La prima cappella sul lato destro della chiesa del Gesù delle Monache è dedicata a santa Teresa d’Ávila e conserva due tele attribuite ad Andrea Malinconico: Miracolo di Santa Teresa e Morte di santa Teresa. Le opere si inseriscono in un complesso decorativo barocco caratterizzato da stucchi, maioliche policrome e dipinti di artisti napoletani attivi tra Seicento e Settecento.
La chiesa del Gesù delle Monache è una chiesa di Napoli, ubicata nei pressi di piazza Cavour, poco oltre porta San Gennaro, nel centro storico: affiancata da un convento, è sede parrocchiale, titolo che ha ereditato dalla vicina e distrutta chiesa di San Giovanni in Porta. L’edificio conserva una ricca stratificazione storica e artistica, nella quale le tele attribuite ad Andrea Malinconico rappresentano una testimonianza della pittura napoletana della seconda metà del Seicento.
La chiesa del Gesù delle Monache
Origini e costruzione
Sia Giovanna II che Giovanna III sovvenzionavano con numerose offerte il convento di Santa Maria del Gesù, luogo scelto per la sepoltura per i membri della dinastia aragonese: fu proprio Giovanna II, rimasta vedova del marito Ferdinando I di Napoli, che decise la costruzione di una chiesa nei pressi del convento all’inizio del XVI secolo. Secondo i suoi progetti il tempio avrebbe dovuto essere il pantheon della famiglia: tuttavia sia a causa della caduta della corona arogenese, sia per la mancanza di fondi, questa non vide realizzato il suo desiderio.
La chiesa venne completata solamente nel 1582, come documentato da una lapide, grazie ai proventi elargiti da Lucrezia Dentice e della famiglia Montalto. Durante il XVII secolo l’interno subì un processo di decorazione secondo il gusto dell’epoca, ossia quello barocco, che ne ha alterato l’aspetto cinquecentesco e che è continuato anche per tutto il XVIII secolo: hanno lavorato alla chiesa artisti come Arcangelo Guglielmelli, Lorenzo Vaccaro, Giuseppe Troise e Nicola Cacciapuoti.
Altri lavori di ristrutturazione si ebbero nel 1731, su disegno di padre Enrico Pini, che interessarono la zona del presbiterio. Nel 1862 la chiesa ottenne il titolo di parrocchia a seguito della demolizione della vicina chiesa di San Giovanni in Porta.

Architettura e decorazione
La facciata e l’ingresso
La facciata della chiesa è in stile tardo rinascimentale ed ebbe enorme successo soprattutto nel corso del Seicento, tant’è che venne più volta riprese nelle strutture progettate da Cosimo Fanzago; si presenta in tre scomparti, suddivisa da due trabeazioni.
Nella parte inferiore è un ampio arco d’accesso che prende anche parte del secondo scomparto ed a lati due archi più piccoli sormontati da una nicchia dove sono poste delle statue, decorazione che si ripete ugualmente anche nella parta centrale della facciata. Il terzo scomparto è caratterizzato al centro da una nicchia con statua ed ai lati termina con guglie: sul timpano è posta una croce in ferro; tutte le statue presenti sono state realizzate nel XVIII secolo.
L’ampio arco immette nell’atrio dove è posto il portale d’ingresso: questo è il legno intagliato ed è stato realizzato nella seconda metà del XVI secolo.
La navata e gli elementi principali
L’intero, in stile barocco, si presenta a navata unica, con quattro cappelle su ogni lato, un breve transetto che non sporge dal perimetro della chiesa, dove insiste anche il presbiterio, soffitto a cassettoni ligneo con intagli dorati e motivi floreali, realizzato nel XVII secolo, e pavimento in rigiole risalente al XIX secolo, commissionato alla ditta Giustiniani.
