Omelia per funerale: come annunciare la speranza cristiana e accompagnare nel lutto

L’omelia in un funerale non è una lezione di esegesi o di teologia, ma nasce dalla vita quotidiana; è il modo con cui il pastore accompagna le famiglie in lutto e il suo popolo all’incontro con Gesù, maestro di umanità e di eternità. L’omelia, infatti, serve ad annunciare Gesù crocifisso e risorto, il Vivente, colui che ha aperto la porta della vita per tutti.

Soltanto su questa certezza, da riproporre ogni volta, possono innestarsi eventuali cenni alla testimonianza della persona defunta. Le norme liturgiche prevedono, prima dei riti di congedo, la possibilità di una memoria particolare del defunto, sempre in accordo con chi presiede la celebrazione.

Il significato dell’omelia durante le esequie

Anche nell’attuale società secolarizzata, la morte di una persona conserva una forte valenza affettiva e simbolica, aiuta, cioè, a riflettere sul significato del nostro vivere, a riconoscere quello che siamo davvero, dietro la maschera di cui abbiamo bisogno per stare in mezzo agli altri. La percezione della vita come «mistero» rende tutti più indifesi e umili, disponibili all’ascolto della Parola, che salva dalla precarietà umana e che offre ragioni di speranza.

La morte, infatti, è un evento profondamente umano, che interpella ciascuno e la persona nella sua interezza: sentimenti, memoria, pensieri, atteggiamenti, paure, scelte. L’esperienza pastorale conferma che una celebrazione esequiale ben vissuta e una omelia adeguata possono toccare il cuore anche di battezzati non praticanti, favorendo un rinnovato sguardo sulla vita e su ciò che, nel tempo, ha portato a smarrire la grazia della fede.

L’omileta ha la medesima funzione di Giovanni Battista, cioè «prepara la via al Signore» (Mt 3,3), che viene come luce e consolazione. Le omelie, omogenee per lunghezza, si ispirano sempre alla parola di Dio, ma valorizzano anche citazioni di teologi, di mistici, di santi, e anche di artisti e letterati, come pure narrazioni di aneddoti; il tutto è volto a offrire potenzialità che diano concretezza di vita al nostro cammino spirituale, alla ricerca della santità.

La celebrazione cristiana delle esequie

Certamente è determinante che la celebrazione cristiana delle esequie sia ben vissuta: i testi biblici scelti con cura, in sintonia con l’esistenza della persona deceduta; le intenzioni di preghiera in consonanza con quello specifico evento; i gesti liturgici compiuti con proprietà; i canti inneggianti all’impegno di Dio a favore della vita.

Se l’intera celebrazione esequiale è portatrice di grazia, non vi è dubbio che l’omelia detenga un suo spazio rilevante e una propria efficacia. Ecco perché la meditazione sui testi sacri non va mai improvvisata, ma preparata adeguatamente, pena lo svilimento del senso stesso delle esequie.

Oggi, termini tipici dell’esperienza cristiana quali anima, fede, Pasqua, risurrezione, vita eterna, giudizio, paradiso, inferno, purificazione, suffragio ecc. non possono essere scontati per la stragrande maggioranza dei tanti che pur partecipano ai funerali.

Su «altro» i presenti sono spesso concentrati nella «sosta in chiesa»: la coreografia, l’immagine sociale del defunto, il doveroso presenzialismo nei riguardi dei familiari, un discorso di circostanza con parole di conforto che non metta in discussione lo stile di vita. Sarebbe un grave impoverimento ridurre il cristianesimo a religione civile, a morale o a umana riserva consolatoria.

La memoria del defunto alla luce del Vangelo

Le omelie [riportate nel libro] costituiscono un riferimento da attualizzare, caso per caso. Non si tratta di riproporle pedissequamente, ma di trarne spunti e riflessioni da elaborare in libertà, in relazione alla storia della persona defunta, alla sua famiglia e alla sua presenza o assenza nella realtà cittadina e nella vita della comunità cristiana.

Molte delle cinquantatré omelie sono «generali», altre sono più mirate a particolari situazioni. Non è mai facile tenere l’omelia per la morte di un infante o di un giovane, per una vittima sulla strada o sul lavoro, per un omicidio o un suicidio.

La nostra gratitudine vuole esprimersi evocando alcuni tratti della vita e della persona di Fra’ Giacomo alla luce della Parola di Dio, che in questa liturgia è stata proclamata. Quanto altro si potrebbe dire di Mario. Oggi, prima che torni nella sua Avellino, vogliamo dargli il nostro ultimo saluto.

