In Umbria il nome dell’abbazia di San Romano rimanda a un luogo storico e religioso immerso nel paesaggio collinare, dove le vicende monastiche, le testimonianze architettoniche e la natura si intrecciano profondamente. Le informazioni disponibili, tuttavia, riguardano complessi diversi dedicati a San Pietro, San Felice, San Cassiano e San Giovanni: per questo è necessario distinguere le abbazie prima di organizzare la visita.
Tra i complessi descritti, l’Abbazia di San Pietro in Valle si trova nel comune di Ferentillo, nella Valnerina; la Basilica di San Pietro sorge invece nel Borgo Bello di Perugia, mentre l’Abbazia di San Felice è collocata alle pendici dei Monti Martani, a pochi chilometri da Giano dell’Umbria. L’Abbazia di San Cassiano domina le Gole del Nera presso Narni, mentre l’antico monastero di San Giovanni di Marzano si trova sul Monte Pagliaiolo, vicino al confine con la Toscana.
Le abbazie umbre descritte e la loro collocazione
| Complesso | Località | Caratteristiche principali |
|---|---|---|
| Abbazia di San Pietro in Valle | Ferentillo, Valnerina | Arte longobarda, sarcofagi romani, affreschi del XII secolo |
| Basilica di San Pietro | Perugia, Borgo Bello | Grande complesso benedettino, chiostri, coro ligneo e Orto Medievale |
| Abbazia di San Felice | Giano dell’Umbria | Chiesa romanica, cripta, chiostro e tradizione olivicola |
| Abbazia di San Cassiano | Narni | Struttura fortificata, architettura di origine bizantina e posizione panoramica |
| Monastero di San Giovanni di Marzano | Monte Pagliaiolo | Rudere immerso nei boschi, con tracce di edifici medievali e reimpieghi antichi |
Abbazia di San Pietro in Valle a Ferentillo
Alla scoperta di un luogo incantevole, isolato tra le colline umbre, che racchiude tesori dell’arte unici al mondo. Perla nascosta nello splendido comprensorio della Valnerina, l’abbazia di San Pietro in Valle, nel comune di Ferentillo (TR), è tappa obbligata per tutti gli appassionati di medioevo.
Sorta nell’VIII secolo sui resti di un antico tempio romano, l’abbazia custodisce un patrimonio artistico e archeologico unico in Umbria e in Italia. La chiesa ha una storia movimentata: in origine pantheon dei duchi longobardi di Spoleto, poi distrutta dai saraceni nel nono, ricostruita nel decimo, riccamente affrescata nel dodicesimo.
L’Umbria è una piccola, meravigliosa regione. L’Umbria è una piccola regione che non smette mai di stupire. Oggi vogliamo parlarvi di una delle abbazie più antiche e misteriose di tutta la penisola, l’Abbazia di San Pietro in Valle, che sorge in a mezza costa del monte Solenne, lungo la statale Valnerina che da Ferentillo prosegue in direzione Cascia.
In questo luogo, tra il IV e VI secolo, era presente una comunità di eremiti che vissero per quarant’anni in una grotta adiacente all’attuale chiesa. L’abbazia benedettina di San Pietro in Valle è tra i maggiori documenti di arte alto-medioevale dell’Italia centrale.
Origini eremitiche e fondazione longobarda
Tra la fine del V sec. e l’inizio del VI sec. in Valnerina e nella Valle Spoletana giunse un gruppo di 300 eremiti fuggiti dalla Siria a causa della persecuzione dell’Imperatore Anastasio I Dicoro Monofista. Sicuramente due di loro, Lazzaro e Giovanni, intorno al 535 d.C. scelsero come luogo di insediamento le grotte naturali presenti in questo territorio.
Fu così che sorse il primo romitorio nell’area dove oggi si trova l’Abbazia di San Pietro in Valle (forse sulle rovine di un tempio romano) alla quale probabilmente partecipò anche il duca Longobardo di Spoleto, Faroaldo I. Il complesso venne edificato nell’VIII secolo per volontà di Faroaldo II, duca di Spoleto, per condurre vita eremitica.
Qui fu sepolto nel 728. Nell’ 840 i monaci che lo abitavano furono allontanati per volontà del vescovo di Spoleto e nel 1016 l’abbazia venne distrutta dai Saraceni.
