ma non c’è nulla da fare: il volume del televisore è troppo alto e nessuno sente il telefono squillare.
La rinuncia non è quindi un semplice episodio biografico, ma la conseguenza di una concezione esigente del ministero. Benedetto XVI non presenta la decisione come un gesto di protesta, né come un modo per sottrarsi alla responsabilità, ma come un atto compiuto davanti a Dio e per il bene della Chiesa.
“Ho deciso liberamente, ora pregate per me”. Lo ha detto Ratzinger parlando ai fedeli che gremivano l’aula Nervi in Vaticano, in quella che è la sua prima apparizione in pubblico dopo la decisione di ritirarsi.
"Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni per me non facili l'amore" che mi portate. "Continuate a pregare per me, per la chiesa per il futuro papa, il signore ci guiderà".
A parlare, per la prima volta in italiano da quando ha deciso di lasciare il Soglio Pontificio, è Benedetto XVI.
"Cari fratelli e sorelle - ha cominciato il Santo Padre- come sapete, ho deciso di rinunciare al ministero che il signore mi ha affidato il 19 aprile 2005".
Un breve discorso prima dell'udienza generale del mercoledì, in cui ha ricordato che di aver rinunciato al Pontificato "in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede", ha detto Ratzinger rivolgendosi agli 8mila fedeli che gremivano l'Aula Nervi.
"Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il quale non le farà mai mancare la sua guida sicura e la sua cura" ha aggiunto il Papa, quindi ha chiuso così: "Ringrazio tutti per l'amore e la preghiera con cui mi avete accompagnato".
Al termine dell'udienza generale, i fedeli hanno lungamente acclamato il Pontefice. E' comparso uno striscione con la scritta “Grazie Santità”, tutti in piedi salutano Benedetto XVI alla vigilia dell’addio al soglio pontificio.
Il Papa, con viso sorridente ha rivolto saluti con la mano alla folla, accogliendo quasi con sorpresa la grande manifestazione di affetto.
La decisione definitiva come atto di libertà
Papa Benedetto XVI: Io direi anzitutto: sono molto felice che vi siano giovani che vogliono stare insieme, che vogliono stare insieme nella fede, e che vogliono fare qualcosa di buono.
La disponibilità al bene è molto forte nella gioventù, basti pensare alle molte forme di volontariato. L'impegno per offrire in prima persona un proprio contributo di fronte ai bisogni di questo mondo, è una cosa grande.
Un primo impulso può essere quindi di incoraggiare in questo: Andate avanti! Cercate le occasioni per fare il bene! Il mondo ha bisogno di questa volontà, ha bisogno di questo impegno!
E poi forse una parola particolare sarebbe questa: il coraggio di decisioni definitive!
Nella gioventù c'è molta generosità, ma di fronte al rischio di impegnarsi per una vita intera, sia nel matrimonio, sia nel sacerdozio, si prova paura.
Il mondo è in movimento in modo drammatico. Continuamente. Posso già fin d'ora disporre della mia vita intera con tutti i suoi imprevedibili eventi futuri? Con una decisione definitiva non è forse che lego io stesso la mia libertà e che tolgo qualcosa alla mia flessibilità?
'Le decisioni definitive sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita'.
Risvegliare il coraggio di osare decisioni definitive, che in realtà sono le sole che rendono possibile la crescita, il cammino in avanti e il raggiungimento di qualcosa di grande nella vita, le sole che non distruggono la libertà, ma le offrono la giusta direzione nello spazio; rischiare questo, questo salto - per così dire - nel definitivo, e con ciò accogliere pienamente la vita, questo è qualcosa che sarei lieto di poter comunicare.
La rinuncia di Benedetto XVI può essere letta anche alla luce di questa idea: una decisione definitiva non elimina la libertà, ma la orienta. Proprio per questo può apparire inquietante in una cultura che tende a considerare ogni vincolo come una perdita e ogni scelta irreversibile come un pericolo.
Educare contro la libertà ridotta alla flessibilità
Un'educazione vera ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma in realtà sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare l'amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare consistenza e significato alla stessa libertà.
Da questa sollecitudine per la persona umana e la sua formazione vengono i nostri "no" a forme deboli e deviate di amore e alle contraffazioni della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile e manipolabile.
In verità, questi "no" sono piuttosto dei "sì" all'amore autentico, alla realtà dell'uomo come è stato creato da Dio.
La sua posizione non è quindi una semplice celebrazione del divieto. Il “no” è presentato come una forma di tutela del bene umano, mentre la libertà viene interpretata come capacità di impegnarsi, amare, scegliere e assumere responsabilità.
