Mensaggi del Buon Pastore: meditazioni e riflessioni cristiane

Il Buon Pastore è Gesù Cristo, che conosce ciascuno per nome, dona la vita per le sue pecore, le guida, le protegge e promette loro la vita eterna. “Io sono il buon pastore, dice il Signore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Gv 10,14).

Le sue pecore ascoltano la sua voce, lo seguono e non vanno perdute, perché nessuno può strapparle dalla sua mano. La vita cristiana consiste quindi nel riconoscere la voce di Cristo, rimanere nella Chiesa, accogliere il suo amore e trasformare la fede in una testimonianza concreta.

Mosaico del Buon Pastore a Ravenna

Il messaggio del Buon Pastore nella IV Domenica di Pasqua

È stato pubblicato sul canale Spreaker dell’Ufficio Stampa della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio il podcast con la meditazione per la IV Domenica di Pasqua, a cura del Prof. Don Pietro Pisciotta, letta dalla Dott.ssa Valentina Villano, Dama di Ufficio, di cui riportiamo di seguito l’audio e il testo.

Podcast 2-73 - 11 maggio 2025 - IV Domenica di Pasqua.

Nella IV domenica di Pasqua la Chiesa celebra Gesù come Buon Pastore; infatti nella liturgia della Parola si proclama il testo evangelico che fa riferimento a Cristo proprio come Buon Pastore.

La quarta di Pasqua è detta, tradizionalmente, la Domenica del Buon Pastore, dato il brano del Vangelo, che è sempre tratto dal capitolo X di Giovanni, nel quale Gesù si presenta come il vero pastore del popolo.

Anno liturgicoVangelo
Anno AGv 10, 1-10 Io sono la porta delle pecore.
Anno BGv 10, 11-18 Il Buon Pastore dà la vita per le sue pecore.
Anno CGv 10, 27-30 Io do la vita eterna alle mie pecore.

Gesù, il buon pastore

Prima Lettura: At 13,14.43-52 - Ecco, noi ci rivolgiamo ai pagani.

Salmo responsoriale: Sal 99 - Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Seconda Lettura: Ap 7,9.14-17 - L’Agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.

Vangelo: Gv 10,27-30 - Alle mie pecore io do la vita eterna.

Io sono il buon pastore, dice il Signore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me (Gv 10,14).

Nel Vangelo Gesù ci propone il Regno con l’immagine del Buon Pastore. Noi siamo suo popolo, gregge che Egli ama.

Il tema odierno si incrocia con quello della chiamata e della vocazione Cristiana. Tutti siamo chiamati a far parte del suo gregge e le parole di Gesù risuonano consolanti: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi, affaticati, oppressi, ed io vi ristorerò!”.

Rispondere positivamente alla chiamata, all’invito del Buon Pastore è garanzia di salvezza eterna: “Io darò loro la vita eterna”, assicura Gesù.

Conoscere, ascoltare e seguire la voce di Cristo

Nel messaggio tre verbi evidenziano il rapporto tra il Pastore e le sue pecorelle: io le conosco, mi ascoltano, mi seguono.

Dio conosce tutte le sue pecore, perché sono espressione del suo amore misericordioso per il quale “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Gesù, buon Pastore, è sempre attento a ciascuno di noi: ci cerca, ci ama e di ognuno conosce pregi e difetti; nostro compito è ascoltare la sua voce e seguirlo.

Le mie pecore, dice Gesù, ascoltano la mia voce, mi seguono e nessuna andrà perduta.

Solo l’amore, inteso come coinvolgimento e capacità di mettersi in giuoco, evidenzia che siamo suoi; non c’è alternativa: ciò che ci costituisce di essere veri Cristiani, ciò che conta è ascoltare Cristo e seguirlo.

Ci sentiamo sicuri, nella Chiesa, perché Gesù è sempre con noi, e ci chiama e ci guida con la voce esplicita del Papa e con i suggerimenti interiori che ci aiutano a riconoscerla e a corrispondervi.

Se restiamo nella Chiesa, con il Papa, non andremo mai dispersi, perché Gesù ci conosce per nome e ha dato la sua vita per salvarci.

La nostra personale fedeltà alla voce del Pastore contribuisce all’itinerario di salvezza che la Chiesa guida nel mondo, e da essa dipende la nostra felicità.

La Chiesa, il gregge di Cristo

Donandoci, per mezzo del battesimo, di far parte della Chiesa, Gesù ci assicura di conoscerci uno per uno.

