Missionari italiani in Bolivia: educazione, solidarietà e sviluppo nelle comunità più fragili

In Bolivia i missionari italiani operano da decenni sia nelle grandi periferie urbane sia nelle comunità rurali andine, amazzoniche e della Chiquitanía, affrontando povertà, isolamento, abbandono scolastico e mancanza di servizi. Sacerdoti, religiosi, religiose e laici affiancano l’annuncio religioso con scuole, convitti, mense, centri di accoglienza, attività sportive, formazione professionale e progetti di tutela ambientale.

La presenza missionaria italiana si traduce così in un lavoro quotidiano rivolto soprattutto ai bambini, ai giovani, alle famiglie povere e alle popolazioni indigene. Dalla mensa di Montero alle opere salesiane di Santa Cruz, dalla formazione nella Chiquitanía alle parrocchie francescane e alle comunità dell’altopiano, l’obiettivo è offrire educazione, dignità e opportunità concrete in territori segnati da grandi distanze e forti disuguaglianze.

La Bolivia: un Paese dai molti volti

La Bolivia, grande quasi quattro volte l’Italia, è una terra dai molteplici volti, ricca di contrasti geografici, climatici, culturali, etnici. Con le terre orientali tropicali divise tra bacino amazzonico e l’area del Chaco e la regione andina con le sue montagne che raggiungono e a volte superano i 6.000 metri ed il vasto altopiano con un’altezza media di 3.500 metri, è soprattutto un paese tropicale a cui si aggiunge il fascino della lotta quotidiana dell’uomo per sopravvivere ad alta quota.

È un paese multietnico che non ha ancora trovato la sua identità nazionale soffocata dalla convivenza contrapposta tra la maggioranza meticcia e le numerose minoranze indie. Un paese dove il 38% circa della popolazione vive sotto la soglia di povertà, nonostante le ingenti risorse minerarie e dove, accanto alle città, crescono le grandi periferie suburbane fatte di baracche e degrado.

Lo Stato Plurinazionale di Bolivia ha una popolazione di 11.673.029 abitanti, una superficie di 1.098.581 Kmq, Sucre come capitale costituzionale e La Paz come capitale amministrativa. La moneta è il boliviano (BOB), mentre le lingue comprendono spagnolo, quechua, aymara, guaraní e altre.

CaratteristicaDato
Popolazione11.673.029 (2020)
Superficie1.098.581 Kmq
Capitale costituzionaleSucre
Capitale amministrativaLa Paz
MonetaBoliviano (BOB)
LingueSpagnolo, Quechua, Aymara, Guaraní e altre

È un paese senza coste, con tre regioni naturali. Sull’altopiano, con altitudine media di 4.000 m e clima secco e freddo, vive la maggior parte della popolazione e si trovano le principali risorse minerarie del paese: stagno, oro, argento, zinco, tungsteno, rame.

Le “valli calde” e le valli dei pendii orientali delle Ande, dal clima subtropicale, sono la principale area produttrice di caffè, cacao, canna da zucchero, soia, coca e banane. Nelle pianure tropicali dell’est e del nord, regione di giungle e savane, vi sono pascoli per i bovini e si coltiva riso, soia e canna da zucchero; vi sono inoltre giacimenti di idrocarburi.

Il territorio boliviano è diviso in tre bacini che confluiscono nel lago Titicaca, nel Rio delle Amazzoni e nel Rio de la Plata. L’incontrollato sfruttamento del legname minaccia le risorse forestali, la fauna e il sistema idrologico. In El Alto, nel distretto di La Paz, si è accentuato l’inquinamento dell’aria, dovuto principalmente all’aumento della motorizzazione.

La presenza dei missionari italiani

In Bolivia i missionari italiani sono circa duecento, tra religiosi e diocesani, impegnati sia nei contesti urbani delle grandi città boliviane, sia nel contesto rurale dove etnie diverse vivono in località situate tra i 2500 e i 4500 metri di altezza.

La presenza missionaria comprende sacerdoti, religiosi, religiose e laici appartenenti a diverse famiglie ecclesiali. Il loro lavoro si sviluppa nelle parrocchie, nelle scuole, nei centri di accoglienza, nelle comunità indigene e nei progetti sociali rivolti a minori e famiglie.

