Ordinario militare e omelie: preghiera, pace e cura pastorale nelle Forze Armate

L’Ordinariato Militare per l’Italia accompagna spiritualmente i militari, le loro famiglie e le altre persone legate all’ordinamento militare attraverso la predicazione, la celebrazione dei sacramenti, la preghiera e la presenza quotidiana dei cappellani. La sua missione nasce dall’esigenza di servire l’uomo dentro una realtà segnata dalla disciplina, dalla responsabilità, dal rischio e, in alcuni casi, dalla partecipazione a missioni internazionali.

Le omelie dell’Ordinario militare e dei cappellani affrontano così il rapporto tra armi e preghiera, il significato cristiano del servizio, la responsabilità della coscienza, la dignità di ogni persona, la pace e il discernimento morale. La guerra, come la pace, nasce nel cuore dell’uomo, mentre una vera “pastorale della pace” inizia dalla preghiera e dalla riscoperta della Parola di Dio.

Ordinariato militare nel cuore di Roma

Che cos’è l’Ordinariato Militare per l’Italia

L’Ordinariato Militare per l’Italia, istituito con Decreto della Congregazione per i Vescovi del 6 marzo 1925, e riconosciuto nel 1926, racconta una storia di servizio silenzioso e costante, a cui appartengono figure salite agli onori degli altari, come San Giovanni Paolo XXIII e i Beati Carlo Gnocchi e Secondo Pollo.

Cento anni fa, l’11 marzo 1926, con la legge n. 417, veniva riconosciuto l’Ordinariato Militare per l’Italia, istituito con Decreto della Congregazione per i Vescovi del 6 marzo 1925. In realtà, anche gli Stati preunitari avevano cappellani militari, e pure nei secoli precedenti è possibile rinvenire presbiteri e diaconi dedicati alla cura spirituale dei militari.

A questa storia di servizio silenzioso e costante, con riferimento al secolo scorso, appartengono figure salite agli onori degli altari, come San Giovanni Paolo XXIII e i Beati Carlo Gnocchi e Secondo Pollo. Tra gli altri, meritano una menzione come cappellani militari, anche per le opere avviate, don Giovanni Minozzi con le “Case del Soldato” e don Giulio Facibeni con quella della Madonnina del Grappa a Firenze.

Non può rivolgersi un pensiero di riconoscenza e gratitudine a tutti quei sacerdoti che, in campo, hanno offerto la propria vita. È in questa logica che può rileggersi il secolo di “presenza ecclesiale inter arma, di carità vissuta sub arma”, richiamando le parole dell’omelia (6 marzo 2026) di Sua Em.za Rev.ma Card. Lazzaro You Heung-sik, prefetto del dicastero per il clero.

Le persone affidate alla cura dell’Ordinariato

Come messo in evidenza dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante l’incontro con una delegazione dell’Ordinariato Militare, il 5 marzo 2026, è un accompagnamento che non è “astratto” ma si realizza nella “concretezza” delle vite degli uomini e delle donne che fanno parte a vario titolo dell’ordinamento militare, come descritto dallo Statuto dell’Ordinariato (1987):

  • “Coloro che prestano servizio militare, temporaneo o continuativo;
  • il personale civile dipendente dall’Amministrazione militare;
  • i componenti delle famiglie dei militari in servizio continuativo e del personale civile dipendente dall’Amministrazione militare, cioè i coniugi e i figli, anche maggiorenni se ancora conviventi, come pure i parenti e le persone di servizio se, parimenti, abitano nella stessa casa;
  • coloro che prestano il loro servizio nell’ambito del Palazzo del Quirinale e delle residenze facenti parte della dotazione del Capo dello Stato;
  • gli allievi delle scuole, accademie ed istituti di formazione militare;
  • i militari cattolici di altri Paesi residenti e operanti in Italia qualora manchino del loro Cappellano Militare;
  • i fedeli (sacerdoti, membri di istituti religiosi o di società di vita apostolica, laici) che esercitano in modo permanente un servizio loro affidato dall’Ordinario Militare (…)”.

Per consolidata tradizione, l’Ordinariato Militare segue il vasto movimento delle Associazioni d’Arma che chiedono la presenza e l’assistenza spirituale dei Cappellani Militari.

La missione dei cappellani militari

Il ministero dei cappellani rientra specificamente in questa attenzione all’uomo: è un servizio all’uomo centrato sull’attenzione e la cura pastorale di ogni militare e della sua famiglia. In questo primo anno di ministero episcopale tra i militari ho potuto rendermi conto quale punto di riferimento essi siano.