Attraverso Gesù entriamo in comunione con il Padre, partecipiamo alla vita trinitaria.

Questa è la Chiesa, il grande gregge di Gesù, di cui parla l’Apocalisse: “Una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”.

Un regno di Dio dove le pecore sono nutrite con il suo corpo e il suo sangue: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”.

Basta pensare ai discepoli di Cristo, che ad Emmaus riconobbero Gesù solo nello spezzare il pane.

Stare vicino alla Chiesa è fondamentale per avvicinarsi al Buon Pastore e riconoscere la sua voce.

La Chiesa stessa può rappresentare sia l’ovile (Gesù dice che lui stesso è la porta dell’ovile) sia il pascolo.

È pascolo in quanto è il luogo in cui troviamo nutrimento per la nostra vita di discepoli, specialmente nei Sacramenti.

Ad esempio, il battesimo ci rende parte del suo gregge, l’Eucaristia ci nutre e ci rafforza per seguirlo e con la Riconciliazione le nostre ferite vengono fasciate e guarite.

Come ovile, la Chiesa è un luogo di rifugio.

In quanto tale, la Chiesa ci aiuta ad ascoltare e riconoscere la voce del Buon Pastore attraverso l'associazione con altri discepoli, solitamente chiamata "compagnia".

I nostri fratelli e sorelle in Cristo ci aiutano a discernere le direzioni in cui il Buon Pastore ci invita a camminare.

Questo pellegrinaggio è meglio percorrerlo in compagnia di altri credenti che possono aiutarci ad autenticare la voce di Gesù.

Gli amici cristiani ci sostengono quando lottiamo nel cammino e ci aiutano a correggere la nostra rotta quando abbiamo perso la strada.

Il Papa, il magistero e lo Spirito Santo

Lo Spirito Santo è stato dato alla Chiesa come insegnante e animatore per i fedeli.

Lo Spirito Santo guida anche la Chiesa e la aiuta a rimanere fedele nei suoi insegnamenti e nelle sue pratiche.

Il Buon Pastore ha anche lasciato un vicario per tenerci uniti come un gregge.

Un modo in cui possiamo essere certi di ascoltare la voce del Buon Pastore è rimanere in unione con il Papa, il Vicario di Cristo sulla Terra, e il magistero.

Lo Spirito Santo è all'opera in modo straordinario nel Vicario di Cristo.

La voce esplicita del Papa e i suggerimenti interiori aiutano i fedeli a riconoscere la guida di Gesù e a corrispondervi.

La Sacra Scrittura come voce del Buon Pastore

Soprattutto, sappiamo sempre che c'è un posto in cui possiamo sentire la voce del Buon Pastore: la Sacra Scrittura.

La conoscenza delle Sacre Scritture è essenziale per seguire il Buon Pastore.

San Girolamo ammonì in modo famoso: "L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo".

Anche il contrario è logico: per conoscere Cristo, conosci le Scritture.

Chiamiamo la Bibbia "Parola di Dio" e sappiamo che incontreremo quella Parola quando leggeremo e studieremo la Bibbia.

Lo studio delle Scritture è letteralmente un esercizio per ascoltare la voce del Buon Pastore.

Questi testi senza tempo, scritti in linguaggio umano, ci preparano ad ascoltare e seguire il loro vero autore, Dio stesso.

Quanto più conosciamo il testo sacro, tanto più saremo in grado di discernere la voce di Gesù.

Infine, non dovremmo aspettarci che la voce del Buon Pastore sia sempre la più forte.

A volte abbiamo bisogno di fare silenzio per sentire la sua voce.

A volte, abbiamo solo bisogno di spegnere il rumore intorno a noi e di stare in silenzio, ascoltando la voce del Buon Pastore nel profondo dei nostri cuori.

Quando impariamo a riconoscere la voce del Buon Pastore, egli promette di condurci a una vita più abbondante (John 10: 10).

Le voci contrarie al Buon Pastore

Oggi viviamo in un mondo con così tanto rumore che diventa sempre più difficile distinguere la voce di Gesù tra tutte le altre voci.

Credo che questo sia voluto.

Anche Gesù stesso ci ha avvertito: "Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci". (Matteo 7: 15)

Oggi ci sono certamente voci che sono apertamente ostili a qualsiasi cosa lontanamente correlata a Gesù.

Quelle sono forse le distrazioni più facili da discernere e superare.

Le voci più sottili possono essere più difficili da discernere.

