Panegirici dei sabati di Quaresima

I panegirici dei sabati di Quaresima si collocano nella tradizione della predicazione sacra, nella quale il discorso pubblico celebra le verità della fede, richiama alla penitenza e orienta i fedeli verso la conversione e la Pasqua.

Il sabato della quinta settimana di Quaresima, in particolare, presenta come tema centrale la riunificazione dei figli di Dio dispersi: la liturgia proclama la promessa di un solo popolo, guidato da un solo pastore, e interpreta la morte di Cristo come sacrificio offerto per la salvezza e l’unità dell’umanità.

Il significato del panegirico

Il «panegyrikos logos»: il discorso sacro che dal pronao del tempio il sacerdote teneva ai convenuti devoti da tutte le città e le parti della Grecia a celebrare la ricorrenza della festa del dio.

L’assemblea delle genti greche nelle feste panelleniche si chiamava: ‘panegyris»; questo raduno possibile anche durante le guerre: in ragion della tregua: «spondai» tutti avevano la «eleutheria: libertà di passaggio» attraverso le terre greche per raggiungere il tempio.

Teneva il sacerdote il suo sermone: «panegyrikos logos» e inneggiava al dio festeggiato cantandone gesta e miracoli compiuti a beneficio delle genti greche e di tutta l’umanità.

Quello che il sacerdote predicava stava scolpito nel timpano del frontone del tempio e nelle frise.

Il nome «panegirico» risale all’omonimo discorso che nel 380 a. C. il celebre oratore greco Isocrate scrisse per un’immaginaria assemblea del popolo ellenico, con lo scopo di rivendicare la preminenza politica di Atene e sollecitare la collaborazione con Sparta.

Il vocabolo nelle sue componenti etimologiche racchiude i valori semantici della «universalità» (πᾱν) e della «assemblearità» (ἀγoρά) e sta ad indicare un genere oratorio - il genere epidittico o dimostrativo (γένος έπιδειχτιχόν)[14] - caratterizzato dall’essere destinato ad una ricezione pubblica e solenne.

La πανηγυριχή λέξις, ritenuta in seguito da Cicerone più adatta alle esercitazioni scolastiche che non alle dispute forensi[15] e da Quintiliano inidonea alle battaglie politiche e giudiziarie[16], divenne poi nella tarda antichità sinonimo di laudatio e di gratiarum actio e come tale si cristallizzò, fino a essere canonizzata nello schema del βασιλιχòς λóγος, che un retore greco del III secolo d. C., Menandro di Laodicea, teorizzò in un suo trattato (Περί γενεθλίων ἐπιδεικτικῶν)[17].

La trasformazione storica del genere

Tanto voleva, tanto imponeva il sentimento religioso.

Decadeva il sentimento religioso; la politica invadeva il vuoto lasciato dalla religione.

A prova di questo scadimento e dell’azione politica nella «polis» testimonianza nel «panegyrikos logos» che non più recitato dai sacerdoti, dauomini politici veniva recitato dal «bema» nell’«agorà» davanti all’«ekklesia» dei cittadini.

Parlava l’oratore e celebrava i meriti della «polis» e le benemerenze da Atene acquisite davanti ai suoi cittadini e davanti ai popoli dell’Ekumene che da Atene avevano tratto quanto rendeva la vita degna di essere vissuta.

Tanto voleva, tanto imponeva la politica.

I Trenta Tiranni occupavano Atene e il potere esercitavano a danno dei cittadini, a vergogna della «polis» a morte di quanti si opponevano, di quanti avevano ricchezze da accendere cupidigia negli animi di quei Tiranni.

In quei giorni di oppressione il «panegyrikos logos» non poteva essere recitato e se qualcuno lo scriveva segreto lo teneva passandolo ad amici perché segretamente lo leggessero come segretamente l’avevano ricevuto.

La libertà una volta persa non la si riacquista e per colpa dei tempi mutati e per l’indolenza degli uomini.

Filippo dalla Macedonia nell’Attica e in teatro cantando: «Demostene di Demostene, di Peana profetizzava questo!», toglieva agli Ateniesi «Graeculi» la residua libertà se ce n’era ancora nella città.

A Filippo succedeva Alessandro il Grande e se qualcuno ricordava il genere letterario del «panegyrikos logos», del panegirico non poteva ricostruire la religiosità scomparsa e la libertà ugualmente sparita.

