L’inno alla carità di san Paolo, nel capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi, insegna che la carità è la «via più sublime» e il criterio con cui valutare ogni dono, ogni servizio e ogni azione cristiana. Senza la carità, anche le parole più alte, la conoscenza più profonda, la fede più straordinaria e il sacrificio più generoso perdono il loro valore.
La carità cristiana non è soltanto beneficenza, sentimento o attività esteriore: è l’amore gratuito ricevuto da Dio, vissuto in Cristo e riversato nei rapporti con gli altri. Essa rende il credente magnanimo, benevolo, rispettoso, capace di perdonare, di cercare la verità e di sperare ancora nell’uomo.
Il contesto dell’inno: una comunità divisa
La prima lettera ai Corinzi tratta molti differenti problemi di cui Paolo ha avuto notizia. Siccome non può andare a visitare la comunità, l’Apostolo scrive la lettera per dare risposta alle diverse questioni cercando sempre di approfondire il significato dei problemi e non di dare ricette automaticamente da applicare.
A Corinto ci sono cristiani con tanti talenti diversi, in essi si manifestano in forma spettacolare le ricchezze dello Spirito: ci sono profeti che parlano in nome di Dio, ci sono alcuni che vivono esperienze di grande comunione con Dio, allo stile dei mistici, altri compiono gesti di grande generosità in favore del prossimo. Questi doni, pero, non sono utilizzati per il bene di tutta la comunità, bensì per distinguere tra gruppi di cristiani, divisi tra di loro, che si criticano e rivaleggiano sulla pretesa di superiorità dei propri carismi.
In fondo, ognuno usa il dono personale per far apparire la propria gloria e non il bene comune. La risposta di Paolo cerca di presentare il cuore di tutti i doni, che è anche il cuore di tutte le azioni cristiane: l’amore.
Ma, in un contesto di rivalità, la parola «amore» da sola non basta, perché ognuno la può interpretare a proprio piacimento. Paolo, quindi, si sente costretto a spiegare come lui concepisce l’amore cristiano.
L’inno sgorga dal cuore di Paolo in risposta alla diatriba di quella rissosa comunità, lacerata dalla contesa tra i portatori dei carismi di maggiore richiamo: il dono delle lingue, quello delle guarigioni, quello dei miracoli, quello della conoscenza, quello della profezia.
Di fronte a tale contesa Paolo dice: “desiderate i carismi più grandi” e subito aggiunge che il più grande è l’amore, “la via più sublime” (12, 31).
La struttura dell’inno alla carità
Il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi è un testo piuttosto breve ma molto denso. L’inno si può dividere in tre parti: nei versetti 1-3 Paolo presenta il contrasto tra doni spettacolari, del tutto positivi, che possono però essere vissuti senza la carità.
Nei versetti 4-7 appare la serie di quindici verbi con cui Paolo precisa i limiti e mostra la dinamica interna della carità cristiana. Nei versetti 8-13, con diverse immagini, l’Apostolo presenta il contesto limitato e temporale in cui adesso i cristiani vivono l’esperienza dell’amore e la sua proiezione verso la pienezza e l’eternità.
| Parte dell’inno | Contenuto |
|---|---|
| 1Cor 13,1-3 | Il primato della carità sui doni e sui sacrifici |
| 1Cor 13,4-7 | La natura concreta e dinamica dell’amore cristiano |
| 1Cor 13,8-13 | La permanenza eterna della carità |
La carità è amore gratuito
La parola dei testi originali greci è la stessa: “agape”. Noi useremo ambedue le parole italiane, ma diciamo subito che per sentire la forza piena di questo inno, il trasporto con cui esso erompe dal cuore di Paolo, è utile provare a leggerlo mettendo la parola “amore” dove la traduzione della CEI mette “carità”.
Perchè nella cultura nostra “carità” e “amore” non sono la stessa cosa. Dobbiamo dunque dire “carità”, o dobbiamo dire “amore”?
Di più la caratteristica prima dell’amore di agàpe, che è la parola greca usata da Paolo (altri due termini usavano i greci per la nostra parola amore : eros e philia) è quella della gratuità: qui si ama senza interesse alcuno, senza aspettarsi ricompensa, o riconoscimento, o contraccambio, si vuole il bene per il bene.
“Gratis” si ama. In greco, “gratis” - “grazia”, si dice “chàris”, da qui la parola latina “caritas”: carità.