I beni di cui godiamo come parte della nostra vita (il nostro lavoro, i beni, il cibo, le feste, persino le nostre relazioni) possono diventare così potenti da soffocare la voce del Buon Pastore.

Ognuna di queste cose buone può diventare opprimente, tanto che perdiamo la prospettiva e la temperanza che ordina queste cose per vivere bene.

Nei casi peggiori, l'equilibrio può essere notevolmente distorto e ci ritroviamo dipendenti da voci che chiamano il nostro peggio, anziché il nostro meglio.

Poi, ovviamente, ci sono i il male voci che possono distrarci.

Esse competono con la voce del Buon Pastore, conducendoci dal suo cammino verso comportamenti peccaminosi che sono distruttivi per i nostri corpi e le nostre anime.

Ci chiamano a unirci ad altri greggi che portano solo al nostro essere consumati.

Il Buon Pastore vuole aiutarci a evitare questo destino ascoltando la sua voce e appartenendo al suo gregge.

Il Buon Pastore conosce e ama le sue pecore

Le pecore sono sue e per esse ha dato Maria, sua madre, come madre della Chiesa per la quale oggi preghiamo: “Rivolgi a noi, madre, gli occhi tuoi misericordiosi”.

Gesù conosce le sue pecorelle per le quali è accusato dagli avversari (scribi e farisei ipocriti) di mangiare con esse ed accoglierle.

Ma Gesù dirà: qualunque cosa fai ad un povero a nome mio, l’hai fatto a me.

A Pietro che chiede quante volte si può o si deve perdonare, Gesù dirà non sette volte ma settanta volte sette.

Questo significa vero amore: l’amore è dono, non è costrizione: c’è pertanto chi lo respinge, c’è chi lo accoglie.

Gesù chiama “amico” Giuda che lo tradisce con un bacio e poi va ad impiccarsi.

Gesù perdona a Pietro, che lo rinnega e poi piange il suo peccato e poi gli dirà: pasci le mie pecorelle, pasci i miei agnelli: lo costituisce capo e suo vicario sulla terra.

Gesù invita tutti alla salvezza ma all’invito di Gesù deve fare riscontro il nostro “sì” generoso e carico di amore.

Necessita ascoltare la sua voce e seguirlo, lavare le proprie vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello, come si legge nell’Apocalisse.

È necessario liberare il cuore da tutte quelle passioni che non si conciliano con l’amore misericordioso di Dio.

Il Buon Pastore e la misericordia verso i peccatori

Il ministero terreno del Salvatore fu invero caratterizzato dall’amore, dalla compassione e dall’empatia.

Egli non percorreva le strade polverose della Galilea e della Giudea in modo sdegnoso, trasalendo alla vista dei peccatori.

Non li evitava con ribrezzo assoluto.

No, Egli mangiava con loro.

Aiutava e benediceva, sollevava e edificava, sostituiva la paura e la disperazione con la speranza e la gioia.

Da vero pastore qual è, Egli va alla nostra ricerca e ci trova per offrire sollievo e speranza.

Comprendere la Sua compassione e il Suo amore ci aiuta a esercitare la fede in Lui così da pentirci ed essere guariti.

Poiché è il Buon Pastore, Gesù Cristo considera le malattie delle Sue pecore come una condizione che necessita di terapie, di cure e di compassione.

Questo pastore, il nostro Buon Pastore, gioisce nel veder progredire verso la guarigione le Sue pecore ammalate.

Il Salvatore predisse: “Come un pastore, [pascerò il mio] gregge”, “cercherò la [pecorella] perduta, ricondurrò la smarrita, fascerò la ferita, fortificherò la malata”.

Il Buon Pastore è immutabile e prova oggi gli stessi sentimenti nei confronti del peccato e dei peccatori che provava quando era sulla terra.

Egli non ci evita perché pecchiamo, anche se qualche volte penserà: “Ma che pecora è quella!”.

Egli ci ama così tanto da averci fornito la via per poterci pentire e diventare puri così da poter ritornare da Lui e dal nostro Padre Celeste.

Compassione, conversione e responsabilità

Certo, il Salvatore non condonò l’adulterio, ma neppure condannò la donna.

Egli la esortò a ravvedersi.

Ella fu motivata a cambiare grazie alla Sua compassione e alla Sua misericordia.

Il Salvatore venne sulla terra per salvarci dai nostri peccati e, cosa importante da notare, non ci salverà nei nostri peccati.

