Padre Pio e la Provvidenza divina

Padre Pio sapeva che quando Dio ha un progetto, prima o poi, sarà fatto. Per questo si sentiva uno strumento della Divina Provvidenza. Padre Pio aveva una grande fiducia in Dio e diceva: «La Provvidenza non bisogna precederla, ma affiancarla».

La sua fede nella Provvidenza non fu un’attesa passiva, ma una fiducia viva, operante e concreta, capace di trasformarsi in preghiera, sacrificio, ministero sacerdotale, opere di misericordia e soccorso ai sofferenti. Egli viveva abbandonato alla volontà divina, ma nello stesso tempo si impegnava con tutte le proprie forze per rispondere ai bisogni delle persone affidategli.

Che cos’è la Divina Provvidenza

La Provvidenza Divina è la totale, incondizionata fiducia che ogni credente coltiva nel fatto che Dio non sia un semplice spettatore indifferente delle vicende umane in generale, e di quelle di ogni individuo in particolare. Il cristiano è convinto che Egli sia un Padre amorevole che guida, sostiene e governa ogni essere da Lui creato, e che nulla di ciò che avviene è lasciato al caso.

Anzi, anche ciò che appare incomprensibile alla nostra limitata visione di esseri umani rientra in un disegno più grande, progettato con sapienza e amore da Dio per noi. Teologicamente, la provvidenza è l’affermazione della sovranità di Dio, e presuppone il fatto che ogni evento è un passo verso il bene ultimo dell’umanità.

La creazione non si è conclusa quando è cominciata, perché Dio l’ha voluta in statu viae, indirizzata cioè a una perfezione ultima che è ancora da raggiungere. Per questo, una volta che l’ha creata, “Dio non abbandona a se stessa la sua creatura. Non le dona soltanto di essere e di esistere: la conserva in ogni istante nell’essere, le dà la facoltà di agire e la conduce al suo termine”.

Il Dio cristiano non è un orologiaio o un architetto che dopo aver realizzato la sua opera se ne disinteressa. Questa è la rappresentazione tipica di una concezione deista, secondo la quale Dio non interferisce negli affari di questo mondo.

Si tratta di una distorsione dell’autentico Dio creatore, poiché separa radicalmente la creazione dalla conservazione e dal governo divino del mondo. Il deismo sbaglia sulla nozione metafisica di creazione, che, in quanto donazione dell'essere, implica una dipendenza ontologica della creatura che non si può separare dal suo mantenimento nel tempo.

Creazione e conservazione costituiscono uno stesso atto, anche se possiamo distinguerli concettualmente: «Dio non conserva le cose con una nuova azione, ma continuando l'azione con la quale dà l'essere, azione che non è soggetta né al moto né al tempo». La nozione di conservazione, quindi, “fa da ponte” tra l'azione creatrice e il governo divino della mondo (provvidenza).

Dio non solo crea il mondo e lo mantiene nell’essere. Egli «conduce le sue creature alla perfezione ultima, alla quale egli stesso le ha chiamate».

La Provvidenza nella Sacra Scrittura

La Sacra Scrittura mostra la sovranità assoluta di Dio e testimonia costantemente la sua cura paterna, tanto nelle piccole cose come nei grandi avvenimenti della storia. L'autorità del Creatore ("governa") si esprime come sollecitudine del Padre (“custodisce”).

Gli antichi simboli della fede alludevano al governo con il termine greco Pantokrator, da intendersi in armonia con l'immagine del Pastore: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla». La cura e l’autorità divine sono governate dalla sapienza, che «si estende vigorosa (fortiter) da un'estremità all'altra e governa a meraviglia (suaviter) l'universo».

Nel Nuovo Testamento Gesù conferma questa visione con le sue azioni e con i suoi insegnamenti. Infatti, si rivela come la provvidenza "incarnata" di Dio, che come Buon Pastore si fa carico dei bisogni materiali e spirituali degli uomini, e ci insegna ad abbandonarci alle sue cure.

Così, la stessa Parola che ha creato, sostiene e guida tutto, una volta incarnata, rivela in modo visibile la sua cura previdente. Ma c’è un livello ancora più profondo in questo insegnamento, che si raggiunge quando si comprende che il destino al quale siamo stati chiamati, il Regno di Dio, è un disegno del Padre che precede la creazione.

«Cercate prima il regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato in più». Il passo del Vangelo da cui è estratta questa pericope ci richiama all’abbandono alla Divina Provvidenza.

Bisogna sempre, specialmente nei momenti di angoscia, nelle preoccupazioni e tribolazioni, ricordarci queste parole di Nostro Signore: «Non affannatevi». «A ciascun giorno basta la sua pena».

Lo stesso Gesù nel Vangelo raccomanda questo abbandono nelle mani del Padre celeste quando dice: “Non preoccupatevi del domani, di quello che mangerete o di quello di cui vi vestirete.” (cf Mt 6,31.34). E il salmo recita: «Getta nel Signore il tuo affanno ed egli ti sosterrà» (Sal 55,23).