Gesù come amico, maestro e fratello
Gli Apostoli erano compagni di via di Gesù, amici di Gesù e questo loro cammino con Gesù non era solo un cammino esteriore, dalla Galilea a Gerusalemme, ma un cammino interiore nel quale hanno imparato la fede in Gesù Cristo, non senza difficoltà perché erano uomini come noi.
Ma proprio per ciò perché erano compagni di via di Gesù, amici di Gesù che in un cammino non facile hanno imparato la fede, sono anche guide per noi, che ci aiutano a conoscere Gesù Cristo, ad amarLo e ad avere fede in Lui. (Udienza Generale, 9 agosto 2006).
Possiamo pensare che Filippo si rivolga pure a noi con quei due verbi che suppongono un personale coinvolgimento. Anche a noi dice quanto disse a Natanaele: “Vieni e vedi”.
L’Apostolo ci impegna a conoscere Gesù da vicino. In effetti, l’amicizia, il vero conoscere l’altro, ha bisogno della vicinanza, anzi in parte vive di essa.
Del resto, non bisogna dimenticare che, secondo quanto scrive Marco, Gesù scelse i Dodici con lo scopo primario che “stessero con lui” (Mc 3,14), cioè condividessero la sua vita e imparassero direttamente da lui non solo lo stile del suo comportamento, ma soprattutto chi davvero Lui fosse.
Solo così infatti, partecipando alla sua vita, essi potevano conoscerlo e poi annunciarlo. Più tardi, nella Lettera di Paolo agli Efesini, si leggerà che l’importante è “imparare il Cristo” (4,20), quindi non solo e non tanto ascoltare i suoi insegnamenti, le sue parole, quanto ancor più conoscere Lui in persona, cioè la sua umanità e divinità, il suo mistero, la sua bellezza.
Egli infatti non è solo un Maestro, ma un Amico, anzi un Fratello. Come potremmo conoscerlo a fondo restando lontani?
L’intimità, la familiarità, la consuetudine ci fanno scoprire la vera identità di Gesù Cristo. Ecco: è proprio questo che ci ricorda l’apostolo Filippo.
E così ci invita a “venire”, a “vedere”, cioè ad entrare in un contatto di ascolto, di risposta e di comunione di vita con Gesù giorno per giorno. (Udienza Generale, 6 settembre 2006).
Santità, rinuncia e felicità
Quattro nuovi Santi vengono oggi proposti alla venerazione della Chiesa universale: Rafael Guízar y Valencia, Filippo Smaldone, Rosa Venerini e Théodore Guérin. I loro nomi saranno ricordati per sempre.
Per contrasto, viene subito da pensare al "giovane ricco", di cui parla il Vangelo appena proclamato. Questo giovane è rimasto anonimo; se avesse risposto positivamente all'invito di Gesù, sarebbe diventato suo discepolo e probabilmente gli Evangelisti avrebbero registrato il suo nome.
Da questo fatto si intravede subito il tema della Liturgia della Parola di questa domenica: se l'uomo ripone la sua sicurezza nelle ricchezze di questo mondo non raggiunge il senso pieno della vita e la vera gioia; se invece, fidandosi della parola di Dio, rinuncia a se stesso e ai suoi beni per il Regno dei cieli, apparentemente perde molto, in realtà guadagna tutto.
Il Santo è proprio quell'uomo, quella donna che, rispondendo con gioia e generosità alla chiamata di Cristo, lascia ogni cosa per seguirlo.
Come Pietro e gli altri Apostoli, come Santa Teresa di Gesù che oggi ricordiamo, e innumerevoli altri amici di Dio, anche i nuovi Santi hanno percorso questo esigente, ma appagante itinerario evangelico ed hanno ricevuto "il centuplo" già nella vita terrena insieme con prove e persecuzioni, e poi la vita eterna. (Omelia, 15 ottobre 2006).
Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio? All'interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali.
Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d'animo di fronte alle difficoltà.
"Se uno mi vuol servire - Egli ci ammonisce - mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12, 26).
Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, e chi si dà, si perde, trova proprio così la vita (Cfr Gv 12, 24-25).
L'esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso.
Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio.
Hanno perseverato nel loro impegno, "sono passati attraverso la grande tribolazione - si legge nell'Apocalisse - e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (v. 14).
I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20, 12); loro eterna dimora è il Paradiso.
L'esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l'unica vera causa di tristezza e di infelicità per l'uomo è vivere lontano da Lui.
La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell'uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6, 3).
Nella seconda Lettura, l'apostolo Giovanni osserva: "Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1).
È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi. Nella nostra vita tutto è dono del suo amore.