Amulec enunciò una verità fondamentale, ovvero che per essere salvati dai nostri peccati dobbiamo attenerci alle “condizioni del pentimento”, le quali liberano il potere del Redentore di salvare la nostra anima.

La compassione, l’amore e la misericordia del Salvatore ci attirano a Lui.

Mediante la Sua Espiazione, noi non siamo più soddisfatti della nostra condizione peccaminosa.

Il nostro ruolo consiste anche nell’aiutare e nel benedire, nel sollevare e nell’edificare, nonché nel sostituire la paura e la disperazione con la speranza e con la gioia.

Il Salvatore rimproverò coloro che si tenevano alla larga dalle persone che consideravano impure e che giudicavano con superbia gli altri ritenendoli più peccatori di loro.

Il messaggio per noi è chiaro: un peccatore penitente si avvicina di più a Dio di una persona presuntuosa che condanna quel peccatore.

Come Suoi discepoli, riflettiamo appieno il Suo amore e amiamoci gli uni gli altri in maniera così aperta e completa che nessuno si senta abbandonato, solo o privo di speranza.

Il Buon Pastore e la missione della Chiesa

Un Regno dove Gesù dice espressamente: chi vuole essere mio discepolo prenda la Croce e mi segua; la Croce per il Cristiano è una cattedra e ogni discepolo di Gesù deve essere un maestro.

Capirono ciò bene gli apostoli che diedero la vita per testimoniare la parola di Dio in mezzo agli Ebrei e al mondo pagano.

Questa è la Chiesa di Gesù: vera Chiesa missionaria!

Sei cristiano se ascolti Cristo Gesù e la tua vita diventa testimonianza viva; fai parte di una Chiesa sempre in uscita.

È allora necessario predicare ed essere predicatori credibili.

Maria, la Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, ci aiuti ad accogliere con gioia viva il messaggio di Gesù e ad essere testimoni credibili del Vangelo con le parole e le opere.

La missione della Chiesa si muove su questi parametri di universalità: vita offerta per tutti, vita in abbondanza, prospettiva dell’unico gregge.

Il cristiano è chiamato ad amare e a servire chi è nel bisogno; ed annunciare il Vangelo di Gesù, pur in mezzo ad opposizioni e resistenze, con la consapevolezza che ha sempre sostenuto Paolo (I lettura) di essere chiamato a diventare luce per le genti, sino all’estremità della terra (v. 47).

Il Buon Pastore e l’Agnello immolato

Per Giovanni, la bella notizia della Pasqua è duplice: Cristo è il Buon Pastore dal cuore trafitto, dal quale emana la vita per “una moltitudine immensa” e variegata, che nessuno può contare (II lettura); ed è anche l’Agnello immolato, nel cui sangue tutti trovano purificazione e conforto nella grande tribolazione (v. 14).

Nella sua contemplazione, Giovanni, il veggente di Patmos (Ap 1,9), arriva alla identificazione tra l’Agnello e il Pastore, che guida “alle fonti delle acque della vita” (v. 17).

La vita senza fame, né sete, né lacrime (v. 16-17) sarà un giorno realtà; per ora resta come una promessa all’orizzonte, una parola sicura che avrà il suo compimento.

Agnello e Pastore sono due simboli correlativi, che si completano.

Gesù è Buon Pastore, perché è l'Agnello immolato per dar vita al popolo; è Pastore buono, perché prima è Agnello mite, servo disponibile.

Tutti noi siamo un po’ pastori e un po’ pecore; saremo tanto più pastori buoni quanto più saremo agnelli miti e servi disponibili per la vita del gregge.

Gesù è pastore e agnello, perché ha avuto misericordia, si è preso cura del gregge; la qualità della nostra vita si misura sulla nostra capacità di prenderci cura degli altri.

Vocazione e sequela

In concomitanza con il Vangelo del “buon pastore” viene celebrata oggi la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, istituita da Paolo VI nel 1964.

Il tema della Giornata per quest’anno, proposto da Papa Francesco (il messaggio fu firmato il 19 marzo, mentre era ricoverato al Gemelli), è il seguente: “Pellegrini di speranza: il dono della vita.”

Papa Francesco inizia il suo messaggio dicendo: “In questa LXII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, desidero rivolgervi un invito gioioso e incoraggiante ad essere pellegrini di speranza, donando la vita con generosità.”

“Dare la vita con generosità” è il segno supremo dell’amore: è ciò che ha fatto il Buon Pastore, ed è ciò a cui sono chiamati quanti seguono le sue orme.