La carità, la più grande, è la virtù con la quale lo Spirito rinnova la facoltà di amare, rinvigorendola e assimilandola sempre più alla dinamica dello stesso amore che Cristo ha per il Padre e per il prossimo.
Non è riducibile alle opere di elemosina o ai buoni sentimenti del filantropo, tanto meno l’amore cristiano è assimilabile all’erotismo.
La carità non è la Caritas! Non la possiamo ridurre al solo soccorso del bisognoso. Qui più che mai diviene chiaro che non basta tradurre “carità”, ma bisogna arrivare a tradurre “amore”.
L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo. L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona.
Il primato della carità
1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
2 E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
3 E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
Con la forza dolce della sua prosa ritmata, l’apostolo mette in luce in primo luogo il primato detenuto dalla carità sulle virtù umane e religiose (vv 1-3): cultura e doti mistiche; gli stessi tre doni come la profezia, la scienza («gnosis»), la fede che trasporta anche le montagne; perfino lo spogliarsi dei propri beni e l’eroismo di chi sacrifica la vita del corpo; tutto ciò, senza la carità, è decisamente il vuoto del nulla, rimbombo di un gong, zero assoluto, vano spettacolo.
Parlare è senza dubbio una delle attività umane di più alto livello; con la parola è possibile entrare in comunione con gli altri, uscire di se stesso per esprimersi e per capire l’espressione dell’altro.
Chi conosce le lingue degli uomini può avere una visione molto più vasta del mondo e dell’umanità, perché non rimane chiuso nei limiti della sola propria lingua.
Addirittura, conoscere le lingue degli angeli significa interpretare correttamente i segni divini nel mondo, l’azione di Dio che crea l’universo e guida la storia.
Paolo mette in guardia contro un pericolo molto reale: è possibile vivere questo immenso dono senza amore.
Il dramma, secondo Paolo, è che le parole, che hanno implicitamente il grande valore di fecondare i cuori, diventano rumore inerte, senza senso, senza vera comunicazione né comunione.
Per gli animatori, educatori ed evangelizzatori cristiani, questa prima indicazione di Paolo è molto suggestiva; la parola è sicuramente il loro strumento più pregiato e utile, eppure deve essere illuminata dalla istanza superiore che è l’amore.
La profezia e la conoscenza dei misteri sono altri due doni di cui alcuni della comunità di Corinto si vantano con buona ragione.
Il profeta è colui che parla da parte di Dio, che riesce a cogliere i segni dei tempi e a interpretare la retta via, i pericoli più importanti, le soluzioni più giuste.
La realtà è un grande mistero per noi, la scienza ne svela una parte ma riconosce che c’è ancora tanto da scoprire, tanto che ci sfugge.
Chi conosce tutti i misteri riesce a guidare la comunità cristiana in modo opportuno e aiuta tutti a capire, a capirsi, a chiarirsi.
La fede capace di trasportare le montagne è la piena consapevolezza della presenza di Dio nella propria vita che fa capaci di grandi prodigi, delle azioni più magnifiche in favore di chi ne ha bisogno.
Ma, di nuovo, è possibile mettere in atto questi bellissimi doni senza amore, senza il movimento del cuore disinteressato in favore dei fratelli; se è così, secondo Paolo, il profeta, in saggio, il fedele, perdono la propria essenza e diventano nulla.
Il terzo versetto parla di donazione nella forma più alta possibile: dare i beni, dare se stesso, dare tutto, darsi totalmente.
Nella comunità di Corinto e nelle nostre comunità e gruppi si trovavano e si trovano persone con una grande generosità, con immensa capacità di donazione.
Questo è il massimo servizio che, per Paolo, ha un valore superiore agli altri doni. E allo stesso tempo è possibile che nel cuore di chi dona se stesso ci sia la ricerca del proprio vanto anziché dell’amore gratuito; in questa maniera, i doni più grandi di servizio diventano «in-servibili».
La vita intera consegnata si perde perché la radice della donazione era viziata dall’egoismo.
La diagnosi è grave perché grave è la malattia. Soprattutto perché nessuna di queste azioni è cattiva; Paolo non parla qui di peccati, né di atteggiamenti sbagliati, né di azioni da evitare.
Anzi, tutte queste attività al servizio della comunità cristiana possono essere incoraggiate. Ma per Paolo il problema è un altro: nella vita cristiana ci sono delle priorità; c’è un prima e un dopo, c’è quello che dà senso e feconda dal di dentro tutte le azioni, e ci sono le azioni stesse che scaturiscono di questa linfa e sono manifestazione di quello che si vive dentro.