Perché affidarsi alla Divina Provvidenza

Entrando nel tema della fiducia in Dio, vorrei trattare brevemente, da un punto di vista più teologico, del perché dobbiamo abbandonarci alla Divina Provvidenza; e come farlo.

Nulla sfugge alla conoscenza di Dio

Perché dobbiamo abbandonarci alla Divina Provvidenza? Per 4 ragioni: 1) niente capita che Dio non abbia previsto da tutta l’eternità, sia che Lui l’abbia voluto (quando si tratta del bene), sia che Lui l’abbia permesso (il male).

“Tutto ciò che succede è adorabile”, perché è stato previsto, voluto o permesso. Dio non vuole e non permette niente che non sia in vista del fine che Lui si è proposto quando ha creato l’Universo: la manifestazione della Sua bontà e della Sua gloria.

Tutto concorre al bene

«Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8). Tutto: le grazie, i talenti ricevuti, ma anche le malattie, gli scacchi, gli smacchi, e persino le colpe che ci umiliano e purificano il nostro amore.

Pensiamo, ad esempio, al rinnegamento di san Pietro. Santa Teresa di Gesù Bambino diceva che persino i nostri peccati possono essere l’occasione per cantare la misericordia di Dio. Con la grazia di Dio, i nostri peccati possono portarci ad amare di più.

La Provvidenza Divina non significa che Dio ci risparmierà sempre il dolore, ma che non ci lascerà mai soli ad affrontarlo. In questa luce, anche le nostre prove più difficili possono acquisire un significato profondo, diventando occasioni di crescita spirituale e di purificazione interiore.

La Provvidenza conduce alla salvezza

«La predestinazione dell’uomo e del mondo in Cristo, Figlio eterno del Padre, conferisce a tutta la dottrina sulla Provvidenza divina una decisa caratteristica soteriologica ed escatologica», ponendola su un piano diverso dalla concezione del destino che avevano gli antichi.

Non siamo condannati a un esito inesorabile, ma siamo incamminati verso l'incontro con il nostro Creatore e Padre. La prospettiva cristiana sulla Divina Provvidenza non si limita a questa vita terrena, ma si estende all’eternità.

Ogni intervento provvidenziale, ogni grazia ricevuta, ogni prova superata con l’aiuto di Dio contribuisce a prepararci per l’incontro definitivo con il Creatore. In quest’ottica, anche le sofferenze e le rinunce acquistano un senso profondo, diventando tappe di un cammino di purificazione che ci rende sempre più simili a Cristo.

L’abbandono non è quietismo

4) Però, non si tratta di cadere nel quietismo: questo abbandono non ci dispensa dal fare tutto ciò che è in nostro potere per adempiere la Volontà di Dio, significata dai precetti o anche dagli eventi.

La Provvidenza di Dio è onnipotente, ma è anche giusta e saggia: rispetta la nostra natura libera. «Dio che ti ha creato senza di te, non ti santificherà senza di te» (Sant’Agostino).

Credere nella Provvidenza Divina non significa assumere un atteggiamento passivo di fronte alle responsabilità della vita. Al contrario, la vera fiducia nella provvidenza di Dio ci spinge ad agire con maggiore determinazione e serenità, sapendo che i nostri sforzi si inseriscono in un disegno più grande e sapiente.

Provvidenza, libertà e responsabilità

La Provvidenza Divina non annulla la nostra capacità di scelta, ma la rispetta profondamente, operando in modo da orientare i nostri cuori verso il bene senza mai forzare la nostra volontà. Questo significa che Dio non ci manipola come marionette, ma ci offre continuamente occasioni di grazia, illuminazioni interiori, e circostanze favorevoli, che ci aiutano a compiere le scelte giuste.

Sta a noi accogliere questi doni e collaborare con l’azione provvidenziale, diventando strumenti consapevoli del piano di salvezza. Dio conserva le creature nel loro essere e nel loro agire.

Le cose non solo permangono, ma agiscono nel tempo e producono effetti. Le creature spirituali agiscono liberamente. Le opere che compiono sono le loro, non sono di Dio, il quale però le sostiene come garante della loro libertà.

Pertanto conviene distinguere con san Tommaso la causalità creatrice di Dio dalla causalità delle creature, cioè la causa prima dalle cause seconde. Ogni causa è causa al cento per cento nel proprio ordine, e quindi non c'è contraddizione nel dire che senza Dio non possiamo fare nulla e che le nostre azioni sono nostre e non di Dio.

Che Dio governi tutto non significa che egli non rispetti l’autonomia della creazione. Secondo Tommaso d'Aquino, per governare il mondo Dio si serve dell'azione delle cause seconde e ne rispetta la logica.

È questa una manifestazione della sua bontà, che vuole contare sulle creature per portare a termine la creazione. Poiché Dio guida tutto, in qualche modo le cause seconde servono i disegni della provvidenza.