La loro è una presenza di Chiesa che, è bene precisarlo, non parte da una proposta o da un’imposizione della Chiesa, ma da una specifica richiesta che il mondo militare, attraverso i suoi responsabili e le autorità dello Stato italiano, fa alla Chiesa. Questo fa capire come la presenza dei cappellani tra le Forze armate non sia formale e quante aspettative, ma anche quanto spazio pastorale, accompagni la loro missione.

È una missione a servizio dell’evangelizzazione, centrata sull’annuncio della Parola di Dio e la celebrazione dei sacramenti. Ed è a servizio della comunione, attenta a far crescere in ogni caserma, in ogni unità, in ogni struttura, il senso di comunità, essenziale anche in contesti, come è quello militare, in cui si respira l’importanza della gerarchia.

I cappellani militari sono “chiamati a saper dialogare con le culture, con le religioni, con gli spazi di laicità, non in modo astratto ma lavorando insieme per testimoniare che Dio, in Cristo, benedice ogni creatura”. Debbono cioè rispondere, ha spiegato il nuovo ordinario militare per l’ Italia, l’ arcivescovo Gianfranco Saba, nell’omelia pronunciata nella Basilica dei SS.XII Apostoli in occasione del suo ingresso alla guida della chiesa castrense, alle “domande di ricerca esistenziale presenti nel cuore dell’uomo, al lavoro per la ricerca dell’equità sociale, allo studio sempre più approfondito dei diritti umani per promuovere la giustizia, la pace, la solidarietà e la cooperazione”.

Armi e preghiera: il rapporto con la pace

Il Papa ha detto che «la guerra è follia». L’omelia di papa Francesco a Redipuglia ha scosso tutti, ha toccato i cuori, ha rafforzato e ravvivato, nel mondo militare, l’urgenza della pace.

Il tema della guerra, come quello della pace, che sta tanto a cuore alla Chiesa, non si può affrontare compiutamente senza riservare un’adeguata attenzione al mondo militare. Si tratta di una sfida difficile ma anche di una sfida preziosissima, in particolare per noi sacerdoti che a questo mondo siamo inviati.

Il beato don Carlo Gnocchi, cappellano militare durante la guerra, e al fianco degli alpini anche nella campagna di Russia, sostiene che esiste un’armonia tra il mondo delle armi e il mondo dello spirito perché la guerra, prima di essere un problema di carattere economico o politico, è un “disordine morale”; anche papa Francesco nell’omelia ha chiarito che, prima delle ideologie che muovono le guerre, “c’è la passione, c’è l’impulso distorto”.

Il ricorso al mondo dello spirito è essenziale per umanizzare la persona, per educarla alla pace, evitando che si fermi al livello del materialismo, dell’edonismo, degli impulsi. La guerra, come la pace, nasce nel cuore dell’uomo.

“Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine: tutto questo non può ridursi a mera professione, è una vocazione”. Così Papa Leone XIV ai membri dell’Ordinariato militare per l’Italia ricevuti nella Sala Clementina per il centenario dell’istituzione.

Per il Papa “l’identità del militare è forgiata da generosità, spirito di servizio, alte aspirazioni e profondi sentimenti”, ma “tali valori esigono un fondamento, un dono di Grazia capace di alimentare la carità fino alla dedizione totale di sé”. Leone XIV ha sottolineato la necessità di “ispirare con la linfa del Vangelo i codici, le norme e le missioni della vita militare perché, nel servizio alla sicurezza e alla pace, il bene comune dei popoli sia sempre al primo posto”.

Le omelie come spazio di discernimento

La predicazione dei cappellani militari non può limitarsi a un richiamo generico ai valori, ma deve aiutare le persone a discernere il bene, la responsabilità e il significato delle proprie decisioni. La presenza ecclesiale deve accompagnare senza sostituirsi alla coscienza e senza aggiungere fardelli a una vita già segnata da disciplina e responsabilità.

La dettagliata analisi di Gesù del comportamento dei Farisei, letta durante la liturgia della Parola tratta dal Vangelo di Matteo, deve essere di ispirazione - ha spiegato il porporato durante l’omelia - per il ministero dei cappellani impegnati nei contesti militari.

“La parola severa del Vangelo - ha aggiunto il segretario di Stato - non resta una requisitoria contro ‘altri’, ma diventa criterio di comportamento per ciascuno di noi. Ci invita a una coerenza umile, a un'autorità che si esprime nel servizio, a una presenza che non opprime né si esibisce, ma accompagna e orienta”.

“La Croce”, ha sottolineato ancora il cardinale Parolin, deve essere “il paradigma di ogni autorità cristiana”. “Dentro questa logica - ha aggiunto - si comprende anche la missione dell'Ordinariato nel contesto internazionale odierno, segnato da confitti persistenti e tensioni geopolitiche che rendono più complesso il discernimento etico.

