«Padre nostro ti preghiamo, per la nostra umanità. Per chi piange, per chi soffre, per la libertà. Per chi non ha pace, per chi cerca la verità. Dona a tutti gli uomini la felicità».
Pregare il Padre nostro significa rivolgersi a Dio con fiducia filiale e, nello stesso tempo, portare davanti a lui ogni persona: chi soffre, chi è solo, chi cerca la verità, chi non ha pane, pace o libertà. Il «nostro» della preghiera impedisce di chiuderci nell’individualismo e apre il cuore all’intera umanità.
Una preghiera nata nella fiducia
Quando il sole tocca il mare e fra le onde poi scompare, un pennello nero tinge tutto il cielo, mentre danzano le stelle, luminose come perle. Quando si fa sera nasce la preghiera: «Padre siamo qui, tutti attorno al fuoco che per questa notte ci proteggerà dal gelo».
Come un bimbo che si affida fiducioso alla sua guida, mano nella mano, noi per te cantiamo. Con la pioggia o la tempesta, ma col cuore sempre in festa, canteremo ancora fino all’aurora.
La fiducia semplice e filiale, la sicurezza umile e gioiosa sono le disposizioni che convengono a chi prega il «Padre nostro».
Nella liturgia romana l'assemblea eucaristica è invitata a pregare il « Padre nostro » con filiale audacia; le liturgie orientali utilizzano e sviluppano espressioni analoghe: « Osare con tutta sicurezza », « Rendici degni di ».
Questa potenza dello Spirito che ci introduce alla Preghiera del Signore è indicata nelle liturgie d'Oriente e di Occidente con una felice espressione tipicamente cristiana: parrêsía, vale a dire semplicità schietta, fiducia filiale, gioiosa sicurezza, umile audacia, certezza di essere amati.
La preghiera del cristiano è la preghiera di un figlio di Dio che si rivolge al suo Padre Dio con fiducia filiale, «indicata nelle Liturgie d'Oriente e d'Occidente con una felice espressione tipicamente cristiana: parrhésia, vale a dire semplicità schietta, fiducia filiale, gioiosa sicurezza, umile audacia, certezza di essere amati. (Cfr. Ef 3,12; Eb 3,6; 4,16; 10,19; 1 Gv 2,28; 3,21; 5,14)».
Il termine parrhesia indicava originariamente il privilegio della libertà di parola del cittadino greco nelle assemblee popolari ed è stato adottato dai Padri della Chiesa per esprimere l’atteggiamento filiale del cristiano verso Dio suo Padre.
Gesù ci insegna a pregare
I Vangeli ci hanno consegnato dei ritratti molto vivi di Gesù come uomo di preghiera: Gesù pregava.
Nonostante l’urgenza della sua missione e l’impellenza di tanta gente che lo reclama, Gesù sente il bisogno di appartarsi nella solitudine e di pregare.
Fin dalla prima notte di Cafarnao, dimostra di essere un Messia originale.
Finché Pietro finalmente lo rintraccia in un luogo isolato, completamente assorto in preghiera.
E anche pellegrino verso il Padre, cioè: pregando.
In cammino di preghiera. Gesù prega.
In qualche pagina della Scrittura sembra essere anzitutto la preghiera di Gesù, la sua intimità con il Padre, a governare tutto.
L’ultimo tratto del cammino di Gesù (in assoluto il più difficile tra quelli che fino ad allora ha compiuto) sembra trovare il suo senso nel continuo ascolto che Gesù rende al Padre.
Una preghiera sicuramente non facile, anzi, una vera e propria “agonia”, nel senso dell’agonismo degli atleti, eppure una preghiera capace di sostenere il cammino della croce.
Le ultime parole di Gesù, prima di spirare sulla croce, sono parole dei salmi, cioè della preghiera, della preghiera dei giudei: pregava con le preghiere che la mamma gli aveva insegnato.
Gesù pregava come prega ogni uomo del mondo.
Eppure, nel suo modo di pregare, vi era anche racchiuso un mistero, qualcosa che sicuramente non è sfuggito agli occhi dei suoi discepoli, se nei vangeli troviamo quella supplica così semplice e immediata: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc11,1).
Loro vedevano Gesù pregare e avevano voglia di imparare a pregare: “Signore, insegnaci a pregare”.
E Gesù non si rifiuta, non è geloso della sua intimità con il Padre, ma è venuto proprio per introdurci in questa relazione con il Padre.
E così diventa maestro di preghiera dei suoi discepoli, come sicuramente vuole esserlo per tutti noi.
Anche noi dovremmo dire: “Signore, insegnami a pregare. Insegnami”.