Nel 2010 si è tenuto in Bolivia l’incontro annuale dei missionari italiani organizzato dalla Fondazione Missio e dal Centro unitario per la cooperazione missionaria tra le Chiese di Verona (Cum). La delegazione composta da Don Gianni Cesena, Direttore di Missio, e da Don Alberto Brignoli, incaricato del CUM per l’America Latina si recò a Cochabamba.

L’incontro è stato innanzitutto un momento di verifica sulla presenza missionaria italiana in Bolivia e di ascolto dei missionari impegnati a livello ecclesiale e sociale. Sacerdoti, religiosi, religiose e laici hanno avuto anche l’occasione di confrontarsi con alcuni esponenti della Chiesa boliviana.

La piccola delegazione italiana aveva in programma una serie di visite alle comunità dove operano i missionari italiani, in particolare Quechua, Santa Cruz e La Paz.

La lunga storia delle missioni francescane

La presenza dei Frati Minori in Bolivia risale al 1948, con l’arrivo dei frati piemontesi. Negli anni successivi, si sono uniti frati lombardi, trentini, altoatesini, spagnoli, austriaci, tedeschi e americani, contribuendo a formare una rete missionaria variegata e attiva.

I frati del Piemonte operarono nella zona est della diocesi di Cochabamba, nelle parrocchie di San Pedro e poi nel Chapare. I frati lombardi, espulsi dalla Somalia, si inserirono nel Vicariato di Cuevo, mentre i frati trentini giunsero nel 1950, fondando una presenza stabile nel Convento di Tarata, vicino a Cochabamba.

Nel 1962 venne istituita la Prelatura di Aiquile, affidata alla Provincia Francescana di Trento, segnando una nuova fase di sviluppo e consolidamento della missione.

Il legame tra Bergamo e la Chiesa boliviana

La storia dei missionari diocesani bergamaschi in Bolivia cominciò dalla diocesi di La Paz. «Eccellenza Reverendissima la tradizionale generosità della popolazione bergamasca, la ricchezza di vocazioni sacerdotali e religiose della sua Diocesi, la presenza a Roma di un Papa bergamasco, mi spinge a presentarle la mia personale richiesta e quella della nostra vastissima arcidiocesi di La Paz.

La nostra gente ha fame e sete di sacerdoti. Ma noi non ne abbiamo. L’educazione della gioventù richiede forze nuove ed energia più fresche. Ma noi non ne abbiamo. Le città si gonfiano ogni giorno di più per l’afflusso di gente della campagna. Occorrerebbero chiese e nuovi pastori. Ma noi non ne abbiamo.

A voi costa poco privarVi di qualche sacerdote e di qualche religiosa. Una piccola vostra porzione, qui significa invece un mondo intero. Un grande dono per centinaia di migliaia di persone… Questo è il nostro appello, come di una barca che sta per essere sommersa dalla tempesta.

Non mi dica di no. Io stesso sono disposto a partire subito per venire a Bergamo ad illustrarle di persona le nostre necessità. È il cuore di un padre che chiede pane per i propri figli…»

Questo era il tenore della prima lettera arrivata da La Paz. Ma come andarono veramente le cose ce lo potrebbero raccontare solo le mura delle stanze vaticane.

Era giornata di udienze e Giovanni XXIII stava ricevendo in udienza diversi arcivescovi e vescovi, italiani ed esteri. «Santità - disse con le lacrime agli occhi e le mani nelle mani del Papa, l’allora arcivescovo di La Paz - non ce la facciamo più.

La mia vastissima arcidiocesi non ha sacerdoti sufficienti. La gente chiede il pane e non ho chi glielo possa dare. Una pena immensa, se non mi aiuta Lei, Santità…»

Il Papa, che aveva ascoltato con commozione quelle parole, scorse in fondo alla fila, in attesa, il Vescovo di Bergamo, Mons. Giuseppe Piazzi e disse: «Gliene parli a quello laggiù - disse il Papa - al Vescovo di Bergamo, forse qualche cosa succederà».