Sulla controfacciata è un dipinto di Francesco Solimena raffigurante San Giovanni Evangelista e il cardinale Innico Caracciolo del 1658 e proveniente dalla distrutta chiesa di San Giovanni in Porta, lungo la parte alta della navata dipinti di Nicola Cacciapuoti eseguiti tra il 1730 ed il 1731, mentre sull’arco della quarta cappella del lato destro è posto l’organo, risalente alla fine del XVII secolo, con decorazione in legno intagliato e dorato.
Le cappelle sul lato sinistro
La prima cappella
La prima cappella sulla sinistra presenta decorazioni in stucco di Giuseppe Troise e Lorenzo Vaccaro: sull’altare è una tela ritraente San Antonio in Gloria di un ignoto napoletano del XVII secolo, mentre sulle pareti laterali due opere di Luca Giordano del 1683, ossia Sant’Antonio predica ai pesci e Sant’Antonio risana un piede ad un ferito.
La seconda cappella
La seconda cappella è anch’essa decorata con stucchi di Lorenzo Vaccaro e Giuseppe Troise a cui si aggiunge Francesco Solimena, che nella volta realizza gli affreschi della Gloria della Vergine e Putti, oltre a due tele, poste sulle pareti laterali, Annunciazione e Sposalizio della Vergine.
Sull’altare è collocata una tela di Luca Giordano: Immacolata, santa Teresa e santa Chiara, del 1683.
La terza cappella
La terza cappella è caratterizzata sull’altare da un dipinto della fine del XVI secolo, Madonna col Bambino, con corona ed ex voto del XIX e XX secolo, di autore ignoto, così come le tele sulle pareti laterali, risalenti alla seconda metà del Seicento e raffiguranti Cristo portacroce e Cristo flagellato, quest’ultima copia Jusepe de Ribera.
La cappella è pavimentata in maioliche, di manifattura dei Giustiniani.
La quarta cappella e l’antisagrestia
La quarta cappella è in realtà l’antisagrestia ed è presente Torchio mistico, una tavola iconografica della seconda metà del Cinquecento e San Giovanni Battista, tavola del Solimena.
Andrea Malinconico nella cappella di santa Teresa
Le tele attribuite al pittore
La prima cappella sul lato destro è dedicata a santa Teresa d’Ávila: presenta un imponente lavoro di stucchi realizzato nelle parti geometriche da Giuseppe Troise e nelle parti figurative da Lorenzo Vaccaro; sull’altare è una tela della fine del Seicento, opera di ignoto napoletano, raffigurante Santa Teresa, mentre sulle pareti laterali due tele attribuite ad Andrea Malinconico, Miracolo di Santa Teresa e Morte di santa Teresa; caratteristico il pavimento in maioliche policrome.
La presenza delle due tele attribuite ad Andrea Malinconico colloca la cappella nel clima della pittura religiosa napoletana di fine Seicento, accanto alle opere di Luca Giordano, Francesco Solimena, Lorenzo Vaccaro e Giuseppe Troise.
| Elemento | Attribuzione o autore |
|---|---|
| Tela sull’altare | Ignoto napoletano, fine del Seicento |
| Miracolo di Santa Teresa | Andrea Malinconico, attribuito |
| Morte di santa Teresa | Andrea Malinconico, attribuito |
| Stucchi geometrici | Giuseppe Troise |
| Stucchi figurativi | Lorenzo Vaccaro |
| Pavimento | Maioliche policrome |
Le altre cappelle sul lato destro
La cappella di santa Chiara
La seconda cappella è dedicata a santa Chiara e presenta sull’altare Santa Chiara in gloria tra i santi Bonaventura, Giovanni da Capestrano e Ludovico da Tolosa di Francesco Solimena e datata 1684, mentre alle pareti due opere di Paolo De Matteis del 1696, intitolate rispettivamente Monacazione di santa Chiara e Santa Chiara che scaccia i saraceni.
Completano la decorazione gli stucchi di Lorenzo Vaccaro e Giuseppe Troise e gli affreschi della volta, Gloria di santa Chiara e Putti, del Solimena.