La preghiera umile è ascoltata dal Signore.
Perciò, iniziando questo ciclo di catechesi sulla preghiera di Gesù, la cosa più bella e più giusta che tutti quanti dobbiamo fare è di ripetere l’invocazione dei discepoli: “Maestro, insegnaci a pregare!”.
Il Padre nostro nella vita concreta
Gesù mette sulle labbra dei suoi discepoli una preghiera breve, audace, fatta di sette domande - un numero che nella Bibbia non è casuale, indica pienezza.
Gesù infatti invita i suoi discepoli ad avvicinarsi a Dio e a rivolgergli con confidenza alcune richieste: anzitutto riguardo a Lui e poi riguardo a noi.
Non ci sono preamboli nel “Padre nostro”.
Gesù non insegna formule per “ingraziarsi” il Signore, anzi, invita a pregarlo facendo cadere le barriere della soggezione e della paura.
La preghiera del “Padre nostro” affonda le sue radici nella realtà concreta dell’uomo.
Ad esempio, ci fa chiedere il pane, il pane quotidiano: richiesta semplice ma essenziale, che dice che la fede non è una questione “decorativa”, staccata dalla vita, che interviene quando sono stati soddisfatti tutti gli altri bisogni.
Semmai la preghiera comincia con la vita stessa.
La preghiera - ci insegna Gesù - non inizia nell’esistenza umana dopo che lo stomaco è pieno: piuttosto si annida dovunque c’è un uomo, un qualsiasi uomo che ha fame, che piange, che lotta, che soffre e si domanda “perché”.
Gesù, nella preghiera, non vuole spegnere l’umano, non lo vuole anestetizzare.
Non vuole che smorziamo le domande e le richieste imparando a sopportare tutto.
Vuole invece che ogni sofferenza, ogni inquietudine, si slanci verso il cielo e diventi dialogo.
La preghiera di domanda è autentica, è spontanea, è un atto di fede in Dio che è il Padre, che è buono, che è onnipotente.
È un atto di fede in me, che sono piccolo, peccatore, bisognoso.
Dio è il Padre che ha un’immensa compassione di noi, e vuole che i suoi figli gli parlino senza paura, direttamente chiamandolo “Padre”; o nelle difficoltà dicendo: “Ma Signore, cosa mi hai fatto?”.
Per questo gli possiamo raccontare tutto, anche le cose che nella nostra vita rimangono distorte e incomprensibili.
Preghiamo il Padre nostro, cominciando così, semplicemente: “Padre” o “Papà”.
E Lui ci capisce e ci ama tanto.
«Padre»: entrare nel mistero di Dio
La prima parola del Padre Nostro, "Padre", è la più importante, perché ci insegna a rivolgerci a Dio come Padre.
Pregare il Padre è entrare nel suo mistero, quale egli è, e quale il Figlio ce lo ha rivelato.
«L'espressione Dio-Padre non era mai stata rivelata a nessuno. Quando lo stesso Mosè chiese a Dio chi fosse, si sentì rispondere un altro nome. A noi questo nome è stato rivelato nel Figlio: questo nome, infatti, implica il nuovo nome di Padre».
Possiamo invocare Dio come «Padre» perché ci è rivelato dal Figlio suo fatto uomo e perché il suo Spirito ce lo fa conoscere.
Ciò che l'uomo non può concepire, né le potenze angeliche intravvedere, cioè la relazione personale del Figlio nei confronti del Padre, ecco che lo Spirito del Figlio lo comunica a noi, a noi che crediamo che Gesù è il Cristo e che siamo nati da Dio.
Insegnando il Padre Nostro, Gesù rivela inoltre ai suoi discepoli che sono stati resi partecipi della sua condizione di Figlio.
Gesù Cristo distingue sempre tra "Padre mio" e "Padre vostro".
Di fatto, quando prega non dice mai "Padre nostro".
Questo vuol dire che la sua relazione con Dio è del tutto esclusiva: è sua e di nessun altro.
Con la preghiera del Padre nostro, Gesù vuole rendere consapevoli i suoi discepoli della loro condizione di figli di Dio, ribadendo allo stesso tempo la differenza tra la filiazione naturale e la nostra filiazione divina adottiva, che si riceve come un dono gratuito di Dio.
Possiamo adorare il Padre perché egli ci ha fatti rinascere alla sua vita adottandoci come suoi figli nel suo Figlio unigenito.
Per mezzo del Battesimo, ci incorpora al corpo del suo Cristo, e, per mezzo dell'unzione del suo Spirito che scende dal Capo nelle membra, fa di noi dei «cristi» (unti).