Restaurata ed ampliata alla fine del XII secolo, fu sottoposta ad ulteriori interventi di restauro ed impreziosita da una serie di affreschi nella navata. Oggi la famiglia Costanzi, attuale proprietaria del sito, ha trasformato tutto il complesso monastico in una raffinata residenza d’epoca.

Chiostro, portale e campanile
L’intero complesso oggi è diventato un relais; la chiesa è sempre visitabile mentre per il giardino (antichi orti) e il chiostro è necessaria la prenotazione. Quest’ultimo in particolare vale sicuramente una visita: è circondato su tre lati da un portico a due piani con possenti colonne e al centro conserva un’ara pagana cilindrica di età romana decorata con figure danzanti, presumibilmente satiri.
Interessante un graffito che compare sull’architrave della porta di una stanza collegata con il refettorio (probabilmente l’antica cucina), in cui sono rappresentanti i segni della passione di Cristo. A sinistra del cristogramma (IHS) si riconoscono il Calvario e il flagello; a destra la scala, la lancia, le tenaglie, il martello e la corona di spine.
Dal chiostro si accede alla chiesa tramite un portale che presenta sugli stipiti due pregevoli altorilievi del secolo XII raffiguranti San Pietro e San Paolo. La pianta basilicale è a croce commissa (come il simbolo del Tau), un unicum per il periodo in Umbria.
La facciata è a capanna, con oculo centrale risalente al XVI secolo. Il bellissimo campanile è ornato con inserti scultorei di reimpiego di origine romana, longobarda e carolingia.
I sarcofagi romani e l’altare longobardo
La chiesa al suo interno conserva la collezione di sarcofagi romani più grande dell’Umbria, qui presenti perché riutilizzati dai duchi longobardi. All’interno della chiesa sono custoditi alcuni frammenti longobardi e cinque sarcofagi romani con soggetto pagano, tranne uno di tipo asiatico che, secondo la tradizione, ospitò la salma del duca Faroaldo II.
Nella zona absidale se ne distinguono in particolare due: il sarcofago di Faroaldo II (III secolo), a destra dell’altare, con raffigurate alcune scene dionisiache e quello dei SS. Lazzaro, Giovanni e Giacomo (III-IV secolo) a sinistra.
Intorno a questo sarcofago corre il circuito rituale di purificazione che percorrevano i pellegrini devoti attorno ai santi eremiti. Al centro dell’abside appare, maestoso, l’incredibile altare longobardo, costituito da due lastre marmoree istoriate, fiancheggiate da pilastri marmorei decorati.
I tre flabelli decorati racchiudono due figure maschili in preghiera, con il petto nudo e le braccia piegate a 90° e levate verso l’alto. Sono presenti due iscrizioni: la prima, molto evidente, indica probabilmente il committente, il nobile longobardo Ilderico Dagileopa, duca di Spoleto tra il 739 e il 742 circa, mentre la seconda, più piccola, ci informa che l’altare fu realizzato dall’artigiano Urso (Ur|sus ma|ges|ter fecit, trad: Il maestro Urso l’ha fatto).
Il tema della lastra in marmo dell’altare è molto dibattuto. Una recente indagine di Donatella Scortecci ha identificato nella prima figura proprio il duca longobardo Ilderico con in mano la spada tipica longobarda, lo scramasax e, nella seconda, lo stesso duca che spogliatosi dell’arma diventa monaco in abbazia e riceve i sacri riti del battesimo, simboleggiati dal calice e dalle colombe sopra la sua testa.
Le iscrizioni dell’altare
Trascrizione: HILDERICVS · DAGILEOPA † IN HONORE̅ | SC̅I PETRI ET AMORE̅ SC̅I LEO̅ | ET SC̅I GRIGORII | RO REMEDIO AM̅
Edizione: Hildericus Dagileopa † in honore(m) S(an)c(t)i Petri et amore(m) S(an)c(t)i Leo(nis) | et S(an)c(t)i Grigorii | [p]ro remedio a(ni)m(ae).
Traduzione: Ilderico Dagileopa †, in onore a san Pietro e per amore di san Leone e san Gregorio, per la salvezza dell’anima.
Gli affreschi romanici
Tra le altre meraviglie di questa abbazia ci sono gli affreschi di scuola romana a tema Vecchio e Nuovo Testamento, realizzati intorno al 1150, che ricoprivano interamente le due pareti della navata.
Non sono molti i cicli pittorici ben conservati dell’epoca, e questi sono particolarmente interessanti per la loro vivacità e dinamismo e perché anticipano le tendenze dell’arte romanica del secolo successivo.