La carità è magnanima e benevola
4 La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio.
Nei versetti 4-7 Paolo spiega, con una catena di quindici verbi, come pensa e vive lui l’amore cristiano.
Nel testo greco Paolo usa verbi invece che aggettivi perché per lui l’amore è dinamico, pieno di energia, indirizzato e intenzionale, e non si può parlare di esso come un oggetto di cui si dicono delle caratteristiche, ma come un movimento che parte da qualche parte e si dirige a una destinazione molto precisa.
«Magnanimità» è una traduzione etimologicamente precisa di una parola che significa «grandezza d’animo», e si oppone alla visione piccola di chi rimane chiuso in se stesso e nei piccoli progetti.
Il magnanimo riesce a guardare oltre, a capire i dettagli minori come parti di un insieme più grande.
Per questo motivo il magnanimo non sente il bisogno di reagire in modo impulsivo davanti alle piccole difficoltà e molestie.
Ha lo sguardo più alto, riesce a trovare, o almeno cerca, vie diverse per superare l’ostacolo immediato.
La magnanimità è un dono dello Spirito Santo, perché solo Dio può dare all’uomo, piccolo e limitato, la visione delle mete più alte.
Nella misura in cui l’uomo sente il bisogno di affermare se stesso da solo, i suoi progetti, le sue intenzioni e le sue mete, le singole difficoltà saranno viste come ostacoli che devono essere eliminati.
Invece, accogliendo lo sguardo dell’amore di Dio, ogni azione, ogni passo, ogni difficoltà trova il suo posto in un disegno più grande e nobile, più pieno di senso.
Il magnanimo può rimanere tranquillo nelle avversità, non perché sia passivo, ma perché sa porre i passi che importano ed evita di entrare in piccole lotte di valore limitato.
La parola «benevola» traduce un termine greco collegato al bene e all’utilità.
La carità valorizza tutto quello che trova nella realtà e si fa la domanda «quale bene si può ricavare da questo?»
Da ogni cosa, piccola o grande, positiva o negativa, la benevolenza riesce a coglierne l’utilità per andare avanti nel grande disegno di Dio.
La benevolenza diventa così un orientamento generale di fronte a qualsiasi cosa che capiti; è la decisione a priori di cercare il bene dappertutto, di guardare tutto da una prospettiva costruttiva.
La benevolenza ha deciso in precedenza che, qualsiasi cosa accada, Dio la potrà usare per il bene.
La benevolenza, quindi, non è il calcolo dell’ottimista, è la memoria del peccatore amato, accolto e perdonato da Dio; non pensa ingenuamente che «tutto si risolverà», ma che tutto è nelle mani di Dio e lui, con il suo immenso amore, saprà tirar fuori il bene anche dei mali che non si risolvono.
Alcuni problemi che rimangono possono essere, messi nelle sue mani, punti di svolta che spingono a crescite non immaginate.
La carità libera dall’invidia, dal vanto e dall’orgoglio
Se i due primi verbi sono positivi, comincia adesso una serie di verbi negativi che fungono da contrasto, di sfondo, su cui risalta il dono della carità.
L’«invidia» fa riferimento allo «zelo» con cui qualcuno desidera qualcosa e si mette in moto per averla.
In altri contesti può essere una spinta positiva, ma se si parla di persone, si tratta di un desiderio che trattiene, che blocca, che possiede l’altro.
Le altre persone non sono viste in funzione di se stesse, ma del ruolo o utilità che possono avere.
Ho bisogno di uscire di me stesso perché non sono contento di me e tendo verso l’altro, non per amarlo ma per sfruttarlo.
In questo modo, la gioia altrui sarà motivo di tristezza per me, l’altro diventa un rivale.
La situazione che si crea è di opposizione e di costante frustrazione.
Il «vanto» è la ricerca della propria immagine davanti agli altri perché siano loro a riconoscere me stesso, a dare senso alla mia esistenza.
Parte dalla coscienza di vuoto interiore e si realizza nella fuga verso l’esterno.
Le opere che si fanno possono essere pure buone e apparire piene di bellezza, ma sono interiormente storte perché si fanno per vantarsi, per ricevere il contraccambio, per il riconoscimento altrui e non per vero amore.
Il «gonfiarsi» è una immagine molto suggestiva di chi vuole sovradimensionare le cose fuori della realtà.
L’amore vero non ha bisogno di fare i calcoli, di compararsi con il bene fatto da altri, di entrare in competizione.