La coerenza silenziosa dell’ascolto

La prima “frattura” nell’atteggiamento dei Farisei, è la “coerenza”, ha puntualizzato il cardinale Parolin. La missione dei cappellani militari consisterà dunque nel mantenere “una coerenza silenziosa, la capacità di ascoltare senza giudicare, di sostenere senza invadere, di parlare di Dio senza moralismo”.

La seconda “frattura” riguarda il modo di intendere la norma: i Farisei, dice Gesù nel passaggio di Vangelo citato dal cardinale Parolin, “legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente”. “Nel contesto militare, già segnato da disciplina e responsabilità gravose - ha rilevato ancora il cardinale nell’omelia - la presenza ecclesiale non può aggiungere fardelli ai fardelli.

Il cappellano è chiamato a essere spazio di respiro, luogo di discernimento, compagno che illumina la coscienza perché l'obbedienza non diventi deresponsabilizzazione e la disciplina non si trasformi in automatismo morale.

La coscienza e la dignità della persona

La “coscienza”, come insegna il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et spes, richiamata da Parolin, “è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio”. Compito della Chiesa è dunque “custodire e illuminare questo spazio inviolabile della persona”.

Da qui si evince anche il compito dei cappellani che vivono accanto ai militari e devono pertanto “educare alla responsabilità e alla libertà interiore”. Nella “fatica dell'assenza”, nella “paura del pericolo”, nella “ferita del sacrificio” che caratterizzano i doveri dei militari nei difficili contesti in cui sono chiamati ad operare, “la presenza discreta e fedele del cappellano”, ha evidenziato il cardinale Parolin, “diventa un segno concreto della maternità della Chiesa”.

La terza “frattura” nella vita pubblica dei Farisei consiste nella loro “ostentazione”: tutto ciò che fanno, ammonisce Gesù, è per “essere ammirati dalla gente”. Questa, ha sottolineato Parolin, può essere la tentazione anche per i cappellani militari: “La ricerca di visibilità, la cura dell'immagine, il bisogno di apparire”.

Il cardinale ricorda poi l’insegnamento di Cristo che deve valere anche per l’Ordinariato: “il più grande tra voi sia vostro servo”. Questo è approccio che deve ispirare l'Ordinariato che “sarà fedele alla sua vocazione non tanto nel rafforzare assetti o cercare visibilità, quanto nel generare un discernimento maturo, capace di coniugare forza e responsabilità, fedeltà allo Stato e rispetto della dignità inviolabile di ogni persona”.

Negli scenari di guerra, ha aggiunto infine il cardinale, è particolarmente importante preservare e “curare” la “coscienza militare”, poiché questo è “il luogo decisivo nel quale si gioca il rispetto della dignità umana, anche nel cuore del conflitto”.

Militari durante una celebrazione liturgica

La cultura della pace

La Chiesa non smette di promuovere una cultura della pace, intesa non come ingenuità disarmata, ma come costruzione paziente di giustizia, dialogo e tutela dei diritti fondamentali.

Il Papa ha descritto l’Ordinariato come “un laboratorio efficace dell’agire di Dio in favore dell’uomo” dove “la pace non è soltanto assenza di conflitto, ma pienezza di giustizia, di verità e di amore”.

La pace, in questa prospettiva, non coincide con la semplice cessazione delle ostilità. Essa comprende la tutela dei diritti, il rispetto della dignità, la responsabilità personale, la capacità di dialogare e la ricerca delle condizioni che rendono possibile una convivenza giusta.

È in questa logica che può rileggersi il secolo di “presenza ecclesiale inter arma, di carità vissuta sub arma”, richiamando le parole dell’omelia (6 marzo 2026) di Sua Em.za Rev.ma Card. Lazzaro You Heung-sik, prefetto del dicastero per il clero.

L’importante patrimonio storico, spirituale e cristiano maturato dall’Ordinariato Militare per l’Italia, nell’essere testimoni di pace (secondo la definizione di Sant’Agostino, come “tranquillitatis ordinis”) dentro e fuori i confini nazionali, nel corso degli ultimi cento anni, ha ricevuto un nuovo riconoscimento istituzionale, lo scorso 17 dicembre 2025, quando per la prima volta è stato invitato, dalla IV Commissione (Difesa) della Camera dei Deputati, l’Ordinario Militare per l’Italia.

Preghiera e lectio divina

Quale lo spazio della preghiera? Una vera “pastorale della pace” inizia dalla preghiera e dalla riscoperta della Parola di Dio. Per questo, ho proposto ai cappellani di far partire, tra i militari, itinerari di catechesi e incontri di lectio divina su brani biblici che affrontino il tema della pace.