«L'uomo nuovo, che è rinato e restituito, mediante la grazia, al suo Dio, dice innanzi tutto: Padre, perché è diventato figlio».
In tal modo, attraverso la Preghiera del Signore, noi siamo rivelati a noi stessi, mentre ci viene rivelato il Padre.
Pregare il Padre ci fa sperimentare che siamo figli e ci sollecita a vivere da figli.
Un cuore purificato e umile
Prima di fare nostro questo slancio iniziale della Preghiera del Signore, non è superfluo purificare umilmente il nostro cuore da certe false immagini di « questo mondo ».
L'umiltà ci fa riconoscere: «Nessuno conosce il Padre, se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare», cioè «ai piccoli».
La purificazione del cuore concerne le immagini paterne e materne, quali si sono configurate nella nostra storia personale e culturale, e che influiscono sulla nostra relazione con Dio.
Dio, nostro Padre, trascende le categorie del mondo creato.
Trasferire su di lui, o contro di lui, le nostre idee in questo campo, equivarrebbe a fabbricare idoli da adorare o da abbattere.
Pregare il Padre è entrare nel suo mistero, quale egli è, e quale il Figlio ce lo ha rivelato.
Un cuore umile e confidente che ci faccia «diventare come bambini»: infatti è ai «piccoli» che il Padre si rivela.
«È uno sguardo su Dio solo, un grande fuoco d'amore. L'anima allora sprofonda e s'innalza nella carità e tratta con Dio come con il proprio Padre, in una tenerezza specialissima di pietà».
Questo dono gratuito dell'adozione esige da parte nostra una conversione continua e una vita nuova.
Pregare il Padre nostro deve sviluppare in noi due disposizioni fondamentali: il desiderio e la volontà di somigliargli.
Creati a sua immagine, per grazia ci è restituita la somiglianza e noi dobbiamo corrispondervi.
«Bisogna che, quando chiamiamo Dio "Padre nostro", ci ricordiamo del dovere di comportarci come figli di Dio».
«Non potete chiamare vostro Padre il Dio di ogni bontà, se conservate un cuore crudele e disumano; in tal caso, infatti, non avete più in voi l'impronta della bontà del Padre celeste».
«È necessario contemplare incessantemente la bellezza del Padre e impregnarne l'anima».
Pregare il Padre nostro deve sviluppare in noi la volontà di somigliargli e far crescere in noi un cuore umile e confidente.
«Nostro»: una famiglia, un popolo, tutta l’umanità
Padre «nostro» è riferito a Dio.
L'aggettivo, per quel che ci riguarda, non esprime un possesso, ma una relazione con Dio totalmente nuova.
Padre nostro, non solo mio, ma di tutti.
Ogni uomo oggi può dire di avere un padre vero, che lo ama.
Quando diciamo Padre «nostro» riconosciamo anzitutto che tutte le sue promesse d'amore annunziate dai profeti sono compiute nella Nuova ed eterna Alleanza nel suo Cristo.
Noi siamo diventati il «suo» popolo ed egli è ormai il «nostro» Dio.
Questa nuova relazione è un'appartenenza reciproca donata gratuitamente: è con l'amore e la fedeltà che dobbiamo rispondere alla «grazia» e alla «verità» che ci sono date in Gesù Cristo.
Quando chiamiamo Dio Padre Nostro riconosciamo che la filiazione divina ci unisce a Cristo, «primogenito fra molti fratelli» in una vera e propria fraternità soprannaturale.
La Chiesa è questa nuova comunione tra Dio e gli uomini.
Grammaticalmente, «nostro» qualifica una realtà comune a più persone.
Non c'è che un solo Dio ed è riconosciuto Padre da coloro che, mediante la fede nel suo Figlio unigenito, da lui sono rinati mediante l'acqua e lo Spirito Santo.
La Chiesa è questa nuova comunione di Dio e degli uomini: unita al Figlio unico diventato «il primogenito di molti fratelli», essa è in comunione con un solo e medesimo Padre, in un solo e medesimo Spirito Santo.
Pregando il Padre «nostro», ogni battezzato prega in questa comunione.
La preghiera cristiana è sempre comunitaria, anche quando siamo soli, infatti, preghiamo come sorelle e fratelli, come parte della Chiesa di Cristo e non possiamo pregare allora in modo egoistico, per qualcosa che sia per noi e contro altri.
Anche nella preghiera privata, allora, siamo in comunione con il Signore e con tutti gli altri e mai realmente soli.
Per questo, nonostante le divisioni dei cristiani, la preghiera al Padre «nostro» rimane il bene comune e un appello urgente per tutti i battezzati.
In comunione con Cristo mediante la fede e il Battesimo, essi devono partecipare alla preghiera di Gesù per l'unità dei suoi discepoli.