Preghiera, suffragio e speranza nella vita eterna

Sicuramente, in questo momento, il professor Maseri aspetta la nostra preghiera; quella preghiera di esequie con cui la Chiesa, da buona Madre, accompagna ogni suo figlio che, concluso il pellegrinaggio terreno e varcata la soglia della morte, va verso l’incontro definitivo con il Signore Gesù risorto per entrare nella vita eterna.

Nella fede il professor Maseri è nato, è vissuto ed è morto. Noi, che in questo momento condividiamo la sua stessa fede, possiamo offrire per lui la nostra preghiera di suffragio. Lo raccomandiamo alla misericordia del Dio dei vivi e dei morti, perché riconosca che questo suo figlio ha impegnato il tempo e le capacità avendo presenti le parole del Vangelo appena ascoltate: “Avevo fame e mi avere dato da mangiare. ero malato e mi avete visitato”.

Adesso incontrerà tante persone alle quali si è dedicato con competenza e passione quando erano malate o che ha aiutato con i suoi mezzi quando erano nel bisogno. E potrà sentirsi dire dal Signore Gesù le consolanti parole: “In quel malato o in quel povero hai aiutato me. Vieni benedetto del Padre mio”.

Ora che, secondo la imperscrutabile volontà di Dio, la prova è giunta al termine, chiediamo per il professor Maseri la grande grazia suggerita dalla stessa Parola di Dio: “dopo il momentaneo peso della tribolazione, riceva una quantità smisurata ed eterna di gloria”. Possa contemplare con gioia piena quelle “cose invisibili” che solo dopo la morte si spalancano all’uomo credente e che “sono eterne”.

Ritrovi ora l’amata moglie Francesca e il figlio Filippo assieme a tanti altri amici a lui riconoscenti e possa contemplare in comunione con loro “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano”. Riposi in pace!

Il dolore e la morte nel mistero della fede

Il primo è sulla sofferenza e sulla morte. È sempre difficile capire il perché del dolore, specialmente in una situazione come questa. Ci sentiamo spaesati e smarriti. Ci pare di vivere un incubo e aspettiamo solo di risvegliarci.

Il dolore è un mistero. Non riusciamo a capirlo. Sì, è un mistero, ma non un mistero soltanto. È un Mistero della fede. Nel Battesimo siamo stati associati alla vita di Cristo, così tanto che possiamo dire di non vivere più noi, ma è Cristo che vive in noi.

Partecipiamo della sua stessa vita. Di tutta la sua vita, anche della Passione e della Croce. Il dolore è un mistero di fede, è il mistero della vita di Gesù che riempie ogni istante della nostra vita. Quando soffriamo, è Cristo che soffre in noi.

Anche quando non capiamo il dolore, Gesù vive il nostro dubbio in noi, come lo ha vissuto nel Getsemani. Questo mistero di fede non è solo fonte di consolazione. È associare la nostra vita a quella di Gesù.

In questa unione, la nostra sofferenza, la nostra stessa morte diventa quella di Gesù, diventa fonte di salvezza. Nel nostro dolore sperimentiamo la salvezza nostra, dei nostri cari e del mondo intero. Questo significa essere sale e luce del mondo.

Allora arriviamo a dire, in modo paradossale e scandaloso, che il dolore è una grazia. È dono di Dio poter soffrire unito a Cristo. È dono di Dio poter partecipare del Calvario di Gesù per sperimentare la sua immensa misericordia e la sua salvezza. È dono di Dio poter morire in Cristo per risorgere con lui a vita nuova.

La fede come sorgente di consolazione

La fede che il Signore ci ha donato, ci rivolge un richiamo forte, decisivo e liberante. È il richiamo alla vita che non conosce la morte: la vita eterna, la vita stessa di Dio che, in Gesù crocifisso e risorto, viene partecipata all’uomo giusto e buono.

Così il dolore per la morte di una persona cara viene aperto dalla nostra fede alla speranza, anzi al gaudio spirituale: questa vita eterna è la meta che il Signore, nel suo amore, ha voluto e vuole per tutti e per ciascuno di noi. E noi la raggiungeremo se avremo fatto onore alla nostra vocazione cristiana, vivendo coerentemente il nostro Battesimo.

La notizia della sua morte ci ha addolorati, ma non ci ha lasciato nella tristezza. Siamo addolorati, ma non tristi. Tristi sono coloro che non hanno speranza. Triste è la vita di chi non riesce a scorgere l’alba dentro l’imbrunire.