La terza cappella
La terza cappella ha sull’altare Madonna col Bambino tra i santi Francesco, Chiara, Pietro e Paolo, opera di Fabrizio Santafede, mentre alle pareti due dipinti ottagonali di Michele Ragolia della fine del XVII secolo, Stimmate di san Francesco e San Francesco e santa Chiara che intercedono per un convento incendiato.
Il pavimento maiolicato è uno dei primi lavori effettuati dalla fabbrica Giustiniani dopo il loro trasferimento a Napoli, avvenuto intorno al 1760.
La quarta cappella
La quarta cappella conserva un polittico, in una cornice lignea intagliata e dorata, di Giovanni Filippo Criscuolo: questo si divide in due ordini con al centro la Dormitio Virginis e l’Assunzione, ai lati Santi, mentre nella parte alta Trinità e Adorazione del Bambino.
Sulla parete sinistra dipinto di ignoto della fine del Cinquecento raffigurante Flagellazione di Gesù alla colonna.
Il presbiterio e il transetto
La zona del presbiterio, disegnata da Enrico Pini, che incorpora anche il transetto, ospita l’altare maggiore in marmi policromi e pietre dure, stessi materiali utilizzati per la realizzazione del ciborio. Caratteristica anche la portella del tabernacolo in pietre dure e madreperla.
Sulle pareti del presbiterio diverse opere di Giovanni Bernardo Lama e della sua bottega: in particolare due dipinti con tema il Redentore benedice san Francesco e la Vergine benedice santa Chiara, mentre più in basso due tavole ottagonali che rappresentano la Carità e la Fede.
Le cupola sul presbiterio è stata affrescata intorno al 1680 da Arcangelo Guglielmelli. La tavola custodita alle spalle dell’altare maggiore, nell’abside, è sempre opera del Lama, datata alla fine del XVI secolo e raffigura la Circoncisione: intorno si sviluppa un apparato decorativo in legno intagliato e dorato e cartapesta di Arcangelo Guglielmelli e nella parte superiore è posta una tavola ovale, Bambino Gesù, di Luca Giordano.
Completano la zona monocromi realizzati tra il 1730 ed il 1731 da Nicola Cacciapuoti.
Andrea Malinconico: formazione e linguaggio pittorico
Nacque a Napoli il 3 giugno 1635, figlio di Aniello e di Isabella d'Apice, e fu battezzato con il nome di Domenico Andrea presso la parrocchia della Carità, ora di S. Liborio (Prota-Giurleo, p. 34).
Secondo De Dominici, seguito in tale indicazione pressoché da tutte le fonti successive, il M. avrebbe svolto il proprio apprendistato nella bottega di Massimo Stanzione e la maniera del maestro sarebbe stata cruciale nella formazione del giovane artista ("fra i più bravi allievi che uscirono dalla numerosa e fiorita scuola del cavalier Massimo Stanzione": p. 293).
Si direbbe, peraltro, più opportuno considerare l'influenza stanzionesca come una componente presente ma tutt'altro che esclusiva del linguaggio pittorico giovanile del M., da valutare in combinazione con altri punti di riferimento significativi.
Tra questi, in ambito naturalistico, la pittura di Andrea Vaccaro; mentre, entro un quadro d'influenze aperto alle suggestioni classicistiche e barocche (pur esse di evidente significato nella realtà artistica partenopea e nella produzione del M.), s'impone il riferimento all'arte di Anton Van Dyck, Francesco Guarino, Bernardo Cavallino e Charles Mellin, che fu a Napoli tra il 1643 e il 1647 e nel 1646 ultimò l'Annunciazione per S. Maria Donnaregina, veicolando degnamente alcune delle novità legate allo stile di Nicolas Poussin.
Di tale trama di referenti e varietà d'accenti possono essere considerate efficaci testimonianze la Rebecca al pozzo (Bari, Pinacoteca provinciale), la Maddalena penitente, siglata "A.M.", di collezione privata romana (ripr. in Bologna, fig. 11), e la Susanna e i vecchioni in deposito al Museo del Sannio di Benevento, firmata: tutte opere, la cui esecuzione non dovrebbe superare il principio degli anni Sessanta.
