Missionari rapiti ad Haiti: il sequestro dei 17 membri di Christian Aid Ministries

Il 16 ottobre 2021 un gruppo di 17 missionari legati all’organizzazione statunitense Christian Aid Ministries è stato rapito ad Haiti dalla banda armata 400 Mawozo, mentre rientrava da una visita a un orfanotrofio nei pressi della capitale Port-au-Prince. Il gruppo comprendeva 16 cittadini statunitensi e una persona canadese, oltre a cinque bambini.

Il sequestro si è concluso dopo quasi due mesi con la liberazione degli ostaggi in più fasi: due persone erano state rilasciate a fine novembre, altre tre all’inizio di dicembre e le ultime 12 erano riuscite a fuggire pochi giorni prima della conferenza stampa organizzata dall’associazione a Berlin, in Ohio. Non è stato chiarito se per alcuni o per tutti i missionari sia stato pagato un riscatto.

Il rapimento dei missionari

Una famigerata banda haitiana, i 400 Mawozo, è stata accusata dalla polizia del rapimento, avvenuto sabato 16 ottobre, di 17 missionari di un'organizzazione con sede negli Stati Uniti. Si ritiene che tra i rapiti ci fossero cinque minori, tra cui un bambino di due anni.

Il gruppo, che comprendeva anche alcuni anziani, è stato sequestrato a Ganthier, un comune che si trova ad est della capitale Port-au-Prince, mentre erano di ritorno da una visita a un orfanotrofio locale che stanno realizzando. I missionari e le loro famiglie stavano tornando da una visita a un orfanotrofio a circa 30 chilometri a est di Port-au-Prince quando il loro autobus è stato fermato dai malviventi, che li hanno costretti a scendere.

Un gruppo di 17 missionari statunitensi è stato rapito ieri da una banda criminale a Haiti, a Titanyen a nord della capitale Port-au- Prince. Nel gruppo ci sono anche 3 bambini. A riferirlo alla Cnn sono fonti delle forze di sicurezza haitiane.

Sono nelle mani di una banda armata che, da mesi, organizza furti e rapimenti nella zona situata tra la capitale haitiana e il confine con la Repubblica Dominicana. Al momento, però, non si sa se è stata fatta o meno richiesta di riscatto.

Bus dei missionari rapiti ad Haiti

La banda 400 Mawozo

A quanto si è appreso, a compiere il rapimento è stata la "400 Mawozo", una banda armata che da mesi imperversa nella zona tra Port-au-Prince e il confine con la Repubblica Dominicana con furti e rapimenti di cittadini statunitensi ma anche haitiani.

La stessa gang è stata accusata di aver rapito cinque sacerdoti e due suore all'inizio di quest'anno ad Haiti. La gang 400 Mawozo è una gang haitiana molto potente attiva nella zona della capitale Port-au-Prince.

I missionari, secondo le prime informazioni, sono nelle mani di una banda armata che, da mesi, organizza furti e rapimenti nella zona situata tra la capitale haitiana e il confine con la Repubblica Dominicana, ha precisato una fonte che non è però in grado di chiarire se sia stata fatta una richiesta di riscatto.

La richiesta di riscatto

Dopo il rapimento, le autorità haitiane avevano detto che la gang aveva chiesto un riscatto di 1 milione di dollari per ciascuna persona rapita, in totale 17 milioni di dollari.

A rivendicare il blitz furono i membri della gang 400 Mawozo, che a poche ore di distanza dal rapimento comunicarono al Governo haitiano il prezzo del riscatto: 1 milione di dollari per ciascuno. Non è chiaro se il prezzo costituisse un punto di partenza contrattuale, e se effettivamente ci sia stata una contrattazione tra Governo haitiano, Washington, Ottawa e la gang (magari con la mediazione vaticana).

Non è chiaro se per alcuni o tutti i missionari rapiti sia stato pagato un riscatto, e né il New York Times né il Wall Street Journal, tra gli altri, hanno potuto verificare indipendentemente il racconto dell’organizzazione.