Le creature, in particolare gli esseri liberi, sono chiamati a collaborare con Dio alla realizzazione del suo disegno. Essendo liberi, gli angeli e gli uomini possono anche opporsi alla volontà di Dio o comportarsi in modo contrario ad essa.

Come vivere l’abbandono alla volontà di Dio

Abbandonarsi alla divina Provvidenza significa impregnare la nostra vita di una fiducia senza limiti nell’Immacolata, nostra Madre e Mediatrice potente.

L’anima “piccola” ha una splendida qualità che intenerisce il Cuore di Dio: l’abbandono completo di sé e di tutti i propri interessi nelle mani di Dio e di coloro i quali ne fanno le veci, con una perfetta indifferenza, pronta a fare e sopportare qualsiasi cosa, secondo la disposizione della santa volontà di Dio e l’ordine della sua divina Provvidenza, senza attaccarsi a nulla, senza preoccupazione spropositata rispetto a ciò che potrebbe accadere.

Questo abbandono è il fondamento di una profonda pace per l’anima cristiana. Le “piccole anime” che vivono nello spirito d’infanzia s’impegnano a comprendere sempre più in profondità il significato di essere figlie di Dio e il senso reale e profondo dell’amorevole Paternità di Dio nei nostri confronti.

Egli ci ha creati e continua a provvedere a noi. Tutto ciò che Egli vuole o permette per noi è finalizzato unicamente al bene, al bene supremo della salvezza della nostra anima e della nostra santificazione.

Per questo l’anima che si riconosce “figlia” di Dio non si turba, non si inquieta, persino di fronte agli avvenimenti più tortuosi o spiacevoli: ella sa di avere un Padre onnipotente e onnisciente, che provvederà ad ogni cosa, che le darà la grazia di superare qualsiasi avvenimento, che saprà ricavare dal suo dolore come dalla sua gioia questo bene supremo.

La fedeltà nelle piccole cose

Su questa via si deve correre. La Santa parla di un grande sforzo: «Non ho mai rifiutato nulla al Buon Dio».

Dobbiamo fare tutto quello che possiamo, e chiedere nella preghiera quello che non possiamo fare. Dobbiamo sollevare il nostro piede, anche sapendo bene che non ce la faremo a posarlo nemmeno sul gradino seguente, ma vedendo il nostro sforzo e la nostra buona volontà, la nostra Mamma del Cielo verrà a portarci su.

È qui che bisogna ricordarsi del grande principio: chi è fedele nelle piccole cose sarà anche fedele nelle grandi cose. «Dio non ci comanda l’impossibile, ma comandando ti ammonisce di fare ciò che puoi, e di chiedere ciò che non puoi».

Se facciamo ogni giorno tutto il nostro possibile per essere fedeli al Signore nelle cose ordinarie, ci concederà la grazia di essergli fedeli nelle circostanze estreme. Ecco perché la santificazione del momento presente è talmente importante, e perché dobbiamo lottare contro le nostre imperfezioni.

La preghiera e la pazienza

Il primo passo per vivere nella fiducia provvidenziale consiste nell’imparare a pregare quotidianamente, non solo per chiedere grazie e favori, ma per mettersi in ascolto della volontà di Dio.

La preghiera diventa così il canale attraverso cui riceviamo la luce necessaria per discernere la strada da percorrere e la forza per affrontare le sfide che ci attendono. È importante anche coltivare la virtù della pazienza, quella capacità di attendere i tempi di Dio senza lasciarsi prendere dall’ansia o dallo scoraggiamento.

La Provvidenza Divina ha i suoi ritmi, che spesso non coincidono con le nostre aspettative immediate. Come un agricoltore sa che non può accelerare i tempi della maturazione del raccolto, così il credente impara ad accettare che alcuni frutti della fede richiedono tempo per manifestarsi.

Come affidarsi nelle diverse prove

Il nostro abbandono non sarà lo stesso nei confronti degli eventi che non dipendono dalla volontà umana, nei confronti delle ingiustizie degli uomini, e nei confronti delle nostre proprie colpe e delle loro conseguenze.

Gli eventi indipendenti dalla volontà umana

1) Nei confronti delle cose che non dipendono dalla volontà umana: incidenti, catastrofi, malattie. Qui, il nostro abbandono non sarà mai abbastanza assoluto.

La resistenza sarebbe inutile, mentre l’accettazione, con uno spirito di fede, di fiducia e di amore, rende molto meritorie le nostre sofferenze.

Le sofferenze causate dalla cattiveria degli uomini

2) Sofferenze che vengono dalla cattiveria degli uomini: calunnie, ingiustizie. Nostro Signore ci dice che dobbiamo essere pronti a sopportarli con pazienza: “Se uno ti colpisce alla guancia destra, porgigli anche la sinistra.”