Se preghiamo in verità il «Padre nostro», usciamo dall'individualismo, perché ne siamo liberati dall'amore che accogliamo.
Il «nostro» dell'inizio della Preghiera del Signore, come il «noi» delle ultime quattro domande, non esclude nessuno.
Perché sia detto in verità, le nostre divisioni e i nostri antagonismi devono essere superati.
I battezzati non possono pregare il Padre «nostro» senza portare davanti a lui tutti coloro per i quali egli ha dato il Figlio suo diletto.
L'amore di Dio è senza frontiere, anche la nostra preghiera deve esserlo.
Pregare il Padre «nostro» ci apre alle dimensioni del suo amore, manifestato in Cristo: pregare con tutti gli uomini e per tutti gli uomini che ancora non lo conoscono, affinché siano riuniti in unità.
Questa sollecitudine divina per tutti gli uomini e per l'intera creazione ha animato tutti i grandi oranti: deve dilatare la nostra preghiera agli spazi immensi dell'amore, quando osiamo dire: Padre «nostro».
«Che sei nei cieli»: la maestà di Dio e la sua vicinanza
L'espressione «che sei nei cieli» non significa un luogo, lo spazio, bensì un modo di essere; non la lontananza di Dio, ma la sua maestà.
Il nostro Padre non è «altrove»: egli è «al di là di tutto» ciò che possiamo concepire della sua santità.
Proprio perché è tre volte Santo, egli è vicinissimo al cuore umile e contrito.
«Ben a ragione queste parole, Padre nostro che sei nei cieli, si intendono riferite al cuore dei giusti, dove Dio abita come nel suo tempio. Pertanto colui che prega desidererà che in lui prenda dimora colui che invoca».
«I cieli potrebbero essere anche coloro che portano l'immagine del cielo tra i quali Dio abita e si muove».
Padre nostro, mio e di ogni uomo, non ti vediamo ma ti sentiamo presente accanto a noi.
Che sei nei cieli, perché se sei lì, allora sei veramente dappertutto, anche qui, adesso con me, in me.
Il Padre è proprio lì, presente nella tua vita, fatta di mille incontri, di tanti desideri, di paure e di gioie.
Abito le strade del tuo cammino quotidiano: non cercarmi fuori.
Io sono lì.
In te e accanto a te, in coloro che incrociano il tuo sentiero, nei momenti di condivisione della vita.
Il simbolo dei cieli ci rimanda al mistero dell'Alleanza che viviamo quando preghiamo il Padre nostro.
Egli è nei cieli: questa è la sua dimora; la casa del Padre è dunque la nostra «patria».
Il peccato ci ha esiliati dalla terra dell'Alleanza ed è verso il Padre, verso il cielo, che ci fa tornare la conversione del cuore.
Ora, è in Cristo che il cielo e la terra sono riconciliati, perché il Figlio «è disceso dal cielo», da solo, e al cielo fa tornare noi insieme con lui, per mezzo della sua croce, della sua risurrezione e della sua ascensione.
Quando la Chiesa prega: «Padre nostro che sei nei cieli», professa che siamo il popolo di Dio, già fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, nascosti con Cristo in Dio, mentre, al tempo stesso, «sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste».
I cristiani «sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Passano la loro vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo».
Le sette domande del Padre nostro
Nel Padre Nostro, l'invocazione iniziale, «Padre nostro che sei nei cieli», è seguita da sette richieste.
«Le prime tre domande hanno come oggetto la Gloria del Padre: la santificazione del Nome, l'avvento del Regno e il compimento della Volontà divina. Le altre quattro presentano a lui i nostri desideri: queste domande riguardano la nostra vita per nutrirla e guarirla dal peccato, e si ricollegano al nostro combattimento per la vittoria del Bene sul Male».
Il Padre Nostro è il modello di ogni preghiera.
«La preghiera del Padre Nostro è perfettissima. Nella Preghiera del Signore non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell'ordine in cui vanno desiderate: per cui questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma altresì plasma tutti i nostri affetti».
1. «Sia santificato il tuo nome»
Parlando del suo nome, si sta parlando di Dio stesso.
Nessuna creatura può accrescere la santità di Dio.
Quindi «il termine “santificare” qui va non già nel suo senso causativo (Dio solo santifica, rende santo), ma piuttosto nel suo senso estimativo: riconoscere come santo, trattare in una maniera santa».
Da una parte siamo noi a cercare di comportarci per onorare il Signore nella sua santità: dunque cercando di vivere con giustizia, misericordia e amore.