Moriva Alessandro a Babilone di Babilonia e gli succedevano i Diadochi che fondavano i regni ellenistici dividendosi l’Impero d’Alessandro ma non ridavano la religione antica e l’antica libertà ai popoli sotto il loro dominio.

Si tenevano panegirici ma in lode dei regnanti sovrani che non per burla e non per sbaglio venivano celebrati dèi presenti in terra.

Dopo Azio e dopo la conquista d’Egitto, padrone di tutta l’Ecumene Mediterranea essendo l’imperatore di Roma, il panegirico continuava nell’Urbe e si teneva davanti ai Rostri nel Foro Antico sul corpo del morto imperatore.

Si succedevano gli Imperatori sul soglio del «Palatium» sul Palatino e all’imperatore Ulpio Traiano, Plinio il Giovane teneva panegirico in lode dell’«Optimus Princeps Incomparabilis» per tre giorni: «triduo».

I panegirici latini e la funzione pubblica dell’elogio

Tra la fine del III e la fine del IV secolo d.C. (dal 289 al 389), nell’ambito della molteplice e vasta letteratura latina tardoantica, si collocano undici discorsi di elogio e di ringraziamento per alcuni imperatori romani[1], che furono grandi protagonisti di un’epoca densa di trasformazioni politiche, sociali, economiche e religiose.

Tali discorsi - tramandati con il titolo di Panegirici Latini[2]- furono tenuti in pubblico in circostanze ufficiali e solenni, e spesso alla presenza degli stessi imperatori, di cui venivano celebrate le gesta.

Gli autori, tutti di origine gallica e provenienti dalle città di Treviri, Autun e Bordeaux, sedi di rinomate scuole, pronunciarono i loro discorsi - per la maggior parte (sette) proprio a Treviri, una delle abituali residenze imperiali dell’epoca, ma anche ad Autun (uno), a Roma (due) e a Costantinopoli (uno) - esprimendo in una prosa classica e solenne, di chiara impronta ciceroniana, non solo il loro pensiero riconoscente e devoto nei confronti del princeps, ma anche la mentalità dell’establishment politico-burocratico della Gallia tardoantica, cui essi, professori di retorica e funzionari dell’amministrazione, appartenevano.

PeriodoCaratteristica del panegirico
Grecia anticaDiscorso sacro nelle feste panelleniche
Età ellenisticaLode dei sovrani celebrati come dèi presenti in terra
Roma imperialeLaudatio e celebrazione dell’imperatore
Tarda antichitàDiscorsi ufficiali di elogio e ringraziamento
Età cristianaPanegirici in lode dei Santi e delle loro virtù

Fu probabilmente l’ultimo dei panegiristi, Latino Pacato Drepanio, a mettere insieme in un’unica silloge i panegirici a noi pervenuti, che ovviamente non furono i soli discorsi di tal genere a essere scritti e pronunciati in quel secolo, ma che, a differenza di tutti gli altri, ebbero la ventura di essere tramandati, proprio grazie al loro essere raccolti in un’antologia, che forse era di natura scolastica.

Non è poi difficile ipotizzare che Pacato abbia collocato al primo posto della silloge - raggiungendo così il canonico numero di dodici - un testo a suo giudizio paradigmatico, quale la gratiarum actio di Plinio il Giovane a Traiano del 100 (orazione che, anche se cronologicamente e tematicamente distante dalle altre, poteva ben essere assunta come modello latino del genere encomiastico), e poi, partendo da sé e risalendo nel tempo, abbia inserito al secondo posto il panegirico da lui stesso pronunciato per Teodosio (389) e, di seguito, quelli di Claudio Mamertino per Giuliano (362) e di Nazario per Costantino (321).

La retorica del panegirico

Menandro di Laodicea prescrivendo agli scrittori del genere la trattazione dei seguenti punti: 1. proemio: inadeguatezza dell’autore/grandezza dell’elogiato; 2. patria, città e popolo di origine del personaggio (πατρίς πόλις ἔθνς); 3. famiglia (γένος); 4. nascita (τὰ πεϱὶ τῆς γενέσεως); 5. qualità naturali (τά περί φύσεως); 6. educazione e infanzia (ἀνατροφή καί παιδεία); 7. genere di vita e occupazioni (ἐπιτηδεύματα); 8. gesta per illustrare le virtutes (πράξεις); 9. fortuna (τά τῆς τύχης); 10. epilogo, comprendente confronti con altri personaggi celebri.