Abbiamo sperato di averlo ancora tra noi. La sua morte ci ha sorpresi e ci addolora. Certo, può consolarci il fatto che per lui è avvenuta come in un addormentarsi sereno.

La vita del defunto come testimonianza

Luciano con la sua vita, nella sua seconda vita, ci insegnato che è possibile dare senso alla vita anche nel dolore. Nella prima lettura abbiamo sentito come l’insegnamento degli Apostoli della risurrezione di Cristo sia stato contrastato duramente. Sembrava paradossale, eppure testimoniavano la vittoria della vita sulla morte.

Luciano ha amato la vita, dandoci un grande e forte insegnamento. Mi ha detto nel primo incontro: “Con stupore ho scoperto che posso essere felice nonostante le mie condizioni, grazie a carità e condivisione, se mi libero dagli schemi di un passato superficiale posso dare i frutti che Dio vuole da tutti. Il mio dolore è come la pioggia su un terreno arido, posso essere felice se sono umile”.

“La felicità non appartiene agli uomini, ma il Padre con amore ci fa questo dono per rendere la lontananza più gradevole”. È una grande lezione, di grande attualità.

È una bella testimonianza, che anche il Cardinal Comastri ha elogiato più volte. Io penso che il Signore gli abbia aperto subito le sue braccia. Ringraziamo il Signore.

“Il Signore è molto buono con me; sono sempre felice grazie ai doni che su questa dolorosa strada ha seminato e posso raccogliere con umiltà”. Conservo ancora quel biglietto, e altri che mi ha fatto avere.

Luciano ha molte e belle cose da dire, e le dice con tanto maggior efficacia perché non si sente la sua voce. Il Signore tenga sempre pieno il cuore di Luciano. Grazie Luciano, sei stato una luce per noi, continua ad esserlo pregando per noi. Per gli ammalati e per chi pensa di essere sano.

Quando la morte è improvvisa o segnata dalla tragedia

Abbiamo da pochi giorni ricordato le lacrime di Gesù per l’amico Lazzaro. Il suo pianto ci impressiona, fa pensare. Non sono lacrime di disperazione, non sono lacrime di tristezza, sono lacrime di dolore per un amico morto e per il destino dell’umanità vittima del principale nemico del Padre che, come dice san Paolo, è la morte.

Le lacrime di Cristo per l’amico Lazzaro sono simili alle nostre lacrime per Luciano. Con le lacrime dei familiari, ci sono anche le lacrime di tutti noi. Lacrime versate per l’amico Luciano. Lacrime per un amico che ci ha consolato e ci ha incoraggiato.

Qualche giorno fa, al diffondersi della notizia della morte di Enza, mentre mi veniva chiesto un commento, dicevo che l’atteggiamento più opportuno era quello del silenzio, dinanzi ad una storia così triste, entrare in noi stessi e riflettere su dove ci sta portando questa società che sempre più si disegna su stili di violenza e di sopraffazione.

Tenendo conto che la violenza, prima di arrivare ad uccidere è sempre violenza di parole, di comportamenti, talvolta perfino di sguardi. Ma il silenzio doloroso che abita nei nostri cuori oggi è stato squarciato dalla Parola di Dio, che ci ha detto quello che pensa Lui, il Signore, sulla triste sorte della nostra sorella Enza.

Ecco, la nostra sorella Enza riposa dalle sue fatiche. Certo, guardando le cose dal nostro punto di vista, ci vien da dire che sarebbe stato meglio rimanere ancora ad accudire i suoi figliuoli nella loro crescita.

Ma le cose sono andate in un altro modo e dunque non ci resta che affidare al buon Dio quest’anima, chiedendo che ore lei possa dal cielo seguire e accompagnare con tante buone ispirazioni la loro crescita umana e cristiana.

La Parola di Dio come luce nel lutto

Ebbene nella prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, il Signore ci ha detto: “Beati i morti che muoiono nel Signore. Essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono”.

E poi proprio nella pagina del Vangelo Gesù ci ha ricordato che il chicco di grano che marcisce e muore diventa seme di vita per la spiga che nasce.

La nostra sorella Enza, è proprio lei questo chicco di grano che morendo, certamente produce molto frutto nella vita dei suoi figli che se da una parte cresceranno senza lo sguardo, gli abbracci, i baci della mamma, certamente troveranno accanto a loro tante belle persone che non faranno mancare loro tutto l’affetto necessario per una crescita serena e ricca di frutti buoni per la vita, nell’attesa di poterci tutti incontrare nell’abbraccio eterno del cielo.