E successe che il Vescovo di Bergamo inviò i suoi primi missionari diocesani in terra di Bolivia, cominciando dalla diocesi di La Paz. Era l’11 ottobre 1962.

Le opere salesiane nelle periferie di Santa Cruz

La Bolivia ha il volto dei missionari di Don Bosco che dedicano quotidianamente la loro vita ai poveri e ai giovani di questo Paese. A Montero, nella periferia di Santa Cruz della Sierra, la Bolivia ha il volto di Padre Luigi della comunità di La Floresta che, grazie all’aiuto delle Damas Salesianas, porta avanti una mensa per circa 100 bambini provenienti da famiglie poverissime.

A Santa Cruz, invece, assume i lineamenti di Padre Ottavio che, con il suo Proyecto Don Bosco, cerca di strappare dalla strada i chicos de la calle, accogliendoli tutti, indistintamente, con quell’amore incondizionato che solo un padre può avere e che trasuda dal suo sguardo stanco.

C’è poi il viso sorridente di Padre Vincenzo che vive in uno dei barrio più poveri e degradati di Santa Cruz, lui una casa non ce l’ha, la sua casa è quella dei poveri, dei bambini abbandonati da genitori troppo ubriachi per potersi occupare di loro.

La campagna di São Carlos, invece, ha il viso di Padre Arturo che si è preso a cuore la Casa Don Bosco di Yapacaní, un centro gestito da un gruppo di volontari colombiani che accoglie i figli dei campesinos della zona.

Ragazzi dai 12 ai 17 anni che diversamente non potrebbero andare a scuola per le distanze eccessive. La Casa Don Bosco di Yapacaní rappresenta quindi una risposta concreta all’isolamento geografico e alle difficoltà di collegamento che impediscono a molti adolescenti di frequentare regolarmente la scuola.

La Muyurina, La Floresta e le comunità agricole

In Bolivia, a Santa Cruz de la Sierra, che si trova nella regione orientale del paese, caratterizzata dal clima caldo sub tropicale tipico della conca amazzonica, sono state visitate le opere salesiane di questa regione, alcune delle quali fondate da missionari salesiani italiani provenienti dal Veneto e Friuli.

A Montero, una cittadina a 40 chilometri da Santa Cruz, si trovano una grande scuola agricola “La Muyurina” e una bella parrocchia “La floresta”. A San Carlos e a Sagrado Corazon, i missionari animano pastoralmente un vasto territorio con decine e decine di comunità sparse nella vasta area agricola di quel territorio.

Opere salesiane nella periferia di Santa Cruz

Il convitto di Yapacaní

A Yapacani si trova un convitto scolastico che ospita circa cinquanta ragazzi provenienti da zone lontane e con gravi difficoltà di collegamenti a causa dei fiumi che nel periodo delle piogge si ingrossano improvvisamente impedendo il passaggio da una sponda all’altra anche per lunghi periodi.

La particolarità di questo convitto di Yapacani è che a gestirlo non sono direttamente i salesiani, ma un gruppo di cinque volontari colombiani. Il più grande di questi ha 43 anni, poi viene uno di 33 anni e gli altri sono davvero molto giovani: 19 e 20 anni.

Sono un piccolo gruppo di volontari missionari fondato da un sacerdote colombiano che si è ispirato a Don Bosco. Il loro è un servizio di volontariato che sta maturando verso una vocazione di speciale consacrazione religiosa.

Hanno accettato di vivere ed animare questo convitto che si trova in condizioni davvero precarie dal punto di vista logistico. I servizi igienici sono in condizioni pietose. Non hanno un luogo protetto dalla pioggia dove lavare la biancheria e stenderla ad asciugare.

L’unica sala grande, che durante il giorno diventa refettorio, sala studio, sala di ricreazione a seconda delle attività che vi si svolgono, necessita di un tetto nuovo perché quello esistente in paglia è ormai marcito e lascia passare la pioggia.

L’Hogar Don Bosco

L’ultima opera salesiana visitata a Santa Cruz è stato l’Hogar Don Bosco, fondato e ancora diretto da padre Ottavio Sabbadin, nativo di Ramon di Loria in provincia di Treviso. Si tratta di una vera e propria cittadella della gioventù povera, con una pluralità di servizi per gli orfani, i ragazzi di strada, i portatori di handicap.