Il direttore generale dei Christian Aid Ministries, David Troyer, ha detto che erano state raccolte delle somme per pagare il riscatto dei missionari rapiti, ma non ha chiarito se le 12 persone siano riuscite a scappare perché era stato effettivamente pagato un riscatto.

Secondo Gédéon Jean, direttore di una ong di Port-au-Prince che si occupa di rapimenti, non si è mai sentito di persone che siano riuscite a scappare da gang così bene attrezzate come i 400 Mawozo, se non dopo il pagamento di un riscatto.

La liberazione degli ostaggi

La liberazione dei 17 missionari è avvenuta in più fasi. Fatto sta che lo scorso 21 ottobre sono stati liberati i primi due ostaggi, e dopo di loro altri tre appena un paio di settimane dopo. Per concludere con il ritrovamento del sostanzioso gruppo dei quindici, giovedì mattina.

La notizia confermata da ONG e media haitiani, nelle scorse settimane ne erano stati rilasciati già cinque. Sarebbero finalmente liberi gli ultimi 12 missionari nordamericani rimasti ostaggio per due mesi di una gang armata haitiana.

A confermarlo sono media locali e fonti istituzionali del Paese centroamericano. I predicatori sarebbero stati avvistati alle prime luci dell’alba di giovedì nel quartiere di Morne à Cabrit, a poca distanza dalla capitale Port-au-Prince.

Ad avvisare le forze dell’ordine sarebbero stati alcuni abitanti del posto pochi minuti dopo la liberazione (avvenuta intorno alle 5 del mattino secondo la versione di un agente di sicurezza haitiano). Non è ancora chiaro, tuttavia, quali siano le loro condizioni di salute o se siano riusciti a identificare i rapitori.

La fuga dei 12 missionari

Lunedì a Berlin, in Ohio, si è tenuta una conferenza stampa alla sede dei Christian Aid Ministries, l’organizzazione di missionari a cui appartenevano le 17 persone rapite lo scorso ottobre ad Haiti e tenute in ostaggio per quasi due mesi.

Un portavoce dell’organizzazione ha raccontato come 12 di loro, le ultime a essere tornate in libertà pochi giorni fa, siano riuscite a scappare in modo piuttosto rocambolesco dai rapitori che le avevano tenute in ostaggio. Il racconto della loro fuga è stato ripreso da diversi giornali.

Nella conferenza stampa, il portavoce dei Christian Aid Ministries, Weston Showalter, ha raccontato invece che mercoledì notte i 12 missionari sono riusciti ad aprire una porta che era chiusa e a scappare «nonostante il fatto che nei paraggi ci fossero molte guardie».

Dopo essere uscite dall’edificio dove erano tenute in ostaggio, le 12 persone - cinque uomini, tre donne, due adolescenti e due bambini - hanno quindi camminato per varie miglia tra i rovi, orientandosi grazie alle stelle e tenendo come punto di riferimento una montagna.

Dopo alcune ore hanno trovato alcune persone che le avevano aiutate e sono riuscite a fare una telefonata: nell’arco della stessa giornata sono rientrate negli Stati Uniti con un volo della Guardia Costiera diretto verso la Florida. Nessuna di loro era presente alla conferenza stampa.

I missionari fuggono dai rapitori haitiani dopo due mesi di prigionia | NewsNation Prime

Versioni diverse sulla liberazione

La loro versione contrasta con il resoconto ufficiale dato dalla polizia haitiana, secondo cui gli ostaggi erano stati liberati e poi aiutati da alcuni residenti della zona.

Finora non è trapelato nessun commento ufficiale da parte dell’ambasciata statunitense ad Haiti. La polizia e le autorità di Haiti, così come l’FBI, non hanno risposto alle richieste di chiarimenti del New York Times.

Gioia è stata invece espressa da Christian Aid Ministries, la ONG di Berlin, Ohio, per cui lavoravano i diciassette. “Rendiamo grazie a Dio per aver esaudito le nostre preghiere“, si legge in un comunicato, che conclude: “Speriamo di fornire maggiori informazioni appena saremo in grado di farlo.”