Però, vediamo che durante la sua Passione, quando una delle guardie gli ha dato uno schiaffo, Nostro Signore non gli ha porto l’altra guancia, ma gli ha risposto: «Perché mi percuoti?».

Talvolta occorre rispondere all’ingiustizia: sia per il bene di quello che insulta, per reprimere la sua audacia, sia per evitare lo scandalo (o difendere gli altri, quelli che sono insultati).

Dobbiamo reprimere le ingiustizie, non in quanto offendono il nostro amor proprio (e sono uno strumento permesso da Dio per espiare i nostri peccati), ma in quanto sono offese contro Dio.

Le conseguenze delle proprie colpe

3) Per quanto riguarda gli inconvenienti che provengono dalle nostre colpe: bisogna distinguere nelle nostre colpe e le loro conseguenze ciò che è colpevole, e l’umiliazione.

Non rimpiangeremo mai abbastanza la nostra colpa come ingiuria recata a Dio; ma dobbiamo accettare l’umiliazione come salutare; le umiliazioni accettate sono necessarie perché ci fanno crescere nell’umiltà che è il principio della vita spirituale.

«Jacta super Dominum curam tuam, et ipse te enutriet»: «Getta nel Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno» (Sal 54). «A ciascun giorno basta la sua pena».

Chiediamo la grazia di essere fedeli nelle piccole cose, di mantenere la nostra anima unita a Dio abitualmente in mezzo alle preoccupazioni; allora troveremo la forza di essere fedeli nelle grandi cose, quando verrà il tempo della prova.

Il male e il mistero della Provvidenza

Se Dio crea, sostiene e dirige tutto con bontà, da dove viene il male? “A questo interrogativo tanto pressante quanto inevitabile, tanto doloroso quanto misterioso, nessuna rapida risposta potrà bastare. È l’insieme della fede cristiana che costituisce la risposta a tale questione. Non c'è un punto del messaggio cristiano che non sia per un certo aspetto, una risposta al problema del male”.

Occorre dunque affrontare la questione della presenza del male in un mondo buono creato da un Dio Buono. Tommaso d'Aquino sostiene che la divina provvidenza non esclude il male nelle cose.

Dio non lo provoca, ma neppure impedisce l'azione delle cause seconde, le quali possono sbagliare; ma il difetto negli effetti può provenire da un difetto nella causa seconda senza che questo si possa imputare alla causa prima.

Si dice che Dio “permetta” il male; e questo significa che il male è soggetto alla provvidenza. «Dio, nella sua onnipotenza, […] essendo sommamente buono, non lascerebbe assolutamente sussistere alcunché di male nelle sue opere, se non fosse onnipotente e buono fino al punto da ricavare il bene persino dal male.»

Tommaso d'Aquino afferma che Dio preferisce trarre il bene dal male piuttosto che non permettere che alcun male esista affatto. È proprio della bontà di Dio permettere i mali e ottenere da essi dei beni maggiori.

È sorprendente che Dio, “nella sua provvidenza onnipotente può trarre un bene dalle conseguenze di un male”. Tutta la storia può essere interpretata secondo questa chiave di lettura, in relazione alle parole di san Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene».

Tante volte il male sembra più forte del bene; tuttavia, è difficile sradicare la naturale tendenza umana a confidare che alla fine il bene deve trionfare, e di fatto trionfa, perché l'amore è più potente.

L'esperienza del male ci mette davanti agli occhi la tensione tra l’onnipotenza e la bontà di Dio nel suo agire nella storia, che nell'evento della Croce di Cristo ci offre una risposta misteriosa, rivelatrice del “modo di essere” di Dio.

Dal mistero della passione e morte di Gesù, che è la più grande ingiustizia del storia, Dio ha fatto emergere il più grande dei beni, la redenzione degli uomini.

La definizione del male come privazione, e non come parte costitutiva dell'universo, è specificamente cristiana. Affermando che il male esiste ma non ha sostanza si supera il dilemma in cui incorre, da una parte, chi nega la realtà del male in nome del bene e del potere infinito di Dio; e dall'altra, chi nega la bontà e l'infinita potenza di Dio, in nome della realtà del male.

Il bene è più fondamentale e potente del male. Tante volte il male sembra più forte del bene; tuttavia, è difficile sradicare la naturale tendenza umana a confidare che alla fine il bene deve trionfare, e di fatto trionfa, perché l'amore è più potente.

Padre Pio, uomo di fede e di fiducia

Padre Pio ha avuto una grande fede, viva ed operante. Egli può essere considerato come “l’uomo giusto che vive di Fede”.

E’ per merito di questa virtù che gli ha potuto vincere le difficili prove della sua vita travagliata; è stato in grado di sopportare tutte le sofferenze fisiche e morali, che si sono abbattute su di lui; è riuscito a portare a termine la sua missione grandissima di collaboratore con Cristo Redentore.