La Chiesa, anche nelle opere di pace, cresce grazie alla docilità allo Spirito, al discernimento della volontà di Dio che parte dall’ascolto della Sua Parola. Così, siamo certi che il cammino della pace, che ai cappellani militari e ai militari stessi è in modo particolare affidato, troverà sempre nuovi sentieri perché la pace possa essere il futuro, anche “il futuro della guerra”.

Non lontano dal Palazzo del Quirinale, a due passi da piazza Venezia. L’Ordinariato militare è nel cuore di Roma, con affaccio sui Fori traianei. Uno spettacolo che unisce insieme la memoria e la bellezza.

Ma anche il silenzio e la preghiera: quello delle suore, per esempio, che nella chiesa principale dell’Ordinariato, intitolata a Santa Caterina a Magnanapoli e nella chiesa del Sudario pregano per la pace con l’adorazione eucaristica perpetua, fortemente voluta da monsignor Santo Marcianò, da un anno esatto nuovo ordinario militare per l’Italia.

Il segretario di Stato ha presieduto oggi una Messa nella Basilica di San Paolo fuori le Mura in occasione dei cento anni dell’Ordinariato militare, nato nel 1926 per prendersi cura della vita religiosa dei soldati. “In questo momento che tutti conosciamo chiediamo al Signore che faccia tacere le armi e gli uomini si riconcilino”.

È stata la preghiera accorata del cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, durante la Messa che ha presieduto questa mattina, 3 marzo alle ore 10, nella Basilica di San Paolo nell'ambito delle celebrazioni del centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia, nato nel 1926 per occuparsi dell’assistenza spirituale e religiosa dei militari italiani e delle loro famiglie.

La Messa Crismale e la speranza sacerdotale

È sempre un dono grande ritrovarsi per la Messa Crismale, soprattutto perché è un Dono grande il nostro sacerdozio, del quale oggi facciamo memoria. Sì, oggi! Anzitutto perché la gratitudine, che si radica nella memoria e da essa sgorga con fecondità, si celebra sempre nel presente.

Se si fermasse al passato sarebbe ricordo nostalgico, magari rimpianto o addirittura lamento… Non sarebbe memoria! Non sarebbe - per così dire - quella “memoria eucaristica” che ci deve contraddistinguere.

Noi presbiteri dovremmo essere capaci di questo tipo di memoria, dovremmo esserne sacramento, a motivo del rapporto inscindibile, intimo, tra Eucaristia e Sacerdozio. Così, nell’Eucaristia, la memoria del nostro sacerdozio raccoglie ogni memoria e la consegna, la offre, affinché sia lo Spirito a fecondarla e a trasformarla in qualcosa di vivo nell’oggi.

L’oggi in cui viviamo questa Solenne Eucaristia è ancora, purtroppo, un oggi di guerra! Lo sentite in particolare voi, cappellani militari. Mentre vi accolgo in questa Basilica con grande affetto e gratitudine per la vostra presenza, il mio pensiero va con apprensione ai confratelli assenti perché impegnati in Missioni Internazionali per la Pace, in luoghi di conflitto, in confini strategici, sulle navi, spesso nei pressi dei cosiddetti “obiettivi sensibili”…

Li ricordiamo davanti al Signore, affidando a Lui il loro sacerdozio, la loro missione la loro vita; e, con loro, ricordiamo coloro che non sono con noi per motivi di ministero o di salute. Tutti portiamo nel cuore nella comunione, “cuore” del “corpo” che è il presbiterio della nostra Chiesa.

Ecco, il nostro “oggi” si snoda così: tra il buio della guerra, che miete sempre più vittime innocenti e stende la sua ombra minacciosa sull’umanità, e i semi di luce sparsi da coloro i quali seguono con fiducia e amore la bellissima vocazione con cui Dio ci riserba un posto nell’oggi, nella storia.

Così, il fare memoria del sacerdozio, il rinnovarne le promesse ci colloca, da una parte, in una condizione di profonda umiltà per un Dono che ci sovrasta; ma proprio da questa posizione di umiltà - e solo da questa posizione di umiltà -, possiamo contemplare la nostra vocazione come tassello imprescindibile della storia umana, della Storia della Salvezza.

Amore in ogni cosa: il munus regale

«Il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri…». Ripetendo con Gesù le parole di Isaia (Lc 4,16-21; Is 61,1-3.6.8b-9), possiamo anche noi esclamare stupiti: «Il Signore ha consacrato “me”… ha mandato “me” a portare il lieto annuncio…».