Non è chiaro se per alcuni o tutti i missionari rapiti sia stato pagato un riscatto, e né il New York Times né il Wall Street Journal, tra gli altri, hanno potuto verificare indipendentemente il racconto dell’organizzazione.

La crisi della sicurezza ad Haiti

Nonostante il deterioramento della situazione della sicurezza ad Haiti, il rapimento di un gruppo così grande di americani è stato una sorpresa per le autorità locali, riporta il New York Times.

Dall’assassinio del presidente Jovenel Moise la crisi «multidimensionale» non ha fatto che aggravarsi. Oggi il Paese è in mano alle bande armate. La comunità internazionale cerca soluzioni improbabili, senza interpellare i diretti interessati.

«La situazione è molto complicata e ancora più preoccupante. Ci sono i banditi un po’ ovunque, e sparano. In effetti è come una situazione di guerra».

Chi parla è Nicolas Pierre Louis, leader contadino dell’organizzazione Tèt kole ti paysan (Tktp) che abbiamo raggiunto telefonicamente. Si trova nella cittadina Pétite Rivière dell’Artibonite, importante snodo nella valle omonima, la più grande area pianeggiante di Haiti, nota per la produzione di riso, alimento base della popolazione.

Il controllo delle bande sul territorio

«È una situazione catastrofica - prosegue -. I contadini della valle non sono più in grado di produrre, perché i banditi hanno occupato le loro terre, inoltre hanno rubato loro gli animali (vacche, capre, maiali che le famiglie usano come salvadanaio, da vendere in caso di bisogno, ndr). E se avevano un mulino, sovente è stato smontato e rubato.

I contadini delle montagne hanno difficoltà simili e di approvvigionamento di qualsiasi cosa». Ma rilancia: «La popolazione rurale c’è, resiste, ma la situazione è estremamente critic.

Nicolas ci conferma che in alcuni importanti comuni della valle, come Pétite Rivière, L’Estère, Liancourt, le gang controllano il 100% del territorio.

«Se si ha del prodotto da vendere, è molto difficile raggiungere i mercati o le città, perché tutte le strade sono controllate dai banditi che, come minimo, chiedono un pedaggio. Sovente si utilizzano le moto per arrivare a destinazione attraverso strade secondarie. Ma è più complica

In senso inverso, le merci di ogni tipo che arrivavano dalla capitale Port-au-Prince, prima fra tutte la benzina, incontrano la stessa difficoltà per giungere nelle città di provincia, «così si è creata una iperinflazione, ovvero un forte aumento dei prezzi di tutti i beni per il consumatore finale».

Trenta mesi di deterioramento politico e sociale

Negli ultimi trenta mesi il paese dei Caraibi ha visto la situazione sociopolitica ed economica degradarsi progressivamente. Il 7 luglio 2021 il presidente Jovenel Moise è stato assassinato nel suo letto da un commando di mercenari, molti dei quali ex militari colombiani.

I paesi «amici» (il virgolettato è d’obbligo), ovvero Usa e Canada, hanno subito appoggiato la presa di potere da parte di Ariel Henry, primo ministro designato da Moise pochi giorni prima dell’assassinio, ma mai investito, il quale ha costituito il suo governo «de facto».

Henry è dello stesso partito di Moise, Partito haitiano tèt kale (Phtk), e ha scartato l’opzione di una coalizione proposta da altri partiti e organizzazioni sociali (nota come il Consenso di Montana, dal nome dell’hotel dove è stato firmato), che chiedeva una transizione consensuale tra tutte le parti in causa (partiti politici, organizzazioni sociali, ecc.).

Occorre ricordare che Moise aveva accuratamente evitato ogni tipo di elezione (le ultime nel novembre 2016 lo avevano portato alla presidenza), da quelle amministrative locali a quelle parlamentari, portando a scadenza ogni carica elettiva e concentrando su di sé gran parte del potere. Stava pure tentando di modificare la Costituzione.