D’altra chiediamo al Signore di intervenire in modo che sia noi, sia gli altri, non solo a parole, ma nella vita, lo riusciamo a onorare come Dio.
Infine, il risultato che chiediamo è che tutti con reverenza lo riconoscano come Dio, onorino il suo nome, cioè onorino Dio, e vivano quindi di conseguenza.
Ciò è sostanziale a favore della nostra vita e di quella della società, ogni giorno.
Se tutti onorassero il Signore realmente il nostro mondo sarebbe già come un paradiso.
E gli chiediamo di poterci perlomeno incamminare su quella strada.
Pertanto nella prima domanda si chiede che la santità divina risplenda e aumenti nella nostra vita.
«È necessario santificarci ogni giorno, perché ogni giorno cadiamo; dobbiamo purificare i nostri peccati con una santificazione continuamente rinnovellata».
2. «Venga il tuo regno»
La seconda richiesta del Padre Nostro è: «Venga il tuo Regno».
La seconda domanda esprime la speranza che giunga un tempo nuovo in cui Dio sarà riconosciuto da tutti come un Re che colmerà di benefici i suoi sudditi.
Questa richiesta è il «Marana tha», il grido dello Spirito e della Sposa: «Vieni, Signore Gesù».
Nella Preghiera del Signore si tratta principalmente della venuta finale del Regno di Dio con il ritorno di Cristo.
D'altra parte il Regno di Dio è già stato inaugurato in questo mondo con la prima venuta di Cristo e l'invio dello Spirito Santo.
«Il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo».
Molti commentatori, ritengono che questa richiesta chieda che il Signore regni nei nostri cuori.
Certamente questa interpretazione può essere valida, ma si è capito che la predicazione di Gesù fosse escatologica.
Nel senso che dato che aspettiamo il Regno di Dio, dato che siamo già cittadini in speranza del mondo perfetto del Signore, già oggi ci vogliamo comportare di conseguenza.
In definitiva, nella seconda domanda esprimiamo il desiderio che Dio possa effettivamente regnare in noi con la grazia, che si estenda ogni giorno di più il suo Regno sulla terra e che alla fine dei tempi Egli possa regnare pienamente su tutti in Cielo.
Venga il tuo regno in mezzo a noi nella libertà e nell'amore, nella fraternità e nel diritto, nella giustizia e nella verità.
3. «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra»
La volontà di Dio è che «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità».
Gesù ci insegna che non si entra nel Regno dei cieli con le parole, ma «facendo la volontà del Padre mio che è nei cieli».
Con questa domanda «chiediamo al Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo per compiere la sua Volontà, il suo Disegno di salvezza per la vita del mondo».
Noi siamo radicalmente incapaci di ciò, ma, uniti a Gesù e con la potenza del suo Santo Spirito, possiamo consegnare a lui la nostra volontà e decidere di scegliere ciò che sempre ha scelto il Figlio suo: fare ciò che piace al Padre.
Quando diciamo nel Padre Nostro: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», non intendiamo dire «che Dio farà ciò che vuole, ma che noi saremo in grado di fare ciò che Dio vuole».
L'espressione «come in cielo così in terra» esprime il desiderio che la volontà di Dio si compia in noi che siamo ancora sulla terra così come si è compiuta negli angeli e nei beati in Cielo.
Si compia il tuo disegno di salvezza in cielo e in terra.
Sia fatta la tua volontà, non la mia.
Donaci pace con te, pace con gli uomini, pace con noi stessi e liberaci da ogni timore.
4. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»
Questa domanda esprime l'abbandono filiale dei figli di Dio, perché «il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni “convenienti”, materiali e spirituali».
Il senso cristiano di questa quarta richiesta riguarda il Pane di Vita: la Parola di Dio da accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell'Eucaristia.
L’espressione quotidiano, intesa nel suo significato temporale, è una ripresa pedagogica di “oggi”, per confermarci in una confidenza “senza riserve”.
Intesa in senso qualitativo, significa il necessario per la vita e, in senso lato, ogni bene sufficiente per il sostentamento.
Il termine che traduciamo con quotidiano è la traduzione di un termine che non è presente da altre parti negli scritti antichi.
Sono state avanzate altre traduzioni oltre a “quotidiano”, come “necessario” oppure “per il giorno di domani”.
Con pane, poi di solito nell’area mediterranea si intende tutto il mangiare in genere e qui anche tutto ciò che serve al nostro sostentamento e al nostro vivere fisico.
E per una popolazione povera, come quella cui parlava Gesù, acquista ancor più urgenza: “chiediamo pane, il minimo, e speriamo di poter mangiare ogni giorno, perché non è detto”.
Non dobbiamo dimenticare questo aspetto.