La vita professionale e familiare
Il 15 luglio 1658, ancora residente con il padre nella dimora di Giovan Girolamo Acquaviva d'Aragona duca delle Noci, presso S. Biagio dei Librai, il M. prese in moglie Antonia De Popoli, sorella del pittore Giacinto.
Alle nozze che si celebrarono nella parrocchia della Carità, il M. ebbe come testimoni i pittori Andrea Vaccaro e suo figlio Nicola, ciò che indusse Prota-Giurleo, anche alla luce delle risultanze stilistiche, a stimare plausibile un alunnato del M. piuttosto presso Vaccaro che presso Stanzione (p. 35).
La coppia ebbe sei figli, due dei quali, Oronzo e Nicola, seguirono le orme professionali del padre.
La maturazione artistica
Databile con buona approssimazione negli ultimi anni del settimo decennio (Bologna, pp. 357 s.) è il S. Giuseppe con in braccio Gesù Bambino che addita l'immagine della Croce della chiesa del monastero di Suor Orsola Benincasa, firmato "And.a / Malinco / nico": una tela che indica una fase di maturazione del linguaggio del M., capace di portare a più compiuta unità la moltitudine di suggestioni che si è vista affacciarsi e incidere nella sua fase di formazione.
Si può evincere dai pur radi documenti disponibili che il M. ebbe anche una non sporadica attività di ritrattista, alla quale è purtroppo assai difficile associare opere sicure. Di certo, nel 1670 il M. eseguì un ritratto, oggi irreperibile, del Principe di Torella (D'Addosio).
Al principio dell'ottavo decennio dovrebbe risalire l'esecuzione della Madonna della Purità, per il Pio Monte della misericordia di Napoli; mentre si colloca nel 1676 l'Assunzione della Vergine per il soffitto della chiesa di S. Maria delle Grazie a Calvizzano, firmata e datata, per la quale il 4 sett. 1676 il M. ricevette un acconto di 50 ducati da "Juorio et Gioseppe Visconte Maestri della Chiesa" (Izzo, p. 25).
In quest'ultima opera risaltano con particolare evidenza i richiami a Stanzione e a Guarino.
Ma la maturità artistica - piuttosto inevitabilmente, verrebbe da aggiungere - condusse il M. a confrontarsi vieppiù con la maniera regalmente barocca di Luca Giordano, conducendolo verso un ruolo quasi di anticipazione della pittura di Francesco Solimena, come si evince con sempre maggiore chiarezza attraverso le opere di destinazione ecclesiastica eseguite negli ultimi due decenni del secolo.
Le opere della maturità
Le tele per Paceco
Quasi certamente nella prima metà del nono decennio il M. eseguì le quattro tele per la chiesa matrice di Paceco, in provincia di Trapani, da cui traspare uno spettro d'influenze ormai decisamente virato nel senso del più aggiornato stile barocco (Bologna, pp. 353-356).
Le opere comprendono la Natività di Maria, ispirata al dipinto di analogo soggetto eseguito da Luca Giordano per la chiesa dei Ss. Apostoli a Napoli; l'Immacolata Concezione, utilmente raffrontabile alle tele dello stesso tema realizzate intorno al 1683 da Giordano per la chiesa napoletana di S. Maria dei Miracoli, ma tenendo a mente anche le opere napoletane di Charles Mellin; la Trinità che accoglie in cielo i ss. Rosalia e Carlo Borromeo, e infine la Madonna con cinque santi.
L’attività nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli
Tra il 1679 e la fine del 1687 il M. fu assiduamente impegnato nella chiesa di S. Maria dei Miracoli, che di fatto divenne una sorta di museo della sua arte.
A lui, infatti, si deve quasi integralmente la realizzazione degli imponenti arredi pittorici della chiesa, con l'eccezione della pala dell'altare maggiore, compiuta da A. Vaccaro, della decorazione della cupola, opera di Giovan Battista Beinaschi, e di pochi altri dipinti (per una trattazione sistematica e per i riferimenti documentari si veda il saggio di Nappi).