È una vera rivoluzione dell’arte quella che si presenta qui: dagli sfondi in oro e dalla fissità e rigidità delle immagini, elementi tipici dell’arte bizantina, si passa ad una nuova concezione dello spazio ed a nuovi modelli di rappresentazione che mostrano un plasticismo ed una nuova espressività che non hanno riscontro nella pittura coeva italiana.
Gli affreschi furono fonte di ispirazione per pittori come Pietro Cavallini e Giotto, che forse fecero visita a questa abbazia e poi parteciparono, con le loro scuole, alla decorazione della basilica di San Francesco d’Assisi. Nella parte alta delle pareti laterali e nell’arco trionfale si trova un importante ciclo di affreschi del XII secolo con Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento che, per numero di scene e per stato di conservazione, è considerato tra i più importanti della pittura romanica in Italia.
La Basilica di San Pietro nel Borgo Bello di Perugia
Il percorso che parte dalla chiesa di Sant’Ercolano e che nel passato conduceva verso Roma viene detto Borgo Bello. L’abbazia benedettina di San Pietro si trova proprio in fondo alla via che attraversa l’affascinante quartiere.
Appena superata una delle porte monumentali di accesso alla città, progettata da Agostino di Duccio (Firenze, 1418 - Perugia, 1481 circa), compare la forma geometrica del campanile di San Pietro, con la sottile guglia svettante sulle basse case del quartiere.
Quel campanile è una delle immagini simboliche di Perugia, al pari dell’Arco Etrusco o della Fontana Maggiore. Il grande complesso ospita anche la facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Perugia e l’Orto Medievale.
Le origini del monastero perugino
Le origini dell’abbazia di San Pietro vanno ricercate molto indietro nel tempo e alcuni passaggi della sua storia millenaria si perdono nelle nebbie del tempo. Il luogo sul quale sorse il monastero è ricordato dalle fonti come Monte Capraro, un rilievo affacciato sulla valle del Tevere.
In questo sito sorgeva probabilmente un cimitero cristiano, Gregorio Magno infatti ricorda che in questa zona nel VI secolo fu sepolto sant’Ercolano, il vescovo di Perugia che tentò di organizzare la resistenza della città durante l’assedio dei Goti guidati da Totila.
Anche la prima cattedrale di Perugia sarebbe sorta qui, in relazione alla presenza del sepolcro del vescovo-martire. Nel 965 il vescovo Onesto, constatando come la cattedrale fosse ormai abbandonata, cedette il luogo a san Pietro Vincioli, nato a Perugia, perché vi iniziasse la costruzione dell’insediamento monastico benedettino che, con una crescita continua, assumerà un ruolo fondamentale nello sviluppo della città.
Chiostri e portale d’ingresso
Bisogna varcare il portone e accedere al primo chiostro, costruito nel 1614 su progetto di Valentino Martelli, per avvicinarsi al portale della Basilica di San Pietro sulla cui lunetta c’è un dipinto attribuito a Giannicola di Paolo; ai lati sono visibili alcuni elementi della facciata, degli affreschi medievali e, alla base del campanile, resti di un edificio di età romana.
La struttura architettonica della chiesa non appare così evidente, è infatti nascosta da quella del chiostro. Il secondo chiostro era in origine caratterizzato da tre ordini sovrapposti, il secondo dei quali venne murato nel Settecento.
Sono visibili, lungo un lato, una porta e due bifore appartenenti all’assetto quattrocentesco della Sala del Capitolo. Poco più avanti si accede all’antico refettorio, preceduto da un magnifico lavamani in terracotta invetriata policroma (1487 - 88), raffigurante La Samaritana al pozzo.
Percorrendo un altro corridoio si arriva al terzo chiostro, detto “delle stelle”, progettato da Galeazzo Alessi (1571), il più illustre architetto perugino.
Interno, opere e trasformazioni
L’interno è diviso in tre navate da colonne di reimpiego, così come la quasi totalità dei capitelli e delle basi. Sulla seconda colonna di sinistra è raffigurato san Pietro Vincioli, fondatore dell’abbazia, in ricordo di un miracolo da lui operato: mentre gli operai erano intenti a issare la colonna sulla base, le corde che la sostenevano si ruppero e solo l’intervento miracoloso del santo evitò che ci fossero vittime.
A ben guardare, la colonna non è in posizione centrata rispetto alla base. L’aspetto generale della basilica di San Pietro risente dei lavori di aggiornamento tardo-cinquecenteschi voluti dall’abate dell’epoca.