La città di Santa Cruz attrae popolazione dalla campagna e dalle montagne boliviane dov’è la vita sempre più dura. Non che arrivando in periferia di questa grande città le condizioni di vita migliorino, anzi.

Le famiglie facilmente si disgregano e a patirne le conseguenze sono come sempre i più piccoli. Giovanni Bosco, orfano di padre a due anni, quando diventa prete si dedica proprio ai ragazzi di periferia che non hanno più una famiglia.

Lui, orfano di padre, diventa un padre per tanti altri ragazzi e giovani soli ed abbandonati che vivono di stenti nella periferia torinese di metà Ottocento. Padre Ottavio Sabbadin ha rivissuto e messo in pratica proprio la prima esperienza pastorale di Don Bosco: essere padre di tantissimi ragazzini, bambine, giovani che un padre e una madre non ce l’hanno più.

Dare una casa e un clima di famiglia dove ognuno viene accolto così com’è, con tutte le sue povertà e miserie ed è aiutato a crescere, a riscattarsi dalla condizione nella quale si trova, non per causa sua.

Ormai prossimo agli ottant’anni, padre Ottavio, quando entra in una di queste case a loro dedicate, è bellissimo vedere come i ragazzi appena lo scorgono gli corrono incontro per abbracciarlo chiamandolo “padre”.

La Chiquitanía: missione, scuola e comunità

Villaggi isolati, malnutrizione e abbandono scolastico segnano la vita quotidiana nella Chiquitanía, dove le missionarie e i missionari sono presenti dagli anni ’80. Le consacrate hanno aperto spazi di accoglienza e studio.

E così fede e cultura diventano educazione, musica, gioco e speranza per bambini, giovani e famiglie. Una missione che si intreccia con lo sviluppo umano, dove la santità si misura nei piccoli passi di ogni giorno.

La Missione di San Miguelito nella Chiquitanía, in Bolivia, risale al 1998, quando le missionarie e i missionari Identes assunsero la direzione di un ex collegio agricolo fondato nei primi anni ’60 per i figli dei contadini.

Il collegio si è trasformato in “città monastica” e per decenni ha formato centinaia di giovani in discipline tecniche e umanistiche. Su questa mappa di distanze sono nati un’orchestra giovanile che custodisce la musica chiquitana, una scuola di calcio, un doposcuola itinerante, un istituto di formazione, borse di studio per l’università, progetti di tutela del bosco e della medicina tradizionale.

Missionari e ragazzi nella Chiquitanía

Il doposcuola come questione di dignità

“Tanti bambini arrivano a scuola senza saper leggere né scrivere”, racconta Amy Barilla, missionaria Idente. “Per questo il doposcuola non è un lusso, ma una questione di dignità: dare loro la possibilità di partire dallo stesso punto degli altri”.

Molti tra i 5 e i 13 anni portano gravi ritardi in lettura e matematica, legati a malnutrizione, scarsa stimolazione e mancanza di sostegno familiare. Con l’adolescenza cresce l’abbandono scolastico, alimentato da povertà, violenza domestica e lavoro minorile.

Le aule multigrado, prive di risorse e strategie, acuiscono il divario. Intorno, villaggi dispersi, campi agricoli fragili e monoculture vulnerabili alla siccità rendono la quotidianità ancora più dura.

Con la loro auto, i missionari fanno il giro delle case dei bambini e li accompagnano al doposcuola. Quando gli spostamenti verso San Miguelito diventano difficili, sono i missionari a muoversi per raggiungere i villaggi.

Musica e identità culturale

“Il nostro sogno è stato accompagnare le nuove generazioni senza perdere le radici della loro identità”, racconta Deisy Choque.

La Scuola di Musica “Coro y Orquesta San Miguelito” accoglie 35 bambini e adolescenti di sei villaggi: violini, chitarre e violoncelli diventano strumenti di crescita personale e di appartenenza culturale.

“Il violoncello mi ha aiutata a crescere e ora sogno di andare all’università”, rivela Maria Laura, una delle studentesse. La musica diventa così un percorso educativo e una possibilità di immaginare un futuro diverso senza rinunciare alla propria storia.