Questa Parola del Signore sia davvero di grande consolazione e conforto e di speranza per tutti noi, chiamati dalla tragicità degli eventi, a vivere quest’ora di tristezza e di dolore.

Una parola rispettosa per i familiari

La morte di una persona cara coinvolge profondamente la famiglia e la comunità. In questi ultimi anni della malattia è stato costretto a restare casa. E dopo la morte dell’amata sorella Lisa, alla malattia che lo indeboliva sempre più nel corpo si è aggiunta anche la solitudine.

Si può essere soli, purtroppo, anche dentro queste mura. C’è stata la consolazione della presenza premurosa di due collaboratrici ucraine, dei nipoti, i figli degli amatissimi fratelli, e di pochissimi amici.

E la sua amicizia, anche nei momenti della debolezza, forse soprattutto in questi momenti, è stata sempre preziosa e tenera. Domenica scorsa gli ho portato la comunione - come regolarmente da tempo accadeva - e la sua pietà nel ricevere l’Eucaristia è stata esemplare.

Il suo carattere asciutto - come il suo stesso fisico - era pieno di tenerezza e in questi ultimi tempi della malattia mentre il suo corpo si impiccioliva la sua tenerezza per l’amicizia cresceva anche nella fatica di esprimersi.

Il servizio come forma concreta dell’amore cristiano

Il brano di Luca ci ha parlato della preparazione alla Pasqua di Gesù, quella che ha consumato con i suoi discepoli nell’ultima cena. È la Pasqua nella quale Gesù ha dato loro il pane e il vino, ma li ha dati con una novità del tutto inaudita e sorprendente: nel pane e nel vino ha offerto il suo corpo e il suo sangue, segno del dono totale di sé sulla croce.

Ecco la logica di Gesù: è quella della donazione. «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 27). Mi sembrano parole adatte a Fra’ Giacomo Dalla Torre, la cui vita è stata segnata dal dono di sé e da servizio.

Mi piace ricordare l’amabilità del suo tratto cordiale e sincero nei rapporti umani; la sua mitezza e accoglienza; la profonda fede che animava ogni sua azione; l’amore al Papa e alla Chiesa respirato fin da piccolo nella sua famiglia da sempre legata alla Santa Sede.

Questa sensibilità ecclesiale, unita ad uno spiccato senso del dovere, gli hanno permesso di svolgere con scrupolosa fedeltà le mansioni professionali, come anche gli incarichi che via via ha assunto all’interno dell’Ordine, fino alla carica suprema.

Con grande disponibilità, ha sempre anteposto il bene comune ad altri interessi o aspirazioni, si è sforzato di operare con rettitudine e generosità, guadagnando così la stima e il comune apprezzamento.

Fra’ Giacomo ha servito la cultura e, attraverso di essa, ha servito la Parola di Dio. Per lui, l’arte e l’archeologia cristiana rappresentavano il volto della Chiesa, la sua fecondità artistica e artigianale, la sua vocazione a comunicare un messaggio che è Buona Notizia.

Fede, umiltà e fedeltà nella vita del credente

Il professor Maseri aveva nel cuore questa prospettiva di eternità perché era sostenuto dalla fede cristiana, profondamente radicata nella sua coscienza. Aveva respirato questa fede fin da bambino in famiglia, in parrocchia e nella tradizione friulana e ad essa è rimasto fedele pur frequentando, a motivo della sua professione, contesti culturali, scientifici e umani che si ispiravano ad altri principi.

Mi è stato, ad esempio, testimoniato che frequentava costantemente la Santa Messa sempre con il suo stile sobrio e intelligente. Credo sia lecito pensare che la fede cristiana e le parole del Vangelo, radicate in profondità nel suo cuore e nella sua intelligenza, abbiano ispirato tante sue scelte di vita.

Si è fatto stimare, oltre che per le sue capacità professionali e scientifiche, per la nobiltà d’animo, la generosità, la rispettosa attenzione alla persona; per virtù, cioè, che hanno il sapore evangelico.

Il professor Maseri aveva nel cuore questa prospettiva di eternità perché era sostenuto dalla fede cristiana, profondamente radicata nella sua coscienza.

Luciano ha accolto la testimonianza di Cristo come valida e decisiva per la sua vita. E il Cristo gli ha dato lo Spirito senza misura. In una misura grande. E, conclude il vangelo, chi crede nel Figlio ha la vita eterna.

Nel 30° anniversario mi disse: “Da quando sono caduto, voglio condividere questa ricchezza. Soffro quando la gente non vuole la gioia del vangelo”.