E tale schema elogiativo fu sostanzialmente seguito dai panegiristi gallici, i quali con abile arte retorica, da un lato nutrita di solida cultura (formatasi soprattutto sui grandi classici della letteratura latina: Cicerone, Virgilio, Orazio, ecc.) e dall’altro esercitata nella vivace palestra dell’oratoria scolastica, elaborarono dei discorsi politici e di propaganda filoimperiale, nei quali, in genere con intelligenza e misura, presentarono le linee portanti dell’ideologia del buon reggitore dello Stato, realizzatasi finalmente con l’avvento dell’imperator invictus.

Tale idealizzazione invero, fondata sul modello repubblicano del buon reggitore della cosa pubblica (si pensi al Somnium Scipionis ciceroniano), con Augusto aveva avuto inizio ed era poi, nei secoli successivi, divenuta sempre più patrimonio della mentalità comune delle popolazioni dell’Impero, per giungere, nell’età tardoantica, a essere formulata con grande chiarezza e con marcata connotazione politica nei Panegirici Latini.

La caratterizzazione ideologico-politica - di creazione e ricerca del consenso intorno alla figura del principe - è evidente nei panegirici, e di tale caratterizzazione la accorta e studiata retorica degli autori è utile strumento di diffusione: questa era d’altronde nel mondo romano l’essenza della retorica che, come aveva notato Quintiliano nel I secolo, non era solo capacità di persuadere - una simile e più ampia forza avevano, a suo giudizio, anche il denaro, il favore popolare, la bellezza (come quella della cortigiana Frine, accusata di empietà e difesa più che dalla orazione di Iperide[18], dall’avvenenza del suo corpo) - ma si identificava con la politica e la filosofia[19].

Dal panegirico imperiale al panegirico cristiano

Crollava l’Impero e nel vuoto si lanciavano le orde selvatiche del «barbarame» nordico e la Santa Chiesa Cristiana, Apostolica, Cattolica e Romana si poneva scudo e si faceva usbergo degli umili abbandonati alla selvaggia furia dei barbari invasori.

Rinnovato s’accresceva il sentimento religioso e nelle chiese dai pulpiti, dai pergami e dagli amboni i predicatori tenevano panegirici in lode dei Santi che la vita avevano speso a pro degli altri e il sangue avevano sparso a difesa degli altri.

Ogni Santo del menassario romano aveva il suo panegirico che d’anno in anno rinnovato e ripetuto rinfrescava nelle orecchie e negli animi dei fedeli la memoria del Santo e delle sue virtù praticate in grado eroico.

Scritti da Giovan Battista Marino nel corso di diversi anni, dai primi del Seicento fino al 1615 del Tempio, i panegirici illustrano in modo esemplare il rapporto del cavaliere napoletano con i sovrani del suo tempo: un rapporto improntato all’omaggio e alla celebrazione sontuosa, e nello stesso tempo mirato a rivendicare l’eccellenza della parola poetica, l’unica capace di garantire la fama e la gloria dei potenti.

Su questo equilibrio, tutto implicito, si giocano sia il Ritratto del Serenissimo Don Carlo Emanuello, pubblicato da Marino nel 1608 per guadagnare una posizione privilegiata presso la corte di Savoia, sia il Tempio, opera fondamentale per garantire al poeta inseguito in Italia dall’Inquisizione la protezione dei sovrani di Francia, e anzitutto di Maria de’ Medici.

Il sabato della quinta settimana di Quaresima

Messa del Giorno Sabato della V settimana di Quaresima

Colore Liturgico Viola

Antifona Tu, Signore, non stare lontano, mia forza, vieni presto in mio aiuto, perché io sono un verme e non un uomo, rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente. (Sal 21,20.7)

Colletta O Dio, che hai fatto di tutti i rinati in Cristo la stirpe eletta e il sacerdozio regale, donaci il desiderio e la forza di compiere ciò che comandi, perché il tuo popolo, chiamato alla vita eterna, sia concorde nella fede e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

La liturgia del sabato della quinta settimana presenta l’unità del popolo di Dio come un’opera di raccolta, purificazione e alleanza.