Per Padre Pio, la fede era “l’unico punto di appoggio” nel mare tempestoso della vita e “la cosa più sacra che c’era nel suo cuore”. Profondamente convinto della necessità e della preziosità della fede, egli la raccomandava a tutte le anime che ricorrevano a lui.

Sono molteplici le sue esortazioni, come ad esempio quella del 6 dicembre del 1916 quando così esortava l’insegnante Erminia Gargani, sua figlia spirituale: “Credi sempre a tutto questo e non importa che tu creda a forza ed a punta di spirito, senza che tu ne veda la ragione. Anche i martiri credevano soffrendo. Il più bel credo è quello che si pronunzia nel sacrificio ed in uno sforzo di violenza” (EpistIII,661).

Dando uno sguardo sintetico tutta la vita di Padre Pio, costellata di fatti i mistici veramente straordinari, dobbiamo dire che ciò che veramente aveva valore per lui era la fede: una fede viva, che dominava e guidava tutta la sua vita.

La fede viva di Padre Pio era animata dalle opere di carità. Queste sono sotto gli occhi di tutti. In primo luogo le opere di misericordia spirituale.

Il primato, di questo campo, spetta al ministero sacerdotale, esercitato eroicamente da Padre Pio nell’amministrazione del sacramento della riconciliazione. Accanto questo sacramento, dobbiamo ricordare la celebrazione della Santa Messa, durante il quale padre Pio ha pregato Dio per i vivi e per i morti.

La compassione per i sofferenti

In secondo luogo, le opere di misericordia corporale. Conosciamo tutti quanto vivo fosse in Padre Pio il senso di giustizia e di misericordia e quanto fosse grande la sua misericordia verso i sofferenti.

Il 26 marzo del 1914 scriveva a padre Benedetto:“Nel fondo di quest’anima parmi che Iddio vi ha versato molte grazie rispetto alla compassione delle altrui miserie, singolarmente in rispetto dei poveri bisogni.

La grandissima compassione che sente l’anima alla vista di un povero le fa nascere nel suo proprio centro un veementissimo desiderio di soccorrerlo, e, se guardassi alla mia volontà, mi spingerebbe a spogliarmi perfino dei panni per rivestirlo.

Se so poi che una persona è affitta, sia nell’anima che nel corpo, che non farei presso del Signore per vederla andare salva i suoi mali? Volentieri mi addosserei, pur di vederla andare salva, tutte le sue afflizioni, cedendo il suo favore i frutti di tali sofferenze, se il Signore me lo permettesse” (Epist. I, 462).

Spinto da questa compassione, Padre Pio fondò due ospedali: prima quello civile di San Francesco che durò soltanto 13 anni; poi la meraviglia di Casa Sollievo della Sofferenza che è sotto gli occhi di tutti.

Padre Pio e San Giovanni Rotondo nei disegni della Provvidenza

La Provvidenza divina ha voluto che Padre Pio agisse senza mai spostarsi dal suo convento, quasi piantato ai piedi di una Croce. Questo non è senza significato.

Nel libro emerge anche il bellissimo rapporto d’amore che venne ad instaurarsi tra “Padre Pio e San Giovanni Rotondo” nell’arco dei cinquantadue anni di permanenza nel Convento di Santa Maria delle Grazie.

Venendo all’argomento principale del libro, che è quello indicato dal titolo, cioè il rapporto tra «Padre Pio e San Giovanni Rotondo», mi sembra di poter dire che tale rapporto può essere condensato in una sola parola: amore.

Amore di Padre Pio per i sangiovannesi e amore dei sangiovannesi per Padre Pio. Il primo si è concretizzato in numerose opere spirituali, sociali e caritative, che hanno fatto di un dimenticato e sperduto borgo garganico una ridente cittadina moderna, ricca di strutture alberghiere ed ospedaliere, ma, soprattutto, centro di un vasto movimento spirituale, che lo pone accanto ai grandi santuari della cristianità, come Fatima e Lourdes.

Il secondo si è palesato in mille manifestazioni di affetto e di devozione, ma, in modo particolare, nelle epiche lotte degli anni venti, che hanno scongiurato per sempre il pericolo del trasferimento del Padre stigmatizzato dalla cittadina garganica.

Perché proprio a San Giovanni Rotondo per l’esplosione della santità di Padre Pio? Perché questo paese, non certo conosciuto né accessibile, posto fuori, allora, quando ci venne Padre Pio, da qualunque rotta nazionale?

Perché è una terra che ne aveva fortemente bisogno. E nello stesso tempo adatta a calamitare l’attenzione del mondo, diventando un passaggio d’obbligo per l’umanità in cerca di risposte.

Nel libro viene rivelata l’esistenza di una lettera in cui lo stesso Padre Pio affermò di essersi voluto recare a San Giovanni Rotondo per volere di Gesù, il quale in un momento di grande sofferenza gli aveva assicurato che lì si sarebbe sentito meglio.