La vocazione di speciale consacrazione (sacerdozio, vita consacrata, vita missionaria, servizi laicali…) si rafforza nell’esperienza personale di sentirsi amato e chiamato da Qualcuno.

Sentirti nel cuore di Dio ti fa sentire vivo, ti dà sicurezza, ti fa sentire figlio e fratello, fa di te un apostolo.

Ti apre il cuore al mondo intero.

“La chiamata del Signore allora non è un’ingerenza di Dio nella nostra libertà; non è una ‘gabbia’ o un peso che ci viene caricato addosso.

Al contrario, è l’iniziativa amorevole con cui Dio ci viene incontro e ci invita ad entrare in un progetto grande, del quale vuole renderci partecipi, prospettandoci l’orizzonte di un mare più ampio e di una pesca sovrabbondante”.

I pastori della Chiesa a immagine di Cristo

Nella domenica del Buon Pastore viene spontaneo ricordare tutti i Pastori della Chiesa, che a immagine di Cristo buon pastore si prendono cura con amore dei fedeli che sono stati loro affidati.

Li possiamo chiamare con vari nomi: presbiteri, sacerdoti, padri, curati… e forse quest’ultima denominazione, che sembra obsoleta, è quella che richiama meglio il concetto del buon pastore, dal momento che “curato” viene dal latino “curatio” e significa attenzione, protezione, sostegno; in questo caso specifico rimanda al prendersi cura delle anime, a farle stare bene.

Sebbene esistano casi oggettivamente deplorevoli, non possiamo dimenticare che ci sono moltissimi pastori che ogni giorno danno la loro vita portando conforto ai malati, speranza ai carcerati, cibo a chi non ce l’ha…

Sono in tanti oggi i pastori che mettono tutto l’impegno per prendersi cura e guidare i fedeli con umiltà e semplicità, accompagnandoli nei momenti belli e significativi della vita: la nascita di una nuova vita, la crescita, il matrimonio… e ancor più nei momenti difficili, come la malattia o la morte.

Soprattutto, il sacerdote, pastore buono, dona il cibo della vita: l’Eucaristia; accoglie gli smarriti e perdona, attraverso il sacramento della Riconciliazione.

A imitazione di Dio Padre e di Gesù buon pastore si fa compagno di strada dei fedeli accompagnandoli nella vita e nella morte, finché insieme raggiungiamo un giorno la Vita eterna.

Il Buon Pastore nella tradizione biblica

Già nell’Antico Testamento l’immagine del Pastore era un chiaro riferimento a Dio, che veniva identificato dagli Israeliti come Colui che guida il suo gregge; ne abbiamo una meravigliosa testimonianza nel Salmo 22 (23), che recita: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; in pascoli di erbe fresche mi fa riposare; ad acque tranquille mi conduce, ristora l’anima mia.

Troviamo la menzione di Dio come pastore anche nei profeti: in particolare Ezechiele (34,12ss.) e Isaia (40 e 63).

In questi testi Dio, come buon pastore, protegge e guida con amore il suo gregge.

Non è dunque strano che Gesù assuma questa immagine per identificarsi come il Messia, l’inviato di Dio, perché tale immagine risultava familiare a tutti coloro che lo ascoltavano.

L'immagine affonda le sue radici nella matrice nomadica del popolo ebraico, basata sull'allevamento del bestiame.

La vita dei pastori era spesso sentita in tensione con quella sedentaria degli agricoltori.

La Bibbia rivela spesso una certa nostalgia per il nomadismo, anche sulla base della vicenda dell'esodo, quando Israele aveva vagato per quarant'anni nelle steppe della penisola sinaitica.

Nell'Antico Testamento il pastore è la guida del gregge e lo guida attraverso la valle oscura; il bastone è il simbolo e lo strumento della sua autorità; la presenza del pastore è sicurezza per il gregge.

L'immagine del pastore è usata dal profeta Ezechiele per delinea il comportamento negativo dei pastori di Israele, ossia dei capi politici e religiosi; essi si preoccupano solo di "nutrirsi di latte, di rivestirsi di lana, di ammazzare le pecore più grasse, ignorando le pecore deboli, non curando le inferme, non fasciando le ferite, non riportando le disperse".

Perciò YHWH annuncia che si farà egli stesso pastore del suo popolo e le condurrà a pascolare sui monti alti d'Israele.

Anche il Deuteroisaia usa l'immagine di YHWH: egli si farà pastore che conduce con tenerezza e forza gli esiliati verso la terra d'Israele.