Questi contribuirono a rendere omogeneo l’insieme decorativo, grazie anche alla calda luce che rifrange dalle cornici dorate dei dipinti, dal soffitto ligneo a lacunari e dal baldacchino al di sopra dell’altare maggiore.
La direzione dei lavori fu affidata all’architetto Valentino Martelli che fece costruire il nuovo altare e spostare il monumentale coro ligneo. Le pareti della navata centrale sono coperte da enormi teleri con Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento mentre quella al di sopra del portale d’ingresso raffigura l’Apoteosi dell’ordine benedettino.
Percorrendo le navate della chiesa si fa un viaggio unico tra opere manieriste e seicentesche tra le più significative di Perugia.
Il coro ligneo
Spostato dall’originaria posizione davanti all’altare maggiore a quella attuale nell’abside nel corso dei lavori di ristrutturazione cinquecenteschi, il coro ligneo venne iniziato nel 1525 e terminato circa dieci anni più tardi dalla bottega bergamasca degli Zambelli.
Si tratta di uno dei cori intarsiati e intagliati più importanti d’Italia.
Abbazia di San Felice a Giano dell’Umbria
Alcuni luoghi parlano con voce distinta. Immersi nell’amenità della loro più intima essenza raccontano di un tempo che fu, ove storia e leggenda, mito e realtà si fondono in fabule dai contorni sfumati.
Ameni luoghi di ritiro che esigono di essere conosciuti, vissuti, narrati. Location sempiterne che, nell’incanto della loro fascinosa beltà, seppure a noi vicine, nella frenetica routine quotidiana ignoriamo, ma che sono lì pronte ad accoglierci e a raccontarsi, a parlare di sé come da sempre fanno.
Collocata su una terrazza naturale alle pendici dei Monti Martani, a pochi chilometri da Giano dell’Umbria, in posizione isolata e dominante, sorge l’Abbazia di San Felice le cui origini sono ancora oggi oggetto di studio.
La leggenda del santo e la fondazione
La storia narra che il primo nucleo dell’abbazia risalga al IV secolo, con la costruzione di una cappella per custodire le spoglie di San Felice, vescovo di Vicus ad Martis e Martire sotto Diocleziano e Massimiliano.
Dopo il lungo martirio del santo, testimoniato dai passio e raccontato in un paliotto ora custodito presso la Galleria Nazionale dell’Umbria ma precedentemente esposto per i cristiani analfabeti sull’altare, alcuni cristiani di Massa Martana decisero di seppellire le spoglie del vescovo.
Partirono con un carro trascinato da due buoi che, ad un certo punto del cammino, si inginocchiarono: lo interpretarono un segno divino e lì costruirono la cappella.
Sopra questo “oratorio” nel XII secolo fu edificata la chiesa e l’annesso monastero, mentre secondo Ludovico Jacobilli, noto storico folignate, risale al 950 l’istituzione del complesso in concomitanza con l’insediamento di una comunità benedettina.
Fasi storiche e comunità religiose
Siamo nel 1373 quando papa Gregorio XI pone l’Abbazia di San Felice sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Santa Croce di Sassovivo. Nel 1450 papa Niccolò V, volle riattivare le funzioni religiose da tempo sospese a causa della fatiscenza della chiesa, così affidò il complesso abbaziale alla Congregazione degli Eremitani di Sant’Agostino che ne presero possesso formale nel 1496.
Numerosi in quegli anni furono gli interventi di restauro a cui fu sottoposta l’Abbazia: il chiostro, la sopraelevazione delle navate laterali della chiesa, l’aggiunta di una loggetta semicircolare al di sopra della navata centrale, una nuova facciata, l’innalzamento della torre campanaria e la costruzione del refettorio in passato ingresso principale.
Dopo essere stati accusati di immoralità ed evasione fiscale nel 1798, gli Agostiniani furono allontanati dall’abbazia ed i beni confiscati e devoluti al comune di Spoleto. Dopo gli Agostiniani fu la volta dei Passionisti.
Nel 1814 il sacerdote romano Gaspare del Bufalo fondò, proprio nell’abbazia di San Felice, la sua congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. La statua del sacerdote svetta imponente di rimpetto alla chiesa.
A seguito della soppressione delle corporazioni religiose nel 1860, i missionari bufalini abbandonarono il complesso di San Felice per rientrarvi nel 1937. Da allora l’abbazia è custodita dai sacerdoti di San Gasparre.