In quella lettera Padre Pio accennò anche ad "altre ragioni" confidategli da Gesù, che però il frate stigmatizzato preferì tacere: ragioni che l’autore addita in alcune delicate e terribili vicende storiche, oggi quasi dimenticate, che interessarono S. Giovanni Rotondo, di cui nel libro si parla diffusamente e che, a giudizio dell’autore, potrebbero aver spinto la Divina Provvidenza ad inviare Padre Pio in soccorso della popolazione sofferente.

Il contesto di San Giovanni Rotondo

Quando nel 1884 il colera si fece sentire anche a San Giovanni Rotondo, si pensò di isolare i malati nel remoto convento dei frati cappuccini, il posto ideale per un lazzaretto, distante com’era dall’abitato ben due chilometri, in una strada quasi mulattiera.

Per un malato in condizioni critiche era già un rischio il viaggio dal Gargano in giù con mezzi primitivi, come uno sciarabbà, cioè il calesse, o addirittura con un carretto.

E Padre Pio era rimasto colpito dall’aver appreso all’inizio della sua venuta a San Giovanni Rotondo, di una donna morta di parto mentre in carretto la portava da uno dei paesi del Gargano più alto a Foggia.

Per questo anche, fin dai primi tempi della sua permanenza a San Giovanni Rotondo, prese ad interessarsi delle iniziative del paese in favore dei malati e dei poveri.

C’era stata sempre a San Giovanni Rotondo la propensione a fare qualcosa per loro, ad opera della Congregazione di Carità, che aveva un proprio Statuto, un organo direttivo, con regolari riunioni, bilanci, discussioni sull’operato, coinvolgendo il Comune per la sua parte d’obbligo e di cooperazione in quelle cose che servivano per il bene pubblico.

Ma anche perché tutto si ricollega, anche non volendo, a Padre Pio, al suo ideale di sollievo della sofferenza che proprio a San Giovanni Rotondo ha trovato la sua piena attuazione, forse anche per antica predisposizione e per i reiterati tentativi, iniziati e poi falliti.

Ai quali Padre Pio diede per più tempo il suo sostegno, non solo morale, ma finanziario. Come è provato da un certo numero di lettere del suo epistolario, e dai verbali, delibere, della Congregazione di Carità.

L’ospedale San Francesco

La prima realizzazione nella quale il Cappuccino si impegnò direttamente, con l’aiuto della locale Congrega della carità, fu la trasformazione dell’ex convento delle Clarisse nell’ospedale di San Francesco.

L’inaugurazione fu fatta da padre Pio nel gennaio del 1925, ma il terremoto del 1938 provocò gravi danni ai locali e la struttura dovette chiudere.

Il desiderio del Padre di rispondere ai bisogni sanitari della popolazione non era però venuto meno, e i suoi più stretti collaboratori e figli spirituali lo sapevano. Si sviluppò così l’idea di un altro ospedale, di dimensioni più ampie del precedente.

La nascita della Casa Sollievo della Sofferenza

Nella cella di padre Pio, la sera del 9 gennaio 1940 il medico Guglielmo Sanguinetti, il farmacista Carlo Kisvarday e il veterinario Mario Sanvico raccontarono al Padre che avevano creato un comitato per la fondazione della nuova clinica.

Padre Pio li ascoltò con attenzione e poi disse: «Da questa sera ha inizio la mia grande opera terrena. Benedico voi e tutti coloro che doneranno alla mia opera, che sarà sempre più bella e più grande».

Quindi, frugando nella tonaca, ne estrasse una moneta d’oro, che gli era stata donata per la sua carità, ed esclamò: «Anch’io voglio offrire il mio obolo».

La Seconda Guerra mondiale costrinse a rimandare l’avvio dei lavori, nonostante fosse già disponibile l’area per la costruzione, un terreno del demanio concesso alla signorina Maria Basilio per un’opera di beneficenza, situato a pochi passi dal convento cappuccino.

Finalmente, il 16 maggio 1947, veniva benedetta la prima pietra e, tre giorni dopo, alcuni operai davano i primi colpi di piccone.

Ma, se gli eventi militari e la crisi economica avevano fatto perdere sette anni di tempo, proprio gli aiuti post-bellici fecero decollare l’opera.

Provvidenziale tramite fu la giornalista britannica Barbara Ward che, giunta per curiosità a San Giovanni Rotondo, restò colpita da don Giuseppe Orlando, il sacerdote amico di padre Pio che dirigeva i primi lavori di sterro: “Che cosa fate?”. […] “Una grande clinica”. “E che denaro vi occorre?”. […] “400 milioni”. “E chi paga?”. “Chi passa paga”.

E la signorina passò e andò dal Padre. Al Cappuccino la donna chiese di pregare per la conversione del fidanzato, il comandante Jackson, dal protestantesimo al Cattolicesimo.

Quale non fu la sua sorpresa quando, tornata a Londra, il fidanzato le raccontò che si era fatto battezzare, praticamente in contemporanea con il suo viaggio a San Giovanni Rotondo.