Questa richiesta ci insegna anche qualcosa di fondamentale, è infatti una preghiera proprio per i nostri bisogni vitali.
Questa richiesta del Padre Nostro ci permette di chiedere per noi, senza dimenticare gli altri, anche nelle nostre preghiere personali, ciò di cui abbiamo necessità, veramente bisogno.
E lo chiediamo per il presente e per il domani.
Noi chiediamo al Signore che ci permetta di vivere con serenità e sicurezza, con dignità e libertà dai bisogni, senza fame e con un tetto sulla testa, andando incontro al giorno che viene senza disperazione, sentendo oggi e anche nel domani la sua cura paterna verso tutti noi.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano anche se noi lo promettiamo agli altri sempre domani.
Donaci fin d'ora il nostro pane futuro, un anticipo del convito del regno; donaci il pane necessario per vivere oggi.
5. «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori»
Rimetti a noi i nostri debiti equivale al perdonaci i nostri peccati, come nella versione dell’evangelo di Luca.
Il termine debiti deriva probabilmente dall’originale aramaico del Padre Nostro, ma è molto interessante per la mentalità moderna.
Invece se pensiamo alle nostre mancanze verso il Signore e il prossimo, ai nostri errori, come debiti verso il Signore a mio avviso si sente di più.
Il Signore ci ha dato la vita, ci ha dato innumerevoli capacità e occasioni, e noi come abbiamo vissuto?
L’abbiamo un po’ sprecata, questa vita, l’abbiamo concepita solo egoisticamente?
Ecco allora siamo in debito con il nostro Creatore: che ci ha detto non solo di vivere bene la nostra esistenza, ma anche di mettere a frutto la nostra vita.
Chiedere di annullare il nostro debito è allora qualcosa di più che un perdono generico, una ripulita superficiale, è metterci in grado di vivere di nuovo, senza il peso dei debiti, senza il rimpianto di ciò che potevamo fare e non abbiamo fatto, leggeri di vivere ancora.
E questa liberazione dai debiti, lo sappiamo, grazie a Gesù Cristo nostro Redentore è per noi gratuita.
La salvezza, la nostra salvezza è per sola grazia del nostro Signore.
In questa nuova domanda prima di tutto riconosciamo il nostro peccato: torniamo a lui, come il figlio prodigo, e ci riconosciamo peccatori davanti a lui, come il pubblicano.
La nostra richiesta inizia con una “confessione”, con la quale confessiamo ad un tempo la nostra miseria e la sua misericordia.
Ma questa richiesta non sarà accolta se prima non avremo soddisfatto una condizione: perdonare chi ci offende.
Questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso.
Non possiamo amare Dio che non vediamo, se non amiamo il fratello, la sorella che vediamo.
Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all'amore misericordioso del Padre.
Ho detto “cercare di perdonare”, perché si sa perdonare è anche più difficile di annullare un debito di denaro.
Ma certo, chiedere perdono al Signore, chiama ad una coerenza e a una nuova visione.
Non è che a me tutto sia dovuto e non è che io sia perfetto, ma anche per me c’è stato bisogno del perdono di Cristo, di Gesù Cristo sulla croce.
E dunque non posso sentirmi al di sopra degli altri, né disprezzarli né esserne invidioso, ma invece devo cercare di perdonare e di collaborare con loro, in una rinnovata visione di umanità.
Umanità che è tutta sulla stessa barca e tutta sotto lo stesso cielo.
6. «Non abbandonarci alla tentazione»
La traduzione di questa frase è oggetto di dibattito fra gli specialisti, ma anche fra i credenti che sono hanno imparato in un certo modo, ma vogliono sapere effettivamente il significato di ciò che pregano.
Varie sono le traduzioni e i significati che si possono dare alla prima parte: “non ci esporre alla tentazione” o “non ci indurre alla tentazione” o anche “dacci la forza di resistere alla tentazione” oppure, come ultimamente è stato proposto, “non ci abbandonare alla tentazione”.
Essendo possibile entrambe le versioni da un punto di vista grammaticale sembra allora che la traduzione preferibile, sia per un motivo teologico il: “non ci esporre alla tentazione o non ci abbandonare”.
Nessuno, quand’è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce.
Questa domanda si collega alla precedente, “rimetti a noi i nostri debiti”, perché il peccato è una conseguenza del libero consenso alla tentazione.
Chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa, di “non permettere di entrare in”, di “non lasciarci soccombere alla tentazione”.
Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato.
Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”.
Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.
Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare.
Ma per vincere la tentazione è sempre necessario pregare.
Il combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera.