Gesù, il Pastore unico e definitivo

I sinottici presentano numerosi tratti che annunziano l’allegoria di Gv 10.

La sua misericordia rivela in lui il pastore voluto da Mosè, perché egli viene in aiuto alle pecore senza pastore.

Gesù si considera come inviato alle pecore perdute di Israele.

Il "piccolo gregge" dei discepoli che egli ha radunato rappresenta la comunità escatologica alla quale è promesso il regno dei santi dell'Altissimo.

Esso sarà perseguitato dai lupi esterni e da quelli interni, travestiti da pecore; sarà disperso, ma, secondo la profezia di Zaccaria, il pastore colpito lo radunerà nella Galilea delle genti.

Infine, alla fine dei tempi, il Signore separerà le pecore dai capri.

Nella stessa linea altri scritti del Nuovo Testamento presentano "il pastore grande delle pecore", maggiore di Mosè, il "capo dei pastori", "il pastore e il guardiano" che ha ricondotto le anime smarrite guarendole con le sue stesse lividure.

Nell'Apocalisse, poi, Cristo-agnello diventa il pastore che conduce alle fonti della vita e che colpisce i pagani con uno scettro di ferro.

Nel quarto vangelo queste indicazioni sparse formano un quadro grandioso e unitario che presenta la Chiesa sotto il vincastro dell'unico pastore.

La particolarità, in riferimento agli annunci dell'Antico Testamento, è che non si tratta tanto del re, signore del gregge, quanto del Figlio di Dio che rivela ai suoi l'amore del Padre.

Il discorso di Giovanni 10

Il discorso di Gesù riprende i dati anteriori e li approfondisce: come in Ezechiele, si tratta di un giudizio; Israele assomiglia a pecore sfruttate, in balia "dei ladri, dei predoni", disperse.

Gesù, come YHWH, le "fa uscire" e le "guida al buon pascolo"; ciò farà sì che esse conoscano il Signore che le ha salvate.

L'"unico pastore" annunziato si identifica con Gesù.

Altri dati sono invece originali: Gesù è il mediatore unico, la porta per accedere alle pecore e per andare ai pascoli.

La nuova esistenza è fondata sulla mutua conoscenza del pastore e delle pecore, amore reciproco fondato sull'amore che unisce il Padre e il Figlio.

Gesù è il pastore perfetto perché dà la sua vita per le pecore.

Le pecore disperse che egli raduna vengono sia dal recinto di Israele che delle nazioni.

Infine, il gregge unico così radunato è unito per sempre, perché l'amore del Padre onnipotente lo custodisce e gli assicura la vita eterna.

La sicurezza non si fonda sulla bontà e fedeltà delle pecore, ma sull’amore gratuito di Cristo, che è più forte delle miserie umane.

Egli non rinuncia a nessuna pecora, anche se queste si sono allontanate o non lo conoscono.

Tutte devono entrare per la porta che è Lui stesso, perché Egli è l'unica porta, l’unico salvatore.

Egli offre la sua vita per tutti: ha anche altre pecore da attirare, fino a formare un solo gregge con un solo pastore.

Il Buon Pastore nella vita cristiana

Questa triste esperienza non è certo il stile del gregge pilotato da Cristo.

Il suo stile è proprio diverso di un dissolvimento nella collettività.

Non si tratta di seguire passivamente il movimento generale, nell'indifferenza o nella pigrizia.

La comunità costituita dal gregge di Cristo mira un apporto personale e dinamico che superi l'individualismo e il conformismo gregario.

Gesù è il buon pastore perché ci guida attraverso sentieri giusti.

Egli raduna, assista e protegge il suo popolo.

Conosce i pericoli che minacciano le sue pecore e lotta contro tutte le forze avverse.

Va alla ricerca della pecora smarrita e non si stanca mai di chiamare i dispersi.

Per seguire Gesù, bisogna essergli uniti interiormente.

La sequela di Cristo suppone, quindi, un'affinità spirituale con il suo insegnamento, con la verità, che è via e che dà la vita eterna.

Il Buon Pastore nella storia dell’arte cristiana

Non è fuori luogo ricordare che attualmente noi cristiani ci identifichiamo con la Croce, mentre nei primi secoli del cristianesimo, fino all’inizio del V secolo, le primitive comunità cristiane non rappresentavano mai Gesù Crocifisso.

Egli veniva raffigurato come Buon Pastore: così lo vediamo nelle catacombe di San Callisto e di Priscilla.