Dopo che la Ward gli raccontò quel che le aveva detto don Orlando, Jackson, che era un consigliere dell’UNRRA (un organismo assistenziale delle Nazioni Unite), riuscì a far deliberare un consistente stanziamento.

A chi gli osservava che la clinica era troppo lussuosa, padre Pio replicava: «Se fosse possibile, la Casa la farei d’oro, perché il malato è Gesù e tutto è poco quello che si fa per il Signore!».

La Provvidenza come collaborazione concreta

Fu questa la radice dalla quale trassero linfa, in varie riprese, le numerose opere sociali da lui ispirate, che mirarono innanzitutto a rispondere ai bisogni della gente di San Giovanni Rotondo, ma che poi si allargarono a una miriade di persone.

La Provvidenza Divina si rivela anche attraverso le persone che Dio pone sul nostro cammino. Quel collega che ci offre aiuto quando ne abbiamo bisogno, il medico che scopre in tempo una malattia, l’amico che ci sostiene nei momenti bui: tutti possono essere strumenti attraverso cui la provvidenza di Dio opera nella nostra vita.

È come se Dio utilizzasse le mani, le parole e il cuore degli altri esseri umani per raggiungerci e prendersi cura di noi. La Provvidenza Divina non annulla la nostra capacità di scelta, ma la rispetta profondamente.

La testimonianza dei santi incoraggia i cristiani a scoprire la necessità di comprendere che «tutte le cose concorrono al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).

Accettare ogni giorno la Provvidenza è un atto di speranza teologale che non esclude l’esercizio responsabile della libertà che è parte del piano di Dio.

Padre Pio e l’abbandono nelle prove

Padre Pio viveva proprio come uno strumento della Provvidenza. La sua fiducia non dipendeva dall’assenza di difficoltà, ma dalla certezza che Dio fosse presente anche nelle prove e che la grazia non sarebbe mai venuta meno.

In una lettera alla figlia spirituale Antonietta Vona e alla sua famiglia, scriveva: “Affrontiamo pure le prove della presente, a cui la divina provvidenza ci andrà sottoponendo, ma non ci perdiamo d’animo, non ci scoraggiamo: combattiamo da forti e ne riporteremo il premio che Dio ha serbato alle anime forti”.

Rammentatevi, o figliuole, delle parole che il divin Maestro rivolse un giorno ai suoi apostoli, e che oggi le rivolge anche a voi: «Non turbetur cor vestrum»: «Non si turbi il vostro cuore».

Sì, o figliuole, non si turbino i vostri cuori nell’ora della prova, perché Gesù ha promesso a chi lo segue la sua reale assistenza.

Deh! dunque, nelle ore di combattimento ricordiamoci di Gesù, che è con noi, e soffre con noi e per noi: ricordiamoci di Gesù che combatte con noi e per noi: ricorriamo a lui e saremo sempre sollevati.

Così operando riporteremo e canteremo sempre vittoria innanzi a Dio. Vivete dunque quiete, o figliuole, seguite la strada, nella quale Dio vi ha poste, e con ogni diligenza procurate di tenere santamente soddisfatto e contento Gesù che soffrì per nostro amore l’abbandono del Padre suo.

Dio, che con ispecial cura vi ha preso per mano, vi guidi al porto dell’eterna salvezza: affidiamoci a lui e non temiamo.

La fiducia dei santi nella Provvidenza

Santa Teresa di Gesù Bambino

Santa Teresina è senz’altro la grande Santa dell’abbandono. Diceva anche: «Questa parola di Giobbe: “Anche se Dio mi uccidesse spererei ancora in lui” mi ha affascinato sino dalla mia infanzia».

Però aggiungeva: «Ci è voluto tanto tempo prima di stabilirmi in questo grado di abbandono. Ora, ci sono: il buon Dio mi ci ha messa, m’ha presa nelle sue braccia e m’ha posata qui» (Ultimi colloqui, 7 luglio) e sosteneva che persino il peccato mortale non le avrebbe tolto la fiducia.

«In te Domine speravi! Ah! nel momento delle nostre grandi pene, com’ero felice di ripetere, nel coro, questo versetto!»; e amava tanto ripetersi la frase di san Giovanni della Croce: «Si ottiene da Dio appunto ciò che da Lui si spera» (Massime, n. 46).

Santa Teresa del Bambino Gesù sviluppò quella che chiamò la “piccola via” dell’abbandono fiducioso. Invece di affidarsi alle proprie forze o alle grandi penitenze, scelse di gettarsi come una bambina tra le braccia del Padre celeste, certa che la sua provvidenza avrebbe supplito a tutte le sue mancanze.

Questa spiritualità dell’infanzia spirituale ha conquistato milioni di anime, dimostrando che la fiducia nella provvidenza è accessibile a tutti, indipendentemente dalla propria cultura o condizione sociale.