Non ha mai perso la fiducia nel Signore, ha vissuto il suo dolore con serenità, che trasmetteva a chi gli faceva visita.

La speranza della risurrezione

L’apostolo Paolo scrive ai Romani: «Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione (…) Se siamo morti con Cristo, crediamo che vivremo anche con lui» (6, 5.8).

E questa santa liturgia, memoria della morte e risurrezione di Gesù, ci rende partecipi di questo ingresso nel cielo. Noi siamo accanto a Mario con la nostra preghiera e la parola evangelica ci suggerisce qualcosa del dialogo che si svolge tra il Signore e questo suo servo, come in un’eco lontana ma profonda: «Bene servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Matteo 25, 21), gli dice il Signore.

Mario è stato un credente buono e fedele nel suo servizio al Vangelo e alla Chiesa. Molti sono stati i talenti che gli sono stati affidati e lui ha cercato di trafficarli nel corso della vita.

Ora lo consegniamo al Signore nella preghiera. E possiamo immaginarlo mentre sta giungendo alle porte del cielo e venirgli incontro la Madonna, i suoi santi, i genitori e farsi largo Lisa, Biagio, Angelo e i tanti amici che gli fanno festa.

La nostra preghiera lo accompagni in questo ultimo tratto del pellegrinaggio verso il cielo.

La gratitudine per la vita ricevuta

Un altro pensiero non ci ha mai abbandonato in queste settimane: grazie! Il papà lo ripeteva spesso: “abbiamo ricevuto tutto gratis”. Papà si sentiva profondamente benedetto.

Era contento di tutto ciò che gli era stato donato in abbondanza. Con fiducia ha sempre accolto con umiltà e gratitudine i doni che il Signore ha posto nella sua vita. Con la stessa fiducia e abbandono, ha accolto la malattia e la morte.

Questi giorni sono stati l’incarnazione di Giobbe: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?” Solo nell’esercizio quotidiano e fedele alla gratitudine possiamo riconoscere l’opera costante di Dio in noi.

Solo imparando a dire ogni giorno “Grazie” per ogni piccola cosa, possiamo realmente vedere Dio. Solo allenandoci alla virtù della gratitudine Dio non sarà mai lontano da noi, perché i nostri occhi saranno abituati a vederlo.

E non ci sarà notte o buio che possa spegnere la luce che è nella nostra vita. Eucarestia significa rendimento di grazie. Proprio attorno a questo altare ringraziamo il Signore per il dono del papà.

Una preghiera conclusiva per il defunto e per chi resta

Adesso chiediamo la sua intercessione, perché anche la nostra vita possa essere dono ricevuto e donato con pieno abbandono. Così sia.

Dio, Signore e amante della vita, perdonaci se alla notizia di questa ennesima tragedia che ha umiliato e macchiato di vergogna la nostra comunità civile ed ecclesiale, abbiamo coltivato sentimenti di sdegno e di vendetta.

Ti preghiamo di accogliere tra le tue braccia nostra sorella Vincenza, di custodire con amore di Padre i suoi figli e di usare misericordia con Luigi.

E a noi dona il coraggio, nonostante tutto, di custodire, servire e amare la vita sempre, dovunque e comunque.

Ed ora, in questa Eucaristia, preghiamo perché questo nostro fratello sia purificato da ogni traccia di miseria umana e sia annoverato alla sorte beata degli amici del Signore.

Fra’ Giacomo Dalla Torre ha servito la Chiesa servendo con grande ardore i poveri e gli ultimi. Ha sempre venerato e amato la Chiesa. Senza l’amore appassionato per la Chiesa tutto diventa in lui incomprensibile.

Il suo esempio e la sua testimonianza costituiscono un invito rivolto a noi ad annunciare senza compromessi il primato di Dio. Egli ci ricorda che, presupposto di ogni impegno apostolico e antidoto di ogni pericolosa frammentazione interiore ed esteriore, è la santità personale, in docile ascolto dello Spirito, che libera e trasforma il cuore.

Egli ora è entrato nella Pasqua eterna. E Gesù, il risorto, come è entrato nel Cenacolo a porte chiuse, così è penetrato in quel luogo spirituale che è il cuore di Fra’ Giacomo Dalla Torre: un cuore aperto, spalancato da tutta una vita all’incontro con il Signore.

A lui che ora è vicino al Signore affidiamo la preghiera perché ognuno di noi arrivi all’appuntamento della morte con il cuore purificato e le mani piene dei frutti dell’amore elargito lungo la vita.

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