Lo sport come prevenzione

Accanto alla musica, la Scuola di Calcio coinvolge circa 250 ragazzi, trasformando lo sport in occasione di disciplina e prevenzione dei rischi sociali.

«Sul campo impariamo rispetto e amicizia: è una seconda famiglia», testimonia Milos. La pratica sportiva offre ai giovani un ambiente comunitario nel quale sviluppare relazioni, responsabilità e fiducia.

Formazione professionale e autonomia delle donne

Con un istituto di formazione permanente, le missionarie, insieme ai missionari, propongono corsi di artigianato, agricoltura sostenibile e medicina tradizionale, con particolare attenzione all’autonomia delle donne.

“Per noi santità significa anche pane, scuola e dignità”, ribadisce Deisy Choque. “La fede non si annuncia con le parole soltanto, ma quando una famiglia ha da mangiare e un ragazzo trova la forza di continuare a studiare”, dice Jean Djeling.

La memoria gesuitica e il patrimonio chiquitano

La Chiquitanía porta ancora impressa la memoria delle missioni gesuitiche che, dal XVII secolo, hanno dato vita a una cultura originale e resistente: processioni, canti, feste patronali continuano a scandire la vita comunitaria.

La foresta secca e i terreni agricoli della Gran Chiquitania custodiscono tesori spettacolari e insoliti: le sette città del Circuito de Las Misiones Jesuíticas. Tra i siti culturali e storici più ricchi della Bolivia, queste remote città missionarie risalenti al XVIII secolo e le loro chiese riccamente decorate sono state dimenticate dal mondo per secoli, il che ha consentito loro di sopravvivere quasi inalterate.

Grazie al meticoloso lavoro svolto tra gli anni ’70 e gli anni ’90, sotto la direzione dell’architetto Hans Roth (1934-1999), queste chiese straordinarie sono state riportate al loro antico splendore. L’immenso valore dell’integrazione tra i gesuiti e la cultura dei nativi chiquitano (guaraní) ha portato l’UNESCO a dichiarare la regione Patrimonio dell’Umanità nel 1991.

Chiesa gesuitica della Chiquitanía

Le reducciones e la cultura locale

Fondate tra il 1691 e il 1760, queste reducciones, insediamenti costruiti attorno a una grande piazza centrale con la chiesa su un lato, non erano semplici luoghi di conversione, ma comunità vive dove i missionari gesuiti e i popoli chiquitano crearono insieme qualcosa di unico.

Le chiese del circuito condividono un linguaggio architettonico inconfondibile, plasmato dai materiali della foresta tropicale e dall’ingegno di chi le costruì. Le gigantesche colonne tortili sono ricavate dal cuchi, il durissimo legno di ferro locale; i tetti sono intrecciati di canne; le pareti di Santa Ana e San Rafael brillano di mica estratta da cave vicine, che aggiunge un bagliore quasi soprannaturale agli stucchi decorativi.

Solo San José de Chiquitos rompe la regola, con la sua imponente facciata in pietra, unica nel circuito, che al tramonto si tinge di rosa. Guardando da vicino gli interni si scopre il cuore sincretico di queste chiese: accanto ai cherubini e ai simboli cristiani compaiono il sole, la luna e fiori della giungla, segni del mondo chiquitano incorporati nella decorazione senza contraddizione.

In ogni cortile una meridiana indicava l’ora delle funzioni, mentre le campane, come le sette di San Miguel, ciascuna con un significato diverso, scandivano la vita della comunità con un codice sonoro preciso.

A San Xavier il prete svizzero Martin Schmidt fondò addirittura una scuola di musica e un laboratorio per costruire violini, arpe e clavicembali: alcuni di questi strumenti si trovano ancora lì, esposti nel museo della missione.

L’espulsione dei gesuiti

Nel 1609 i gesuiti fondarono uno stato religioso autonomo in Paraguay, da cui si avventurarono in territori ancora inesplorati dagli europei, creando nuove missioni in Argentina, Brasile e Bolivia.

Volendo stabilire una pacifica convivenza con le numerose tribù native che incontravano, i gesuiti fondarono insediamenti chiamati reducciones, diretti da due o tre missionari e da un consiglio di otto rappresentanti dei nativi che monitorava i progressi della comunità.