Architettura della chiesa e della cripta
Da un punto di vista squisitamente architettonico l’impianto è comune a chiese coeve della zona: San Gregorio Maggiore di Spoleto, San Silvestro e San Giacomo di Bevagna e San Pietro di Bovara.
Queste chiese hanno caratteri stilistici e costruttivi comuni, quali: pianta a tre navate absidate, presbiterio rialzato con cripta sottostante e finestra trifora sulla facciata.
La fisionomia attuale della chiesa è il risultato di un restauro purista realizzato nel 1950 che ne ha abolito tutti i caratteri barocchi testimoniati da due foto attualmente custodite nei locali dell’Abbazia.
Furono soggetti al restauro purista: la facciata, in pietra bianca e rosa della cava di San Terenziano, che attualmente è a capanna con una trifora al centro, il portale d’accesso strombato con archi a tutto sesto e architrave in travertino decorato con foglie.
L’interno è diviso in tre navate. Il presbiterio e le tre absidi sono separati dal resto della chiesa da una ripida scalinata in travertino.
Sotto il presbiterio c’è il cuore della chiesa la cripta nella quale vennero reimpiegati reperti romani appartenenti alla scomparsa “Città Martana”. Definita cripta ad horatorum è divisa in tre navate, ha numerose colonne e cinque campate.
«All’interno della cripta, soprattutto sui capitelli, gli scalpellini si sono divertiti a lasciare disegni arcaici e primitivi che troviamo nei vestiari medioevali» ha spiegato Erica Baciocchi.
Dietro l’altare troviamo la tomba che conserva le ceneri di San Felice. Si tratta di una sorta di tabula ansata rimasta anepigrafe sopraelevata su quattro colonnine cosi da permettere ai fedeli di “strisciarci” sotto ed avere un contatto diretto con la reliquia del Santo a cui erano associate miracolose doti guaritrici soprattutto per malattie reumatologiche.

Il chiostro e gli affreschi
Il chiostro è a pianta rettangolare ed è costituito da pilastri di mattoni. Si compone di due loggiati sovrapposti e all’interno del rettangolo ha una cisterna per la raccolta delle acque piovane.
Il chiostro, ad eccezione della chiesa che presenta solo un misero frammento di affresco, è dipinto da una serie di affreschi dal gusto e dalla fattura molto rozza e casareccia, molto probabilmente realizzati da un frate dell’abbazia tale Giuseppe Franciosi che si dilettava nell’arte della pittura.
Da un lato del cortile, tra gli affreschi, troviamo in sequenza cronologica le principali vicende biografiche della vita di San Felice e la costruzione dell’Abbazia; dall’altro lato, invece, gli affreschi hanno come protagonista San Gaspare del Bufalo.
La tradizione dell’olio
Nella parte del complesso abbaziale che dava verso i latifondi, in passato c’era un mulino. I monaci infatti furono (e sono) grandi produttori di olio che utilizzavano, non solo per condire i pasti, ma anche come combustibile per l’illuminazione, come unguento e solvente per i loro prodotti tra i quali per fama e virtù si distingue il Balsamo Samaritano realizzato con olio, vino e albume d’uovo, efficace per decongestionare e sfiammare.
Dell’ulivo non si buttava via nulla e le foglie, infatti, venivano utilizzate nei decotti o ridotte a cenere come antinfiammatorio. Attualmente l’olio San Felice, prodotto solo ed esclusivamente nella zona dell’Abbazia, è tra i più pregiati.
La visita era inserita all’interno del ricco palinsesto della kermesse “Le vie dell’Olio- Rievocazione della Festa della Frasca” la due giorni made in Giano dell’Umbria legata alla fine della raccolta delle olive e a sua eccellenza l’oro verde di Giano.
Abbazia di San Cassiano presso Narni
Edificata, in una posizione difficile da raggiungere, sulle pendici scoscese del monte Santa Croce, l’Abbazia Benedettina di San Cassiano è una struttura fortificata che domina la via Flaminia e il sottostante fiume Nera.
L’Abbazia di San Cassiano che osserva Narni dal monte opposto. Posta a controllo del passaggio sulle Gole del Nera, e rivolta verso la pianura ternana, nella direzione di Spoleto da dove poteva arrivare il nemico, è citata nel Chronicon Farfense come attiva già dal 1081, ma la sua fondazione deve essere stata molto più antica.