Pensarlo nell’orizzonte della storia di oggi ci fa tremare il cuore. Parliamo di lieto annuncio, di bella notizia, ma sentiamo come spesso anche il nostro cuore viva lo scoraggiamento e l’annuncio evangelico, al quale dedichiamo tutte le forze e tutta la vita, ci sembra risuonare vuoto e nel vuoto.

Ma Dio ci viene incontro e, tra i doni elargiti a questo nostro tempo difficile e malato, c’è il Giubileo, che il Santo Padre ha voluto dedicare alla speranza. Cari confratelli, è il dono che invoco per tutti noi in questa Messa Crismale: la speranza! Una speranza - mi verrebbe di dire - “sacerdotale”.

«Nelle lunghe notti in prigione, mi rendo conto che vivere il presente è la via più sicura alla santità»; infatti «il cammino della speranza è fatto di piccoli passi di speranza. La vita di speranza è fatta di brevi minuti di speranza».

“Io non aspetterò. Voglio vivere il momento presente colmandolo di amore”, decise Van Thuan; decisione maturata nel profondo di una crisi di identità pastorale, che però mostra una forza evangelizzatrice, capace di trasformare la vita del sacerdote e di coloro che lo circondano.

L’amore che egli avrebbe voluto dimostrare alla gente della sua diocesi si riversò sugli altri detenuti e sugli stessi carcerieri, trasformando la prigione in comunità, in piccola Chiesa.

È il nostro compito, è la nostra speranza, è il modo in cui siamo chiamati a vivere il munus regale in obbedienza alla volontà e alla novità di Dio: non cercare la comunità che avevamo immaginato, non desiderare un luogo ideale, ma trasformare ogni luogo in comunità da condurre, in Chiesa.

Da sacerdoti, possiamo sempre farlo! Da sacerdote, posso capire che «tutti sono il popolo di Dio a me affidato!».

Essere Parola: il munus profetico

Per dare oggi speranza a questo nostro popolo, noi sacerdoti dobbiamo «essere Parola». Privato di tutto, Van Thuan appuntava in stralci di fogli i versetti biblici che poteva ricordare a memoria, cercando di vivere la Parola per comunicarla.

È lo stesso zelo che deve muovere la predicazione, la catechesi, le omelie… le nostre relazioni con i militari, i giovani, coloro che hanno responsabilità di comando. Custodire la Parola, inciderla nella mente e nel cuore, donarla perché doni vita: con una vita - la nostra - che sia trasparente della luce della Parola.

Sì! Essere Parola è vivere appieno il munus profetico. Se immaginassimo di perdere un giorno anche noi le Scritture, potremmo meglio avvertire la fame e la sete «di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» e sentire quanto sia necessario offrirla con una vita trasformata da Cristo e in Cristo, per portare veramente speranza.

In Cristo per il popolo: il munus sacerdotale

Si inserisce qui il Mistero del munus sacerdotale, operante nei sacramenti, anzitutto nell’Eucaristia. Celebrare l’Eucaristia è essere in Cristo per il popolo.

Sono fortemente commoventi le parole di Van Thuan, quando definisce «le più belle Messe» della sua vita quelle celebrate di nascosto in cella, con tre gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo delle mani, diventate il suo altare e la sua cattedrale.

«Ogni volta avevo l’opportunità di stendere le mani e inchiodarmi alla croce con Gesù, di bere con lui il calice più amaro - egli racconta -. Ogni giorno, recitando le parole della consacrazione, confermavo con tutto il cuore e con tutta l’anima un nuovo patto, un patto eterno fra me e Gesù, mediante il suo sangue mescolato al mio».

Vengono quasi in mente le Messe celebrate nel buio delle trincee e sul fronte di guerra, il cui racconto ci è tramandato da tanti cappellani militari. Quanta speranza racchiusa nell’Eucaristia, che fa il nostro sacerdozio e ci fa sacerdoti per il popolo!

Dio, non soltanto le sue opere

C’è un ultimo invito che mi piace offrirvi, un’ultima grazia da chiedere: cercare Dio, non le opere di Dio! Fu la luce interiore che fece trovare a Van Thuan uno spiraglio nel vuoto della prigione: «Tutto ciò che hai compiuto e desideri continuare a fare […] è un’opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio!».

È un punto chiave, capace di andare al cuore del nostro ministero, di scardinarne difficoltà, proteggerlo da attivismi, sconfitte e fallimenti, accrescerne la passione per l’Unico Amore che ci ha rapito il cuore.

È proprio vero: quella tra Dio e le sue opere è «una scelta sempre nuova che richiede conversione»; un discernimento concreto e continuo tra gli affanni del nostro quotidiano.