Per un certo periodo gli eserciti dei gesuiti furono i più forti e meglio addestrati del continente. Anche se i nativi erano potenzialmente liberi di scegliere se vivere o meno nelle comunità missionarie, in realtà si trattava dell’unico modo per sfuggire al duro sistema feudale spagnolo o, peggio ancora, alla schiavitù vera e propria.

Intorno alla metà del Settecento, il conflitto politico in corso in Europa sfociò in una lotta di potere tra la Chiesa cattolica e i governi di Francia, Spagna e Portogallo. Quando gli spagnoli si resero conto della ricchezza e dell’influenza che i gesuiti avevano acquisito in Sud America, decisero di intervenire.

Nel 1767, coinvolte in un turbine politico e religioso, le missioni furono sciolte e re Carlo III firmò l’ordine di espulsione dei gesuiti dal continente, aggravando la condizione degli indigeni. L’assenza dei gesuiti determinò un lento declino delle missioni.

La tutela del bosco e della medicina tradizionale

“Proteggere la nostra terra è parte della nostra fede”, sottolinea Milos. “Il bosco secco chiquitano non è solo natura: è memoria, cultura e vita per chi abita qui”.

Per questo la missione promuove la conservazione del bosco, l’educazione ambientale, il recupero della medicina tradizionale e pratiche agricole sostenibili.

L’impegno nasce dalle condizioni concrete delle comunità: campi agricoli fragili e monoculture vulnerabili alla siccità rendono la quotidianità ancora più dura, mentre l’incontrollato sfruttamento del legname minaccia le risorse forestali, la fauna e il sistema idrologico.

Attraverso un istituto di formazione permanente, i missionari offrono corsi di artigianato, agricoltura sostenibile e medicina tradizionale. La tutela ambientale viene così collegata alla formazione, alla salute, alla cultura locale e alla possibilità di costruire forme di sostentamento più autonome.

Le difficoltà quotidiane della missione

La dispersione delle comunità, la scarsità di sacerdoti, la crisi dei combustibili e la mancanza di servizi restano ostacoli quotidiani. Le distanze rendono difficile accompagnare i bambini, raggiungere le famiglie e garantire continuità alle attività educative e pastorali.

“Spesso dobbiamo ridurre i viaggi dei bambini verso San Miguelito e siamo noi a muoverci per raggiungere i villaggi”, spiegano i missionari.

Anche nelle opere urbane e nei convitti le condizioni materiali possono essere precarie. A Yapacaní i servizi igienici sono in condizioni difficili, manca un luogo protetto dalla pioggia per lavare e stendere la biancheria e la sala comune necessita di un tetto nuovo.

Nelle aree rurali, durante il periodo delle piogge, i fiumi possono ingrossarsi improvvisamente impedendo il passaggio da una sponda all’altra anche per lunghi periodi. Questa situazione rende ancora più importante la presenza di convitti e centri educativi capaci di accogliere ragazzi provenienti da località lontane.

Educazione, fede e futuro collettivo

“La santità non è un ideale lontano, ma una possibilità quotidiana che si riflette nello studio, nel lavoro e nella vita comunitaria”, dicono Amy e Deisy.

L’esperienza non arricchisce solo le comunità, ma anche chi vi si dedica. “Ogni volta che un giovane della Chiquitanía ottiene una borsa di studio, è come se tutta la comunità fosse ammessa all’università”, aggiunge Jean.

“Non formiamo solo individui: investiamo nel futuro collettivo”. L’educazione viene considerata una responsabilità comunitaria, perché il percorso di un bambino o di un giovane può generare effetti positivi per l’intero villaggio.

La fede si esprime quindi nella concretezza della vita quotidiana: una famiglia che riesce a nutrirsi, un bambino che impara a leggere, una ragazza che può proseguire gli studi, un giovane che trova nello sport una seconda famiglia, una comunità che protegge il proprio bosco e conserva la propria musica.

Eppure lo sguardo resta rivolto in avanti: “Con fede, impegno e solidarietà anche una terra remota può diventare sorgente di futuro”.

tags: #missionari #italiani #in #bolivia