Un piccolo sarcofago di I secolo, fatto dono al Beato Orso - probabilmente il primo abate dell’Abbazia - da parte di Crescenzio di Teodorada, ci porta indietro almeno di un secolo.
È probabile, inoltre, che i primi monaci benedettini costruirono l’edificio sopra i resti di un preesistente monastero fortificato bizantino del VI secolo posta al controllo dell’omonimo Corridoio.
Struttura fortificata e chiesa
Intorno al 1400 divenne abbazia commendataria e sappiamo che l’ultimo abate commendatario fu il Cardinale Ferretti, già segretario di stato di Pio IX.
Restaurato nel corso dello scorso secolo il complesso fu interamente restaurato e nel 1970 divenne il set del film con Nino Manfredi “Per grazia ricevuta”, girato anche nel Sacro Speco di San Francesco.
L’abbazia, fortificata e protetta da mura merlate, è costituita oltre che dalla chiesa, sormontata dal campanile con la cuspide a forma di piramide quadrangolare, da un complesso di fabbricati un tempo ad uso dei monaci e oggi a disposizione di eventuali pellegrini.
La chiesa, benché modificata nel XIV secolo, resta legata ai modelli bizantini. I lavori di restauro le hanno restituito il suo aspetto originario: si è scoperto che in origine aveva una pianta a croce greca con al centro le quattro arcate più ampie e con tre absidi, una delle quali è ora occupata dal campanile.
La facciata ha un bel portale con pilastri e archi concentrici; manca l’affresco della lunetta, ma è stata ricostruita la trifora e tre aperture ovali in alto. All’interno le braccia della croce greca si aprono con arcate a tutto sesto e poggiano su colonne marmoree ornate di basi e capitelli eleganti.
Informazioni per l’accesso
L’Abbazia di San Cassiano è attualmente chiusa, ma vi si organizzano visite guidate. È possibile raggiungerla: in auto attraverso una piccola strada che parte da Narni Scalo; o arrivare dal Ponte d’Augusto attraverso un sentiero nel bosco.
Si consiglia di parcheggiare l’automobile nei pressi dei resti del Ponte di Augusto, in via Tre Ponti.
L’Abbazia e il Cammino dei Protomartiri Francescani. Abbazia di San Cassiano . Strada S. Casciano, 36, 05035 Narni Scalo, Narni TR.
Il monastero di San Giovanni di Marzano
Trovare quel che resta del monastero è un’impresa ardua tanto è invaso da rovi ed edere che lo rendono praticamente invisibile fra la boscaglia.
Il monastero, anticamente detto “Monasterium Sancti Ioannis de Marzano” o anche “Abbatia de Marzano“, è ubicato a ridosso della cima del Monte Pagliaiolo e si affaccia sulla valle percorsa dal torrente Aggia, ed è situato lungo l’antica strada che collegava Lippiano a Cortona, a pochissima distanza dal confine con la Toscana.
In epoca romana vi erano sicuramente alcuni insediamenti, probabilmente di origine etrusca. In località Col di Fabbri si sono rinvenuti vari reperti, tra cui un pezzo di mosaico, che fanno pensare alla presenza di una villa romana.
Esisteva però, sempre durante l’epoca romana imperiale, un tempio dedicato alla dea Fortuna, nell’attuale località Marzano. Nel VII secolo, al posto del tempio pagano sorse un’abbazia benedettina.
Storia e dipendenze del monastero
Come è noto, questi monasteri godevano di una larga autonomia ed erano sempre centro di un insediamento urbanistico, così intorno ad essa si sviluppò il borgo, di cui ancor oggi si vedono tracce notevoli.
Il complesso, immerso nei boschi di castagni e di querce, si trova a ridosso della cima del Monte Pagliaiolo e si affaccia sulla valle percorsa dal torrente Aggia. Purtroppo, la documentazione riguardante il monastero è andata perduta e risulta difficile ricostruire la storia del sito.
L’unica documentazione rimasta riguarda l’elenco delle chiese tassate dalla Camera apostolica nei secoli XIV e XV, che si conserva nell’Archivio storico di San Pietro di Perugia e che servì anche allo storico Muzi per compilare la sua Storia Ecclesiastica di Città di Castello.
Il più antico documento pervenutoci relativo al monastero è la bolla emessa nel 1126 da Onorio Il, che conferma a Ranieri, vescovo di Città di Castello, tutte le chiese e i monasteri della diocesi tifernate, tra i quali figura San Giovanni di Marzano “Monasterium Marzani“.