«In effetti ogni Pastore pensa di aver scelto Dio - osserva ancora Van Thuan -. Tutti ci prodighiamo con grande dedizione per le opere di Dio. Ma sento che devo sempre di nuovo esaminarmi sinceramente davanti a Lui: nella mia vita pastorale, quanto è per lui e quanto per le sue opere (che poi sono spesso le mie opere)? Nel rifiuto di lasciare un incarico, o nel desiderarne un altro, sono veramente disinteressato o no?»

L’invito a cercare Dio è la sorgente della speranza. Se ci pensiamo bene, è l’invito a entrare in quello che Benedetto XVI, proprio ricordando Van Thuan, definisce «il primo luogo di apprendimento della speranza», ovvero «la preghiera».

E alla preghiera, lo sappiamo, Papa Francesco ha voluto dedicare quest’anno di preparazione al Giubileo: «un anno dedicato a riscoprire il grande valore e l’assoluto bisogno della preghiera nella vita personale, nella vita della Chiesa e del mondo», lo ha definito il 21 gennaio scorso, dandovi inizio e chiedendo a tutti «di intensificare la preghiera per prepararci a vivere bene questo evento di grazia e sperimentarvi la forza della speranza di Dio».

Le stellette come segno di condivisione

Dall’esterno potrebbe sembrare di sì. Ma, come in ogni campo, anche la realtà militare può essere capita bene solo “dal di dentro”. Le “stellette”, per un cappellano militare, non sono inutili o pericolose: sono semplicemente espressione di quel senso di appartenenza che in questo mondo è molto marcato.

A me piace spiegarle come segno di condivisione. E la condivisione è essenziale per capire l’opera dei cappellani; è quasi una metodologia con cui viene portata avanti la missione.

Il beato don Carlo Gnocchi, cappellano militare durante la guerra, e al fianco degli alpini anche nella campagna di Russia, proprio desiderando condividere, essere laddove erano “i suoi ragazzi”, volle raggiungere il fronte.

E anche se oggi, nella nostra nazione, la situazione storica non è quella di allora, i cappellani rimangono accanto ai militari condividendo la quotidianità dei loro compiti a difesa dei cittadini in Italia e delle missioni internazionali in cui i nostri contingenti sono impegnati.

Tuttavia bisogna considerare che le stellette sono poste su una talare: Giovanni XXIII, anch’egli soldato e poi cappellano durante la Prima guerra mondiale, da Papa, esortava i cappellani militari a non dimenticare che erano prima di tutto preti e che solo dall’essere preti poteva derivare l’efficacia e la fecondità della loro missione.

La Chiesa come ospedale da campo

Perché, come evidenzia Papa Leone XIV, “se vuoi aiutare qualcuno non puoi pensare di tenerti a distanza: ti devi coinvolgere, sporcare, forse contaminare. Questo è il volto di una Chiesa che cresce in umanità”.

Alla presenza del ministro della difesa Crosetto e dei rappresentanti del Governo, delle Istituzioni e delle Forze Armate, nonché delle associazioni che fanno capo all’ Ordinariato, mons. Saba ha richiamato le parole del compianto Papa Francesco che auspicava che “il nostro servizio possa esprimersi nello stile di una chiesa ‘ospedale da campo dopo una battaglia, plasmato da spirito di accoglienza, di apertura a tutti e di missione’.

In un ospedale da campo, l’attenzione è rivolta verso tutti e non esclude nessuno. E con le parole di Papa Leone XIV, l’arcivescovo con le stellette ha aggiunto che “nell’esperienza dell’incontro emerge l’apertura all’altro nella sua reale situazione”.

Il nostro servizio si rende presente nei luoghi in cui le persone sono ferite fisicamente, spiritualmente, socialmente, psicologicamente. Non opera solo nella protezione delle mura.

La presenza dei cappellani si colloca quindi nelle situazioni concrete della vita militare: accanto a chi affronta l’assenza, il pericolo, il sacrificio, la lontananza dalla famiglia o il peso delle responsabilità. La cura pastorale comprende l’ascolto, la celebrazione, l’accompagnamento e la costruzione della comunione.

Una nuova pedagogia dell’assistenza spirituale

Della relazione di S. E. Rev.ma Mons. Gian Franco Saba, Ordinario Militare per l’Italia, che ha ribadito la “visione integrata della sicurezza, nella quale la forza non è mai fine a sé stessa”, si intende qui rimarcare l’asserita esigenza di una “nuova pedagogia dell’assistenza spirituale (…) fondata su un’antropologia integrale”.