La vera carità, di fronte a queste tre tendenze negative, cerca l’altro per come è e accetta la sua grandezza e la sua piccolezza, senza calcolare il frutto che potrà rendere; non sente il bisogno dell’ammirazione altrui, perché sa che solo l’Amore di Dio lo può tenere in piedi; accetta di essere piccolo perché sia manifestata la vera grandezza, quella di Dio.
La carità rispetta e non cerca il proprio interesse
5 non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto.
I quattro atteggiamenti del versetto 5 hanno a che fare con la relazione con gli altri.
Due mostrano la persona che si muove in modo aggressivo contro l’altro (la mancanza di rispetto e la ricerca del proprio interesse), e due la difesa di chi riceve una offesa (adirarsi e tener conto del male ricevuto).
La carità, dice Paolo, «non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse».
Questi due tratti rivelano che chi vive nella carità è de-centrato da sé.
Chi è auto-centrato manca inevitabilmente di rispetto, e spesso non se ne accorge, perché il “rispetto” è proprio la capacità di tenere conto dell’altro, della sua dignità, della sua condizione, dei suoi bisogni.
Chi è auto-centrato cerca inevitabilmente il proprio interesse, e gli sembra che questo sia normale, quasi doveroso.
Tale “interesse” può anche essere ammantato di nobili rivestimenti, ma sotto sotto è sempre il “proprio interesse”.
Invece la carità ti de-centra e ti pone nel vero centro che è solo Cristo.
Allora sì, puoi essere una persona rispettosa e attenta al bene degli altri.
La carità non si adira e non conserva rancore
Bisogna sottolineare che si parte da una costatazione non banale: il cristiano che vuole camminare nella carità di Gesù riceverà dei mali.
Non è un «forse» o un «potrebbe capitare».
Chi si è trovato con Cristo è stato integrato da lui nella comunità per condividere la bellezza della fede con la grande famiglia di sorelle e fratelli voluta da Gesù, la Chiesa.
Ma questo implica più presto che tardi scontri, differenze, difficoltà; tutti siamo chiamati a caricarci il peso dei peccati dei fratelli, come loro caricano il nostro.
Solo l’amore vero riesce a perdonare, solo la luce dello Spirito nel cuore può ridimensionare le priorità e le tendenze di autoaffermazione in consegna gratuita.
Il cristiano può perdonare perché è stato già perdonato, perché il suo peccato è stato assunto da Gesù.
La carità, dice Paolo, «non si adira, non tiene conto del male ricevuto».
Al pastore che vive a contatto con la gente non mancano le occasioni di arrabbiarsi.
E forse ancora di più rischiamo di adirarci nei rapporti tra noi confratelli, perché in effetti noi siamo meno scusabili.
Anche in questo è la carità, e solo la carità, che ci libera.
Ci libera dal pericolo di reagire impulsivamente, di dire e fare cose sbagliate; e soprattutto ci libera dal rischio mortale dell’ira trattenuta, “covata” dentro, che ti porta a tenere conto dei mali che ricevi.
Se pure si può scusare un’arrabbiatura momentanea e subito sbollita, non altrettanto per il rancore.
La carità si rallegra della verità
6 non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità.
La carità - aggiunge l’Apostolo - «non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità».
Se prima si diceva che «non tiene conto del male ricevuto», sembrerebbe che la carità deve vivere nella menzogna e nell’ingiustizia: ricevo un male e faccio come se non ci fosse, chi pecca contro di me non è punito nella giusta misura.
Le parole dell’inno sono assurde se non si misurano con l’immensità dell’amore di Gesù rivelata nella consegna della propria vita per noi, «quando eravamo ancora peccatori» (cfr. Rom 5,6).
C’è una verità più grande che la vendetta, ed è il perdono, c’è una vita più profonda, c’è un amore più genuino di quello che si calcola sugli scambi solo umani.
La realtà stessa è vera soltanto se guardata dall’ottica di Cristo.
Chi è chiamato nella Chiesa al servizio del governo deve avere un forte senso della giustizia, così che qualunque ingiustizia gli risulti inaccettabile, anche quella che potesse essere vantaggiosa per lui o per la Chiesa.
E nello stesso tempo «si rallegra della verità»: che bella questa espressione!
L’uomo di Dio è uno che è affascinato dalla verità e che la trova pienamente nella Parola e nella Carne di Gesù Cristo.
Lui è la sorgente inesauribile della nostra gioia.
«Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta»
7 Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
Questo riferimento implicito a Gesù come nome autentico dell’amore si svela negli ultimi quattro verbi della serie.
Chi è l’uomo capace di scusare tutto, credere tutto, sperare tutto, sopportare tutto?
Paolo elabora qui una fotografia di Gesù, capace di scusare e sopportare tutto nella croce e di credere e sperare nell’uomo sopra ogni delusione.
L’amore vero prende le sue misure dalla vita di Gesù, il dono più alto dello Spirito Santo è svelare la bellezza interiore di ogni uomo e ogni donna: sei creato capace di accogliere la grazia fino a diventare uno con Cristo.
Infine, la carità «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».
Qui c’è, in quattro parole, un programma di vita spirituale e pastorale.
L’amore di Cristo, riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo, ci permette di vivere così, di essere così: persone capaci di perdonare sempre; di dare sempre fiducia, perché piene di fede in Dio; capaci di infondere sempre speranza, perché piene di speranza in Dio; persone che sanno sopportare con pazienza ogni situazione e ogni fratello e sorella, in unione con Gesù, che ha sopportato con amore il peso di tutti i nostri peccati.
Tutto copre: anche la mancanza di documenti dell’immigrato clandestino, come certamente faranno i medici cristiani nonostante la norma che è stata introdotta con il pacchetto sicurezza e che li autorizza alla delazione.
Tutto crede: anche le giustificazioni di comportamenti apparentemente ingiustificabili, proprio come fanno i genitori con i figli, tanto che la loro testimonianza non vale in tribunale.
Tutto spera: anche il risveglio di Eluana, per la quale proprio oggi è stato interrotto il sostentamento nutrizionale.
Tutto sopporta: nella 2Timoteo 2, 10 Paolo dice “tutto sopporto per amore degli eletti” - pensate a una donna abbandonata dal marito che non sparla di lui con i figli: che cioè sopporta il tradimento per non trasmettere veleno ai figli che ama.
La carità è Cristo stesso
Vorrei però rileggere l’inno alla luce di un criterio di interpretazione semplice e sublime, suggeritoci dallo stesso Apostolo.
Noi infatti scorgiamo nelle parole di San Paolo quella carità che egli stesso vive in prima persona; ma Paolo non descrive la carità sulla base dei suoi pensieri e delle sue opinioni.
Le sue parole, piuttosto, “sono il pennello con cui egli tratteggia sulla carta il volto di Cristo”; ogni tratto impresso dalle sue parole è la contemplazione della carità che San Paolo vede realizzata in Cristo.
Rileggiamo dunque l'inno alla carità in chiave cristologica, con il grande desiderio che queste parole siano tradotte nel linguaggio della testimonianza nella nostra vita.
Soprattutto, in questa preparazione quaresimale alla Santa Pasqua, vediamo come le parole dell'inno alla carità di San Paolo trovino la loro spiegazione esemplare nella carità di Cristo testimoniata dal cenacolo alla croce, laddove il suo amore si compie "fino alla fine".
E’ benevola la carità : la perfetta manifestazione della benevolenza è Cristo sulla croce.
Dall'alto della croce, quando tutto il bene voluto dal Padre è compiuto, Cristo continua a manifestare la sua volontà di bene verso gli uomini, perdonando tutti.
Guardando Cristo in croce poi, il cristiano impara come estirpare dal suo cuore ogni radice di invidia o di gelosia.
La sua testimonianza smaschera nella nostra coscienza ogni possibile sentimento di invidia.
La preghiera perché il nostro cuore ne sia completamente libero è un semplice e insostituibile progresso nella carità.
La carità non è pazienza passiva, ma è la forza di Cristo che accoglie, perdona, corregge e sostiene.
Il modello in questa elencazione è la figura di Gesù che tutto sopporta - per amore - fino alla croce.
La carità nasce dallo Spirito
Proviene, tramite lo Spirito di Cristo, dalla «grazia, misericordia e pace» (1Tim 1, 2) di Dio Padre: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom 5, 5).
Il segno più chiaro e strumento più efficace di tale carità (agàpe) è la Croce: «Non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Rom 8, 32).
Anche per Paolo, dunque, vale già l’espressione agostiniana: “Se vedi la carità, vedi la Trinità” (De Trinitate, VIII, 8, 12), citata da papa Benedetto XVI nella Deus caritas est (n. 19): lo Spirito ci rende personalmente partecipi dei rapporti che intercorrono tra il Padre e il Figlio.