In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui.
Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina.
Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli.
Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il "perdere se stessi", e proprio così ci rende felici. (Omelia, 1 novembre 2006).
Giovani, volontariato e responsabilità
I giovani vogliono vedere se Dio c'è e che cosa Dio ci dice. Esiste, quindi, una certa disponibilità, con tutte le difficoltà di oggi. Esiste anche un entusiasmo.
Dobbiamo quindi fare il possibile per tener viva questa fiamma che si mostra in occasioni come le Giornate Mondiali della Gioventù.
Come fare? È una nostra domanda comune. Mi sembra che, sotto il coordinamento del Vescovo, si debba trovare il modo, da una parte, di integrare i giovani nella parrocchia, affinché siano fermento della vita parrocchiale; e, dall'altra, di trovare a questi giovani anche l'aiuto di operatori extra-parrocchiali.
Le due cose devono andare insieme.
Occorre suggerire ai giovani che, non solo nella parrocchia ma in diversi contesti, devono integrarsi nella vita della Diocesi, per poi ritrovarsi anche nella parrocchia.
Bisogna perciò favorire tutte le iniziative che vanno in questo senso.
Penso che sia molto importante, adesso l'esperienza del volontariato.
È importante che i giovani non siano lasciati alle discoteche, ma abbiano impegni nei quali vedono di essere necessari, si accorgono di poter fare qualcosa di buono.
Sentendo questo impulso di fare qualcosa di buono per l'umanità, per qualcuno, per un gruppo, i giovani avvertono questo stimolo ad impegnarsi e trovano anche la «pista» positiva di un impegno, di un' etica cristiana.
Mi sembra di grande importanza che i giovani abbiano realmente impegni che ne mostrino la necessità, che li guidano sulla strada di un servizio positivo nell'aiuto ispirato dall'amore di Cristo per gli uomini, cosicché loro stessi cerchino le fonti alle quali attingere per trovare la forza e l'impegno. (Incontro con i sacerdoti, Castelgandolfo, 31-VIII-06).
La leggerezza di un uomo che non si prende troppo sul serio
Quale ruolo hanno nella vita di un Papa lo humour e la leggerezza dell'essere?
Papa Benedetto XVI: (ride) Io non sono un uomo a cui vengano in mente continuamente delle barzellette.
Ma saper vedere anche l'aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante, e direi che è anche necessario per il mio ministero.
Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio.
E noi forse potremmo anche volare un po' di più, se non ci dessimo così tanta importanza. (Intervista, Castelgandolfo, 5-VIII-2006).
Anche questo tratto contribuisce a rendere Benedetto XVI più complesso di quanto suggerisca l’immagine del rigorista. La serietà dottrinale non coincide con la cupezza, così come la fedeltà alla tradizione non esclude la gioia, l’ironia e la capacità di relativizzare il proprio ruolo.
Un enigma che continua a interrogare la Chiesa
Abramo, il padre dei credenti, continua ad essere padre di molti figli che accettano di camminare sulle sue orme e si mettono in cammino, in obbedienza alla vocazione divina, confidando nella presenza benevola del Signore e accogliendo la sua benedizione per farsi benedizione per tutti.
È il mondo benedetto della fede a cui tutti siamo chiamati, per camminare senza paura seguendo il Signore Gesù Cristo.
Ed è un cammino talvolta difficile, che conosce anche la prova e la morte, ma che apre alla vita, in una trasformazione radicale della realtà che solo gli occhi della fede sono in grado di vedere e gustare in pienezza.
Affermare "Io credo in Dio" ci spinge, allora, a partire, ad uscire continuamente da noi stessi, proprio come Abramo, per portare nella realtà quotidiana in cui viviamo la certezza che ci viene dalla fede: la certezza, cioè, della presenza di Dio nella storia, anche oggi; una presenza che porta vita e salvezza, e ci apre ad un futuro con Lui per una pienezza di vita che non conoscerà mai tramonto.
La paura suscitata da Benedetto XVI nasce quindi dalla sua richiesta di coerenza: credere significa cambiare la propria esistenza, la libertà comporta decisioni, la Chiesa deve liberarsi dalla mondanità, la tradizione può essere custodita soltanto se viene compresa in profondità e l’uomo non è davvero libero quando vive senza una direzione.
Ratzinger resta così un enigma perché non coincide interamente con nessuna delle immagini costruite intorno a lui. Il teologo che aveva dialogato con le correnti innovative divenne il custode della dottrina; il papa della continuità compì una rottura storica; l’uomo dell’obbedienza prese una decisione che nessuno riteneva possibile.