Soprattutto, sottolineare i principi qualificanti della road map progettuale - sviluppo del Centro pastorale, del Centro alti studi e della Scuola allievi cappellani - illustrata da Mons. Saba:

  • “Un’assistenza spirituale per processi, capace di accompagnare nel tempo le persone e le comunità militari, soprattutto in un servizio segnato dalla frammentazione, in cui è difficile fare comunità (…);
  • la territorialità, intesa come poliedro dei campi sociali di relazione, in cui la presenza pastorale si articola nei diversi ambiti della vita militare e familiare, valorizzando le specificità dei contesti e promuovendo il dialogo con i territori;
  • la comunicazione interculturale come forma di assistenza pastorale orientata a una pedagogia dialogica e dell’alterità, in grado di favorire la convivenza, la prevenzione dei conflitti, il rispetto delle differenze culturali e religiose;
  • la partecipazione, anche se indiretta, alla promozione di tutti quei valori che possono favorire le ispirazioni per una fraternità universale e promuovere sempre più il senso di appartenenza a un’unica famiglia umana”.

È un percorso di ripensamento che riguarda tutti noi, ancor di più oggi in cui crescono i teatri di crisi, e quindi gli scenari di missioni operative, che vedono coinvolti anche le nostre Forze Armate.

È positivo, come anticipato durante l’audizione, l’avvio “di una collana di studi (…) quale strumento qualificato di dialogo interistituzionale, di riflessione interdisciplinare e di supporto operativo all’assistenza spirituale nel mondo della difesa”.

E, aggiungiamo, di comunicazione, generalista e tecnica, per restituire compiutamente, a pubblici diversi e ampi, il volto e il servizio di questa Chiesa particolare (dotata di propria identità teologica e organizzativa), che echeggia in molti diari di cappellani che “mostrano come il Vangelo sia diventato cultura” e come questi non abbiano fatto (e, non facciano) mai distinzione tra credenti o non credenti.

La sapienza nel servizio militare

Nella sua omelia l’arcivescovo Marcianò richiama il tema della sapienza. «Sembra sia scomparsa dal vocabolario della cultura odierna. So di andare controcorrente e me ne scuso - dice l’Ordinario militare - ma penso che la sapienza oggi sia necessaria ai responsabili delle istituzioni, a chi esercita compiti di comando e responsabilità, ma anche a chi come tutti gli appartenenti alle forze armate e delle forze dell’ordine compie ogni giorno un servizio ai cittadini».

E riprendendo un passaggio di una sua lettera ai cappellani militari, Marcianò cita il passo della Bibbia dove il giovane Re Salomone che rispose al Signore che gli assicurava in dono qualsiasi cosa avesse chiesto: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male».

«Una sapienza diventata proverbiale, quella di Salomone - dice Marcianò - perché preferì la sapienza alla ricchezza, al piacere, al potere, pur essendo il potente di turno, il re».

«Gesù ci insegna - conclude l’Ordinario militare - che il sapiente non è chi detiene il potere ma chi vive il servizio, non è chi si arricchisce di cose ma chi dona la propria vita.

Il sapiente è chi sale sulla Croce - come fanno tanti tra noi, come hanno fatto tanti nostri caduti - per difendere e proteggere la vita altrui. Perché amare, la Pasqua ce lo ricorderà ancora una volta, è già risorgere».

La celebrazione del Precetto pasquale

FIRENZE - Folla di militari e di appartenenti ai corpi di Polizia a Firenze per la messa celebrata dall’arcivescovo Santo Marcianò, Ordinario militare per l’Italia, in occasione del «Precetto pasquale 2018».

«Grazie per il vostro servizio sempre più prezioso» dice ai cappellani militari della Toscana dall’altar maggiore della basilica della Santissima Annunziata giovedì 22 marzo.

«Oggi si tende a escludere - prosegue - a emarginare, quei valori che sono fondanti la nostra civiltà. Si arriva addirittura a fare dichiarazioni sulla ‘non necessità’ di pregare. La presenza dei cappellani militari credo sia non solo proposta educativa in riferimento alle coscienze, ma anche stimolo per tenere saldi quei valori che voi militari custodite».

La liturgia religiosa è stata concelebrata dall’arcivescovo Marcianò con i cappellani militari don Massimo Ammazzini (Guardia di Finanza), padre Cesare Bedognè (Scuola Marescialli Carabinieri), don Francesco Capolupo (46ª Brigata aerea), don Luca Giuliani (Esercito Divisione Friuli), don Antonino Pozzo (Aeronautica Isma), monsignor Mauro Tramontano (Legione Carabinieri Toscana), don Roseo Giovanni Vittori (186° Reggimento Folgore Siena).