Un analogo documento che in pratica confermava il precedente, fu indirizzato nel 1207 da papa Innocenza III al vescovo Giovanni.
Con il diploma datato 1136, papa Innocenzo II pose il monastero di San Giovanni sotto la diretta autorità del pontefice, ne affermò l’esenzione dalla giurisdizione del vescovo e da quella del Capitolo cattedrale e ne riconobbe i beni e le dipendenze che, già all’epoca, erano numerosi.
Il monastero era infatti a capo di un vasto patrimonio fondiario e, tra le sue dipendenze, figuravano almeno 40 priorati e chiese, dislocati nelle diocesi di Città di Castello, Arezzo, Cortona, Perugia, Gubbio e Chiusi; a queste vanno aggiunte le proprietà a nord e a ovest del lago Trasimeno, che il monastero di San Giovanni vantava “pro indiviso” con l’abbazia di Santa Maria di Farneta in Val di Chiana, oggi in diocesi di Cortona.
Conflitti, decadenza e abbandono
I rapporti tra la comunità monastica di San Giovanni di Marzano e i vescovi di Città di Castello furono spesso difficili e conflittuali: nel 1140 si concluse la lite per la proprietà della chiesa di San Giovanni in Campo che, secondo alcuni storici locali, era soggetta al monastero fin dall’anno 800 in virtù di un diploma di Carlo Magno.
Nel 1266, il vescovo Niccolò scomunicò l’abate e i monaci di San Giovanni di Marzano perché non si erano assoggettati a lui e la stessa cosa venne replicata 1270, quando i monaci impedirono al vescovo di entrare nel monastero.
Spesso i monasteri erano sottoposti alla giurisdizione della famiglia dominante territorialmente, altre volte, invece, il castello della famiglia comitale sorse grazie all’appoggio della comunità monastica o sul terreno concesso dal monastero; in questo caso successe questa seconda casualità.
Infatti, tra le dipendenze di San Giovanni figurava anche “Civitella comitum” (diventata poi Civitella Ranieri), in diocesi di Gubbio ed il monastero la concesse prima in enfiteusi e poi, nel 1425, la cedette al famoso condottiero Ruggero Cane, della famiglia Ranieri in cambio di un versamento di 135 fiorini.
Questa somma fu utilizzata dai monaci per acquisire l’antico monastero femminile di Sant’Angelo del Renaio o Renario (Sancii Angeli de Arenario), posto alle falde del Monte Malbe, nel Contado di Porta Sant’Angelo in Perugia dove in seguito si trasferirà la comunità monastica dopo la decadenza del cenobio.
Dalle Rationes Decimarum risulta che il monastero di Marzano nel 1349 versa la decima alla Camera Apostolica per un importo di VIII Libre.
A partire dal secolo XIV e soprattutto nel XV, il monastero di San Giovanni di Marzano dovette subire le continue pressioni esercitate dai marchesi Bourbon del Monte le cui famiglie si contendevano il dominio del monastero e proprio a causa di questa insicurezza che minacciava la comunità, i Capitoli non si tennero più nel monastero, ma nelle chiese dipendenti di Borgo San Sepolcro e di Città di Castello.
Gli stessi abati furono costretti a risiedere nelle pertinenze del monastero a Pietramelina, alle porte di Perugia. L’influenza dei Marchesi però fu tale che alcuni personaggi di famiglia furono monaci, ad es. Antonio di Ranieri (1407).
Nella prima metà del secolo XV iniziò la decadenza del monastero di San Giovanni di Marzano, anche se a questo periodo risale il governo di uno dei suoi monaci più illustri: Antonio di Puccio Micheloni, abate dal 1403 al 1411 e che poi divenne vescovo di Perugia dal 1411 al 1434.
Intorno al 1425 gli edifici dei monaci erano in uno stato di forte degrado dopo essere stati quasi integralmente distrutti dal terremoto del 25 dicembre 1352 tant’è che nel 1435 fu definito “(dirutum) e funditus cum omnibus domibus ipsi monasterio coniunctibus“.
Nello stesso anno la comunità si trasferì nella dipendenza di Sant’Angelo del Renario in diocesi di Perugia (come detto acquistato pochi anni prima), pur conservando lo statuto giuridico di comunità monastica appartenente alla diocesi di Città di Castello.
I monaci rimasero nel monastero di Sant’Angelo fino al 1478, quando il complesso fu confiscato dal Comune di Perugia per trasformarlo in ospedale.