Non lasciarci soli nella prova, ma liberaci dal male che minaccia la vita soprattutto dei piccoli, dei poveri, e che sale dal profondo di noi stessi.
7. «Liberaci dal male»
L'ultima domanda si trova nella preghiera sacerdotale di Gesù al Padre: «Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno».
In questa petizione, il Male non è un'astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l'angelo che si oppone a Dio.
Il “diavolo” è colui che “vuole ostacolare” il Disegno di Dio e la sua “opera di salvezza” compiuta in Cristo.
Chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l'artefice o l'istigatore.
Soprattutto dal peccato, l'unico vero male, e dalla sua pena, che è la dannazione eterna.
Gli altri mali e tribolazioni possono essere trasformati in beni, se li accettiamo unendoci alle sofferenze di Cristo sulla croce.
Ma liberaci dal male e di questo facci sicuri.
Liberaci dal potere del maligno, che si oppone al tuo regno e ci dà la morte.
Proteggici dalla cattiveria dei potenti e degli assassini.
In questa domanda entrano anche le sofferenze concrete dell’umanità: la violenza, la guerra, la fame, l’oppressione e ogni forma di morte.
Padre nostro, del povero e dell'emarginato.
Padre nostro, dei martiri e dei torturati.
Il tuo nome è santificato in colui che muore difendendo la vita, il tuo nome è glorificato quando la giustizia è nostra misura.
Il tuo regno è di libertà, fraternità, pace e comunione.
Maledetta tutta la violenza che divora l'uomo con la repressione.
Sei il vero Dio liberatore.
Non seguiremo le dottrine tramate dal potere dell'oppressione.
Ti chiediamo il pane della vita, della speranza e dei poveri, il pane che ci porta all'unità e ricostruisce l'uomo invece che i cannoni.
Perdonaci quando per paura rimaniamo zitti davanti alla morte.
Distruggi il regno della corruzione come legge dei più forti.
Dio, Padre, Rivoluzionario, Fratello dei poveri, Dio degli oppressi.
Pregare per la nostra umanità
Padre nostro ti preghiamo, per la nostra umanità.
Per chi piange, per chi soffre, per la libertà.
Per chi non ha pace, per chi cerca la verità.
Dona a tutti gli uomini la felicità.
La preghiera del Padre nostro diventa così una preghiera per ogni volto e ogni storia.
Padre che consideri tutte le persone uguali.
Nostro, di ognuno, di tutti quei milioni di persone che abitano la terra, senza differenza di età, colore o luogo di nascita.
Che sei nei cieli e sulla terra e in ciascuna persona, negli umili e in coloro che soffrono.
Sia santificato il tuo nome nei cuori pacifici di uomini e donne, bambini e anziani, qui e altrove.
Venga il tuo regno, il tuo Regno di pace, di amore, di giustizia, di Verità, di libertà.
Sia fatta la tua volontà sempre e tra tutte le nazioni e tutti i popoli.
Come in cielo così in terra: che i tuoi piani di pace non siano distrutti dai violenti e dai tiranni.
Dacci il nostro pane quotidiano: che sia impastato di pace e di amore, e allontana da noi il pane della discordia e dell'odio che genera gelosia e divisione.
Daccelo oggi perché domani potrebbe essere troppo tardi.
Stanno puntando i missili, forse, qualcuno li sparerà.
Rimetti a noi i nostri debiti, non come perdoniamo noi, ma come perdoni tu, senza risentimento senza rancore nascosto.
Non ci indurre in tentazione di guardare gli altri con sospetto, di dimenticare i nostri fratelli e le nostre sorelle nel bisogno, di accumulare per noi stessi ciò che potrebbe essere necessario per gli altri, di vivere bene a spese altrui.
Liberaci dal male che ci minaccia, dall'egoismo dei potenti, dalla morte causata dalla guerra e dalle armi.
Perché siamo in tanti, Padre, a desiderare di vivere in pace e di costruire la pace per tutti.
La fraternità come risposta al Padre nostro
La fraternità che proviene dalla filiazione divina si estende pure a tutti gli uomini, perché tutti sono in qualche modo figli di Dio in quanto sue creature e sono chiamati alla santità.
«Sulla terra non c'è che una razza: quella dei figli di Dio».
Il cristiano deve quindi sentirsi partecipe del compito di avvicinare l'intera umanità a Dio.
La filiazione divina ci sprona all'apostolato che è una manifestazione necessaria della filiazione e della fraternità.
Prima di ogni altra cosa, devi pensare agli altri, a coloro che ti sono vicini, stimandoli per quello che sono: figli di Dio, con tutta la dignità di questo titolo meraviglioso.