Il Buon Pastore è la prima immagine usata dai cristiani, fin dal III secolo, nelle catacombe, per rappresentare Gesù Cristo, molti secoli prima del crocifisso.

Fino all'inizio del IV secolo l'unica iconografia di Gesù utilizzata era la sua rappresentazione come Buon Pastore, recante sulle spalle una pecorella smarrita.

L'immagine si trova nelle pitture delle catacombe e nell'arte paleocristiana.

Il Buon Pastore è “la versione dolce del crocifisso”.

Dolce solo a livello figurativo, perché la sostanza è la stessa.

Buon Pastore nelle catacombe cristiane

Il mosaico del Buon Pastore nel mausoleo di Galla Placidia

Foto di copertina: Lunetta del Buon Pastore, mosaico, prima metà del V secolo, lato interno dell’ingresso del mausoleo di Galla Placidia, Ravenna.

In questo mosaico, tra i più famosi mosaici bizantini ravennati, Gesù è rappresentato in un paesaggio soffuso di pace, ricco di piante e fiori, ha un’espressione serena, è giovane, senza barba, circondato da sei pecorelle, con un chiaro significato allusivo: solo attraverso il Cristo si raggiunge la pace eterna.

La scena è molto equilibrata, impostata su una composizione simmetrica ma non rigida, vivacizzata da varianti e si presenta come un’immagine idilliaca, dove regna la pace e l’armonia.

L’ambientazione è naturalistica, sembra un paesaggio di montagna molto ricco di piante, fiori e cespugli, immerso in un’atmosfera primaverile, a cui sembra alludere il cielo azzurro.

Anche i colori sono chiari, luminosi come quelli di una giornata serena: sono tutti elementi che rinviano al Paradiso come è descritto nei testi sacri medievali.

Il Pastore e gli animali appaiono sereni, rilassati e perfettamente a loro agio.

Si inserisce nel programma iconografico legato al tema della salvezza di cui fa parte l’intero ciclo decorativo dei mosaici del mausoleo.

Ogni dettaglio della rappresentazione segue un preciso linguaggio simbolico religioso.

Al centro, asse della composizione, è rappresentato Gesù, paragonato ad un pastore che si prende cura del suo gregge.

Le pecorelle rappresentano i fedeli Cristiani, che seguono Cristo come loro guida.

Gesù è una figura giovanile, è presentato senza barba, come un adolescente, perché è l’immagine del Figlio di Dio.

In abiti imperiali, è presentato come Re del Cielo, ha la veste d’oro perché rivestito della sua natura divina e il manto porpora, simbolo della Passione.

Con la sinistra si regge una croce (altro rinvio alla passione) e con la destra accarezza una pecora.

Questo gesto esprime affetto e accoglienza, rinvia alla comunicazione con i fedeli che per mezzo di lui potranno accedere al Paradiso.

Gli animali sono simili, ma ognuno si pone con un atteggiamento diverso per indicare la libertà che Dio ha concesso agli uomini.

Tutti però rivolgono la testa verso Cristo.

È l’immagine dei fedeli che seguono l’insegnamento di Gesù attraverso il Vangelo.

Dall’arte romana deriva la rappresentazione tridimensionale dello spazio e il naturalismo d’insieme: le diverse gradazioni di azzurro nel cielo, la definizione dei piani di profondità, i volumi solidi delle rocce e dei corpi delle figure e le ombre proiettate sul terreno.

Su questa base più classica si sovrappongono alcuni elementi astrattivi che appartengono al gusto bizantino-orientale, più vicino cioè all’arte di Costantinopoli.

Tra questi: le linee di contorno scure che tendono ad appiattire le forme e a delimitarle.

Altri elementi di astrazione sono i cespugli tutti alla stessa distanza e il mantello delle pecore con motivi a zig-zag.

Ascoltare la voce del Buon Pastore oggi

Vorrei concentrarmi su un singolo aspetto della metafora del Buon Pastore in Giovanni 10 che ritengo essenziale per costruire e vivere la nostra vita cristiana nel XXI secolo: la voce del Buon Pastore.

Gesù disse alla folla che lo ascoltava che le sue pecore conoscevano la sua voce e lo avrebbero seguito, piuttosto che la voce di uno sconosciuto che non riconoscevano.

Fondamentale per la più elementare sequela di Gesù è il riconoscimento della sua voce e la distinzione della sua voce da tutte quelle che ci porterebbero in altre direzioni.

È logico che più tempo trascorro a conversare con un'altra persona, più imparerò a conoscere e riconoscere la sua voce.