E chi è “fervente nello Spirito” non renderà “a nessuno male per male” (Rom 12, 11. 17).
Lo Spirito di Dio-Amore dimora in noi fin dal battesimo (cf 1Cor 2, 16; cf Rom 5,5; Gal 5, 21) e ricevendo l’Eucaristia diventiamo sempre più un solo pane, un solo corpo (cf 1Cor 10,17; 12, 27).
Si riceverebbe la propria condanna, se si partecipasse alla Cena del Signore con in cuore la divisione tra fratelli e con l’indifferenza per i loro bisogni (cf 1Cor 11, 17-34).
Il primo frutto dello Spirito è l’amore (cf Gal 5, 22) ed è generatore di comunione all’interno della comunità cristiana (cf 2Cor 13, 13).
L’unico Spirito dona a ciascuno i carismi e ministeri diversi, ma sempre per la utilità comune delle membra di uno stesso corpo, quello di Cristo (cf 1Cor 12, 1-31).
La vita che Paolo ci propone al capitolo 13 della 1° Corinzi, nell’inno all’amore, non é una filosofia esistenziale che potrebbe aiutarci a risolvere i nostri problemi quotidiani, né un atteggiamento reverenziale verso la divinità, magari per placarne le ire, ma piuttosto un cambiamento radicale di valori, in aperto conflitto con i valori di questo mondo in cui prevale anzitutto l'egoismo e la sopraffazione del più forte sul più debole.
La carità genera comunione nella Chiesa
Primo frutto dello Spirito è dunque l’amore ed è anche il generatore di comunione all’interno della Chiesa.
L’unico Spirito dona a ciascuno i carismi e ministeri diversi, ma sempre per la utilità comune delle membra di uno stesso corpo, quello di Cristo (1Cor 12, 1-31), lo dice Paolo nei versetti che precedono immediatamente l’ inno :“Vi sono diversi doni, ma uno solo è lo Spirito. Vi sono vari modi di servire, ma uno solo è il Signore. Vi sono molti tipi di attività, ma chi muove tutti all'azione è sempre lo stesso Dio. In ciascuno, lo Spirito si manifesta in modo diverso, ma sempre per il bene comune”.
Mons. Tonino Bello, in una sua una omelia, spiega con grande semplicità e forza come é il mio unico sangue che irrora e dà vita al mio braccio, alla mia testa, al mio piede, a tutti i miei organi, a tutte le mie membra.
La carità del cristiano è dunque la forma e costituisce il valore di ogni virtù, la buona sostanza dell’essere comunionale, senza della quale ogni bene cessa di essere tale (cf 1Cor 13, 1-3).
E tutti i membri della Chiesa - il corpo di Cristo «ben scompaginato e connesso», «secondo l’energia propria di ogni membro» - «vivendo secondo la verità nella carità» «riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (cf Ef 4, 15s).
Da qui le sue insistenti esortazioni intonate a questa essenziale virtù: «Ricercate la carità» (1Cor 14, 1), «vivete in pace tra voi…non spegnete lo Spirito» (1Tes 5, 12-19), «amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno» (Rom 12, 10), «salutate i fratelli con il bacio santo» (2Tess 3, 27); «Se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri, perdonatevi scambievolmente. Come il Signore ci ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3, 13).
La carità nella vita quotidiana
Da quanto Paolo insegna sulla centralità di Cristo e del suo rapporto con il cristiano, consegue che nella vita quotidiana sono due gli atteggiamenti, tra loro inscindibili, che non ci devono abbandonare.
Da una parte occorre coltivare l’umiltà e la riconoscenza di aver tutto ricevuto dalla sua grazia, vigilare perché nessun altro “idolo” sostituisca Cristo cui tutto è dovuto, affinché dalla libertà acquisita non si ricada nell’umiliante schiavitù.
D’altra parte, occorre alimentare la gioia e la fiducia di chi “è in lui”, radicalmente gli appartiene.
Si tratta di seguire l’esortazione di Paolo: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1) e rimanere sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rom 8, 31).
Nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom 8, 39); «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13).
La carità valorizza tutto quello che trova nella realtà e si fa la domanda «quale bene si può ricavare da questo?»
Ogni impegno posto per acquisire un più fermo dominio di sé, (per non adirarsi) per aggiungere una conquista nella prudenza, nella giustizia, nella fortezza e nella temperanza, è un passo in avanti nella carità, per il bene nostro e per un servizio verso il prossimo che sia di reale aiuto alla sua crescita umana e spirituale.