Il M. eseguì dunque due dipinti in controfacciata con S. Pietro e S. Paolo; rappresentò sui pilastri ai lati della sagrestia e dell'entrata laterale i Quattro dottori della Chiesa e i Quattro evangelisti; per la volta della navata dipinse nel 1687 quattro tele con episodi della vita della Vergine.
Totalmente di responsabilità del M. sono poi le decorazioni pittoriche delle prime due cappelle di destra e della prima di sinistra; e ancora alla sua mano si debbono la tela sull'altare della cappella del braccio destro del transetto e le due tele laterali in quella del braccio sinistro.
Il M., infine, eseguì le due tele poste ai lati dell'altare maggiore. La gran parte di questi dipinti furono descritti dettagliatamente e con trasparente apprezzamento da De Dominici (pp. 294 s.).
Le opere napoletane
Al 1687, l'anno in cui il M. ultimò il suo impegno per S. Maria dei Miracoli, dovrebbe risalire anche l'Annunciazione, firmata, della Real Casa dell'Annunziata a Napoli (D'Addosio).
Oltre ad alcune altre opere del M. che sono ancora situate all'interno di chiese partenopee (Gesù Vecchio, Girolamini), è il caso di segnalare anche che De Dominici, ripreso da Ceci, ebbe a citare diversi ulteriori cimenti del M. per chiese napoletane di cui oggi non è però dato trovare traccia.
A detta dello storico, infatti, si ammiravano tele di sua mano in S. Giuseppe dei Ruffi e soprattutto in S. Francesco delle Monache, presso S. Chiara (ove dovevano trovarsi, nella navata e nella tribuna, almeno undici dipinti del M., dei quali viene accuratamente descritto il soggetto: p. 293) e in S. Maria della Sapienza ("Nella chiesa della Sapienza dipinse similmente i quadri intorno alla nave, e sopra gli archi delle cappelle; ove espresse varie azioni miracolose del Redentore, che alludono alla Divina Sapienza, e son queste storie migliori delle anzidette della chiesa di S. Francesco": p. 294).
Le notizie sulle opere attribuite ad Andrea Malinconico nella chiesa di S. Francesco delle Monache riguardano quindi un edificio diverso dal Gesù delle Monache, ma documentano l’ampiezza della sua attività nella pittura ecclesiastica napoletana.
Le ultime opere e la morte
L'ultima opera documentata del M. risulta essere un ritratto del Principe di Roccafiorita di Palermo (ubicazione ignota), eseguito nel 1696 (D'Addosio).
Il M., come riportano i registri della Confraternita dei Ss. Anna e Luca dei professori di pittura, morì a Napoli il 4 ott. 1698, lasciando in eredità ai sei figli beni per un ammontare complessivo di 894 ducati (Prota-Giurleo, p. 36).
La dinastia dei Malinconico
La dinastia dei Malinconico è la più lunga nella storia della pittura napoletana. Parte con Andrea (Napoli 1635-1698), ricordato come «fra i più bravi allievi» della bottega di Stanzione, prosegue con i suoi due figli: Oronzo e Nicola, che, soprattutto il secondo, entrano in orbita giordanesca, continua con Carlo, figlio di Nicola, per concludersi con un pronipote, Pietro, attivo anche nel primo decennio dell'Ottocento, del quale fino a qualche anno fa si conosceva una sola opera e che, grazie al sottoscritto, possiede ora un catalogo di affreschi e dipinti, firmati e datati.
Nel libro una parte importante è occupata da Nicola, ritenuto dalla critica uno degli allievi più dotati di Luca Giordano, attivo sia nel Seicento che nel Settecento, abile anche nel ritrarre nature morte e molto richiesto dalla committenza dell'epoca.
Si conclude in bellezza con 32 tavole a colori, divise in base all'importanza dei membri della gloriosa dinastia.
Il convento adiacente
Adiacente alla chiesa è il convento: particolare è il refettorio che presenta decorazioni di Arcangelo Guglielmelli.

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