Dopo la sua morte, le gang, gruppi di banditi organizzati e ben armati, hanno preso il sopravvento su un Governo debole e inconcludente. Rapimenti, assassinii e violenze di ogni genere contro la popolazione sono aumentati in modo vertiginoso.

La crescita di rapimenti e violenze

Dall'inizio dell'anno ad Haiti si sono registrati oltre 600 rapimenti rispetto ai 231 dello scorso anno, secondo le organizzazioni umanitarie. Il Paese sta anche attraversando una crisi senza precedenti dopo l'uccisione del presidente Jovenel Moise a luglio, che ha gettato il Paese nell'incertezza politica, e il forte terremoto del mese seguente.

Le gang, forti di armamenti moderni e continui rifornimenti di munizioni, sono cresciute fino a controllare gran parte della capitale (compreso il centro e i quartieri popolari) e le principali vie di accesso ad essa.

La polizia nazionale (Pnh) non riusciva a contrastarli, così nell’ottobre del 2022 il premier Henry ha chiesto in aiuto una forza internazionale. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il 2 ottobre 2023, tramite una risoluzione, ha dato il via libera alla creazione di una Missione multinazionale di appoggio alla sicurezza (Mmas).

Stati Uniti e Canada non volevano però invischiarsi nell’operazione, visto il contesto mondiale complesso e le elezioni Usa in avvicinamento, oltre a un passato di esperienze fallimentari. Per questo motivo hanno fatto pressioni sul Kenya affinché guidasse tale missione, che sarà finanziata dagli Usa con oltre 120 milioni di dollari.

La crisi umanitaria

Negli ultimi mesi sono oltre 340mila gli haitiani sfollati a causa delle violenze e degli scontri tra bande criminali, mentre sono cresciuti gli omicidi, i rapimenti e gli stupri. Le sparatorie nei quartieri sono quotidiane.

«Non va per niente bene ad Haiti. I banditi imperversano. Il Cpt funzionerà? Speriamo di sì, se i partiti politici lo faranno funzionare, e se darà vita a un Governo di transizione.

A livello della sicurezza la polizia da sola non può affrontare i banditi. Ma se ci fosse una forza multinazionale la potrebbe aiutare. Che non sia però una forza di occupazione, come quella Usa del 1915».

L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha) ha dichiarato che 5,5 milioni di haitiani (su 11,7) sono in emergenza umanitaria e ha chiesto una raccolta di 674 milioni di dollari per intervenire.

Ma questi basterebbero solo per 3,6 milioni di persone. Massima urgenza, quindi, per la sicurezza alimentare di due milioni di persone a rischio fame.

Il ruolo delle gang nella crisi haitiana

Allo stato attuale delle cose, chi ha il controllo reale del Paese, sono le gang grazie alle armi. In un quadro nel quale le istituzioni sono assenti e quelle provvisorie sono deboli e non legittimate.

Le gang sono presenti ad Haiti da fine anni Ottanta, ma - come detto - sono oggi diventate un attore imprescindibile nel quadro haitiano.

Abbiamo chiesto il parere a un militante sindacale, che ci ha chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza: «Sono le grandi famiglie dell’oligarchia haitiana che hanno armato le gang e le riforniscono di munizioni.

Ma anche i politici che chiamiamo granmanje (corrotti), i grandi senatori, deputati, sindaci. Hanno creato le gang per difendersi e difendere le proprietà dell’oligarchia (qui si intendono poche grandi famiglie haitiane, ndr) e dei grandi latifondisti.

Si noti, infatti, che questi non vengono mai attaccati. Le gang, di fatto, combattono contro la popolazione, sono presenti per impedire la mobilitazione popolare contro il Governo».

I banditi controllano i quartieri popolari impedendo che la gente vada a manifestare.

«Ci sono deviazioni e contraddizioni interne - continua -. Ad esempio, alcune fazioni delle classi dominanti foraggiano le gang, mentre il Cpt (espressione sempre delle classi ricche, ndr) si oppone alle stesse gang, perché deve riportare la sicurezza.