Lo stesso vale per la nostra relazione con il Buon Pastore.

Più tempo trascorro a conversare con lui, più è probabile che sarò in grado di distinguere la sua voce tra il rumore.

In molti modi i seguenti sono suggerimenti di base per la crescita spirituale: sviluppare una vita di preghiera privata, partecipare alla vita della Chiesa, studiare, trascorrere del tempo con altri cristiani, circondarsi di promemoria della voce del Signore, invocare lo Spirito Santo e leggere le Scritture.

Il Buon Pastore ci guida nella vita quotidiana attraverso la preghiera, la Parola, i sacramenti, la comunione ecclesiale e il servizio verso gli altri.

La sua voce non conduce all’isolamento, alla disperazione o all’odio, ma alla verità, alla misericordia, alla conversione e alla vita.

Riflessione comunitaria sulla voce di Cristo

Nel corso della Convocazione della Delegazione San Paolo in Tanzania, il Superiore Generale dei Padri Caracciolini, Fr. Teodoro O. Kalaw, ha offerto una riflessione sul Vangelo secondo Vangelo di Giovanni (10,22-30), ponendo al centro del discernimento comunitario l’ascolto della voce di Cristo.

Durante la Settimana del Buon Pastore, ha ricordato che la Convocazione è прежде tutto un tempo di grazia, un’occasione per mettersi in ascolto del Signore che guida il suo popolo.

Richiamando la domanda rivolta a Gesù - “Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente” - ha evidenziato come essa esprima il desiderio umano di chiarezza e orientamento, presente anche oggi nella vita della Delegazione, chiamata a passare dalla riflessione all’azione concreta.

Al centro del messaggio risuonano le parole di Gesù: “Le mie pecore ascoltano la mia voce: io le conosco ed esse mi seguono”.

Da qui l’invito a riconoscere che il vero rinnovamento nasce non da progetti o strutture, ma da un ascolto autentico, alimentato dalla preghiera e guidato dallo Spirito Santo.

Il Superiore Generale ha ricordato che l’identità della vita consacrata si fonda прежде tutto nell’essere conosciuti e amati da Cristo, chiamando ciascun religioso a una risposta concreta e generosa.

Ha quindi invitato i confratelli a tradurre questo ascolto in scelte quotidiane: una preghiera più profonda, una rinnovata fiducia nella provvidenza di Dio e una sequela più concreta di Cristo nella vita e nella missione.

Infine, ha sottolineato che la vera unità non nasce dall’uniformità, ma dalla comunione, riflesso dell’unità tra il Padre e il Figlio e testimonianza credibile nel mondo di oggi.

La riflessione offre così un orientamento spirituale chiaro per il cammino della Convocazione, chiamando i religiosi a passare dalla semplice pianificazione a una autentica conversione, da cui scaturiscono rinnovata missione e vita.

Il Buon Pastore come modello di cura

Il vescovo è comprensivo e nel prosieguo del romanzo dimostra un’analoga compassione per un altro uomo, il protagonista principale del libro: un ex galeotto abbrutito, Jean Valjean.

La misericordia e l’empatia del vescovo spingono Jean Valjean a cambiare il corso della propria vita.

Da vero pastore qual è, Egli va alla nostra ricerca e ci trova per offrire sollievo e speranza.

Il Salvatore predisse: “Come un pastore, [pascerò il mio] gregge”, “cercherò la [pecorella] perduta, ricondurrò la smarrita, fascerò la ferita, fortificherò la malata”.

Il nostro compito è riconoscere nelle persone ferite, smarrite o lontane non una categoria da rifiutare, ma fratelli e sorelle affidati alla misericordia.

Così facendo, Gesù Cristo ci ha anche mostrato l’esempio da seguire: avere rispetto per tutti e odio per nessuno.

Non dobbiamo renderci colpevoli di perseguitare nessuno, che sia membro della Chiesa oppure no.

Se vogliamo chiedere rispetto, dobbiamo rispettare.

Inoltre, la nostra conversione sincera porta “la mitezza e l’umiltà di cuore”, le quali invitano lo “Spirito Santo” e “[ci riempiono] di amore perfetto”, un amore non finto per gli altri.

Attesto che Gesù Cristo è il nostro Buon Pastore che ci ama e si prende cura di noi.

Egli ci conosce e ha dato la Sua vita per le Sue pecore.

Inoltre, vive per noi e vuole che Lo conosciamo e che esercitiamo fede in Lui.

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