Con i figli di Dio dobbiamo comportarci come figli di Dio: il nostro amore deve essere abnegato, quotidiano, ricco di mille sfumature di comprensione, di sacrificio silenzioso, di donazione nascosta.
L’abbandono filiale, che non è conseguenza della lotta ascetica personale, consiste nel lasciarsi guidare da Dio.
È un abbandono attivo, libero e consapevole di un figlio.
Da questo atteggiamento prende origine un modo concreto di vivere la filiazione divina chiamato "infanzia spirituale".
Consiste nel riconoscersi non solo come un figlio, ma come un bambino piccolo, un bambino che dipende in tutto da Dio.
L'anima perfettamente semplice non ha che un unico amore, Dio; e in questo unico amore, un'unica aspirazione, quella di riposare nel seno del Padre celeste, e qui stabilire il suo riposo, come un figlio amoroso, lasciando ogni cura interamente a Lui, non cercando altro che di rimanere in questa santa fiducia.
Il Padre nostro come preghiera per i giovani
Ogni ragazzo, ogni giovane cerca il calore dell'amore, la luce capace di dare senso alla sua vita e di farlo sentire amato.
Cerchiamo anche noi quest'amore.
Cerchiamo il Padre.
Cerca il Padre tuo.
Cercate «il Padre nostro».
Guarda nel tuo cuore.
Lì, dove il tuo desiderio di amore canta, sogna, danza.
Io non ti giudicherò mai: ti accoglierò sempre.
Ti amo così come sei, gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio.
Sono proprio lì, presente nella tua vita, fatta di mille incontri, di tanti desideri, di paure e di gioie.
Abito le strade del tuo cammino quotidiano: non cercarmi fuori.
Io sono lì.
In te e accanto a te, in coloro che incrociano il tuo sentiero, nei momenti di condivisione della vita.
Gesù stesso ci rileva il volto di Dio Padre, consegnandoci le parole con cui invocarlo, e così noi sperimentiamo il suo abbraccio di amore.
Possiamo parlarti come si parla a un padre buono.
Possiamo invocarti come si invoca il più tenero dei genitori quando ci occorre il suo aiuto e la sua presenza.
Possiamo ascoltarti se facciamo silenzio per accogliere, tra i mille rumori della nostra vita, la musica gioiosa della tua Parola.
Abbiamo capito che tu sei il nostro Padre: non di uno solo, ma di tutti noi.
Un Padre da chiamare, da seguire, un Padre a cui rivolgere i tanti «perché» che ci abitano.
È questo un gesto che ci fa sentire in comunione fra noi e ci ricorda che il nostro Padre buono non è solo mio o tuo, ma di tutti.
Siamo tutti figli e figlie, nel suo Figlio Gesù.
Siamo fratelli e sorelle fra noi.
Una preghiera da vivere insieme
Il Padre nostro non è soltanto una formula da ripetere, ma una scuola di vita.
Ci insegna a riconoscere Dio come Padre, a vivere da figli, a desiderare il suo Regno, a cercare la sua volontà, a chiedere il pane necessario, a ricevere il perdono, a perdonare, a resistere al male e a pregare per tutti.
Il Padre Nostro non è un testo isolato, liturgico, ma si trova nella Bibbia: più precisamente nel vangelo di Matteo e, in una versione differente, in quello di Luca.
Nel vangelo di Luca è introdotta dicendo che Gesù la diede in risposta alla richiesta di uno dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare».
Gesù sta spiegando come pregare ai suoi discepoli, anche con parabole sull’importanza della preghiera.
E dà il Padre Nostro dopo aver detto di chiudersi nella propria cameretta, perché la preghiera non sia qualcosa per vantarsi, per farsi vedere dagli altri, ma qualcosa di realmente personale, per le proprie necessità, ordinata o suggerita da Gesù, anche se il Padre sa ciò di cui abbiamo bisogno.
Quindi abbiamo un esempio di preghiera privata, che poi anche se è usata nel culto, non le toglie il carattere personale.
E questo esempio ci occorre per imparare al pregare il Signore, per sperimentare il dialogo con Lui.
La celebrazione comune rende visibile che il Padre non è soltanto “mio”, ma “nostro”.
Quando i credenti pregano insieme, ciascuno porta davanti a Dio la propria vita e, nello stesso tempo, la vita degli altri.
Così la preghiera diventa comunione, responsabilità, solidarietà e impegno per la pace.
Padre, siamo qui, fai di noi un fuoco.
E la terra intera presto brucerà d'amore.
Padre nostro ti preghiamo, per la nostra umanità.
Per chi piange, per chi soffre, per la libertà.
Per chi non ha pace, per chi cerca la verità.
Dona a tutti gli uomini la felicità.