Prima Lettura Farò di loro un solo popolo.

Dal libro del profeta Ezechièle Ez 37,21-28

Così dice il Signore Dio: Ecco, io prenderò i figli d'Israele dalle nazioni fra le quali sono andati e li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nella loro terra: farò di loro un solo popolo nella mia terra, sui monti d'Israele; un solo re regnerà su tutti loro e non saranno più due popoli, né saranno più divisi in due regni.

Non si contamineranno più con i loro ìdoli, con i loro abomìni e con tutte le loro iniquità; li libererò da tutte le ribellioni con cui hanno peccato, li purificherò e saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio.

Il mio servo Davide regnerà su di loro e vi sarà un unico pastore per tutti; seguiranno le mie norme, osserveranno le mie leggi e le metteranno in pratica.

Abiteranno nella terra che ho dato al mio servo Giacobbe. In quella terra su cui abitarono i loro padri, abiteranno essi, i loro figli e i figli dei loro figli, per sempre; il mio servo Davide sarà loro re per sempre.

Farò con loro un’alleanza di pace; sarà un’alleanza eterna con loro. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre.

In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.

Le nazioni sapranno che io sono il Signore che santifico Israele, quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre. Parola di Dio

Salmo Responsoriale Ger 31,10-12b.13

R. Il Signore ci custodisce come un pastore il suo gregge.

Ascoltate, genti, la parola del Signore, annunciàtela alle isole più lontane e dite: «Chi ha disperso Israele lo raduna e lo custodisce come un pastore il suo gregge». R.

Perché il Signore ha riscattato Giacobbe, lo ha liberato dalle mani di uno più forte di lui. Verranno e canteranno inni sull’altura di Sion, andranno insieme verso i beni del Signore. R.

La vergine allora gioirà danzando e insieme i giovani e i vecchi. «Cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni». R.

Acclamazione al Vangelo Lode e onore a te, Signore Gesù! Liberatevi da tutte le iniquità commesse, dice il Signore, e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. (Cfr. Ez 18,31a) Lode e onore a te, Signore Gesù!

Il Vangelo: Cristo riunisce i dispersi

Vangelo Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 11,45-56

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui.

Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.

Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».

Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!».

Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.

Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.

Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi.

Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». Parola del Signore

Il Vangelo colloca dunque il tema dell’unità nel momento immediatamente precedente alla Passione: la morte di Gesù viene interpretata come il sacrificio attraverso il quale i figli di Dio dispersi sono ricondotti all’unità.

La riunione del sinèdrio mostra invece il contrasto tra l’unità cercata mediante la fede e l’unità difesa mediante il calcolo politico e la paura.

La profezia di Caifa supera le intenzioni di chi la pronuncia: «Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi».

Penitenza, purificazione e comunione

Sulle offerte Accogli, o Signore, i doni che ti presentiamo in questo digiuno quaresimale, perché la loro forza di purificazione ci renda degni della tua grazia e ci conduca all’eternità da te promessa. Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione Cristo è stato consegnato alla morte per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. (Cfr. Gv 11,52)

Dopo la comunione O Padre, che ci hai nutriti con il Corpo e Sangue del tuo Figlio, per questo sacramento di salvezza fa’ che entriamo in comunione con la tua vita divina. Per Cristo nostro Signore.

Orazione sul popolo ad libitum Abbi pietà, o Padre, della tua Chiesa in preghiera: guarda con amore i fedeli che volgono a te i loro cuori, e non permettere che siano schiavi del peccato, né oppressi dalle avversità quanti hai redento con la morte del tuo Figlio unigenito. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Il panegirico quaresimale, fondato su queste letture e preghiere, non si limita a celebrare una grandezza esterna: proclama l’azione di Dio che raduna, purifica, santifica e conduce alla vita eterna.

Oggi, nella miseria proterva dei tempi correnti, la scomparsa di tutti i valori s’accompagna allo scadimento del sentimento religioso; questo scadimento ha portato la scomparsa del panegirico dalle chiese e alla susseguente «fossilizzazione» delle «parole» dal linguaggio comune non però dal vocabolario.

Da “Spiragli”, anno I, n.3, 1989, pagg. 6-7.

noimgs

tags: #panegirici #dei #sabati #di #quaresima