È responsabilità. È dovere di giustizia, perché si tratta di riconoscere a Dio ciò che è di Dio.
Dare gloria a Dio per ogni suo dono, e non vantarsene come se fosse nostro, permette di portare a frutto la sua grazia in noi.
La fonte ispiratrice della solidarietà cristiana è certamente Dio: tutta la storia della salvezza ci dice che Dio è carità.
Tratto peculiare della carità cristiana, paolina in primo luogo, come detto prima, è la gratuità che va oltre ogni misura.
Scrive sempre san Paolo ai Romani:”Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; [. ] ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi".
La carità nella prova e nel rifiuto
Il Vangelo mostra che l’amore autentico non evita il conflitto e non cerca il consenso a ogni costo.
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».
Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”».
Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria».
Gesù cita la vedova di Sarepta e Naamàn il Siro per mostrare che la salvezza di Dio non può essere chiusa nei confini di un gruppo, di una cultura o di una comunità.
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno.
Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù.
Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Perché gli uomini rifiutano il profeta che parla in nome di Dio? Perché avvertono in lui un personaggio "scomodo", che li sveglia dal loro quieto vivere e condanna le vie sbagliate che percorrono, invitandoli a cambiare vita e a mettersi sulla strada indicata dal vangelo e dal modello di Cristo.
Il mondo ha bisogno di profeti del vangelo. Oggi più di ieri.
Anch'io sono invitato a essere profeta, cioè a testimoniare il vangelo con la vita e la parola, in tutte le situazioni di ogni giorno: famiglia, lavoro, scuola, letture, conversazioni, impegno di carità, attenzione all'uomo, ecc.
Debbo chiedermi: chissà se la gente che mi avvicina riceve da me uno stimolo al bene?
Ma prima ancora mi pongo questa domanda: come accolgo Gesù, che ogni giorno m'invita alla conversione?
I miei criteri di giudizio, di scelta, non entrano in crisi quando leggo il Vangelo?
È una verifica che dovrei fare con serietà, nella preghiera.
Altrimenti, a cosa serve dirsi cristiano, se poi rifiuto tante volte ogni giorno l’invito di Gesù alla conversione?
La carità non avrà mai fine
8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà.
9 Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo.
10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
12 Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
13 Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!
Da ultimo (vv 8-12), Paolo assicura che «la carità non avrà mai fine» (v. 8), mentre le altre virtù svaniranno con la raggiunta conoscenza perfetta, quando saremo «faccia a faccia», con Dio.
La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà.
Alla fine, quando ci incontreremo faccia a faccia con Dio, tutti gli altri doni verranno meno; l’unico che rimarrà in eterno sarà la carità, perché Dio è amore e noi saremo simili a Lui, in comunione perfetta con Lui.
Storia ed eternità nell’amore cristiano
La nostra realtà. La storia nel cristianesimo non viene nebulizzata per via della rivelazione, rimane con tutto il suo peso, il suo limite anche, ma, questo è essenziale, è irradiata e attraversata dall’eterno : all’interno del nostro presente c’è gia il seme dell’infinito.
Se abbiamo ben chiaro questo concetto, la prospettiva del nostro presente cambia, e il nostro impegno nel tempo non è più per il premio, per il dopo, ma perché è vita, è il bene, adesso e per sempre.
“Noi siamo al tempo stesso limitati, caduchi, mortali eppure anche eterni e salvati : già dentro di noi possediamo la filiazione divina. San Paolo, afferma nel capitolo 8 della Lettera ai Romani, impiegando l’immagine del parto, che il mondo stesso sente che dentro di sé ha già la creatura che deve essere partorita (geme e soffre per le doglie del parto. ). Questa creatura è la redenzione dei figli di Dio : l’escatologia è l’eternità che è già in noi. Ed è proprio in Cristo che consuma questo inscindibile intreccio tra storia ed eterno, finito ed infinito, relativo ed assoluto”
San Tommaso d’Aquino, secoli addietro, illustrava lo stesso concetto da un altro punto di vista : “…la legge dell’amore divino produce nel¬l’uomo quattro effetti molto desiderabili. In primo luogo genera in lui la vita spirituale.
E’ noto in¬fatti che per sua natura l’amato è nell’amante. E perciò chi ama Dio, lo possiede in sé medesimo: “Chi sta nell’amore sta in Dio e Dio sta in lui” (1 Gv 4, 16).