Dopo la dispersione dei monaci di Marzano, i pochi beni superstiti furono dati in commenda al vescovo di Città di Castello. Lo stesso Giovanni Muzi, storico e vescovo della città tifernate, assunse il titolo di Abate commendatario di Marzano e come tale si cita nelle Memorie ecclesiastiche e civili di Città di Castello.
Questo però non portò migliorie e il degrado continuò progressivamente; infatti, la situazione degli edifici mai ristrutturati in seguito agli eventi sismici del 1352, non fece che aggravarsi ulteriormente. La chiesa rimase rettoria ed è rimasta in funzione fino agli anni 50 del dopoguerra.
Aspetto attuale del sito
Dopo i danni subiti con il terremoto del 1352, la chiesa è stata ricostruita o modificata varie volte. Quel che resta della chiesa sono le pareti laterali tenute in piedi dalle edere che l’hanno invasa e che impediscono ulteriori crolli.
Il tetto non c’è più e gli intonaci interni sono in gran parte sgretolati a causa degli effetti atmosferici e con loro sono scomparsi gli affreschi che la decoravano, si leggono solo qua e le tracce di colore delle cornici che contenevano le immagini pittoriche.
I conci degli archi e le modanature architettoniche di pregio sono stati trafugati insieme ai capitelli e due colonne con capitelli rozzamente lavorati di chiara fattura paleocristiana, allo stesso modo è stato smontato l’antico portale in pietra trafugato anch’esso.
Solo un capitello si è salvato ed è ora conservato nella cripta del duomo di Città di Castello.
La struttura architettonica originaria doveva essere a pianta rettangolare, appoggiata ad un unico muro maestro sul quale insisteva anche la canonica. Le dimensioni molto elevate delle colonne, riutilizzate nel nuovo edificio, fanno pensare che la chiesa primitiva fosse molto più imponente e grande di quella attuale.
La facciata, con tetto a due spioventi, presenta un campanile a vela, un portale molto semplice e una finestra con una piccola lunetta. Le murature perimetrali della chiesa mostrano ampi riutilizzi di conci di un edificio più antico.
Tra i materiali di reimpiego figura una cornice con bassorilievo a treccia che costituisce una preziosa testimonianza di pregio della costruzione preesistente.
A destra, addossata alla chiesa si trova la vecchia canonica con il primo locale che era la cripta dell’antica costruzione; un vano a unica sala, di cui è crollata la copertura.
Questa è stata costruita con pietre di notevoli dimensioni recuperate da un ben più antico edificio. Essendo questo locale dedicato alla cripta, si deve pensare che la chiesa, nel tempo, sia stata ruotata di 90°; in origine con l’abside ad est e la porta ad ovest, mentre ora la porta è in direzione sud e guarda dritta la torre dell’Aggia.
Accanto a questo si trova un locale voltato a botte che consentiva l’accesso ad un forno di cui ancora oggi si nota la cupola di cottura nonostante tutto il resto sia crollato.
Nella parte occidentale, le fabbriche monastiche comprendevano un edificio di servizio, che è stato destinato ad abitazione colonica sino ad epoca recente.
Tutto il paese di Marzano e la stessa Osteria posta al crocevia dell’antica via medievale, è diventato un paese fantasma completamente abbandonato con case semi-dirute e coperte da rovi.
Un paesaggio immerso nella natura selvaggia coperta da fitti boschi e abitata da animali selvatici che qui trovano il loro habitat ideale.
Come orientarsi per una visita
La visita deve essere organizzata in base al complesso che si intende raggiungere, perché le abbazie descritte non costituiscono un unico sito. A San Pietro in Valle la chiesa è sempre visitabile mentre per il giardino (antichi orti) e il chiostro è necessaria la prenotazione.
L’Abbazia di San Cassiano è attualmente chiusa, ma vi si organizzano visite guidate. È possibile raggiungerla in auto attraverso una piccola strada che parte da Narni Scalo oppure dal Ponte d’Augusto attraverso un sentiero nel bosco.
Il monastero di San Giovanni di Marzano presenta invece condizioni di abbandono: trovare quel che resta del monastero è un’impresa ardua tanto è invaso da rovi ed edere che lo rendono praticamente invisibile fra la boscaglia.
Con il biglietto per le Cascate delle Marmore si può usufruire dello sconto per il Museo delle Mummie di Ferentillo e per l’abbazia di San Pietro in Valle.