Concelebranti anche monsignor Luigi Innocenti (Polizia di Stato) e i diaconi permanenti Ivano Vicini e Danilo Poggiali. Professionale e suggestiva al tempo stesso la partecipazione della Fanfara e del Coro Allievi della Scuola Marescialli Carabinieri.

Presente anche una rappresentanza degli allievi della Scuola militare aeronautica Giulio Douhet e degli allievi Marescialli dell’Arma. Molto apprezzata dall’Ordinario militare questa presenza di giovani nelle forze armate («Siete la nostra speranza di oggi») con i quali il presule ha voluto espressamente fermarsi anche per una serie di foto ricordo.

La preghiera per i militari e le famiglie

Al termine dell’omelia la preghiera di pace del segretario di Stato è al contempo un augurio: “Il Signore, che nella Pasqua ha vinto ogni violenza e ha riconciliato il mondo a sé, renda il vostro servizio segno credibile di giustizia e di pace”.

Parole cui si è aggiunta la preghiera dell’arcivescovo Gian Franco Saba, Ordinario Militare per l’Italia dall’aprile del 2025, che salutando il cardinale Parolin ha dedicato un pensiero ai soldati impegnati negli scenari internazionali: “Mentre assistiamo ai conflitti del mondo la nostra voce diventa preghiera per i feriti, per i militari impegnati nelle missioni all’estero, per le loro famiglie e per i capi delle nazioni”.

Carabinieri, militari dell’Esercito Italiano, Guardia di Finanza, Aeronautica militare, Marina rappresentano stamane l’assemblea, con i colori delle loro divise abbinati ai blu e ai verdi dei mosaici della Basilica papale.

Il pensiero della Chiesa militare comprende quindi chi opera nei teatri internazionali, chi resta in patria, chi affronta una malattia o una crisi personale, chi vive la lontananza e chi sostiene il militare nella vita familiare. La preghiera diventa una forma di prossimità e di affidamento.

Il servizio come vocazione

Rivolgendosi ai cappellani militari, il Pontefice ha richiamato sant’Agostino: “Se mi ami, non pensare a pascere te stesso, ma pasci le mie pecore, come mie, non come tue”.

“Tanti cappellani militari - ha aggiunto - hanno incarnato queste parole e hanno reso visibile la carità pastorale fino all’eroismo delle virtù, talvolta fino al martirio”.

È positivo, come anticipato durante l’audizione, l’avvio “di una collana di studi (…) quale strumento qualificato di dialogo interistituzionale, di riflessione interdisciplinare e di supporto operativo all’assistenza spirituale nel mondo della difesa”.

In proposito, come affermato (il 7 marzo 2026) da Papa Leone XIV, nel suo incontro con i membri dell’Ordinariato Militare per l’Italia e di quelli di altri Paesi, “risuona attuale l’insegnamento del Papa San Paolo VI, il quale affermava che la storia non è una realtà da subire, ma un luogo di grazia in cui costruire la civiltà dell’amore”.

L’augurio è che l’Ordinariato Militare per l’Italia continui ad essere “un laboratorio efficace dell’agire di Dio in favore dell’uomo, uno spazio di formazione per il passaggio dall’amor sui all’amor Dei, fondamento di quella Civitas Dei in cui la legge fondamentale è la carità e dove la pace non è soltanto assenza di conflitto, ma pienezza di giustizia, di verità e di amore” (Leone XIV, 2026).

La memoria dei cappellani militari

In occasione di un anniversario significativo, che custodisce memoria, attualità e profezia dell’assistenza spirituale alle Forze Armate, appare illuminante rievocare un avvenimento di cui aveva fatto esperienza il Servo di Dio, Romano Guardini, così come raccontato nel suo “Elogio del libro” (1951):

“In una delle grandi battaglie dell’ultima guerra (la Seconda), un reparto si trovava in una situazione disperata. Il cappellano militare era presente e, sentendo che non aveva da dire nulla di accettabile in quell’ora, tolse di tasca il proprio Nuovo Testamento, ne strappò le pagine e ne diede una a ogni uomo”.

Il racconto esprime la presenza del cappellano nel momento in cui le parole sembrano insufficienti e la persona si trova davanti alla paura, alla solitudine e alla possibilità del sacrificio. La Parola consegnata diventa allora una forma concreta di vicinanza.

La storia dell’Ordinariato è fatta di celebrazioni pubbliche e di gesti nascosti, di omelie e di ascolto, di accompagnamento delle famiglie e di presenza accanto ai militari impegnati lontano da casa. In questa trama di memoria e servizio, la preghiera resta il luogo in cui la coscienza può essere illuminata, la sofferenza affidata e la pace invocata.

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