E’ pure la legge dell’amore, che l’aman¬te venga trasformato nell’amato. Se amiamo il Si¬gnore, diventiamo anche noi divini: “Chi si unisce al Signore, diventa un solo spirito con lui ” (1 Cor 6, 17).
A detta di sant’Agostino, “come l’anima è la vita del corpo, così Dio è la vita dell’anima ”.
L’anima perciò agisce in maniera virtuosa e per¬fetta quando opera per mezzo della carità, me¬diante la quale Dio dimora in essa.
Se perciò qualcuno pos¬sedesse tutti i doni dello Spirito Santo, ma non avesse la carità, non avrebbe in sé la vita.
Si tratti pure del dono delle lingue o del dono della fede o di qualsiasi altro dono: senza la carità essi non conferiscono la vita.”
Paolo, testimone dell’amore di Cristo
Più ci si addentra nella confidenza con San Paolo, più si resta ammirati della sua incrollabile fede in Cristo, del suo instancabile zelo missionario, della sua completa dedizione all'apostolato, della sua forza attinta nella preghiera, nella contemplazione del mistero di Cristo, nella comunione ecclesiale, nella grazia dello Spirito Santo.
Leggendo le sue lettere, ascoltando in esse la proclamazione del suo Vangelo, vi scorgiamo anche certamente i suoi sentimenti e la sua coscienza, ma molto più spesso si avvertono uno slancio e un ardore provocati da un amore ultraterreno, e la configurazione a Cristo dell’Apostolo diviene quasi percepibile: tutto ciò che è suo è ormai di Cristo, è consacrato a Lui e alla missione da Lui affidatagli.
Non è più San Paolo che vive, ma Cristo in lui.
Qual è la forza di Paolo, da dove attinge quella energia divina che gli consente un tale grado di conformazione a Cristo?
È lui stesso a risponderci, con grande semplicità: "L'amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro" (2Cor 5,14-15).
La forza di Paolo è dunque l’amore, e la carità è la sua conformazione a Cristo.
La carità è il dono “più grande”, che dà valore a tutti gli altri, eppure “non si vanta, non si gonfia d’orgoglio”, anzi, “si rallegra della verità” e del bene altrui.
Per ora, mentre siamo in questo mondo, la carità è il distintivo del cristiano.
E’ la sintesi di tutta la sua vita: di ciò che crede e di ciò che fa.
L’amore è l’essenza di Dio stesso, è il senso della creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all’esistenza di ogni uomo.
Al tempo stesso, l’amore è, per così dire, lo “stile” di Dio e dell’uomo credente, è il comportamento di chi, rispondendo all’amore di Dio, imposta la propria vita come dono di sé a Dio e al prossimo.
In Gesù Cristo questi due aspetti formano una perfetta unità: Egli è l’Amore incarnato.
Questo Amore ci è rivelato pienamente nel Cristo crocifisso.

Una verifica personale dell’amore
La carità è magnanima: so allargare il cuore oltre le mie preferenze, le mie paure e i miei piccoli interessi?
La carità è benevola: cerco il bene possibile nelle persone e nelle situazioni, oppure mi fermo subito al giudizio negativo?
La carità non è invidiosa: riesco a gioire del bene degli altri senza viverlo come una minaccia?
La carità non si vanta e non si gonfia d’orgoglio: compio il bene per amore o per essere riconosciuto?
La carità non manca di rispetto: tengo conto della dignità, della condizione e dei bisogni dell’altro?
La carità non cerca il proprio interesse: il mio servizio è davvero gratuito?
La carità non si adira e non tiene conto del male ricevuto: so correggere senza rancore e perdonare senza alimentare la memoria dell’offesa?
La carità non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità: desidero il bene anche quando la verità mette in discussione le mie opinioni?
La carità tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta: riesco a non chiudere definitivamente la porta a chi ha sbagliato?
Saper vivere in questa logica dell’amore e del perdono è sicuramente l’esperienza mistica più bella ed esaltante di ogni credente.
Non un amore distorto e deviato, non un amore egoistico, fine a se stesso e interessato al proprio successo e alla propria carriera, ma un amore sincero, capace di entrare nelle maglie più intime e profonde della nostra personalità, spesso contorta e senza apertura alla relazione.
Non c’è vangelo dell’amore e della carità, se non passa attraverso la testimonianza di un profondo convincimento interiore che solo amando, si sogna e si spera, ma anche ci si impegna concretamente a dare un volto nuovo alla nostra storia.
“Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo”. Amen.