Santa Teresa d’Avila

Santa Teresa d’Avila dice esattamente la stessa cosa, ossia che bisogna avere desideri grandi, una grande fiducia in Dio: «Non bisogna mai mortificare i nostri desideri, ma piuttosto aver fiducia in Dio.

Egli, con la nostra collaborazione e la divina grazia, ci consentirà di raggiungere traguardi conquistati da molti santi» (Cammino di perfezione, n. 4).

E quando volevano costringerla ad accettare dei redditi e delle rendite, provandone grande tristezza, pur non si perdeva d’animo: «Dio non può abbandonare l’anima che lo serve; non ho il più minimo dubbio su questa verità».

San Massimiliano Kolbe

Oltre alla nostra amata Teresa, fra le molteplici anime sante che hanno vissuto eroicamente questo spirito di abbandono filiale e confidenza nella grazia divina, ci piace qui ricordare quella di un grande francescano del XX secolo: san Massimiliano M. Kolbe.

In questa fiducia nella divina Provvidenza sapeva essere riposta la potenza di Dio, per la mediazione della Madonna, e in questa sorgente trovava sempre la forza di affrontare ogni cosa.

Tutta la sua vita era impregnata di fede e fiducia irremovibili nell’onnipotenza di Dio e nella materna mediazione dell’Immacolata. Egli viveva proprio come un bambino fra le braccia della Mamma celeste, abbandonato alla divina volontà e sicuro di poter corrispondere sempre ad essa, sebbene con sacrificio, sorretto dalla grazia di Dio.

Chi si abbandona nelle mani dell’Immacolata, che il Signore ci ha donato come Madre provvida, può guardare con serenità al futuro. La condizione è fidarsi di Lei, abbandonarsi nelle sue mani immacolate.

Basti pensare che all’età di 23 anni san Massimiliano ebbe la prima emottisi e da allora seppe di essere quasi un “condannato a morte”.

Da allora molte volte i medici gli avevano detto che aveva i giorni contati, eppure non fece che affidare la faccenda all’Immacolata, continuando a servirla come poteva.

Non guarì mai del tutto, ma neanche morì. Si riprese e cominciò a spendersi per la causa dell’Immacolata con tutte le sue forze, con una generosità sorprendente.

Il suo segreto? La fede, la confidenza, la fiducia illimitata nell’Immacolata. La pace, la serenità, la tranquillità del suo sguardo facevano capire a chi lo osservava che egli credeva fermamente e confidava «perché il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto» (SK 961).

La sua fiducia nella divina Provvidenza era tale, da non scoraggiarsi nemmeno di fronte alle cadute. «In caso di caduta - affermava - non rattristiamoci, perché ciò è puzzolente di superbia, al contrario, rialziamoci subito e andiamo avanti con grande amore e con gioia di spirito, riparando la caduta con un atto d’amore perfetto.

Dobbiamo sforzarci sempre, sempre! Salire continuamente il primo gradino, come diceva santa Teresa del Bambino Gesù, fino ad accattivare il buon Dio, perché venga a prenderci in braccio e portarci fin su.

Così saremo raggianti della luce dell’Immacolata e spanderemo il suo profumo intorno a noi» (CK 35).

La Provvidenza nella vita quotidiana

La vera sfida per ogni credente consiste nel saper riconoscere i segni della Provvidenza Divina nella propria esistenza. Non sempre questi segni si manifestano attraverso eventi straordinari o miracoli eclatanti.

Spesso, la Divina Provvidenza opera nel silenzio, attraverso coincidenze apparentemente casuali, incontri inaspettati, o quella pace interiore che ci pervade nei momenti di maggiore angoscia.

La Provvidenza è costante, vera e continua. Sono gli uomini che non sempre sanno riconoscere la provvidenza di Dio negli avvenimenti.

Dio si manifesta sia in ciò che sembra buono sia anche quando permette il male e la sofferenza. L'Antico Testamento insegna che bisogna saper cercare e trovare le tracce di Dio in ogni cosa, ricordando la risposta di Giobbe alla moglie dopo che aveva perduto figli, beni e salute: «Se accettiamo da Dio i beni, non accetteremo pure i mali?».

La Provvidenza conduce il cristiano a un atteggiamento di fiducia filiale in Dio in tutte le circostanze: con gratitudine per i beni ricevuti, e con un abbandono semplice davanti a tutto ciò che può sembrare cattivo, perché Dio trae dai mali beni più grandi.

Questa considerazione ha conseguenze per la spiritualità cristiana. È una liberazione per l'uomo sapere di essere governato da un Dio Padre e Provvidente e non da un destino cieco.

Quando guardiamo la nostra vita con gli occhi della fede, scopriamo che ogni evento, anche il più insignificante, si inserisce in questo grande disegno di amore che ha come meta finale la nostra felicità eterna.

È questa visione d’insieme che dà senso e valore a ogni istante della nostra esistenza, trasformando anche i momenti più difficili in occasioni di grazia e crescita spirituale.

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