Ma è la popolazione che deve lottare contro questi banditi, in modo organizzato».

Le prospettive di una forza internazionale

Quando gli chiediamo se si potrebbe negoziare con i supposti leader, è chiaro: «No, occorre combatterli e deve essere il popolo a farlo».

Abbiamo fatto la stessa domanda a padre William Smarth che raggiungiamo telefonicamente a Port-au-Prince. Sacerdote haitiano diocesano, associato con i padri dello Spirito Santo (Spiritani), è stato molto attivo nel movimento della società civile che portò Jean-Bertrand Aristide a vincere le elezioni del dicembre 1990, le prime democratiche dopo la cacciata di Jean-Claude Duvalier il 7 febbraio 1986.

«Non ci sono negoziazioni possibili con questi banditi. Se interviene una forza seria (si riferisce a una forza internazionale di polizia, ndr), la gente stessa aiuterà, perché la popolazione ha bisogno di liberarsi: è quella che subisce di più, anche se ci sono delle zone nelle quali i banditi distribuiscono del cibo».

«I banditi si sono sviluppati ulteriormente e continuano a ricevere munizioni dall’estero in grandi quantità. Io credo che negli Usa molti pensano che il Governo sarebbe capace di controllare questo commercio di armi verso Haiti.

Ma è un grosso giro di soldi. E anche di droga (vedi box). La crisi profonda è anche economica. Mentre le scuole sono chiuse da settimane a Port-au-Prince».

La crisi politica e la transizione

Nel costante deterioramento della situazione della sicurezza, a inizio 2024 il Governo non aveva fatto alcun progresso, e Ariel Henry, il cui mandato avrebbe dovuto scadere il 7 febbraio (secondo un accordo tra alcuni attori politici e sociali, il Consenso nazionale di transizione, raggiunto il 21 dicembre 2022) non voleva affatto dimettersi.

La popolazione, allora, è scesa in piazza nel mese di gennaio per chiedere le sue dimissioni bloccando le attività del Paese fino a inizio febbraio.

Intanto le gang - una costellazione di gruppi, ognuno con il suo capo carismatico, un territorio di riferimento e spesso in lotta tra loro - sono riuscite a creare una grossa federazione, intorno a un portavoce, l’ex poliziotto Jimmy Cherizier, detto Barbecue.

Questo è stato un passaggio fondamentale, perché la coalizione delle gang, chiamata Viv ansamm (vivere insieme, in creolo), il 29 febbraio ha lanciato un attacco senza precedenti ai palazzi delle istituzioni pubbliche e alle infrastrutture strategiche (porti, aeroporti, posti di polizia e due carceri, facendo fuggire migliaia di detenuti), ma anche a strutture della Chiesa e della sanità.

In quel momento il premier Henry era in Kenya per firmare un accordo quadro che avrebbe consentito al Paese africano di guidare la Mmas. Ma sono proprio i poliziotti stranieri che le gang non vogliono, e Barbecue in un’uscita di grande impatto mediatico, durante un’intervista, ha minacciato: «Se Henry non si dimetterà e se la comunità internazionale continuerà a sostenerlo, andremo dritti verso una guerra civile e un genocidio».

Affermazione che segna un cambio di livello: le gang da esecutori, si traformano in attore politico attivo.

Gli Stati Uniti, infatti, voltano le spalle al «loro» premier e il 5 marzo gli chiedono di dimettersi. Henry, trattenuto a Porto Rico (protettorato Usa), infine accetta e fa un passo indietro l’11 marzo.

Il gruppo decide che il Paese sarà guidato da un Consiglio presidenziale di transizione (Cpt), composto da sette membri e due osservatori, e dovrà essere espressione dei diversi settori politici e sociali del paese.

Il Cpt, dopo lunghe trattative tra settori haitiani, si insedia il 25 aprile, con gli ambiziosi obiettivi di riportare la sicurezza e organizzare le elezioni. Il suo mandato non può andare oltre il 7 febbraio 2026.

Port-au-Prince controllata dalle gang

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